L'ALBA D'ORO

CONSOLATRICE

DEL CROCE.


Nella quale s'intende come egli vien con-

dotto dalle Dea Virtù in un vago

e fiorito prato,


dove gli mostra il convito di cento filosofi, da' quali,

sotto cento dottissime sentenze, si cava il vero

ritratto del vivere morale.


OPERA DILETTEVOLE A TUTTI.


Dedicata all'illustrissimo signor

CONTE HERCOLE PEPOLI

ALL'ILLUSTRISSIMO

E GENEROSISSIMO

SIGNORE


IL SIGNOR CONTE HERCOLE

PEPOLI


Patron mio sempre osservandissimo.


Hebbe pensiero (illustrissimo signore) la buona memoria di messer Giulio Cesare Croce, già mio padre, di dedicargli questa sua fatica, la quale, come uno de i frutti del suo basso intelletto, havea giudicato non indegno di esser raccolto dalle sue invittissime mani, non perché in essa arrogasse alcuna conditione degna di tanto favore, ma solo per scoprirsegli con tal occasione uno, benché minimo, del numero de' suoi fidelissimi servitori. Ma perché la morte, disturbatrice d'ogni humana operatione, all'hora ch'egli, come balbiciente bambino, incominciava a imparare a chiamare la Virtù per cara mamma, troncandogli il stame della vita lo rese alla terra, con non poco mio dolore, e di chi molto accarezzava le sue opere. Essendomi dunque la medema capitata nelle mani, ed havendo scoperto ne' margini di questa sua la buona intentione, io, che non meno con ardentissimo affetto desidero che mi conosci per suo affetionato, non mi ha parso sconvenevole che, come figlio di esso autore, gli debba dedicare, sì perché ciò facendo verrò ad eseguire il desiderio del defonto, e me seco a dar loco al pensiero ch'io tengo di significare a Vostra Signoria Illustrissima, la buona intentione ch'io ho di soddisfare in qualche parte il debito grossissimo che tienla nostra humil famiglia con l'illustrissima casa Pepoli. Resta solo che Vostra Signoria Illustrissima, come benigno amatore e vero mecenate de' virtuosi si degni d'agradire il picciol dono, acciò che il mondo vedendolo protetto e raccolto sotto l'ali del suo valore, non ardisca di ritraerlo e vilipendiarlo. Questo è intitolato ALBA D'ORO, nome non molto deforme dall'opera, perciocché, sì come l'alba è la più temperata hora di questo nostro emispero, la qual non è troppo lucida o calda per le reliquie della notte, né meno troppo ardente ed abbagliante per il superfluo calor del sole, così essa non è totalmente fredda per la bassezza de' concetti, né meno così calda d'arroganza, che tutta timida non eschi al cospetto pubblico, e parimente sì come l'oro fra tutti i metalli è il più perfettissimo e generalmente grato a tutti, così essa, per la ricchezza de' bei concetti, detti e sentenze filosofiche di che è tutta hornata, parve all'autore che molto bene gli convenisse questo nome. Si degni dunque l'altezza del nobilissimo animo suo di piegarsi tanto che la bassezza di questo mio picciol dono se gli possi avvicinare, quale io riverente porgendolielo, e per fine me li offero divotissimo servo.

Di casa, questo dì 17 gennaio 1610


Di V.S. Illustriss.

Humiliss. Servo Domenico Maria Croce.

ARGOMENTO

Condotto vien l'autor entro un bel prato,

Da la dea che fa l'huom lieto e felice,

U' vede quel di cui veder non lice

A tutti, onde n'ha al cor contento grato.



CAPITOLO I


Già per uscir de l'aureo alpergo fuora

Si mettìa in punto la Febea famiglia,

Cedendo il luoco a lui sua casta suora,


E di Titon la rugiadosa figlia

Posta s'era in cammin, mentre che l'hore

A i focosi corsier ponean la briglia


E in compagnia del mattutino albore

A pinger cominciava l'oriente,

D'oro, di minio e d'altro bel colore,


Quando nel letto mio, mesto e dolente

Stavo, pensando a la stagione austera

Al tempo crudo dell'età presente,


E con gli occhi bagnati: “Ahi sorte fiera”,

dicevo, “Come più possibil fia

Ch'io segua Apollo e la sua nobil schiera?


Benigna Euterpe, e tu, sacra Thalia,

Come vi servirò, Polina e Clio,

Chi tempererà la roca cetra mia?


Spente le forze son, resta il desìo,

La speranza mi porta, ma per strada

Spesso mi lascia il suo caval restìo.


La misera Virtù convien che cada,

Che non ha palo ove s'appoggi o piante,

E ver lei l'Avaritia ha in man la spada.


Le scienze sono (ahimè) dal volgo errante

Escluse in tutto, in tutto disprezzate,

E sol si prezza il siocco e l'ignorante.


Morto è Alessandro, morto Mecenate,

Morto il bon Tito, morto Epaminonda,

Augusto e gli altri che l'havean sì grate.


Onde la terra, già grassa e faconda,

E' diventata sterile e mendica,

E tutto è perché il vitio soprabbonda.


Sta Cerere sdegnata e par che dica:

'Sin ch'io non veggio in voi fiorir virtude,

Né io vi porgerò mia ricca spica.


Perché in tutto da voi si serra e chiude

Il petto a la bontà, io mi ritiro,

Ch'amico mio non è chi quella esclude.'”


Così piangendo discorrevo in giro

Co 'l pensier d'ogni intorno, e vedea tutto

Il mondo in volto in pena ed in martiro.


Ed in me ogn'hor via più crescendo il lutto,

Bagnando andando di lagrime il letto,

Flebile, lasso, languido e distrutto.


