BANCHETTO DE' MALCIBATI


COMEDIA

DE L'ACCADEMICO

FRUSTO.


RECITATA DA GLI AFFAMATI


Nella città calamitosa


Alli 15 del mese dell'estrema miseria, l'anno

dell'aspra e insopportabile necessità


Opera di Giulio Cesare Croce

L'APPETITO

FA IL PROLOGO


Affamati e distrutti circonstanti,

Che fate qui d'intorno ampia corona,

Scrocchi, pitocchi, poveri e cercanti,

Io son, come vedete, qua in persona,

A la presenza vostra comparito

Per farvi l'Argumento alla carlona,

E mi addimando Messer Appetito,

Che di Madonna Fame son figliuolo,

E di Messer Disagio suo marito.

Venuto in questo loco quasi a volo,

Per farvi noto una commedia bella,

Che s'ha da recitare in questo suolo.

Ma se qualcuno ha buona la gonnella,

Buone calze, berretta, e buon giuppone,

E di denari piena la scarsella,

Vada fuori di qua, ch'a tal persone

Non la vogliono far questi eccellenti

comici, ed han gran parte di ragione,

Che tutti quanti i lor ragionamenti

Trattando sol di fame e di disagio

E' fatta per gli afflitti e i mal contenti.

Però, chi è viato al bene, e star ad agio

Non venghi qua tra noi a mescolarsi,

Ma vadi disgombrando a suo bel agio.

E quei che restan, cerchino assestarsi

Su le ginocchia, over su le garette

O in qualche altra maniera accomodarsi.

Che essendo tutte genti poverette,

Anzi: infelici, triste e sciagurate

Non hanno in casa scanni, né banchette

Perché, chi per il verno le ha abbruciate

E chi vendute per comprar del pane,

Chi per pagare i debiti spaciate.

Ma per venire a quel che mi rimane,

Voglio pregarvi tutti freddamente,

Essendo andato il caldo a le sue tane,

Che a questa festa stiate allegramente,

Perché n'acquistarete, vi prometto,

Più tosto fame, e sete, ch'altrimente,

Perché l'invention di tal soggetto

Nasce dal tempo, e dall'occasione,

De l'anno del Novanta, tanto stretto,

Ch'essendo andata trista la stagione

Di quanto a noi produr solea la terra,

E quasi il mondo tutto in confusione,

Ed essendo venuto in questa terra

La carestia quest'anno ad habitare,

Per poner forsi il nostro orgoglio in terra,

D'altra materia non s'ha da trattare,

Che di mestitia e di melanconia

Ma con arte addolcir le cose amare.

Però per passar via la fantasia,

Vedrete unire un nobil parentato

A pasti, a feste, a cose d'allegria.

Messer Pocoraccolto, huomo honorato

Sarà quel che farà tutta la spesa,

E in casa sua farassi il consumato.

Dove credendo state a pancia tesa,

Quivi concorreran da tutti i lati,

Quei che la carestia gli ha fatto offesa.

E perché mal vestiti e mal calzati

Saranno, e d'ogni cosa bisognosi,

Il Banchetto sarà de' Malcibati.

Hor, se di novità sete bramosi,

Credo ben certo, ch'una sarà questa,

Per i varij accidenti in lei composi,

Altro non vi dirò, perché la pesta

Sento de' personaggi, che di dentro

Mostran, che 'l mio tardar gli dà molesta.

Fate silentio in tanto, e l'occhio intento

Tenete a questa festa, perché spero

Che del mal caverete anco contento,

Poiché l'invention nasce dal vero.

Persone, che parlano.


Messer Pocoraccolto, padre di Madonna Carestia

Madonna Tristastagione, madre di Madonna Carestia

Madonna Carestia, sposa

Messer Sterile, sposo

Messer Disagio, sensale

Messer Bisogno, scalco

Madama Pocaroba, dispensiera

Madonna Povertà, cameriera

Mastro Magrino, cuoco

Fastidio, servo

Travaglio, servo

Debile, parente

Affamato, parente

Diluvio, parassito


ATTO PRIMO


SCENA PRIMA


  1. Disagio & M. Pocoraccolto


M.D.: Messer Pocoraccolto, il ciel v'aita,

E vi mantenghi sempre in questo stato,

Frusto di panni, e magro de la vita.


M.P. E Voi, Messer Disagio mio garbato,

Siate per mille volte il ben venuto

Che vi poss'io veder sempre stracciato,

Più tosto questo giorno havrei creduto

Veder ogn'altro, che di veder voi,

E non v'havevo quasi conosciuto,

E mi rallegro molto, che dapoi,

Ch'io non v'ho visto, sete assai smagrito,

E piacem' ch'ogn'hor qualch'un v'annoi.

Ch'andate voi facendo in questo sito

Da questi tempi, che né pan, né crosta

Si trova e 'l mondo p giunto a mal partito?


M.D. Messer Pocoraccolto, io son a posta

Da voi venuto per narrarvi un fatto,

Ch'al mio giudicio a l'honestà s'accosta.

E questo è, ch'un amico mio m'ha fatto

Instanza grande, ch'io vi debba dire,

Ch'ei vorria nostra figlia ad ogni patto.

E ch'io vi debbia in tutto riferire

Che vostro gener vorria doventare

Ed accasarsi vosco ha gran desire.

E vostra figlia, per quanto mi pare,

Essendo giunta ne l'età matura,

Homai buona sarà da despiccare.

Quest'è un huom sodo, che non ha paura,

Che mai nulla gli manchi, ché fornito

E' d'ogni cosa che può dar natura.

Prima possiede di Montefinito

Tutte l'entrate, e Villa Stentarina,

E di Castel Languente ha tutto il sito.

Quattro poderi dietro la collina

De' Mal contenti, e cinque possessioni

Che son de' Ruinati a la confina.

Tre rocche, con le torri e bastioni,

Pieni di freddo, di fame e di sete,

E di malanni trentasei cassoni.

Cinquanta casse poi, come vedrete,

Piene di guai, di pene e di martiri,

Come chiarir del tutto voi potrete.

Lasso in disparte poi tutti i sospiri,

Che su 'l suo coglie gli affanni e i tormenti,

Che 'l circondano intorno in varij giri.

Se bramate saper de' suoi parenti,

E de la stirpe sua dove deriva,

E la prosapia de' suoi discendenti;

Non occor ch'io ne parli, o ne descriva,

Che da se stesso è sì famoso al mondo,

Che basta a dirvi il nome a voce viva.

Messer Sterile è detto, e a tondo a tondo,

Fa sentir la sua forza, e più quest'anno,

Che gl'altri, e molti ne ruina al fondo.

De gli estremi si chiama, perché danno

Estremo apporta a tutti in generale,

Ma più de gli altri i poveri lo sanno.

Sì che quest'è un partito a punto, quale

Conviensi a voi, né crederò che sia

Per farsene nel mondo un altro tale.

Vostra figlia, Madama Carestia,

So non gli spiacerà simil quesito,

E in ciò non sarà dura, né restia.

Ch'essendogli preposto tal partito,

Qual giovane prudente e giudiciosa,

Allegramente accetterà l'invito.

Hor, se havete la mente desiosa

Del suo ben, fate questo ch'io vi dico,

Ch'ogn'hor più loderete poi la cosa.


M.P. Messer Disagio, voi mi sete amico

E vi tengo per tale, e credol certo,

Essendo l'amor nostro amor antico,

Voi di me sete più saggio ed esperto,

E conoscete la mia complessione,

E tutto l'esser mio chiaro ed aperto.

Però se così buona occasione

Come mi dite adesso, s'appresenta,

Diamogli quanto prima espeditione.

Io mi contento, e credo che contenta

Sarà mia figlia anchora, e poi bisogna,

Voglia o non voglia al fin, ch'ella consenta.

Che s'ella mi facesse in ciò vergogna,

Con far a mia voglia resistenza,

Con un baston gli gratterei la rogna.

Hor sù, chiamanla fuora, che in presenza

Di voi hor'hora vuo' narrargli il tutto,

Ch'in ciò bisogna studio e diligenza.


M. D. Chiamatela pur fuora, che buon frutto

Spero cavarne, e fate ancho venire

La madre, che n'avremo più costrutto.

Perché di quivi non mi vuo' partire

Ch'io vuo' del tutto la risolutione

Ch'io non comincio, s'io non ho a compire.


Messere Pocoraccolto batte alla porta, e Fastidio, servo di casa, risponde.


F. Chi è là? Chi è quel che batte? Oh là, patrone,

Sete voi che picchiate?


M.P. Son ben io!


F. Io v'havea tolto per quel dal sapone;

E havete havuto gran ventura, ch'io

Non v'habbia rovesciato l'orinale

Su 'l capo, perché fargliela desìo,

Che l'altra sera andando a l'Hospitale,

Per la patrona a tuor de l'acqua cotta,

Ei mi die' d'urto, e ruppemi il boccale.

E così gli giurai a quelle botta

Di fargli un scherzo, e glie lo voglio fare,

S'io dovessi portar la testa rotta.


M.P. Fastidio caro, ti voglio pregare

A stare in pace, perché a dire il vero,

Questo non mi par anno da scherzare.

Tu sai, ch'in questa casa hai buon tagliero,

E ch'io ti tengo grasso come un chiodo,

E su la gamba come un can levriero,

Però vorrei che fosti un uomo sodo,

Che quando pur vorrai romperti il collo,

Non ti mancarà mai tempo, né modo,

Ma per hora di questo sta' satollo,

però, che poco danno ciò t'apporta,

Ne soffiar tanto, che tu pari un follo.

E chiama un po' mi amoglie su la porta,

E mia figliuola, e di' che vengan presto,

Ambedua insieme, perché il caso importa.


F. Eccomi qua, patron garbato, e lesto

Per ubbidirvi. Oh, la Madonna, fuora

Gli occhi, il cervel, la testa e tutto il resto.


