L'ARTE

DELLA FORFANTERIA

cantata da Gian Pitocco Fornaro

alla sua signora.


Opera guidonesca dell'Accademico Calcante.


Drizzata alla baronia di Campo di Fiore.

Alli famosissimi signori pitoccanti di Campo di Fiore


S'ogn'un che scrive dedica i suoi scritti

A chi per merto e per valor più degno,

Anch'io con queste rime a voi ne vegno

Oh di Campo di Fior baroni invitti.


E ciò perché d'ogn'hor novi conflitti

Fate, spiegando al sole, in bel disegno,

L'insegna vostra, e date al mondo segno

Che sete illustri e ad alte imprese ascritti.


Che tante volte sotto la goletta

Havete di nemici fatto macco,

Ch'l sangue è gito fin su la berretta.


Però non vi sdegnate s'io v'attacco

Ovver vi porgo questa mia operetta,

Cavata nuovamente fuor dal sacco,


La quale, oltre ch'a scacco

Giocar v'insegna con la fanteria,

Spiega il valor de la pitoccheria.


Serenata di Gian Pitocco


Gian Pitocco fornaro, innamorato

De la bella Grisuola Lavandara,

Havea venduto il forno a buon mercato,

E comprato una cetra molto rara,

E con quella più volte appalesato

Haveva il suo amore a la sua diva cara,

E fatto romanzine e serenate,

Come fan le persone innamorate.


Ed un giorno, fra gli altri differente,

Ch'Amor l'havea ridotto a stran partito,

Solo soletto, senza dir niente

Prese la cetra tutto incancherito

E va dritto la casa, ove si sente

Per la bella Grisuola il cor ferito

E accordandola tosto in occhio al sole

Formò con dolci accenti tai parole:


Grisuola bella, Grisuola gentile,

Più dolce che non è la peverata,

Più tond che capretta a mezzo aprile,

Più saporita che non è l'agliata,

Più d'una colombina signorile,

E mollesina più che l'insalata,

Più delicata che non è il fagiuolo,

E più sonora assai d'un russignolo,


Odi, mentre le tue bianche manine

Freghi su i panni, dandogli il sapone,

Le penne, i gran tormenti e le ruine

Che per tuo amor sopporto a ogni stagione,

Senti come mi doglio, e sono al fine,

E l'alma vuol mutare habitatione,

Che non può sopportar più tanti guai,

Assassina e crudel, che tu gli dai.


Che si dirà di te quando mi havrai,

Iniqua, disleal, del tutto ucciso?

Odio delle persone acquisterai,

Né da nissuno mai havrai bon viso,

Guarda, dì, quanto mal cagion sarai:

Tu in disgratia del mondo, ed io diviso

Da questa spoglia, e la citara mia

Priva della sua dolce melodia.


Ah Grisolina bella Grisolina,

Vedi che per tuo amor son quasi matto,

E sol per seguir te, cara mammina,

Venduto ho il forno, la pala e 'l buratto,

E comprato mi son la citarina

Con la qual vado in frega, come un gatto,

E se per sposo tuo mi prenderai

In canti, in suoni, in spassi ogn'hor vivrai.


E se forsi ti par c'habbia lassato

Il mio esercitio per andare a spasso,

E ch'io mi trovi tutto sfaccendato

Di roba e di virtude in tutto casso,

Poni, sorella, tal pensier da un lato,

Che qui ti narrerò di passo in passo

Un mestier ch'io so fare a mena dito,

E lo farò, com'io son tuo marito.


So far molti esercitij, ma ne sceglio

Un fra gli altri, utilissimo e galante,

Né credo ritrovar si possa il meglio,

E questo è la bell'arte del forfante.

Esercitarmi in essa fo conseglio,

A questa sola volgerò le piante,

Ch'ella fa l'huomo star lieto e giocondo,

E viver molto, e trionfare il mondo.


Con questa si può gire in ogni parte

Sicuro, senza noia né pensiero,

E con sollazzo e festa a parte a parte,

D'ogni intorno cercar questo hemispero.

Sempre il forfante ha in ordin vele e sarte,

A lui mai Aquilon si mostra fiero,

Ma in ogni lato ov'ei si volge o intoppa

Sempre si trova havere il vento in poppa.


Vuol esser il forfante affrontatore

E saper lamentarsi a tempo e loco

Senza smarrirsi in faccia, né timore

Haver, s'altri il riprende assai o poco,

E tenere in memoria a tutte l'hore,

Che questa in vero è la chiave del gioco,

I lochi u' si fan l'anno in tutti i lati

Feste, congregation, fiere e mercati,


E quivi comparir sopra un cantone,

Vestito da soldato svaligiato,

Con belli inchin chiedendo a le persone

Qualche mercede, con parlare ornato,

E, bisognando render la ragione

Sotto qual capitan fosse assoldato,

Haver cinquanta guerre in fantasia,

E trovare in un tratto una bugia.


Talhor fingere ancor d'esser scampato

Di mano a' turchi, come far si suole,

E di grossa catena circondato

Per le strade gabbar le gentaiuole,

Ovver che in casa sia stato abbrugiato

E haver salvato i figli e le figliuole,

E chieder tanto per le fiamme accese

Che possa ritornare in suo paese.


Mostrar tal volta ancor d'esser caduto

Giù d'una casa e haversi rotto un braccio,

E con il monco domandare aiuto

A questo e quel, né mai trovarsi saccio,

Ovver che 'l padre, contra il suo dovuto,

Habbi giurato, per uscir d'impaccio,

Il falso, e che 'l figliuol, per tal peccato,

Sia nato al mondo così stroppiato.