Mentre colmo di doglia e di dispetto

Stavo, e co i sensi mesti ed affannati,

Tutto sommerso in sì dolente effetto,


Dal pianger stanco i lumi hebbi serrati,

Ed ecco donna gratiosa in vista

M'apparve, e bella di sembiante ornati,


Qual con un bel saluto a prima vista

Disse: “Non ti turbar, ch'io son colei

Che posso rallegrar tua mente trista.


Sorgi dal pianto, e segui i passi miei,

Ch'io ti voglio condur in parte dove

Altr'huomo diverrai di quel che sei”.


Qual peregrino afflitto, che si trove

A l'acqua e al vento far onta e oltraggio,

E che in van per salvarsi il piede move,


Che d'indi a poco a poco poi un solar raggio

Si scopre, e scaccia via quel nembo fiero

Che l'infestava tanto per viaggio,


Tutto s'allegra, e scarico e leggiero

Resta e, pigliando alquanto di ristoro,

Segue con lieta fronte il suo sentiero,


Tal il nobile aspetto, almo e decoro

Ch'improvviso m'apparve, di partire

Da me fe' in tutto l'aspro e rio martoro,


E pigliando vigor, forza ed ardire,

Assicurato da tanta ventura,

Ch'alto e divin favor ben si può dire,


Senza timore alcun, senza paura

Dissi: “Donna celeste ed immortale

(ché terrena non è la tua figura,


Per quanto mostri al degno aspetto), hor quale

Buon augurio ti guida, e qual bontade

T'induce (dimmi, prego) in luoco tale.


Non è degn'huom terren tal maestade

Veder, come son io vile ed abietto,

D'ogni ben privo in questa trista etade.


Forz' è ch'in questo basso ed humil tetto

T'habbi condotta caritade immensa,

Per trarmi il gran duol ch'io tengo in petto.”


Ed ella: “I' son colei la qual dispensa

Le gratie”, disse, “A quei che seguon l'orme

Della virtude e che li ricompensa.


Seguimi dunque, ché, se sei conforme

Al voler mio, libero andrai e sciolto

Dal grave duol, qual par ch'in te s'informe”.


Così, tutta ridente e lieta in volto,

Il piede mosse, e disse: “Stammi a lato

Né ti scostar da me poco né molto”.


Poi mi condusse in mezzo un vago prato,

Di verdi herbette e di bei fior dipinto,

E di fresch'ombre attorno circondato.


Qui si vedea il narciso e 'l bel giacinto,

L'amarante, il ligurgo, il giglio, il croco,

E di mill'altri fiori ornato e cinto,


In mezzo di quel degno e nobil loco

Stava una regal mensa apparecchiata,

Ch'altra tal non si vide, unqua né poco,


Ed era d'ogn'intorno circondata

Da cento sedie, e scritte in tutte quante

Eravi un nome in lettera dorata,


Onde a legger mi posi in un istante

I dotti nomi, e 'l primo era Solone,

Tales nell'altra, e nella terza Biante,


Era nell'altre Pitharo, e Chilone,

Cleobol, Zoroastro, Anassimandro,

Anacrase, Epimenida e Zenone,


Pereide, Ligurgo e Periandro,

Antistene, Mison ed Anassagora,

Esopo, Crate, Alibiade e Meandro,


Euripico, Simonida e Pitagora,

Carneade, Pericle ed Aristarco,

Aristotil, Platon, Plotio e Prothagora,


Hopocrate, Varron, Gargia e Plutarco,

Quintilian, Paccuccio ed Aristippo,

Callistene, Apulcio ed Anasarco,


Oratio, Filomon, Statio e Crisippo,

Diogen, Tolomeo, Dema e Ponponio,

Virgilio, Senofonte e Speusippo,


Homero, Teofrasto ed Apollonio,

Ennio, Catullo, Cornelio e Lucretio,

Curtio, Sallustio, Planco e Posidonio,


Plauto, Arrio, Celso, Terentio e Panetio,

Parmenide, Plotin, Ermete e Socrate,

Zenofilo, Fedron, Lucio e Boetio,


Empedocle, Temistocle e Zenocrate,

Eraclito, Democrito ed Arato,

Antenodoro, Arisside ed Isocrate,


Demosten, Ciceron, Eschine e Cato,

Archimede, Archita e Prisciano,

Antipatro, Cleante e Filiastro,


Porfiro, Trogo, Seneca e Lucano,

Basilide, Birretio e Diodoro,

Simmaco, Ovidio, Plinio e Claudiano.


Così come v'ho detto, di costoro

Erano i nomi scritti, acciò ch'ogn'uno

Sedesse giù secondo il suo decoro.


Poi, stando poco, vidi ad uno ad uno

Comparir ivi i nobil convitati,

Che di venir non ne restò nissuno.


Cento in numero fur, tutti togati,

Con faccie venerabili ed honeste,

D'alte preferenze e portamenti grati.


Al gionger di sì grandi eroi in queste

Parti, l'herbe e le piante di quel loco

Per riverenza lor chinar le teste,


Ond'io, mirando ciò, mi trassi un poco

Adietro, ed humilmente m'inchinai,

Ed arder mi sentia d'un dolce foco


Nel petto, e né veder spero più mai

Insieme congregar schiera più degna

E felice qua giù mi riputai;


Ch'una persona ignobile ed indegna

Come son'io sì dotta comitiva

Tutta vedesse unita ad una insegna;


E tanto astratto in quella verde riva

Ero, a veder il venerando choro

Ove sol di virtù parlar s'udiva,


Che quasi immobil marmo fra di loro

Stavo, e scordato quasi di me stesso,

Tanto n'havea il mio cor dolce ristoro.


Ma la mia guida, qual mi stava appresso

Da una banda tirommi, e disse: “Frate,

Veder tal cosa a ogn'un non è concesso,


Ma tal favor il Ciel per sua bontade

Ti fa, perché, vedendo un tal concerto

Spendi con più virtù le tue giornate,


E perché notar meglio il tutto aperto

Possi imparar com'hai a governarti

Per l'avvenir, e farti assai più esperto.