M.P. E chiamala, poltrone, in tua mal'hora,

Come si deve.


F. Horsù, state aspettare,

Ch'io le farò venir senza dimora

Venite fuor' patrona, se vi pare,

Se non vi pare, state dove sete,

Ch'io sto con voi, e non vi vuo' sforzare.


M.P. Horsù, Messer Disagio, voi vedete:

Costui sempre ha le burle apparecchiate,

E a me tocca chiamarla, hora attendete.

Venite fuor, consorte, camminate,

E menate con voi la Carestia,

Su, speditevi, presto, e non mancate!


Ma.V. Eccoci qua, vien via figliuola mia,

Che volete da noi consorte caro?

Chi è questo ch'è con voi in su la via?


M.P. Questo è Messer Disagio, huomo preclaro,

Amico vecchio de la nostra casa,

Il cui valor è a tutti noto e chiaro,

Qual è venuto senza frode o rasa

A ritrovarmi, e m'ha parlato sopra

Nostra figliuola, e brama ch'io l'accasa,

Ed è per spender tutto il tempo e l'opra

Per noi, acciocchè la mettiamo bene,

E come amico in ciò molto s'adopra.

E perché questo far non si conviene,

Se non una sol volta, v'ho chiamato,

Ch'a voi anchor questo s'appartiene;

Ei m'ha narrato tutto il parentato

E l'esser di costui intieramente,

Ed il proceder suo fin a un carato.

E dice, ch'egli è un huomo diligente,

Accorto e saggio, e tanto avvantaggioso,

Che di non nulla avenzaria niente.

Si che, figlia mia cara, questo sposo

Non vuo' che lassi, perché il tempo vola,

E 'l nostro stato è molto sospettoso.

Però, se ti contenti, la parola

Darolli, e qui confirmeremo i patti,

Ma non mi dir di no, cara figliuola.


Ma. T. Non si sogliono già far simil contratti

Se primamente non si sa chi sia

Lo sposo, e non son gl'huomini matti.

Però fate, che 'l nome suo non stia

Occulto a noi, ma fatelo palese,

Acciò che poi risposta vi si dia.


M.D. Messer Sterile è detto huomo cortese,

Galante a fatto, e pien di gentilezza,

E degli Estremi il ceppo suo discese.

E se la sposa a sorte fusse avezza

A star in casa comoda, e posata,

Né a sentir di fatica alcuna asprezza,

Potrà ben dire in piedi esser cascata,

Che briga non sarà mai per havere

A far del pane in casa, né bugata;

E volendo andar fuori, a suo piacere

Potrà lasciar le porte spalancate,

Che mai de' ladri non havrà a temere:

Né havrà paura che gli sian levate

Le collane, le gioie o gli ornamenti,

Né che le vesti via gli sian portate;

Né manco havrà timor, che per le genti

Prometta, o che per lor vada in ruina,

Né che sul banco facci fallimenti.

Sarà sicura ancora la mattina

Di poter star quanto gli pare a letto,

Che non gli farà vuota la cantina.

Né il pasto mai gli aggravarà su 'l petto

Né il cibo la farà mai strangosciare

Che quella casa non ha tal difetto;

Che degli Estremi sol si fa chiamare,

Che del cognome suo servir si vuole,

E da un estremo sempre a l'altro andare.

Horsù tagliamo il becco a le parole,

E diamo fine al nostro parlamento:

Dite il vostro parer, care figliuole.


Ma.T. S'egli è come voi dite, mi contento,

Perché questo mi par un buon partito

Da non gli haver a dar del naso drento.

E tu, figliuola mia, poi c’hai sentito

Le buone qualità d’est’huom galante

T’esorto a beccar su sì buon marito.

Dunque di’ il fatto tuo, tu fatti innante

Poi ch’a te sola al fin tocca la cosa,

E di’ quel che ti pare in un istante.


Ma.C. A quel che voi farete, mai ritrosa

Mi trovarete, madre fida e cara,

E non m’è aviso mai esser la sposa.


Ma.T. Oh che dolce risposta, ogn’una impara

D’esser ubbidiente a’ suoi maggiori

Che dite voi, voletela più chiara?


M.P. Horsù, tornate in casa, e noi qui fuori

Concluderemo questo maridazzo

Con quei termin, ch’a noi parran migliori.


M.D. Oh quanto sento in me gioia e sollazzo,

Ch’io temea che la cosa andasse vota,

E di restar col naso longo un brazzo,

Ma la sua voluntà sì chiara e nota

Ho udita, che già son sicuro in tutto.

Hor, ragioniamo un poco de la dota,

E poi, ch’a parlamento son ridutto,

Dite: ch’animo è il vostro di volere

Darli per dote, acciò sia ben instrutto,

E ch’io possa parlar, com’è dovere,

Con lo sposo, e narrargli la faccenda

Di modo, che nissun s’habbi a dolore.


M.P. Bisogna dunque qua, ch’io vi destenda

Tutto quel ch’io vuo’ dar senza bugie,

Acciò nel fin tra noi non si contenda.

Prima quattro ceston di malattie,

Come febbri, dolor, flussi e petecchie,

E cinque staia di paralisie.

Due caratelli di doglie d’orecchie,

Un sacco di quartane e doi paioli

Di sciathice, di rogna e doglie vecchie

Dieci carri di ferse e di varuoli,

Da dispensar fra putti, e più di mille

Sporte fra vermi, garzuoli e storuoli.

Venti canestre e più di risipille,

Quindeci some di dolor de’ denti,

Da dispensare attorno per le ville.

Fra stizza e scabbia staia più di venti,

Quattro barche di croste, e di discese

Dodici botte con le sue somenti.

Una gran carreria di mal francese

E venti gran ceston di pellarella

Con le sue bolle che vedran palese.

Otto bigoncia e più di cacarella,

Con i suoi pontamenti, e di mazzucco

Un cofano, e di spasmo una cestella.

Sei burchi fra vertigine e caduco,

E de’ colici e d’asme, un numer grande,

E un miglion de’ cauteri, col suo buco.

Mille buganze poi, che per vivande

Potran passar, e cento fontanelle,

Che serviranno in tola per bevande.

Altre bagaglie, strazzi, e bagatelle

Pezzole, file, taste, ogli, ed unguenti,

Cerotti, empiastri, e mill’altre novelle,

Un magazzino pien d’affanni e stenti.

Con sopra dote poi gli vuo’ donare

Con mille passion, mille tormenti.

E poi herede la voglio lasciare

Di monte Mangiapoco, e nulla in mano,

E de la rocca di Semprestentare.

E queste cose gli darò a la mano,

Subitamente fatto il parentado,

Che non havrà da faticare in vano.

Hor poi, che d’ogni cosa v’ho informato,

Referite a lo sposo la risposta,

Poi tornate a concludere il trattato.


M.D. Fate pur conto, ch’io son quivi a posta

Venuto, e che la cosa è bella e fatta,

Perch’ei dal voler mio giammai si scosta.

E tutto quello che fra noi si tratta,

Stia qui sepolto, fin che qua vi meno

Lo sposo per toccargli la zavatta.


M.P. Così prometto far, né più né meno,

Hor andate, e tornate quanto prima,

Ché pel gran gaudio tutto mi dimeno.

E di tal parenta’ fo tanta stima

Che d’allegrezza non ritrovo loco

E vado in frega dal piede alla cima.

Horsù Fastidio, va’, ritrova un poco

Mastro Magrino, amico mio perfetto,

Qual è sì raro e sofficiente cuoco,

Ch’io intendo di voler far un banchetto

Il più degno, il più nobile e compìto

Che si sia fatto mai in questo tetto.

E fa’ che sia invitato a sto convito

Messer Distrutto, con Messer Disfatto,

Madonna Fame e Messer Appetito.

Né mancar d’invitare a tal contratto

Messer Pocapecunia, mio compare,

Che questi cinque staran tutti a un piatto.

Non resterai ancora d’invitare

L’Asciutto, il Magro, il Scarmo, il Smorto, e seco

Madonna Pocagioia, mia comare.

Va’ dunque, e cerca far quanto t’arreco,

Ma vedi prima di trovar Magrino,

E in ogni modo, fa’ ch’ei venga teco.


F. Vado patron, e fin a un bagattino

Farò quanto da voi ho di precetto,

E adesso adesso mi pongo in cammino.


M.P. E voi, qua con mio genero v’aspetto,

Messer Disagio, e mi ritiro drento

Per dar principio a far quanto v’ho detto.


M.D. Anch’io mi parto, e partomi contento.

Restate in pace, M.P. Andate alla bon’hora

E vi raccordo il nostro parlamento.


M.P. Non dubitate, sarem qui fra un’hora.



SCENA SECONDA


Madonna Povertà cameriera, e Messer Bisogno scalco.


Ma. P. Quanta festa, oh quanto gaudio sento

Dentro del petto, ohimè, quanta dolcezza

Gode il mio cuore, oh Dio, quanto contento,

Poi che sta figlia con tanta allegrezza

In così nobil casa han maritata.

Dev’è tanto tesor, tanta ricchezza.

Ho inteso che lo sposo ha tanta entrata

Ch’un cieco numerar non la potrìa

Col naso in tutta quanta una giornata.

Oh che gran contentezza fia la mia,

Ch’essendo sua fidata cameriera,

Sempre mi vorrà seco in compagnia,

E s’a una man havevo buona ciera

Pria ch’ella fusse sposa, adesso a sette

Havrolla, e vederammi volentiera.

Una de le più care, e più dilette

A lei son stata sempre, e più che mai

Sarolli, ch’el mio merto lo promette.

L’ho servita di core, e ogn’hor cercai

Far opra, che aggradisce al suo pensiero,

Né in cosa alcuna mai la disgustai.

Ed adesso per lei prendo il sentiero

Per ritrovargli quattro damigelle,

Ch’essendo sposa n’ha bisogno in vero.