Portare un figlio piccolino ancora

In spalla, non mi par trista ragione,

Che pochi son che dican: 'va' in buon'hora',

Anzi, ogn'un par si mova a compassione.

Farsi menar su una carretta fuora

Val molto, ma ci vuole un buon guidone,

Che, affrontando le genti da ogni lato

Gli raccomandi il povero ammalato.


Impiastrarsi le man, le braccia e 'l volto

Di carne pista, per parer leproso,

Fingere haver la lingua grossa molto

E ragionar tardissimo e balboso,

Fregarsi, per parer nel duol sepolto,

Su 'l viso de' zafferan, per far pietoso,

Rovesciarsi le ciglia e torcer gli occhi

Per far ben che la gente al dar trabocchi.


Haver ben il mantello rapezzato

D'ogn'intorno di pezze di più sorte,

E fargli de' strazzoni da ogni lato

Per ingannar le genti poco accorte,

Ed haver l'orcio e 'l fiasco suo sboccato

A la centura, e battere alle porte,

E con voce pietosa e capo chino

Chiedere a questo e quello un po' di vino.


Haver la fanteria per la gonnella

E' cosa da soldato e da signore,

Va' dove vuoi, in questa parte o in quella,

Ogn'un ti da' la strada e ti fa honore,

E portar puoi sicuramente in quella

Oro, danari, e cose di valore,

Che per la gran brigata che v'hai drento

Ogn'un ti schifa, e tu vivi contento.


Oh quanti son, che sotto quei strazzoni

Hanno le centinaia de' ducati,

Che fitti in essi con cento tacconi

L'un sopra l'altro gli hanno imbottinati,

E van sguazzando per tutti i cantoni,

Giocando a carte, e giochi disperati,

E menando sua vita allegramente

Fanno del resto a spalle de la gente.


Oh che dolce piacer saper far l'orbo,

E far menarsi poi pel mondo a un guerzo,

E dar qualche ricetta contra il morbo

Euscando da dovero, e non da scherzo,

E poi sotto una quercia o sotto un sorbo

Ridursi a fare una primiera in terzo,

E giocar tutta notte e la dimane,

Fin che ne le lor tasche dura il pane.


Al fin, questo è un mestier tanto eccellente

Che chi nol prova non lo può stimare,

E chi lo gusta, tanta gioia sente

Che se ben vuol, mai più lo può lassare.

Sì che staremo insieme allegramente

Se meco ti vorrai accomodare,

Né haver sospetto alcun, cara sorella,

Che sempre havrem serrata la scarsella.


Tutti i mestieri e l'arti tutte quante

Ponno perder talhor, ponno patire,

Eccetto quella del signor forfante,

Che su la via sta sempre d'arricchire.

Invola il mar le merci al mercante,

Spesse volte il banchier s'ode fallire,

More nel suo mestier spesso il soldato,

E l'hoste da qualchun resta gabbato.


Stanno i prencipi sempre in gran sospetto

D'esser traditi, ovvero avvelenati,

Hanno i ricchi dolor sempre nel petto,

Pensando a la sua roba, e a i suoi ducati,

Tant'altri, che non posan mai in letto

Per esser debitori in molti lati

Ma il forfante, quando è ne l'hospitale,

All'hora in ritrova in capitale.


Sono l'arti meccaniche venute

A tal, che quasi ogn'un si muor di fame,

Né son le liberali conosciute

Tanto cresciute al mondo son le trame,

E solo adesso son riconosciute

Le genti vili e le persone infame,

Dunque, per le ragion ch'io tengo inante,

Vo' far la nobil arte del forfante.


Vieni dunque Grisuola, anima mia,

Che insieme andrem pel mondo forfantando,

Tu portarai la tasca tuttavia,

Ed io il fiaschetto, e andrem sempre sguazzando

E per meglio passar la fantasia,

Per le cittadi insieme andrem cantando,

Qualche garbata e bella cantaiola,

Che meglio trovarem da darci in gola.


Come si al a camisa nera e brutta,

Ambi ci spoliaremo in qualche prato,

E tu, che di lavar sei bene instrutta,

Farai in qualche fosso il tuo bucato.

Poi al sol la porrem, fin che sia asciutta,

Sopra una siepe, o ripa, o in qualche lato,

E in quel mezzo faremo in fondo a un fosso

La cerca, e pigliarem gente a l'ingrosso.


La sera poi andremo a l'hospitale

Dove saranno gionti altri forfanti,

E quivi, appresso a un foco badiale

Allegri mangiaremo in suoni e canti,

Poi, come tocco havrem ben su il boccale,

A posar ce n'andrem da fidi amanti,

Godendo letto, lenzuoli e schiavina,

Senza pagar puoi l'hoste la mattina.


Sì che non dubitar né haver paura,

Ma vientene pur via sicuramente,

Ch'io voglio ch'ambi andiamo a la ventura,

Lieto cercando l'orto e l'occidente,

Ed io poi risonar con tal misura

Farò la cetra mia sì dolcemente

Ch'io spero, col favor de gli alti numi,

Fare i monti fermar, correre i fiumi.


Qui farò fine, e poi che non ti costa

Il formar di tua bocca una parola,

Da te aspetto grandissima risposta,

Doman a quindici hor, bella Grisuola,

E trova modo e via ch'io mi t'accosta

Tanto al men ch'io ti doni una brasuola.

Hor qui ti lasso, e a te mi raccomando,

Per mille volte, e sono al tuo comando.


IL FINE








Trascritta da: L'arte della forfanteria, cantata da Gian Pitocco Fornaro alla sua signora. Opera guidonesca dell'Accademico Calcante. Drizzata alla baronia di Campo di Fiore., s.d., pp.5 n. num., BAB