Sotto di questo lauro hai da fermarti,

Né ti partir, fin che non sia finito

Il bel convito, e ch'io torni a levarti.


E tien ben l'occhio attento, e ancor l'udito,

Perché vedrai ed udirai tal cose

Che tal mai non hai visto né sentito”.


Il che poi detto, di sua man mi pose

S'un'erta al pie' d'un lauro, ov'io potea

Veder il tutto in quelle parti ombrose.


E poscia se ne gì, dove sedea

La nobil squadra, ed ivi sendo giunta,

Da tutti fu honorata come dea.


Poi, sopra un seggio d'oro essendo assunta,

Del bel teatro in loco alto e sublime,

Con gli altri alla gran mensa fu congiunta,

Ma qui mi fermo, a ripigliar le rime


Il fine del primo canto

ARGOMENTO

Sta sotto il verde lauro e intento mira

Il sontuoso pranso e la gran mensa

Di quei gran padri, e n'ha letitia immensa,

E di tal venustà nel cor s'ammira.


CAPITOLO II


Mentre mi stavo sotto quella verde

Pianta felice, gloriosa e degna,

Che per fredda stagion foglia non perde,


Tenendo l'occhio intento a mirar quella

Schiera prudente, gloriosa e magna,

Di cui la mente ancor si rinnovella,


Ecco lesti venir per la campagna

I scalchi accomodati nobilmente,

Non all'uso di Francia, né di Spagna,


Ma secondo ch'usava quella gente

Quando soleano far i lor conviti,

E lor ricreation anticamente.


Qui non v'era buffon, né parassiti,

Mimi ognattoni, o d'altra gente infame,

Quai da' moderni son tanti graditi,


Ma sol spirti elevati, le cui brame

Eran sol di cibarsi di sapienza,

Non con pavoni satiar lor fame.


In tavola tagliava la Prudenza,

La Magnanimità dava da bere,

E la Bontà serviva alla credenza,


La Costanza di quanto era mestiere

Andava provvedendo, ed il Giuditio,

Facea quel tanto ch'era suo dovero.


Qui non era la Crapula, co'l Vitio,

Né l'Ingordigia, e men l'Ebrietade,

Che mandar soglion l'homo in precipitio,


Ma v'eran l'Astinenza e l'Honestade,

Che sempre andar insieme han per usanza

Con la Modestia, e la Sobrietade.


La Nobiltà, il Costume e la Creanza

Stavano attorno all'onorata mensa,

E non se ne partìa la Temperanza.


L'Honor, la Fama, con letitia immensa

Erano quivi, e l'altre virtù tutte,

Ch'ancor gode il mio cor, quando vi pensa.


Al fin del pasto giunsero le frutte,

Da nove leggiadrissime donzelle

Portate, a tal offizio ivi ridutte,


Che credo mai che le più vaghe e belle

Vedesse il sol di queste ch'io vi parlo,

Né le più gratiose e le più snelle.


All'arrivar di quelle, parve un tarlo

Ch'in un momento m'entrasse nel core,

E roder me 'l volesse, e consumarlo.


E nel mio petto entrò sì grave ardore

Ch'abbrugiar mi sentivo in ogni parte,

Né mai sentei in me maggior calore,


E questo fu perché di parte in parte

Mirando queste donne gratiose

De qual faccio memoria in queste carte,


Conobbi ch'eran quelle gloriose

Dive, che sopra del Parnaso monte

Cantano rime vaghe e dilettose.


Che, non potendo anch'io, sì come pronte

Le voglie, di salir i sacri colli

Ove s'honora il padre di Fetonte,


Stavo con gli occhi alquanto humidi e molli

Considerando l'aspra mia sventura,

Che sol mi tira a pensier pazzi e folli.


Ma la mia guida, che con faccia scura

Mi vide star, e tutto travaliato,

S'accorse che cangiato havea figura,


E con occhio ridente e viso grato

Guardomi in faccia, e m'accennò con mano

Ch'io non devessi star così turbato.


Al guardo suo dolcissimo ed humano,

Raccolsi i spirti, e rallentai quel duolo,

Che d'ogni gioia mi tenea lontano,


E l'occhio volsi a quel felice stuolo,

Ed a le belle donne d'Elicona,

Gionte, come v'ho detto, in questo suolo.


Calliope di tutte la corona

Portava in capo, e come lor regina

La seguian l'altre, e come lor padrona.


Essa ogni fondamento di dottrina

Ne mostra, e dà perfetta cognitione

A seguir la sua nobil disciplina.


Clio dà la gloria a gli huomini e gli pone

In alto stato, e leva il fosco velo

Del senso ottuso, e sveglia la ragione.


Euterpe ausiglio porge e innalza al cielo,

Chiunque lei seque, e d'alto nutrimento

L'anima pasce, e d'honorato zelo.


Melpomene ne' cor gioia e contento

Dona e diletta con dolce armonie,

A chi seguir le sue vestigie è intento.


Tersicore inventioni e fantasie

Ne l'huom infonde, ed alti e bei concetti

E nuovo tema, e nuove poesie.


Erato d'efficaci e dotti detti

Adrona, di parlar polito e terso,

E di salda dottrina informa i petti.


Urania mostra lo scander del verso,

E l'homo innalza a la superna luce,

E chiaro 'l rende a tutto l'universo.


Thalia dell'intelletto è guida e duce,

Feconda la memoria, e l'huom conserva

Ne la virtù 've ogn'hor splende e luce.


Con questa bella schiera era Minerva,

Mercurio, Apollo, e tutti quelli i quali

Seguono de' sapienti la corona.


Qui Cupido non v'era co' suoi strali,

Né Ciprigna lasciva, e l'ebbro Bacco,

Che gli huomin spesso cangia in animali.