Brutte non le vorrei, né belle belle,

La brutte nausea fan, son dubbiose

Le belle poi di qualche bagatelle.

Le vorrei saggie, honeste e virtuose,

Modeste, timorose e ben create,

Né fossero sfrenate, o scandalose,

Perché par se ne trovi a quest’etate

Poche, che sian da dar, come si dice,

A taglio, e che sian buone, e costumate.

E colui certo si può dir felice,

Che ne ritrova senza vitio alcuno,

Perché son rare come la Fenice.

Ma chi è questo, che vien tutto di bruno

Vestito d’ogni intorno rappezzato

Che pare proprio fratel di Liombruno?

Oh, i’ lo conosco, e dal mio parentato

Discende, ed è tra noi stretta amicitia,

E dove vado, ei mi vien sempre a lato.

Messer Bisogno è detto, oh che letitia,

Ho d’averlo trovato in questo canto,

Perché forsi da lui n’havrò notitia.

Io me gli voglio avvicinare alquanto,

Ch’ei va pensoso, e ancor non m’ha veduto

E par un serpe, che vada a l’incanto.

A Dio Messer Bisogno, io vi saluto,

Per mille volte, io vi so dir che sete

Uno di quelli amici del sternuto.

Perché non comparire? Non sapete

Che ‘l mio padron ha dato la sua figlia

A Messer Steril? So che m’intendete.

Quel de gli Estremi, e mi fo maraviglia,

Che voi, che sete pur di casa nostra,

Corso non siate in un girar di ciglia.

So pur che bisogn’han de l’opra vostra,

Come scalco eccellente, e come quello

Che più volte n’ha dato la mostra.

E che con diligenza, e con cervello

Ha soddisfatto a tutte le persone

A le tavole prime, ed al tinello.

La sposa è fatta, ed in conclusione

Sete aspettato, perché in tal officio

Non ritrovate al mondo paragone.

E perché dato v’ho del tutto indicio,

Andate da Messer Pocoraccolto,

Che io so che gli farete gran servicio.


M.B. Madonna Povertà, m’allegro molto

Di questo parentà, che voi mi dite,

E con gran passo simil nuova ascolto.

E tanto più che voi mi riferite

Che in casa degli Estremi è fatta sposa

U’ son tante ricchezze insieme unite.

Oh che gran nuova è questa, oh che pomposa

Festa farassi, oh quanti spassi, oh quanti

Trionfi si vedran per simil cosa.

Adesso è tempo ch’io mi faccia innanti,

Ch’a la morte conosconsi, e a le nozze

Gl’amici veri, stabili e costanti.

Quivi aspettar né cocchi, né carrozze

Che mi venghino a tor non mi bisogna,

Che per me foran queste scuse vane,

Ma quanto prima, acciò danno e vergogna

Non m’avenga, vo’ ponermi in cammino

Ch’io non voglio biasmo, né rampogna.

Madonna Povertade, a voi m’inchino,

Io voglio andare a ponermi in affetto

Che senza me non si faccia il festino.


Ma. P Fermatevi, che anch’io per un effetto

Son quivi, e aiuto mi potresti dare

Voi fosri, ch’albergate in più d’un tetto.

Sono invitata per voler trovare

Quattro donzelle per la mia padrona,

Né so a qual parte mi debba voltare.

Sopra il tutto una ne vorrei , che buona

Fusse a conciar il capo, come adesso

Usano quelle, che pazzia le sprona.

Che per monstrare il lor capriccio espresso

Fannonsi tai cimieri, e morioni,

Che ne stupisse l’artificio istesso.

Chi barche, chi carrozze, chi pennoni,

Chi ciuffi relevati con le corna

Innanzi, come bricchi, over montoni.

E ne so una decina, che s’adorna

(Anche dua) il fronte de’ capegli altrui,

Che ‘l volgo al fin poi le sbeffeggia e scorna.

Sì che io vo’ dir, chem al si trova cui

Intieramente possa contentarle,

Tanto son capricciosi i pensier sui.

Hor, se voi ne sapeste, e ch’insegnarle

Vogliate a me, con obbligo infinito

Vi resterò, io poi andrò a trovarle.


M.B. Madonna Povertade, ho sempre udito

Dir: “Chi servitio fa, servitio aspetta”,

Proverbio anticamente stabilito.

Però vuo’ dir, che l’amicitia stretta,

Unita con l’antica parentela

C’habbiamo assieme, sì reale e schietta,

m’obbliga d’insegnarvi una Donzella

In simil arte rara e singolare,

E in altri fatti ancor svegliata e snella.

Altre tre ve ne vuo’ insignare,

Tutte sufficienti a tal mestiero,

E in far lavori a maglia, e ricamare.

E se saper bramate il tutto intiero,

Andate da Madonna Estremitade,

Che quella vi porrà sul buon sentiero.

Figliuole son della Calamitade,

Mia consobrina, che fu maritata

In un fratel de la Necessitade.

La prima figlia Angustia è nominata,

La seconda Penuria, e questa coppia

Nacque gemella tutta in una fiata.

L’altre due, l’una si chiama l’Inopia,

L’altra Miseria, che non ha pareggio

Dal freddo scita alla calda Etiopia.

Dunque potete mettervi in viaggio,

Che voi le otterrete facilmente,

E stan di Messer Stento nel Palaggio,

Hora vi lasso, e vi ritorno in mente,

Ch’io bramo di servirvi u’ posso e vaglio,

Arrivederci, state allegramente.


Ma. P. Andate in pace, io son fuora di travaglio,

Poi che costui m’ha messo su la strada,

Di ritrovarle, e non andrò a guinzaglio.

Horsù, qui non bisogna star a bada,

Ma in un subito gir dove m’ha detto

Messer Bisogno, hor qua convien ch’io vada

Per questa via che v’è il sentier più retto.


FINE DELL’ATTO PRIMO



ATTO SECONDO


SCENA PRIMA


Magrino cuoco e Pocaroba dispensiera


  1. Messer Pocoraccolto fatto dire

M’ha, ch’io vada da lui incontinente

Che de l’opera mia si vuol servire,

Perciocché conoscendomi eccellente,

Nel far banchetti sovra glialtri cuochi

Non vuol altri che me per il presente.

E stato a lavorar in tanti luochi

Sono, e di me nissun mai lamentossi,

Perché de’ pari miei si trovan pochi.

Né credo certo che nissun si possi

Lamentare, perché non sia polito,

E destro, e amato son più che mai fossi.

Io mi porto sì bene ad un convito,

Per far i cibi delicati e netti,

Che nel mangiarli ogn’un si lecca il dito.

So far potaggi, intingoli e guazzetti,

Polpette, salse, tomaselle e torte,

Pastizzi buoni, tartare e brodetti,

Lavorieri di pasta di più sorte,

Tortelli, raffioli, e maccheroni,

Ch’ogn’un sa in questo quanto ben mi porte.

Galline, gallinacci, oche e pavoni.

So cucinar fagian, pernici e starne,

Coturnici, ortolan, quaglie e rondoni.

In conclusion, tutte le sorte carne

Faccio saper sì buone e saporite

Che di continuo ogn’un vorrìa mangiarne.

Per conto poi di fare ove poltrite

Nissun mi toglie il manico di mano,

E l’altre cose tutte custodite.

Il fuoco, come acade, hor forte, hor piano

A gli arrosti so dare, e ‘l suo colore

Che se gli conviene dar di mano in mano.

Strepito mai non faccio, né rumore

Come certi altri cuochi da dozzina,

Che crredon col gridar di farsi honore:

A pena son sentito per cucina,

Faccio le cose mie tempratamente,

Né mi piace menar tanta ruina.

Al partir poi non porto via niente,

Eccetto i colli, i fegati e i magoni,

Qual è un patto, che s’usa anticamente.

Del premio mai rumor né questioni

Non faccio, e lo rimetto sempre mai

A la discretion de’ miei patroni.

Mi contento del poco, e de l’assai,

E non son come certi litiganti,

Che per uso han non contentatsi mai.

Commandimi pur un dietro, o dinanti

Disnar, sempre son pronto al suo servitio,

E lo fo volontieri a tutti quanti,

Non patisco d’humor, né mai capritio

Mi salta in testa, come a tale e quale

Ma allegramente faccio il mio esercitio.

Con tutti vado schietto, e a la reale

Sol voglio ov’io lavoro appresso havere

Sempre mai di buon vin pieno il boccale,

Ché, s’a mio modo non potessi bere,

Abbrusciarei l’arrosto, anche l’allesso,

Né farei, com’io faccio, mio dovere.

Quest’è un fiaschetto, qual m’è stato adesso

Dato da un, ch’un dì gli fei un pasto,

Che per bagnarmi il becco ho tolto appresso.

E poi che qua non vedo alcun contrasto,

E che pel camminar son tutto caldo,

Voglio sounar la piva al primo tasto.

Cancaro, egli ha la muffa, sta pur saldo,

Ohibò, costui a fe’ me l’ha calata,

Ma s’io ti servo più, son un ribaldo!

E sai s’una bevanda delicata

Havea detto di darmi, sto poltrone!

E poi m’ha dato de l’acqua stemprata.

In fin, più non si trova discretione,

Né si può far sevitio più a nissuno,

Ch’ogn’hor van peggiorando le persone,

Non mi ricordo mai in tempo alcuno,

Essermi usata tal discortesia,

Ma ben trattato sempre fui da ogn’uno.

Egli è ben ver, che questa carestia

Ha dato poco pane, e manco vino,

Onde il tempo non è, com’era pria.

Già mi solevo dimandar Grassino

Quando facea banchetti d’importanza,

E hor da tutti son detto Magrino.

Perché gli è persa quella buona usanza

Di far banchetti più sera, mattina

Come già si facea per abbondanza.

Non si trova una libbra di farina,

Da poter fare un piatto di lasagne,

Né una spoglia a una torta, oh che ruina!

Onde le nozze sontuose e magne,

Che già si solean far, per tal cagione

Sono annullate, e ogn’un par che si lagne.