Quivi non era chi s'empisse il sacco

Soverchiamente, e manco chi facesse

Brindisi attorno, o chi sguacasse a macco,


Ma tutte le lor voglie erano imprese

In così specular, sublime e rare,

Né d'altro le lor menti erano oppresse.


Finito c'hebber tutti di pransare,

Mercurio e Apollo con l'aurate cetre

Fero i bei colli attorno risonare.


Indi, con voce da spezzar le pietre,

Deron principio a così dolci accenti

Ch'altri non fia che mai tal gratia impetre.


Dopo questi divini almi concenti,

Cominciar quei famosi semidei

Fra essi a intrar in nobil parlamenti,


Onde, accostando più l'orecchi miei,

Per udir tai discorsi m'appressai

Alquanto, con licenza di colei.


E così, quel ch'io vidi e ch'io notai

Tutto descriverò su questo foglio,

Che nella mente il tutto mi stampai.


Il primo fu Solon, qual disse: “I' soglio

Ovunque vado, ogn'hor di mia sapienza

Qualche esempio lasciar, e così voglio


Far ivi ancor, ché il filosofo senza

Far qualche frutto, ovunque ei vada o stia

Non deve in modo alcun mai far partenza.


Io sarò il primo ch'aprirò la via

A voi, se ben mi trovo inferiore

A tanti, che son quivi in compagnia.


E se seguirete il mio tenore

La mensa tanto più sarà lodata,

E questi cibi havran maggior sapore,


Che l'alma parimente consolata

Conviensi ancor lasciar, se 'l corpo pieno

Habbiamo, e ch'ella ancor resti cibata”.


Così disse il buon vecchio, e con sereno

Volto, mirando gli altri, al suo sermone

Fin pose, il cui parer piace non meno


A gli altri tutti, e volto il gran Solone

Così si deve far”, disse Talete,

Ed esequir quanto il tuo dir propone”.


Tutti risposer con lor menti liete

Ch'erano a seguir ciò parati e pronti,

Che da buon campo ogn'hor buon gran si miete.


Hor, ch'acque fuor da così chiari fonti

Usciran mai, che dotte alte sentenze

Da quelle bocche udrò, che detti conti?


Qui tutte le dottrine e le sapienze

Del mondo sono, qui le virtù tutte,

Tutti gli esempi, qui tutte le scienze.


Felici orecchie mie, ch'ivi ridutte

Fosti, o benigna donna e gratioso

Che restar festi le mie luci asciutte,


Qual tanto mi teneva tormentato

Onde ben posso dir che per te sola

Restai per mai sempre consolato.


Ma perché l'hora fugge e 'l tempo vola,

Lasciar non voglio il mio debil soggiorno,

E quanto udij da quella dotta scuola,

Ma fiato prendo, e poscia a voi ritorno.


Il fine del secondo capitolo

ARGOMENTO

Hor qui si scorgan de le scienze i mari,

Hor qui de le virtù s'apron gli abissij,

Da' primi heroi per fama al mondo chiari


CAPITOLO III


Solone il primo fu, com'io vi dissi,

Che la question propose, riguardando

Gli altri compagni suoi con gli occhi fissi,


E dolcemente la lingua snodando,

Com'huom che per giovar sol par si mova

Disse con parlar basso e venerando.


SOLONE

La più difficil cosa che si trova

E' conoscer se stesso, e porre il freno

Al sfrenato pensier che dentro cova.


TALETE

Gran meraviglia e gran stupor nel seno

Tengo, che 'l pazzo non possa sapere,

E chi è più pazzo, più lo mostra a pieno.


BIANTE

La lingua mai non deve, a mio parere,

Gir innanzi al pensier, ché l'huomo saggio

In ciò mostra sua scienza e suo sapere.


PITARO

Pria che l'adversità facci passaggio,

L'huomo prudente deve fare offitio

Di provveder a ogni futuro oltraggio.


CHILONE

Tanto è più caro e grato il benefitio

Quanto a l'amico presto a far si viene,

Che di più vero amor dà chiaro inditio.


CLEOPOLO

Quand'esci fuor di casa, pensa bene

Quel ch'hai a far, e quando torni a quella,

Che fatto havrai, se mal sia stato, o bene.


ZENONE

Non solo al mondo merta aspro flagello

Colui che pecca, ma quell'altro ancora

Che desidra peccar è a Dio rubello.


PITAGORA

Le voluntà non stanno al mondo un'hora,

Ché transitorie son, caduche e frali,

Ma virtù sola tutto l'huomo honora.


PERIANDRO

L'huomo in sé deve haver costumi tali

Di star più tosto a udir che ragionare,

Che 'l parlar troppo causa molti mali.


CRATE

L'invidia de gli amici suol portare

Spesso doppio tormento, perché quella

De gli inimici non si può schivare.


ANASSIMANDRO

Non si devon cercar da la favella

Le cose, ma da l'opre le parole,

E che del cor la lingua sia sorella.


SOCRATE

Quel che a se stesso buono esser non suole

Ad altri esser può manco, che natura

Crudo lo fece, e conservar lo vuole.


ANASARSE

Non sa parlar chi non può con misura

Frenar la lingua, e si diserne presto,

Al ragionar, il vin da l'acqua pura.


PERECIDE

Di lagrime due sorti in atto mesto,

Una d'inganni, l'altra di dolore,

Son ne la donna, e tutte frodi il resto.


ANTISTENE

Non è libero l'huom che dal furore

De la superbia trasportar si lascia,

Ma vive in servitù sempre e in timore.


ANASSAGORA

Nissuna cosa tant'altro trapassa

Quanto la pura e santa veritade,

Ma vive in servitù sempre e in timore.


MEANDRO

L'huom che vuol di virtù seguir le strade,

Deve da sé scacciar tutti i difetti,

Che puon l'alma macchiar d'iniquitade.


EURIPIDE

Né le ricchezze, e manco né i diletti

La felicità vera non consiste,

Ma i contenti del cor ne i buoni effetti.