E in vece di fagiano e di pavone,

Felice tiensi chi puà haver del bue,

De la capra, del becco e del montone.

Bene spesso una torta ed anco due

Solevan far le feste i cittadini,

Quando andavano ben l’entrate sue.

Feste, banchetti, pasti e cicocchini

Si facean senza numero per tutto,

Quando il pan non valea tanti quattrini.

Hor il mondo è restato tanto asciutto,

E la cosa del viver tanto stretta,

Che ciascun a l’estremo è omai ridutto.

Molti volevan far di femminetta,

Molti volean tenir casino aperto,

E molti havean del spender la ricetta.

Non v’era alcun sì pover, né deserto,

Ch’ancor che fosse il pan bianco allattato,

Non li desse del naso, questo è certo.

E se non era più che delicato,

Non lo potean sentir; hor han di gratia

Di poterne mangiar del misturato.

E quanti, ai quai caduta era in disgratia

La carne di capretto, o di vitella,

C’hor la pecora havrian di somma gratia.

E quante femminucce (questa è bella)

Che non sapean, tant’eran svogliate,

Quel che volesser ne le lor budella,

Che simil fantasie le son calate,

E un zuccar pargli haver, de le pagnotte

Col riso e con la fava accompagnate.

E quanti andar solean tutta la notte

Con suoni e canti, gatteggiando intorno,

Facendo mille baie, soli e in frotte,

C’hor si vedono a questo ed a quel forno

Comprar del pane, flebili e pensosi,

E Cupido più in lor non fa soggiorno.

E quanti, con ricchi abiti e pomposi

Solean far i signor, c’hora son scritti

Nel numer de’ pover vergognosi.

Quanti non han potuto haver gli affitti

De le lor case, e quanti andati a male,

Miseri, sconsolati e derelitti.

Al fin quest’è una pena universale,

Per i nostri demerti, ed un flagello

Per castigarci tutti in generale.

Ma mentre che tra me quivi favello,

io mi trattengo, e ‘l tempo passa via,

E mostro haver in me poco cervello.

Horsù, io vo’ gettar il fiasco via,

Poichè v’è dentro così rio liquore,

Va là, con il malan che Dio ti dia.

Io glie n’ho fatto a punto quell’honore,

Ch’ei meritava, horsù vuo’ gir hor hora,

Ch’a tardar tanto potrei fare errore.

Ma ecco qua ch’io vedo venir fuora

Madonna Pocaroba, dispensiera.

Dove può andar sì in fretta da quest’hora?

Madonna Pocaroba, buona sera,

Ditemi un po’, per vostra gentilezza,

Dove andate s’ svelta e s’ leggiera?


Ma. P. Vado a trovar Madonna Sottigliezza,

Ch’in questo posto mi venga aiutare,

Perché la casa è piena d’allegrezza.

Ma tu, Magrino, che stai a tardare?

Non sei tu quello che fai il banchetto?

Che fai qua? Che, non vai a lavorare?


Mag. Andrò, ma vuo’ saper, a dirlo schietto,

Come la Salvaroba sia fornita,

Ch’io possa lavorar senza sospetto.

E bramo di saper a la spedita,

Com’ho da governarmi in questo fatto,

Che senza voi non ci porrei le dita.


Ma. P. La Salvaroba è ben fornita a fatto

D’ogni disagio, non haver paura,

C’habbiamo da stentar ad ogni patto.

Vattene pure in casa a la sicura,

Che non sarà per avanzarti nulla,

Ch’ogni cosa tagliato è la misura.


Mag. Questo lo credo, ché la casa è brulla

E che la fame avanzarà più tosto,

Che levarsi da tavola una frulla.

Horsù, andate pur via, ch’io son disposto

Ch’in questo posto ci facciamo honore,

S’andar dovesse ogni cosa a mio costo,

Che l’arrosto mi piace, e non l’odore.


SCENA SECONDA


M. Pocoraccolto e Fastidio servo


M.P. Fastidio, ritrovasti poi Magrino?


  1. Messer sì ch’io ‘l trovai.


M.P. E che ti disse?

Ch’il tempo del banchetto è già vicino.


F. Sopra de la sua fede mi promesse

Di venir, e di ciò mi maraviglio,

Ch’io credea un’hora fa ch’egli venisse.


M.P. Fastidio, vorrei tor da te consiglio

Per conto de la spesa del banchetto,

Ch’io t’amo non da servo, ma da figlio.

E perché so che sei un huono schietto,

So che mi dirai liberamente

Il tuo parere senza alcun rispetto.

Vorrei far festa, e spender largamente,

E non voglio esser misero, né parco,

Che ‘l grado e l’honor mio non lo consente.


F. Avvertite patron a tirar l’arco

Destramente, perché se lo sforzate

Potrìa spezzarsi, e farvi qualche incarco.

Io voglio dir, che prima misuriate

Il poter vostro, e spender giusto a punto

Quanto può comportar le vostre entrate.

Ma se di ciò lasciate a me l’assunto

Io farò in modo che vi lodarete,

E d’ogni cosa vi darò buon conto.

Perché farò venir, se voi volete,

il Tirato e il Sparagna, miei compagni,

E in tal caso di lor vi servirete.

Questi stan su i vantaggi, e su i sparagni,

E de la compagnia de’ Lesinanti

Son spenditori, e fan molti guadagni.

E son tanto sottili e litiganti,

Che comprano più roba con un grosso

Che gli altri non farian per dieci tanti.

Qua non bisogna spender a l’ingrosso,

Per non passar i termini, patrone,

Che nel più bel non ci cachiamo addosso.

Come havremo una milza di castrone,

Un zampetto di porco e un po’ di grugno,

Si potrà far di molta imbandigione.

E se pur allargar volete il pugno,

E far per sorte qualche stracavata,

A la volontà vostra non repugno.

E i piedi, e l’ale d’un’ocha salata

Pigliar potransi, e metterli a guazzetto,

Over accompagnarli con l’agliata.

Se fate questo, certo vi prometto

Ch’ogn’un dirà, c’havete gran disegno,

E farete un stupendo e gran banchetto.

Lo scalco poi è un huom di tant’ingegno

Che l’assotigliarà di modo tale

Che farà un pasto sontuoso e degno.

Per via del pan, non mi parrebbe male,

Chi ne volesse, seco ne portasse,

Che troppo a dir il ver quest’anno vale.

O veramente, che se ne comprasse

Del misturato, che più in tola dura,

Né vergogna sarìa, chi ne mangiasse.

Che quest’è un anno, chi non si misura

Non è per riuscir sì facilmente,

Che tutto il mondo teme ed ha paura.

Ed a parlarvi risolutamente,

Se si potesse far di non lo fare,

Voi non fareste già peggio di niente.

Perché la man se gli potrìa toccare

Doman da basso, e poi doman da sera

Ogn’un andasse a casa sua a mangiare.

Quest’è il sentier, quest’è la strada vera

Da salvarsi, patron, da tanta spesa,

E ve lo dico schietto e a buona ciera.


M.P. Ohmè, Fastidio, tu mi fai offesa,

Che troppo ci anderìa de l’honor mio,

Né scusa trovarei in mia difesa.


F. Honor, honor, a chi non ha, per Dio,

Mi par suo danno, e massim’ ast’etade,

Fate, fate patron quel che dich’io.


M.P. Mi piace il tuo pareer, ma simil strade

Non vuo’ tener, Fastidio mio galante,

Basta ben, ch’io farò con la mitade.


F. Fate quel che volete, tutte quante

Le ragioni v’ho mostrate, ma volendo

A modo vostro far, non vo’ più inante.


M.P. Horsù, va’ in casa, che mentre m’essendo

Teco, i parenti son forsi vicino,

E l’uno, e l’altro il tempo andiam perdendo.

Entra ben presto, e guarda se Magrino

Entrato fosse per l’uscio di dietro,

E quanto egli ha da far poni in cammino.


F. Tanto farò, patron, restate lieto.

E più di quello ancor, che comandate,

Che già sapete quanto son discreto.


M.P. Fa’ che le cose sian ben ordinate,

Che quando poi saremo a far l’effetto,

Non sia confusion fra le brigate

E non vada in disordine il banchetto.


SCENA TERZA


M. Pocoraccolto e Debile, suo parente


M.P. Io son restato fuori, per vedere

Se lo sposo arrivasse mai per forte,

Per girli in contro, e far il mio dovere.

Ma chi è costui, che con le guancie smorte

Vien in qua così lasso ed affanato,

Qual huom che qualche trista nova porte?

Egli è il Debil, fratel de l’Affamato,

Io lo conosco, hor che fortuna il guida

In queste parti così mal trattato?


  1. Messer Pocoraccolto, il Ciel v’arrida,

E vi dia tutto quel, da bene in fuori,

Che bramate, e ogni mal con voi s’annida.

Io vengo a ritrovarvi perché fuori

Sono le voci pubbliche, che fate

Banchetti e feste e trionfali honori.

E che le robe son già preparate

Per far le nozze, e che corte bandita

Tenir volete cinque, o sei giornate.

Però vi vengo a dir a l’espedita,

Che se voi fate tal preparatione,

La vostra festa vi sarà impedita.

Perchè so che Madonna Provisione,

Con Madonna Abbondanza l’han saputo,

E vogliono por la festa in confusione.

A tal, che a bella posta son venuto

Per avvisarvi, hor siate diligente,

E non andate tanto risoluto

Ch’essendo l’una e l’altra assai potente,

Come sapete, sforzeran la porta,

E guastaran la festa facilmente,

Onde se questa cosa si comporta

Saremo tutti quanti sottosopra,

Però guardate quanto il caso importa.

Io son vostro parente, e porrò in opra

Per voi la vita, e ne farò ogni straccio,

Onde convien ch’il vostro danno scopra.


M.P. Debile, mio galante, io ti ringratio

De la congiura, che scoperta m’hai,

E d’honorarti mai non sarò satio.