SIMONIDE

Il mondo spesso le persone triste

Ama ed apprezza, ed abbandona i buoni,

Ma la speme al cor duol sempre resiste.


ARISTIPPO

La fame e 'l tempo son flagello e sproni

D'amor, e doman l'huom di tal maniera

Che poco apprezza i balli, i canti e i suoni.


PLATONE

Nissuna cosa a Dio più rissomiglia

Quanto l'huomo di pura e santa mente:

Quel sol va fra l'angelica famiglia.


ARISTARCO

L'huom che domanda quel c'haver non spera,

A se stesso lo nega, onde la briglia

Poner bisogna al senso, acciò non pera.


CRISIPPO

Odi molto parlar, ma parchamente

Usalo tu, poiché natura dato

T'ha due orecchi, e una lingua solamente.


ARISTOTILE

L'arbore di mill'anni vien cavato

In un'hora, e 'l leon superbo e fiero

Spesso da picciol verme vien mangiato.


PITAGORA

Brutta cosa è 'l peccato, e horrendo in vero,

Ma più brutto ed horrendo è il peccatore,

Che persevera sempre in tal pensiero.


MISSON

Poca lode racquista, e manco honore

Chi vittoria riporta d'una impresa,

U' l'inimico è di forza inferiore.


CALLISTENE

Se la guerra ti spiace, o la contesa,

Segui la pace, né insidiar altrui,

Che tutto il mondo ti sarà in difesa.


APULEIO

Come pena maggior ne' regni bui,

Non si ritrova di chi ha trista moglie,

Così chi buona l'ha, felice lui.


ANASARCO

Quando consiglio da qualchun si toglie,

Guardi se pria sa consigliar se stesso,

Acciò che non t'intrichi e non t'imbroglie.


CARNEADE

Tanto sia male a non haver appresso

Alcun' amico, quanto haverne molti,

Che 'l troppo e 'l poco giova e nuoce spesso.


SENECA

Con virtù viverai se tu rivolti

Il pensiero e la scienza, e lascierai

I piaceri mondan, fallaci e stolti.


CLEANTE

Amicitia d'alcun non piglierai

Se prima con gli amici diportato

Intieramente o ben o mal non fai.


EPIMENIDE

Al ricco amico va se sei chiamato,

Ma al poverello, se ben non ti chiede,

Sempre, e quando gli andrai, li sarai grato.


ALCIBIADE

Fra gli savi, il più savio esser si vede

Chi più s'abbassa, e chi più humil si mostra,

Che questa è una virtù ch'ogn'altra eccede.


LIGURGO

Chi habitar vuol ne la terrena chiostra,

Disponga il cor costantemente a tutte

L'adversità, con quali ogn'hor si giostra.


ZOROASTRO

Habbi più duol de le nefande e brutte

Strade che 'l tuo figliuol osserva e tiene,

Che di sua morte, benché sian gran lutti.


VARRONE

Chi non s'esalta quando in man li viene

La fortuna, così non si conturba

Se qualche adversità tal'hor gli avviene.


GORGIA

Guardati, quando sei fra la vil turba,

Da chi ti parla dolcemente e ride,

Che quel ben spesso ti travaglia e sturba.


PERICLE

De le cupidità nissun si fide,

Che spesso ingannan l'huom, anzi tal peste

L'alma fa del ciel priva, e 'l corpo uccide.


PLOTIO

Quando tu vai in quelle parti o in quelle,

Odi se qualche mai di te si dice,

E le voglie habbi ad emendarti preste.


ARISTIDE

Colui al mondo si può dir felice

Che da ogn'un vien lodato, perché in quello

Forz'è che la virtude habbia radice.


ARCHITA

Voglio quivi avvisarti: odi fratello,

Usa la roba c'hai in tal maniera

Ch'uopo non habbi dell'altrui borsello.


DIOGENE

Colui che d'haver poco si dispera,

Né si contenta di quel che si trova,

Del pazzo tien, perché ogni dì vien sera.


FILOMONE

De le tue cose il carico ti mova

A prender prima e poi quelle d'altrui,

Se ad alcun far servigio pur ti giova.


PACCUCCIO

Lodato sopra modo vien colui

Ch'un'arte honesta impara, e segue quella,

Ch'a gli altri giova, e porge utile a lui.


DEMA

Quando sei solo, e ch'odi un che favella,

Tienlo secreto, perché se si scuopre,

Tua fia la colpa, e non l'altrui loquella.


ALCHIMENIDE

Mai non ti rallegrar de le mal opre

D'altrui, né t'attristar di ben ch'egli habbi,

Che poca carità quindi si scopre.


SENOFONTE

Il fals'huomo che fuor de le sue labbia

Sparge dolci parole e quello è infermo

D'animo, e sempre ha il cor gonfio di rabbia.


SPENSIPPO

Innanzi che tu facci un pensier fermo

Di far un fatto, delibera tardi,

Ma in farlo poi non esser pigro od ermo.


TEOFRASTO

Non siate di giovar lenti o codardi

A i buoni sempre, che somma mercede

Da Dio n'havrete premi assai gagliardi.


APOLLONIO

Colui che di tener occulto crede

I suoi misfatti, è pazzo, ch'ogni cosa,

Sia pur secreta, al fin scoprir si vede.


HIPPOCRATE

Se 'l tuo amico è persona bisognosa,

Soccorril, né aspettar ch'ei ti comandi,

Che assai pate una mente vergognosa.


PLANCO

Quando fuor d'oriente i raggi spande

Febo, pensa quel c'hai da far quel giorno

Quel c'hai da negotiar, ed in che bande.


PONPONIO

Non sia nissun che facci oltraggio o scorno

Ad altri, e sappi che siam tutti uguali,

E che per tutti il sol gira d'intorno.