Ma guarda ben, che forsi preso havrai

Un’anguinaglia per un strangoglione,

E che la cosa intesa ben non hai.

Pur, per non star su l’ostinatione,

Manderò il mio famiglio un poco attorno,

Per chiarir se gli è vero il tuo sermone.


  1. Mandateglielo pur, prima che scorno

Ve n’intervenga, e cercate esser chiari,

Prima che ‘l desco sia di pani adorno.

Forz’è ch’elle si trovin tra Fornari,

Over dove si vendono le biade,

Ancor fra pizzicagnoli e beccari.


M.P. Farò ch’ei cercarà tutte le strade

Per le botteghe tutte, e s’ei le trova,

Far la festa per hoggi non accade.

Horsù, bisogna hor hor farne la prova,

Debil, mi raccomando, io voglio andare

Ven ti soddisfarò di questa nuova.


SCENA QUARTA


M. Bisogno scalco e Mastro Magrino cuoco


M.B. Ben, che ti farà Mastro Magrino,

Come habbiamo a ordinare questo banchetto

Che l’honor nostro non vada a bottino?


Mag. Messer Bisogno, certo vi prometto

Portarmi bene, ch’io son huomo di core,

E bramo di servirvi nel gombetto.

E primamente vuo’ far un sapore

Di corna di Lumache, tanto raro,

Ch’al mondo mai non si gustò il migliore.

E perché tutto ben vada del paro,

Un pastizzo di teste di mosconi

Farò, che a tutti sarà grato e caro.

Polpette buone poi de’ Galavroni

E trippe di budel di reatino,

E d’un’ape le coste ed i rognoni.

Una suppe de’ piè di Mossolini,

Un quarto d’una vespe a brulardello,

Col magon e la rete e gl’intestini.

Un fegato di mosca, ed il cervello

D’un pullice soffritto in la padella,

E geladia di piè di pipistrello.

La milza vi sarà d’una ranella

Fatta a guazzetto, e una bona minestra

D’occhi di grilli, ogn’un la sua scudella.

Vuo’ far ancora, s’ella mi va’ destra,

Una torta di lingue di tafani,

Ch’uccisi fur l’altr’hier con la pallestra.

Un potaggio farò con queste mani

Di cor di ragni tanto delicato,

Che sarà grato ai grandi, ed ai mezzani.

Un colletto di rana cucinato

A la fiammenga, e d’una cavalletta

Il polmone a brodetto ben stufato.

Brasuole di cicala, e la panzetta

D’uno scaravaggio, e ‘l petto d’una ruca

Arrosto, con doi becchi di civetta.

Le longie, e ‘l lardo d’una tartaruca,

Un persuto di talpa, e la corata

Fritta nel grasso d’una sanguisuca.

Ne l’ultimo vuo’ far una frittata

D’ova di parpagliole, e di formica

Ch’io vuo’ che si stupisca la brigata.

Molt’altre cose, senza ch’io vi dica

Questa né quella, vi farò vedere,

Pur ch’io non getti in darno la fatica.


M.B. Magrin, tu parli fuora dal dovere,

Queste son cose che non posson stare,

Ma pur d’udirti ho havuto gran piacere.

E poi ancor se si potesse fare

Io lodarei la cosa, perché in vero,

Tutte le spese si dovran schivare.

Ma odi, ch’io vuo’ dirti il mio pensiero,

E lassa andar le baie un po’ da un lato,

Ch’adesso non è tempo, a dirti il vero,

Sai tu quel ch’io mi son immaginato,

Che come scalco brami farmi honore,

E soddisfare ogn’uno al modo usato

Innanti, ch’essi arrivin di due hore,

Por di porco una cotica sul foco,

Perché la s’empirà d’odore.

Poi, giongendo i parenti, a poco a poco

Far dar l’acqua a le mani a tutti quanti,

E farli rassettar tutti al suo loco.

E con quel grand’ odor, che in tutti i canti

Sarà, il pan mangiaran con tanto gusto,

Come s’havesser tanto arrosto innanti.

Ma ch’essi portin, come vuol’ il giusto

Seco del pane, come già referto

T’ho un’altra volta da intappare il fusto.

Del bere poi, a tutto pasto certo

Havranno un’acqua tanto delicata,

Ch’ogn’un si lodarà di tal concerto.

De’ frutti poi, tu sai come l’è andata,

Che non se ne ritrovan per danari,

Né cascio ci troviam, né cotognata.

Del resto poi, un de’ banchetti rari

Vuo’ che sia questo, e tanto ben condito,

Che tutti hanno da star a piedi pari.

E sarà tanto netto e sì polito,

Copioso ed abbondante, che da tola

Ogn’un si leverà con appetito.

Horsù, andiam dentro, perché il tempo vola,

E l’hora passa, ed io sto qua cianciando,

E insegnar cerco a chi mi terrìa a scola.


Mag. Entriamo pur, perché mi vo’ avvisando

Che siamo ne’ disagi a tutt’andare

E che ‘l pasto sarà tanto ammirando,

Che più da bere havrem, che da mangiare.


SCENA QUINTA


Messer Pocoraccolto e Fastidio servo


M.P. Ho mandato Fastidio a far la spia,

Per via di quel ch’il Debole m’ha detto,

Ch’in ver sarebbe la ruina mia.

E se le trova, certo son costretto

Di non far pasto più, ma di secreto

Sposar la figlia, senza altro banchetto.

Il servo è fedelissimo e discreto,

E so che cercherà con diligenza

Ch’ei m’ha servito molto tempo a drieto.

E però so che non tornerà senza

Saper il tutto, hor sia come si voglia,

Per questa volta ogn’uno havrà patienza.

Bisogna che lo sposo se la taglia

Così saccintamente per adesso,

Poi che quest’Abbondanza ce l’imbroglia.

Ma par ch’io vedo ritornar il messo:

E’ egli? O pur m’inganna la mia vista?

Io non m’inganno già, ch’egli è pur adesso.

E beh, fastidio, hai buona nuova, o trista?

Dillo pur a la libera, fratello,

Di’, Madonna Abbondanza, l’hai tu vista?


F. Messer, havete pur poco cervello,

(Perdonatemi s’io vo’ troppo innanti)

A voler dare orecchie a questo, e quello.

Ho cercato d’attorno in tutti i canti,

per le botteghe e per i magazzini,

Per piazza, fra signori e fra mercanti,

Non ho lasciato case, né camini,

Contrate e borghi, e fin ne i cacatoi,

Con riverenza, e in tutti li confini:

Non l’ho trovata né dentro né fuori,

E ogn’un mi dice, che non l’han veduta,

E voi credete a tutti i cianciatori.

Di più, (perché son testa risoluta)

Ho voluto chiarirmi pienamente

S’ella andasse intorno sconosciuta.

E son stato a i fornari primamente,

E tre oncie di pane al bolognino

Ho visto dar, ed anco scarsamente.

Due noci, e dui maron per un quattrino,

Due sorbole, due nespole, e una pera

Marcia non voglion dar per un sesino.

In piazza non occorre a buona ciera

Andar, chi non ha piastre over lustine,

Anzi de’ ducatoni una ventriera,

I capponi, i pollastri, e le galline

Non si possan guardare, l’ova e ‘l formaggio

Non ve ne parlo, perché siamo al fine.

E se vedesti quanti al solar raggio,

Stanno a scaldarsi miseri e rapiti,

Che di fame patiscon grave oltraggio.

Quanti orbi, vedove e bambini

Assai più secchi che le anatomie,

Giacer per terra poveri, e meschini.

I pianti, i gridi, ch’in tutte le vie

S’odon sovente, e ‘l batter a le porte,

E le diverse e strane malattie.

Le guancie afflitte, scolorite e smorte,

Ch’altro non rappresentano, a chi vede,

Che l’immagine istessa de la morte.

Onde da questi segni si fa fede

Che l’Abbondanza è morta, e sepellita

O se pur vive, mal si regge in piede.

Tal che potete fare a l’espedita

La vostra festa, senza haver sospetto,

Che d’alcuna di lor vi sia impedita.


M.P. Adesso in ver conosco con effetto

Che sei un servitor da farne conto,

E crescerti salario ti prometto.

Hor entra in casa, ch’io ti do l’assonto

Di comandar a tutti in generale

Poi ch’in servirmi sei sì lesto e pronto.


F. Entrate voi ancor, che non sia male

Ordinare in un tratto la faccenda,

perché mi sento lento il pettorale.


M.P. Horsù, va là, non credi ch’io t’intenda?

Tu vuoi torre un boccone, e bere un tratto;

Ma dormi un sonno invece di merenda,

Ch’a servir poi sarai più destro ed atto.


Fine dell’atto secondo


ATTO TERZO


SCENA PRIMA


Messer Sterile sposo, Messer Disagio sensale e Travaglio servo.


M.S. Bramo saper da voi quel che facesti,

Per conto de la cosa ch’io vi dissi,

Messer Disagio, e che risposta havesti;

Perché tanto ho in colei i pensier fissi,

Ch’io non trovo mai ben, tant’ho legata

L’alma ne i lacci suoi tenaci, e fissi

E tanto mi distruggo a la giornata

Ch’io vado tutto in brodo di fagioli,

E ne le calcie fo’ la peverata.

Oh, che stupenda razza di figliuoli

Faremo, se potiamo insieme unirci:

Prole che splenderà per ambi i poli.

Ogn’huomo correrà per riverirci,

Ogn’un ci porterà rispetto grande,

Ogn’un sarà parato ad ubbidirci.

Ma io mi struggo da tutte le bande,

E fabbricando vo’ castelli in aria

E disegno tra me cose ammirande.

E forse la mia forte iniqua e varia

Per lacerarmi ben, u’ ha fatto havere

Risposta in tutto al mio desir contraria.

Però son desioso di sapere

Se buona o trista è stata la risposta.

O s’io m’ho da rallegrare, o da dolere.


M.D. Messer Sterile, i’ feci la proposta

Con quell’effetto e con quella caldezza

Che far dev’un, ch’in ciò si mandi a posta.

E una risposta di tanta dolcezza

Hebbi dal padre, e tanto saporita,

Ch’ancor ne sento in me gran contentezza.

Basta, la cosa in tutto è stabilita,

Sete lo sposo, ed ella è contentissima

E ne sente nel cor gioia infinita.

E quanto prima con festa grandissima

Ella v’aspetta, ch’a toccar la mano

Gl’andate, e che la cosa sia prestissima.

Hor che l’ tutto vi sia palese e piano

Mettetevi a la via subitamente,

Che l’hora si avvicina a mano a mano

E da la parte vostra ogni parente

Invitarete, che così m’ha detto

Il socer vostro, e andiamo immantinente.


M.S. Messere Diagio, veggo con effetto

Che voi m’amate con tutto l’interno,

E fin ch’io vivo vi farò soggetto.

E m’obbligo per questo tutto il verno

Tenir fornito di neve e di ghiaccio

La casa vostra con amor fraterno.

Ohimè, che tutto quanto mi disfaccio

Per così buona nuova, e sì gradita

E un’hora parmi un anno haverla in braccio.

Horsù, Travaglio mio, va’ un poco, invita

Adesso adesso tutto il parentato,

E di’ che venga quivi a la spedita.

Invita il Leso, il Frustro, il Consumato,

Il Lasso, Il Melanconico, l’Afflitto,

Il Vuoto, il Mal satollo, il Derelitto,

il Mesto, il Lagrimato ed il Sonato,

Il Misero, il Mendico ed il Finito,

Il Scolorito, il Pallido e ‘l Sconfitto,

L’Addolorato, il Flebile, il Smarrito,

L’Abbandonato, il Timido e il Pensoso,

Il Malcontento, il Languido e ‘l Schernito.

L’Affamato, il Dolente, il Vergognoso

Con l’Agghiacciato, il Frigido, il Tremante,

L’Infelice, il Meschino, il Doloroso.

Di più, Travaglio mio, lesto e galante,

Quando invitato havrai queste persone,

Vattene dalle donne in un istante.

E invitarai madonna Afflitione,

E madonna Mestitia sua cogina,

Ambedua famosissime matrone.

Madonna Pocasorte, consobrina

Di madonna Virtù, con gran prestezza

Anchora invitarai questa mattina.

Invita ancor madonna Debolezza,

Sorella di madonna Infirmitade,

Madonna Pena, e madonna Tristezza.

Invitarai madonna Estremitade,

Con madonna Penuria in compagnia,

Madonna Inopia e madonna Ansietade,

E venghi seco madonna Angonia,

E madonna Fatica, sua compagna.

Tutte parenti da la banda mia.

Sich’una festa sontuosa e magna

S’ha da far, in banchetto tanto regio,

Ch’un tal non vide mai Francia né Spagna.

Ch’essendo il socer nostro un huomo egregio

E voi di sangue nobile e gentile,

Colmo di fama, e d’honorato fregio,

Vuol far un past, ch’un altro simile

Non fece al tempo suo quel gran Lucullo,

Di cui risuona ancor il Battro e ‘l Tile.

Ma il mangiar sarà nulla, che ‘l trastullo

Dell’altre cose che compariranno,

Farà girare il capo come un frullo,

Perché per quanto intende si vedranno

Quattro moscon di Puglia co i turbanti,

In capo a la turchesca come vanno.

Quivi con cetre in mano andranno innanti

A i scalchi, mentre che si porta in tola,

Formando rari e dilettosi canti.

E un lucertolon, vestito a la spagnola,

Com’è levata la vivanda prima

Farà un balletto in lingua romagnola.

E un anedrotto giocherà di scrima

Contra un galletto con tanta eccellenza,

Ch’un mistro non sarebbe in tanta stima.

E una lumaca gionta da Vicenza

Canterà una canzone a la pavese,

Mentre le robe tornano in credenza.

Poi si vedrà una rana ferrarese

Disputar contra un ciefal da Comacchia

Sopra la frenesia del mal francese.

Ed un saltamartin col suo pennacchio

Con una gatta giuocarà alla mora,

Presente una cicogna ed un corbacchio.

Al portar de le frutta usciran fuora

D’una canestra quattro babbuini,

Con la mescola inman d’una fersora.

E qua, con altri quattro mattazini,

Faran moresche fuori d’un forciero,

Da far crepare i grandi e i picciolini.

Dopo questo udirete un can levriero,

Sopra d’una banchetta in voce greca

Recitar tutta l’Odissea d’Homero.

Poscia udirete una civetta cieca,

Coperta sotto un piatto di maiolica,

Sonar suavemente una ribeca.

E un franguello nato a la Cattolica,

Venuto in questa terra non so quando,

Dirà in un fiato tutta la Bucolica.

E poi, in atto stupido e ammirando,

Cantarà un cucho tolto dal suo nido

In un liuto le pazzie d’Orlando.

E un topolin, vestito da Cupido,

Farà una danza de’ suoi strali armato,

Poi s’ha da recitar Il Pastor Fido,

Dove sul palco tutto rabbuffato

In habito d’Alfeo, famoso fiume,

Farà il proemio un luzzo marinato.

E un falcon pelegrin carco di piume

Farà da Silvio, e parimente un grillo

Farà da Linco, com’è suo costume.

Uno sparaviero farà da Mirtillo,

Ergasto un scimmiotto, e una lucerta

Sarà Corisca in habito tranquillo.

Sarà Montano (oh, questa è bella berta)

Un bracco, e farà Titiro un Fagiano,

Come veder potrassi alla scoperta.

Sarà Dametta un gatto soriano,

Il Satiro un monton, che sul confino

Nacque del romagnuolo e del toscano.

Da Dorinda una tenca, e da Lupino

Un riccio, e d’Amarilli una ghiandaia,

E da Nicandro un gufo piacentino.

Un gallo, Coridon, tolto su l’aia,

uranio un ragno, Carino un cocale,

Tirrenio un corvo, e ciò non sarà baia,

Il choro poi faran dieci cicale,

Cantando sempre in chiave, e in semitoni,

Parte in un fiasco, parte in un boccale.

Gl’intermedij saran sei formiconi

Quai mostraranno apertamente in scena

Di varij stati le revolutioni.

Poi si farà una danza dopo cena,

Dove si vedran fare tanti balletti,

Ch’una cosa sarà di stupor piena,

E barriere, ruggieri e spagnoletti,

E balli a la romana, e a la tedesca,

Ch’a l’occhio porgeran mille diletti,

E i giuochi a l’indiana, e a l’arabesca,

Basta, ce ne saran di tante sorte

Che forza è che stupenda ella riesca.

Va’ via, dunque, Travaglio, perché corte

Son l’hore, e ‘l tempo passa in un momento,

Cammina, e par ch’ei vadi per la morte.


T. Io vado pian, ch’a quel ch’io vedo e sento

Parmi che questa sia una menchionata,

E ch’ogni cosa si resolva in vento.

A chi dareste a intender sta zanata,

Che queste bestie faccian tante cose.

In quanto a me, la tengo una fusata,

E se così sguazzasser l’altre spose,

Come questa farà, vi so dir io

Che giammai non sarebber podagrose.


M.S. Non tante ciancie, oh là, Travaglio mio,

Va’ dove ti comando, e non tardare,

O se non vuoi servir, vatti con Dio.


T. Io non dico di non volerci andare,

Anzi ch’hor hora mi pongo in cammino

Ma temo che non ci sia poi da mangiare.


M.D. Va’ tu dov’hai da andare, e al pane e al vino

Non pensar, che tal cosa a te non tocca,

Lascia la cura a chi farà il festino,

E noi andiamo a casa, perché in brocca

Ci toccarà la cosa, se costoro

Verranno, e non andremo a la ballocca,

Perché andar vi bisogna con decoro,

E da vostri parenti accompagnato,

Che far non dovrian questo senza loro.


M.S. Andiamo pur a casa, che adornato

Non son come bisogna, perché porre

Mi voglio un vestimento più garbato,

Ch’io mi posso mutar quanto m’occorre.


SCENA SECONDA


Il Debile a l’Affamato


A. Dove Debile mio, tutto tremante

Ne vai? Ch’a pena sostener in piedi

Ti puoi, e sempre fai il viandante.


D. Affamato, fratel, più che non credi

Mi trovo, e tanto più quand’il Bisogno

Mi sforza, all’hora sì, ch’io meno i piedi.

Ed hora vado da Messer Bisogno

Scalco qual fà un banchetto d’importanza.

Ch’in simil caso di servirlo agogno.

E poi dopo disnar si fa una danza

Ed io, che son in gambe come un cervo,

Di portamene il pregio ho gran speranza.

Io mi sento galiardo, e di buon nervo,

E chi vorrà cinquanta capriole

Dicami pur un can, s’io non lo servo.


A. Credo che i fatti, più che le parole

Faranno effetto, ch’io ti vedo lesto,

Ma non so se le scarpe han buone suole.

Deh, miserello, a chi daresti questo

A intender, che se sei Debil di nome,

Più assai in fatti lo fai manifesto.


D. Non so dir tante chiacchiare, vedrai come

Farò, se l’occasion mi s’appresenta.

Non son ancor le mie forze dome.


A. Serra la bocca, e non far ch’io ti senta

Dir queste magrarie, che ben gagliardo

Credo saresti, attorno a una polenta.

E s’havesti de’ cavoli col lardo,

Meneresti la man dentro del piatto,

Più assai d’un Rodomonte o un Mandricardo.

Credi tu forsi parlar con un matto,

O con qualch’un che non si trovi ingegno,

O che del tutto sia balordo a fatto?

Tu non puoi star in piedi, e fai disegno

Di far le forze d’Hercole, meschino,

E non puoi gir, se non t’appoggi a un legno.