PLUTARCO

Gli appetiti de' savi sono tali

Che più di scienza che di buon bocconi

Pascon le menti lor filosofali.


QUINTILIANO

Se secondo natura ti disponi

Di viver, sarai ricco, ma mendico

Se vuoi secondo le tue opinioni.


HOMERO

Tre cose ti bisogna, e te le dico,

Se scienza vuoi imparar: buona natura,

Esser svegliato e di virtude amico.


VIRGILIO

Pover non è colui il qual pon cura

A raffrenar l'ingordo suo appetito,

Ma ricco vive, e lieto oltra misura.


POSSIDONIO

Libero da ogni vitio ed ispedito

Deve esser chi a gli studi dar si vuole,

Ch'in breve viene esperto ed erudito.


LUCRETIO

Quella potenza commendar si vuole

Che mette modi alle sue cose, e fassi

Sicura e forte a l'armi e a le parole.


PLAUTO

L'infirmità del corpo a membri lassi

In carcer tien e la malenconia

Gli spirti oppressi e d'allegrezza cassi.


ATRIO

Non andar con nissuno in compagnia

Se non sai prima come ei s'è portato

Coi suoi amici, e in mente ciò ti stia.


CELSO

Non voler, figlio, haver appalesato

Il tuo secreto a chi tener occulto

Il suo non sa, ch'ei non terrà celato.


TERENTIO

Non si deve guardar se poco o molto

Colui ha studiato, ma al profitto

C'ha fatto, e se di ciò buon frutto ha colto.


PONETIO

Non val far il magnanimo e l'invitto

Fra le genti, se in casa la vivanda

Ti manca, e se fra miser sei ascritto.


PARMENIDE

Peste mai più crudele e miseranda

Fra noi non regna in questa mortal vita

Quanto è l'adulation, brutta e nefanda.


ESOPO

La maggior carne e la più saporita

E' la lingua, ch'oprar in bene e in male

Puossi, e nuocer a un tempo e dar aìta.


PLOTINO

Gran perdita fa l'huom che in van si vale

Del tempo, e che lo spende in cose vane,

Sendo tesor celeste ed immortale.


HERMETE

A quel ch'esser mal reputi, lontane

Tien le tue voglie, ch'è gran vituperio

Il seguir cose inutili e profane.


ZENOFILO

L'huom tristo e disleale il colpo fiero

De la mente paventa, ma sol teme

Il viver mal, chi ha il cor puro e sincero.


FEDRON

Fuggi colui che ti lusinga e preme

Quanto quel che t'inganna, perché spesso

Questi tai fan che l'huom sospira e geme.


LICCIO

Tutte le cose che tengono appresso

L'honesto sono buone ottimamente,

L'altre son triste, e di malvagio eccesso.


BOETIO

L'huom nell'ingurie assai difficilmente

S'adira, se non quando gli vien detto

Il vero, allhor si cruccia fortemente.


EMPEDOCLE

Il buon sa patir l'onta, e 'l dispetto

Che gli vien fatto dalle triste genti,

Ma di farne ad altrui non gli è intercetto.


XENOCRATE

L'oro si prova ne' carboni ardenti,

E l'amico si prova a la fucina

De gl'affanni, de' guai e de' tormenti.


ERACLITO

Come divora, rode ed in ruina

Co'l tempo il ferro suol mandar la ruggine,

Così l'invidia il cor mangia e assassina.


DEMOCRITE

A pigliar amicitia, qual testuggine

Va' a passo lento, e se t'acquisti amici

Sta forte in conservarli, com'incugine.


ARATO

Com'è mal esser vinto da' nemici,

Parimente è mal esser superato

Da chi t'ha fatto gratie e benefici.


ANTENODORO

Quando ti vidi con la morte a lato

Vogli più tosto con honor morire

Che restar vivo con vergogna a lato.


ISOCRATE

Al tormento, a l'affanno ed al martire

Nostra felicità sta sottoposto,

Alla miseria sua non si può dire.


DEMOSTENE

Colui che facilmente a far s'accosta

Peccato e non ha stimol di vergogna,

Doppiament'erra, e ogn'hor da Dio si scosta.


CICERONE

Le man non solamente haver bisogna

Continenti al pretor, ma gl'occhi ancora,

Se gloria e honor del suo governo agogna.


TEMISTOCLE

Se dubiti sia mal quel che tal'hora

Ti vien voglia di far, non gir più innante,

E tempra quel furor ch'a ciò t'incora.


ESCHIRE

A l'acquistar l'amico ci van tante

Difficolta, che non si puon narrare,

Poi, come s'ha, si perde in un instante.


CATO

Due cose soglion speso conturbare

Il buon consiglio, l'una è la prestezza,

E l'altra è l'ira, che si fa tristare.


LUCIANO

Chi ha in corregger altrui la mente avezza,

Pria a se stesso corregga, perché molto

Più frutto caverà di tant'asprezza.


ANTIPATIO

L'huom, qual ne l'ignoranza vive involto,

Si può regno chiamar senza rettore,

O bue, ch'a pascer va per campo incolto.


FILIASTRO

Colui fra tutti i dotti sia il maggiore

Che si pretenderà nulla sapere,

E ne riporterà gloria ed honore.


PORFIRIO

L'huomo cattivo tanto al mio parere

Nuoca a chi gli fa ben, quanto a colui

Che gli fa mal, come si può vedere.


TROGO

Come quel che nutrica i cani altrui

E' chi fa bene a' tristi, perché tanto

Come a glialtri latrar vengono a lui.


BASILIDE

Quando vituperato tanto o quanto,

L'huom saggio non s'adira, né superbo

Divien, quando esaltar si vede alquanto.


BIRETIO

Il sommo bene, a dirlo in un sol verbo,

Si è di fuggir le voluttà terrene,

Che spesso soglion dar dolor acerbo.


DIODORO

Habitar in quel luoco non conviene

Dove le spese avanzano l'entrate,

E dove il buon dal tristo escluso viene.