D. Io credo, che tu credi, babbuino,

Ch’io ragioni sul saldo, non si vede

S’io tremo tutto e vado a capo chino?

Non vedi se la fame, che mi fiede

M’ha levate le forze, sì ch’a pena

Regger mi posso, né tenermi in piede?

E tu vuoi poi ch’io vada dopocena

A far il bel humor, eh car fratello,

La fame, a dire il ver, troppo m’affrena.


A. Non credi, ch’io lo sappia, tapinello?

Anch’io son a tal termine condutto

Ché più non vedo, e non ho più cervello.

Horsù, andiamcene pur, c’homai ridutto

Deve esser de lo sposo ogni parente,

E in questo mezzo non fesser di tutto.

Ch’anch’io son invitato parimente

A queste nozze, a pena vedo l’hora

Ch’io possa un poco ragionar col dente.


D. Andiamo dunque, perché il far dimora

Nuocer, compagno, ci potrebbe assai,

E non vorrei che stessimo di fuora.


A. Va pur là, se tu puoi, che dove andrai

Ti seguirò, che tu sarai mia scorta,

Ch’in queste parti non son stato mai.


D. Voltiamo quivi, in questa strada torta,

Poi tornaremo per quest’altra via,

Che batteremo il capo ne la porta.


A. Va pur là, che ti seguo tuttavia.


SCENA TERZA


Fastidio e Travaglio servo


F. Oh Dio, com’è possibil che si viva

Più in questa trsita e sfortunata etade,

D’ogni conforto, d’ogni gaudio priva?

Oh, crudele e spietata povertade

Quanti disegni guasti in questo mondo,

A quei che di virtù seguon le strade?

Se bene uno ha lo stile alto e profondo,

Un raro spirto, un’elevata mente,

D’ingegno copiosissimo e fecondo,

Com’egli è poverello, da la gente

Vien disprezzato, e se fosse Solone

Pgn’un lo schiva, e lo tiene da niente.

S’un ricco parla, parla un Cicerone,

Un Plinio, un Aristotele, un Plotino,

Un Eschino, un Demostene, un Platone.

S’un pover parla, il grande e ‘l picciolino

L’uccella, a guisa d’asino e di bufolo,

O s’altra maggior bestia è in sto confino.

Così s’anch’io ragiono, ogn’un col ciufolo

Mi fa strepito dietro, e m’ha in quel conto

Proprio d’un ravanello, o d’un tartufolo.

Il patron, di sua gratia, m’ha l’assonto

Dato di comandare agl’altri servi

E de la roba sua tenir buon conto.

Ma tanto son costoro empi e protervi

Che mentre gli comando, ridon tutti,

Né ve n’è un, ch’il mio parlar osservi.

Mi gridan dietro, e con mostazzi brutti

Mi fa de’ scimiton dietro a le spalle,

E non posso cavarne altri costrutti.

E questo viene, ohimè, ch’in questo calle

Son poverello, senza alcun sussidio,

Però par ch’ogn’hor erri e ch’ogn’hor falle.

E chi mi fece por nome Fastidio

Fu veramente astrologo perfetto,

Che viver dovea sempre con fastidio.

Ed hora più che mai, per sto banchetto

Son fastidito, che messer Bisogno

Scalco, par voglia farlo al mio dispetto.

E forza è dirlo, e pur me ne vergogno,

Che se ben s’ode in casa gran rumore,

Nulla non v’è di quel che fa’ bisogno.

Pan, pan vorrei, e vin, carne e sapore,

Pur senza sapor anco mangerei,

Ch’io son sì debil, che mi manca il core.

Povero è il mio patron, e non ha sei

Soldi d’entrata, e par che voglia porre

Sossopra il mondo, Oh, roba, dove sei?

Che fa’ quel che ti tien, che non soccorre

Il mio patron, c’ha un animo regale?

Ch’almeno ogn’un di lui potrìa disporre.

So ch’ei sarebbe largo e liberale,

E premiarebbe i virtuosi e i buoni,

Né seguiria l’humor di tale, e quale.

Non vorrìa in casa mimi, né buffoni

Non gente scandalosa, infame e vile,

Ch’accende sempre risse, e questioni.

Egli è d’animo nobile e gentile,

Come ho già detto, affabile e cortese,

Ma non ha forze a l’animo simile.

So ch’ei potrà fuggir tutte le spese

Del pasto, come già l’havea esortato,

Ch’io so, c’havrem poi da stentar un mese.

Che quel, che da costor sarà mangiato,

Ci havrebbe fatto tutto un mese intiero,

Benché sia scarso il pasto preparato.

Ma chi è costui, che sì svelto e leggiero

In qua ne vien? Ah, ah, io lo conosco,

Egli è Travaglio, amico mio sincero,

Io voglio farli alquanto l’occhio losco,

E finger non conoscerlo altramente,

Ch’io so ch’ei viene a posta a disinar nosco.


T. A dio, Fastidio mio, dov’hai la mente?

Dove hai volte le luci? Oh, là, a chi dico?

Da quando in qua ti è preso st’accidente?

O Fastidio meschin, oh caro amico,

Che cosa sarà questa? Aiuto, aiuto,

Oh, ch’io mi trovo pur nel grande intrico.

O tu sei pur un poco rinvenuto,

Fastidio, che cos’hai ? Non dubitare,

Io son Travaglio, non m’hai conosciuto?


F. Non ti conosco, ohimè, lassami stare

E quanto prima vattene con Dio,

Ch’un’altra volta mi sento mancare.


T. Ehi, risvegliate hormai, amico mio,

Bisogna ch’io li tiri un poco il naso,

Che costui morirà, io me n’aveggio.

Aspetta pur un poco, perché il caso

Importa, e par mi venghi freddo in braccio,

Buon per lui, ch’io son gionto quivi a caso.


F. Pian, pian, oh là, t’ho quasi su’l mostaccio,

Tirato un pugno a fè da fastidioso,

E insegnarti a pigliar l’altrui impaccio.


T. Fastidio, leva l’occhio tenebroso,

E mira il tuo carissimo Travaglio,

Che d’ogni tua salute è desioso.

C’havendoti trovato in tal travaglio,

Al meglio c’ho potuto t’ho soccorso,

Che per gli amici sempre mi travaglio.


F. Oh, caro il mio Travaglio, tu sei corso

Amico grande, ch’io ti rompa il muso.

Pensavi tu tirar la coda a un orso?

Io t’abbraccio, ti stringo e mi t’accuso,

Ch’io l’havea fatto per burlarti un poco

E perciò gli occhi tenea volti in suso.

E di te mi prendea sollazzo e gioco,

Quando vedevo tanto affaticarti,

Ma dimmi, chi t’ha tratto in questo loco?


T. Son quasi risoluto a non parlarti,

Poi ch’in questa maniera m’hai burlato,

E sai s’io mi struggea per aiutarti.


F. Horsù, manda la collera da un lato,

Travaglio mio, poichè perdon ti chieggio,

E non esser per questo scorrozzato.


T. Horsù, io ti perdono, poi ch’io veggio

Che sei pentito, e che sol fatto l’hai

Per tuo piacer, e non per mio dispreggio.

E son venuto qua, se tu nol sai,

Ch’io veggio invitar tutti i parenti,

Del mio patron, che presto gli vedrai.

I cugini, i cognati, i conoscenti,

Le zie, le consobrine, e le germane

E del suo ceppo tutti i descendenti.

Però se in casa vostra havete pane,

Mettetelo per fuor, perché del certo

Non ve n’avanzarà da dar al cane.

Noi siamo un numer grande e, a dirlo aperto,

V’è tal di noi, ch’è stato quattro giorni

Senza mangiare, hor guarda che concerto.

Si che, se voi n’haveste quattro forni,

Ponetelo a la via, ch’io v’assicuro

Che pericol non v’è, ch’indietro torni.

E le masselle sode, come un muro,

Habbiamo tutti, e poca differenza

Faremo, ti so dir, dal fresco al duro.


F. Fermisi un poco qui vostra insolenza,

Né veniamo a le corte così presto,

Ché tal verso non ha buona cadenza.

Lasciamo il pan da parte, e poi del resto

Parliamo, che di questo mi contento,

Che ‘l pan và compartito con più sesto.

Tu sai ben quanto vale oggi il formento,

La fava, il miglio, il riso e gl’altri grani,

Senza ch’io te ne facci un instromento.

Però bisogna sol ch’io ti dispiani

Che se ne portarete, n’haverete,

Altrimenti i pensier ne resteran vani.

Povero è il mio patron, se non sapete,

E se ben fa le larghe spampanate,

Ne farà manco assai che non credete.


T. Horsù, queste son tutte papolate

Che metti a campo, io so ch’il tuo patrone

Vuol che si sguazzi a torte inzuccherate.

Menami dunque in casa, e in un cantone

Portami un po’ di pane, e di salamo,

Tanto ch’io facci un po’ di colatione.


F. Tu sai, Travaglio, ch’io ti honoro ed amo,

E ch’io cerco servirti in quel ch’io posso,

E ch’io ti voglio bene e ch’io ti bramo.

Ma per via del mangiar, ferma pur l’osso

De la barba, ch’a dirtela, fratello,

Non ve n’è a casa, e non ho soldi addosso.


T. Menami almanco teco nel tinello,

Pria che la turba giunga, car compagno,

Ch’io possa almnaco dar mancia al budello.


F. Già te l’ho detto, e non parlo slenguagno,

Né son schiavon, spagnolo né tedesco,

E non ti vendo tela per fustagno,

Che poco pan si vederà sul desco,

Però portane teco, se tu n’hai

Che chi non n’havrà seco, starà fresco.


T. Horsù, mi raccomando, ma se mai

Potrà venir la mia, non sarò un’oca,

E mi raccordarò quel che mi fai.

Ch’ancor, che della roba s’habbi poca,

Di quel poco che s’ha, se ne fa parte

A’ suoi amici, né di lor si gioca.