SIMMACO

Tanto honorar il mastro che t'ha dato

Le virtù, quanto il padre, è necessario,

E lui col tempo ancor rimunerato.


LUCANO

Non tener il suo premio al mercenario,

Ma dà a ciascun quel ch'egli ha d'havere,

E biasmo è trattener l'altrui salario.


PLINIO

Cosa non bramerai, che dispiacere

Al cor ti porga poi di penitenza,

Perché il peccato leva ogni piacere.


CLAUDIO

L'huom che d'amici si ritrova senza,

Qual alma senza corpo al mondo vive,

O come un vago fior senza semenza.


CATULLO

Rare volte avvien danno, ascolta figlio,

Che non proceda da troppo divitia,

Dunque sei saggio a fuggir tal periglio.


ENNIO

Il buon parlar principia l'amicitia,

E 'l puro amor per sempre la conserva,

E 'l dolce praticar senza malitia.


HORATIO

Il modesto figliol del padre serva

Volontier i precetti, né si scosta

Dal suo voler, e i suoi mandati osserva.


CORNELIO

La madre che fa il figlio e poi l'accosta

A l'altrui poppe, e lei no 'l vuol nutrire,

Non è di vero amor dentro composta.


THOLOMEO

Colui sol infelice si può dire

Che di roba e virtù si trova privo,

Degno, subito nato, di morire.


Così l'ultimo disse, ed io ch'udivo

Impressi tali esempi ne la mente

E me li serbarò fin ch'io son vivo.


Finito il ragionar, subitamente

Da mensa si levaro, e 'l biondo Apollo

Gli gìa innanzi, e facea dolcemente

La lira risonar, c'havea in collo.


Il fine del terzo capitolo

CAPITOLO IV


Dove la virtù mostra a l'autore tutto il

mondo esser pieno di miserie.


Sì come discoprir a poco a poco

Sol nebbia a gli occhi nostri, all'hor che 'l sole

Tira i vapori in più elevato luoco,


Tal 'nanti a gli occhi miei la regia prole

A poco a poco disparir vid'io,

Ch'a rimembrarlo il cor s'affligge e duole.


E più cordoglio dentro al petto mio

Havrìa sentito (se rimasto solo

Fosse in quel prato) e più tormento rio,


Ma quella, che m'havea nel vago suolo

Condotto restò meco, e disse: “Figlio,

Poi che partito è questo nobil stuolo,


Acciò che fuggir possi ogni periglio,

Oltre che sentit'hai l'alte sentenze

Di quei sapienti, a quai più volte il ciglio


T'han fatto per stupor de le lor scienze

Inarcar, e pei gravi e dotti detti

I rari esempi loro e le avvertenze,


Io ti vo' dimostrar con ciari affetti

C'huomo mortal non è contento in terra,

Stiano in regal palazzi o in pover tetti,


Ch'altro che rissa, tradimento e guerra

Odio, insidie, e discordia in tutti i lati

In questo globo non si chiude e serra.


Quanto credono al mondo esser beati

Per seder sopra i seggi alti e sublimi,

E posseder corone, imperij e stati,


Che ancor ch'ogn'un gli honori e che gli istimi,

E quasi, si può dir, anche gli adora,

E che gli diano i privilegi primi,


Non di men tu gli vedi in poco d'hora

Abbandonar i scettri e le corone,

Ch'ogn'un che nasce, al fin convien che mora.


Quell l'indovina sol, che 'l suo cor pone

In quell'eterno ben che mai non manca,

E che fa l'opre virtuose e buone.


Volgiti alla diritta ed alla manca

Parte, innanzi ed indietro, e dove vuoi,

Che vedrai che nissun la vita ha franca.


Dove son giti quei famosi eroi

Dell'età prima, che fer tante prove

Mandando da gli Esperi a i liti Eoi


I nomi loro? Dimmi, dove? Dove

E' quel Cesare Augusto e 'l magno Scipio?

So non gli troverai quivi, né altrove.


Che del mondo ciascun fatt'è mancipio,

Perché la vita humana poco dura,

E finisce ogni cosa c'ha principio.


Dov'è il gran Dario, Xerse e loro altura?

Dov'è il gran macedonico Alessandro,

Che a tutto il mondo già pose paura?


Dov'è colui che pianse sotto Antardo,

Dov'è il felice Troile e forte Achille,

Ulisse, Agamennon, Pirro e Lisandro?


Dov'è Marcello, e Fabio, ed altri mille

Guerrieri invitti e capitani illustri,

E le Livie, le Giulie, e le Drusille?


Tanti poeti, tanti huomini industri

Tutti ridotti son in poca polve,

Perché passano gli anni, i mesi e i lustri


Più veloci del vento, e ne dissolve

Con troncar Cloto alla matassa il filo,

Di vostra vita in terra vi risolve.


Quella regina splendida del Nilo

Dov'è ancor essa? E Semiramide fiera,

Che resse Menfi e la città di Pilo?


Dell'amazzoni formi, ov'è la schiera,

Che fer sudar Alcide e 'l gran teseo,

De' quai la fama mai fia scura e nera?


Dov'è col dolce plettro gito Orfeo,

Dove Anfion, con la sonora cetra,

Che illustrar tanto il fonte Pegaseo?


In somma, al mondo non è alcun che impetra

Di vivir sempre, ché divin statuto

Vol ch'al fin l'alma dal corpo s'arretra,


Per fin che 'l novo giorno sia venuto,

Ch'una altra volta ritornate insieme

Saranno, acciò per fermo sia creduto.


Però felice solo è chi sua speme

Pone in Dio solo, e pazzo chi l'offende,

Perché in eterno ne sospira e geme.


Saggio sol è colui il qual comprende

La grandezza del cielo, e ch'a la via

Di quel si drizza, e ad altro non attende.


Che già come t'ho detto, in questa via

Vita mondana non v'è un passo fermo,

Né un'allegrezza che durabil sia.


Questo nel letto giace, egro ed infermo,

Quel va a la guerra, e vi lascia la pelle,

Che scudo o targa non li può far schermo.


Quel si ritrova haver molte sorelle

Né le può maritar, per non havere

Danar, c'hoggi si sposan le scarselle.


Quel ha posto da parte molto havere

E vien un ladro e gli getta l'artiglio,

Onde s'appicca, al fin di dispiacere.


Quell'altro si ritrova haver un figlio,

Il qual d'una bagascia s'innamora,

E l'honor e la roba va in esiglio.


Quell'avido mercante va d'ogn'hora

In preda al mar, a le procelle, al vento,

E suda e stenta, e mai non posa un'hora,


E quando crede di giunger contento

Al porto, ecco si leva una fortuna

E perde esso e le merci in un momento.


Quell'avaro insatiabile raduna

Argento e oro e si fa ricco e grande,

E la famiglia via sempre digiuna.


Poi il misero more, oh cosa grande,

Che quel c'ha accumulato in anni tanti

Il figlio od altri poi lo spende e spande


Allegramente in feste, in suoni e in canti,

In vestir, in corsier, cacie, banchetti,

Ed esso un buon boccon mai hebbe innanti.


Quell'altro, perché ha d'or pieni i sacchetti

Vorrìa de' figli haver, e si dispera,

Né sa quel che si vogli, o che s'aspetti.


Quell'altro poverello ha la mogliera

Ch'ogn'anno un gliene fa, né può allevarlo,

E in doglia vive dispietata e fiera.


Quell'altro ha un figlio sol, e vorrìa farlo

Prelato, e spende a mantenerlo in corte

Il fiato e 'l cor, per a la gloria alzarlo,


Che nel più bello il suo padrone a morte

Giungerà, senza cura o benefici

Scontento torna a le paterne porte.


Questo ha una lite, quello ha de' nemici,

Quel ha una moglie tanto traversata

Che mena i giorni suoi tristi, infelici.


Quello è sfregiato, questo ha una lanciata,

Quel va in prigion, quell'altro a la galea,

Quest'altro è colto da un'archibugiata.


Quel d'un caval giù cade, e morte rea

Del mondo il leva, quel cade in un fiume,

Dove convien ch'al fin morendo bea.


Quel per un accidente perde il lume,

E resta cieco, quel cadendo d'alto

Non occor che di viver più presume.


Quel si fa capitano, e al primo assalto

Ch' a la fortezza dà, viene un moschetto

E lo distende sopra il duro smalto.


Questo trova l'adultero nel letto

Con la sua moglie, quel perde la figlia,

Quello a la forcha va, legato o stretto.


Questo di quello mormora e bisbiglia,

Benché non sappi il tutto intieramente,

E spesso per il vero il falso piglia.


Questo cerca usurpar il suo parente,

Quello levar la fama al suo compagno,

La roba e 'l nome, ed ogni suo valscente.


Quel crede su l'usura far guadagno,

E bene spesso gabbato ne resta,

Ch'anche tal'hor la mosca prende il ragno.


In somma, a dirla chiara e manifesta,

Il mondo è pien d'affanni e di tormenti,

Cerchi chi vuol in quella parte e in questa.


Son l'acque d'esso limpide e lucenti,

Ma al bever poi asprissime ed amare,

E tra bei fiori tribuli pungenti


Nascosti stanno, e tal giocondo pare

Che, s'esamini ben la vita sua,

Il più infelice non si può trovare.


Cammina pur, o da poppa o da prua,

De la mondana parcha, che vedrai

Ch'ogn'uno è avviluppato, e della tua


Fortuna al mondo ti contenterai,

Ché se nel fronte ogn'un scritto portasse

Le sue miserie e suoi travagli e guai,


Non ti creder ch'alcuno barattasse

Con il compagno suo, ma volontieri

Terrebbe i suoi, se fusser mille masse.


Però t'ho detto, e torno a dir, chi spera

In Dio, seguendo di Virtù le strade,

Quel è felice, né fia mai che pera.


Hor hai inteso per che causa cade

Tante calamità sopra la Terra,

E che vi mancha il vin, l'oglio e le biade:


Cessano i vitij, cesserà la guerra,

E Cerer sarà larga e liberale

De' frutti suoi, c'hor può, che 'l grembo serra.


Né sol l'estate a la stagione eguale

Gigli vi produrrà, rose e viole,

Ma parimente nel tempo brunale.


Gli uccelli formaran dolce carole,

Correran latte e mele i fonti e i fiumi,

E Febo splenderà più che non suole.


Sopra di voi faran gli eccelsi numi

Piover dolci rugiade, e ria tempesta

Non fia, che 'l gran vi levi o vi consumi.


Il mondo starà sempre in gioia e in festa,

Se voi, come più volte già v'ho detto,

Terrete a la virtù la mente desta.


Ma perché fuor da l'appoloneo tetto

Esce già di Titon la vaga sposa,

Tornar convienmi al dolce mio ricetto.


E perché crederò c'habbi ogni cosa

Capito, ecco ti lasso in pace, a Dio”.

Così, con faccia lieta e gratiosa,


Da me disparve, e mi svegliai anch'io

E visto havendo, udito quant'ho detto,

Consolato restai, e così in Dio

Posi ogni speme, e mi levai dal letto.


IL FINE


























Testo trascritto da: L’alba d’oro consolatrice del Croce nella quale s’intende come egli vien condotto dalla dea virtù in un vago e fiorito prato, dove gli mostra il convito di cento filosofi da’ quali sotto sottilissime sentenze si cava il vero ritratto del vivere morale, opera dilettevole a tutti. Bologna, presso gli heredi di Bartolomeo Cocchi, 1622, (10x14), pp. 61 31