Ma mi vo’ ritirar in altra parte,

Poi che tanto non può la mia amicitia,

Che nulla da le man possa cavarte.


F. Travaglio, s’io lo fo per avaritia,

Mi siano tratti fuor ambidue gl’occhi,

Anzi, ne sento al cor pena e mestitia,

Né pensar ch’io ti burli o t’infinocchi,

Che sai ben, ch’io non tengo questa via,

Ch’io non son un, che simil cose adocchi.


T. Horsù, finiamo pur la diceria,

T’ho conosciuto fin ne le garrette,

Basta, che con la fame vado via.


F. Tu m’hai tolto cred’io su le bacchette,

Ma ti dico ch’a letto senza cena

Son gito de le sere più di sette.

E che la casa nostra non è piena

Come ti pensi. Hor non mi far entrare

In collera, e finiam sta cantilena.


T. Horsù, Fastidio mio, non t’alterare,

Ch’io credo ben del certo con la lancia,

Per darmene, l’andresti a conquistare.

Ti lasso, perché mentre qui si ciancia

Il tempo passa, e ‘l mio patron m’aspetta

Con la risposta, e forsi havrò la mancia.

Va’ in pace, ch’io sto quivi a la vedetta

Anch’io per poter dar la nonciatura

Al patrone, acciò inordine si metta.


F. Ma eccoli, per Dio, oh che ventura,

Travaglio, a Dio, io vado a dar la nova,

Poi che di questo a me tocca la cura.

Mi raccomando, horsù, convien ch’io trova

Un’altra strada , acciò non gli riscontra,

O pur meglio sarà ch’io non mi muova?


T. No, no, gli è meglio ch’io gli vada incontra.


SCENA QUARTA


Messer Sterile, Messer Disagio, Travaglio servo, Messer Pocoraccolto, Madonna Tristastagione, Madonna Carestia e tutti i parenti


M.S. Travaglio, t’ho aspettato più d’un hora,

Dove sei dimorato fin’adesso?

Cammina, e vien con gli altri, in tua bon’hora.


T. Patron, non mi bravate, che buon messo

Son stato, e ne vedete già il segnale

S’io invitai tutti, com’havea promesso.

E veramente, a dirlo a la reale,

Voi havete una degna compagnia,

Né so se mai ne vidi un’altra tale.

Oh, che gente garbata, in fede mia,

Voi sete molto ben accompagnato,

Oh che bel comparir in sta genìa.


M.S. Parla come si deve, sciagurato,

Che viene a dir “genìa”, tristo forfante,

Ignorante, insolente e mal creato.


T. Volsi dir “compagnìa” trista e galante,

Ma non posso parlar così corretto,

Che mai non hebbe mastro, né pedante.

E però, quando parlo un po’ scorretto,

Fatemi un poco d’ammonitione,

Ma con altra maniera, e più rispetto.

Perché sapete ben, caro patrone,

Ch’io non son uso andar troppo a le scole,

Né mai ho sostentato conclusione.


M.S. Horsù, non replicar tante parole,

Cammina innanzi, e guarda se messere

Pocoraccolto fuora venir vuole.

E dilli, che siam qui per mantenere

Quel tanto che tra noi fu stabilito,

E per quanto ci obbliga il dovere.

Ma eccol ch’ei vien fuori, ed è seguito

Da la moglie, e v’è ancora la figliuola,

E i parenti, un de l’altro più polito.

Horsù, messer Disagio, la parola

Da lui havessi, ed a voi dunque tocca

Andar innanzi, e far ch’ei mi consola.


M.D. Farò quanto bramate, e già la bocca

Havevo aperta per voler parlare

Che forz’è che con me prima s’abbocca.

Messer Pocoraccolto, ogn’hor stentare

Poss’io vedervi, e mille affanni intorno,

Mal da dormire, e peggio da mangiare.

Eccomi qua, che fatto a voi ritorno

Ho, come vi promessi, ed ecco quello

Il qual ha da conciar la bocca al forno.

Questro fia vostro gener, se ‘l cervello

Non havete mutato in tempo poco.

Mirate un poco qua com’egli è bello:

Questo, qual oro rafinato al foco,

Può comparir per tutto, e la sua fama

Risuona più che mai in ogni loco.

E perché d’epedir desidra e brama

Questo negotio, fate che la sposa

Si facci innanzi, e venga a mezza lama.


M.P. Fatti innanzi figliuola, né ritrosa

Esser ti prego, sù, cammina presto

Che qua non bisogna esser vergognosa.

Non star col viso sconsolato e mesto,

Ma lietamente accostati a la lizza,

E mira un poco, che bel fusto è questo.


M.T. Sù, valli incontro, vedi ch’ei si drizza

Per venir incontrarti parimente,

E festeggiarti come sua novizza.

E voi, genero mio saggio e prudente,

Appressatevi a lei. Sta’ salda, matta,

Né ti voler far scorgere a la gente.

Hor che la parentela è bella e fatta,

Andiamo dunque in casa a far la festa,

Avviatevi là tutti, a spada tratta.

Prima il genero mio, con la sua honesta

Sposa, sia quel che vada innanzi a tutti,

E poi ciascun di voi segua la festa.

Dove dopo mangiar, cetre e liuti

Sonar faremo, timpani, arpe e lire,

Ch’ogn’un potrà ballare, infino ai putti.

Hor, chi a la nostra festa vuol venire,

A picchiar venghi a la porta di drieto,

Che incontinente lo faremo aprire.

Ben che non v’è nissun tanto indiscreto

Che fusse ardito d’usarci violenza,

Che ‘l tempo stretto ogn’un fa viver quieto.

Horsù, fratelli, con buona licenza,

Voglio entrarmene in casa, che coloro

M’aspettan, per goder la mia presenza.

E non andrebbe con quel bel decoro

Che si conviene a così lauto pasto,

S’io stessi qua di fuora, e dentro loro.

E nascer vi potrìa qualche contrasto,

Fra servitori, e far qualche garbuglio

E facilmente resterebbe guasto

E rotto in tutto il nostro guazzabuglio.


SCENA QUINTA


Diluvio parassito, solo.


D. Ah, ah, mi tocca pur da rider forte,

Se ben le risa non van troppo in drento,

E che mi prema assai più che la morte.

Havevo udito un certo parlamento

Che in questa casa si facea un convito,

Un gran banchetto, un grosso mangiamento,

Ond’io, ch’ogn’hor mi degno, senza invito,

Andare a questi pasti, come quello

Ch’esercito il mestier di parassito,

Per empirmi a l’usanza il mio budello,

Ed ungermi a mio modo ben la gola,

E divorar la carne col piattello.

Gionto ch’io sono in casa, su la tola

Ho visto una tovaglia repezzata,

Anzi, più pezze in una pezza sola,

E in cambio di vivanda delicata,

E varij cibi al gusto dolci e grati,

Come usar si solea a la giornata,

Agli e cipolle vedo in tutti i lati,

Sangui di bestie cotti senza sale,

Scorze d’anguille, e funghi brustolati.

E quel che più mi duole, e mi sa male,

Si è, ch’io n’ho veduto in tanta gente

Dui pani, ohimè, che questo è quel che vale,

E se pur qualch’un n’ha, sì strettamente

Lo tien, che pur non ne darìa un boccone

A un amico, a un fratello, a un suo parente.

Del bere, poi, oh che compassione,

A tutto pasto un’acqua di cisterna

Da far venire a un asino il madrone.

Quel che la casa domina e governa,

Panni non ha per sei quattrini intorno,

Ed è più magro assai d’una lanterna.

Pastizzi caldi, o torte cotte in forno

In tavola non vengon, né animelle,

Né quivi alesso o arrosto fan soggiorno.

Non ci ballan galline, né anitrelle,

Né tortore, fagian, quaglie e pernici,

Polpette, raffioli o tamaselle.

Ma in cambio di pavoni e coturnici

Hanno erbe, al gusto asprissime ed amare,

Ed altri cibi tristi ed infelici.

E se ben dicon, che s’ha da sonare

E da far festa, non dicono il vero,

Ch’assai sarìa s’avesser da mangiare.

E so, che mi pensavo buon tagliero

Haver, e a guisa di pallon gonfiarmi,

E mangiar hoggi per un mese intiero.

Non sol n’ho avuto roba da sfondarmi,

Com’è solito mio, ma un boccon solo

Di pan, da poter pur reficiarmi.

E di qui nasce e germina il mio duolo,

Ch’io temo quest’altr’anno non ci sia

Troppo da trionfar in questo suolo.

Che per l’estrema e horribil carestia

Non si faran più pasti né conviti,

E già vedo il principio esser per via.

Onde noi altri ingordi parassiti

Ch’andiam mangiando, e diluviando il mondo,

Da l’altrui mense ogn’hor sarem banditi.

A tal, ch’io vedo ruinare al fondo

Nostra grandezza, ed annullar in tutto

Lo spasso de la gola almo e giocondo.

Horsù pur, poi che qua non faccio frutto,

Vogliomi ritirare in altra parte,

Che per me questo pasto è troppo asciutto.

Non mi sarei mai messo a far quest’arte

S’io mi fossi pensato un simil fine,

Ma sempre stanno in peggiorar le carte.

Patienza, io mi ritrovo a le confine

E le cose mi son mal riuscite,

Con queste genti misere e meschine.

Hor quivi non si mangia, oh voi ch’udite

E se state aspettando con desìo

D’andar a casa a far quattro partite,

Non si fà festa, io ve l’ho detto. A Dio.


IL FINE













Testo trascritto da: Banchetto de’ Malcibati, comedia dell’Accademico Frusto, recitata dagli Affamati nella città calamitosa alli 15 del mese dell’estrema miseria, l’anno dell’aspra et insoportabile necessità, opera di Giulio Cesare Croce, Ferrara, Vittorio Baldini, 1609, BAB