BARCELLETTA

Nuova e ridicolosa sopra il

gallo di Madonna Checca


Il quale, per voler troppo andare a

spasso fra le galline de' vicini,

vi perde' quasi la cresta

Udite, donne care, una novella ch'assai vi piacerà,

Che fin qui la più degna e la più bella

Alcun detta non ha.

Hor state attente, che qui presente vi vo' contare

Un gran gridare e le ruine di due vicine

Sopra un galletto uscito dal pollar.


Madonna Checca una era chiamata, donna galant inver,

C'havea un galletto, qual per la contrata

Andava a suo piacer,

E fino allhora nissuno ancora l'havea pigliato,

Né men scacciato, che alle galline de le vicine

Facea far ova perfette e singolar.


L'altra da ognun Madonna Catanoia si faceva chiamar,

Che veramente sempre qualche noia

Soleva ritrovar,

E dal suo lato havea serrato questo galletto,

A quest'effetto sol: di pigliarlo e poi mangiarlo,

Come udirete, se state ad ascoltar.


Madonna Checca, c'haveva notato che il suo gallettin

Era volato fuor del vicinato,

Temendo che il meschin

Ivi restasse, né più tornasse, corse in un tratto

E ditto e fatto trovò costei, e verso lei

In questa guisa incominciò a parlar:


Madonna Cattanoia vi saluto, e Dio vi dia il bondì.

Havresti il mio galletto mai veduto,

Qual'è volato qui

Dal vostro lato? E s'è occultato, né so se fuora

In mia buon' hora sia poi uscito, e mio marito

Certo m'ammazza, se nol posso trovar”.


Madonna Cattanoia, che 'l galletto havea havuto in ver,

Incominciò a negar senza rispetto,

Poi disse in modo altier:

Credete voi forsi che noi l'habbiam pigliato,

Ovver serrato in qualche stanza? Oh, che creanza,

Andate via, né mi state intonar”.


Madonna Checca, vedendo così dire, ben c'havesse ragion

Rispose: “Non vi state a incrudelire,

Che sete fuor di ton,

Che pianamente, non stranamente v'ho domandato,

Se capitato mai fosse qua, come si sa,

Non mi pensavo di farvi sì alterar”.


Che parli d'alterar? Che vuoi tu dire, mostatio di monton?”

Disse quell'altra, “Io ti farò pentire,

Se non muti sermon.

Guarda che bestia, senza modestia, con che maniera

Va' per riviera, questa sfacciata, con sta bugata

Per poter forsi i fatti altrui mirar”.


Quei che ti poser nome Cattanoia, l'inteser molto ben”,

Disse quest'altra, “Ch'ogn'hor cerchi noia,

Ed hai le risse in sen,

Ma prova un poco di far sto gioco che hai proposto,

Forsi che tosto ti pentirai, e mi dirai

Più d'una volta ancor 'Lassami star'.”


Pigliati dunque questa su la testa, e impara di parlare”,

Aspetta ancora tu, becca su questa”,

Sin qui noi siam del par,

Piglia quest'altra”, “Oh, tu sei scaltra, non mi tirare”,

Lassami stare”, “Ohimè la trezza!”, “Va' con destrezza”,

Ohimè a tua posta io ti vo' sgramigliare”.


Ah, traditora! Si fa a questa guisa? Volermi strangolar!”

Fa pian, che tu mi stracci la camisa”,

Lassami tu il collar”

No 'l vo' lassare, se non mi pare” “Tu mi fai male”

Ohimè il grembiale è gito a spasso”. Oh che fracasso

Facean ste donne, ohimè che gran gridar.


Pigliati questo pugno su la bocca, e quest'altro sul muso”

E tu, pigliati questa con sta rocca

E st'altra con il fuso”,

Ohimè la gola, che 'l sangue cola”, “Ohimè la vita,

Che son ferita, ohimè il mio naso, fuora Tommaso!”

Aiuto!” “Aiuto! Chi corre ad amezzar?”


Udendo questo, mastro Sofficiente, che era lì vicin,

Corse a questo rumor con molta gente,

Fra grandi e piccolin:

Mastro Matteo, mastro Alideo, mastro Catullo,

Mastro Tibullo, mastro Petronio, mastro Sempronio,

Sol per voler sì gran rissa vietar.


Saltò fuora mastro Simplician, e mastro Faustin,

Mastro Esculapio e mastro Colomban,

E mastro Bartolin,

Mastro Flamini, mastro Tarquinio, mastro Archelao,

Mastro Anfiarao, mastro Grisante, mastro Morgante,

Mastro Porfirio con mastro Apollinar,


Né stette in casa mastro Tolomeo, né mastro Morganor,

Mastro Marforio e mastro Semideo,

né mastro Nicanor,

Mastro Mercurio, mastro Tugurio, mastro Mambrino,

Mastro Merlino, mastro Brunello, mastro Morello,

E tanti e tanti ch'io non gli so contar.


Corse madonna Agnese in questa tresca, madonna Isotta ancor,

Madonna Ottavia, madonna Francesca,

Madonna Bianzafior,

Madonna Saula, madonna Paula, madonna Luna,

Madonna Bruna, madonna Ersiglia, madonna Antilia,

Con tutte l'altre, ch'io vi volio narrar.


Vennevi ancor madonna Nicostrata, madonna Dapochina,

Madonna Disdegnosa, e la Svogliata,

Madonna Serafina,

Madonna Orintia, madonna Cintia, e madonna Armenia,

Madonna Eugenia, madonna Biagia, madonna Adagia,

Corsero tutte per volerl' accordar.


Ci venner anco un numer di donnette d'ogni sorte mestier,

Parte ch'al molinel eran perfette,

E parte eran tessier,

Cioè la Nana e la Giovanna, la Permalosa,

La Scrupolosa, la Sabadina, e la Lucretina,

E la Pandora e la Pasqua sua comare.


Corse la Menga ancor a sta ruina, per voler dispartir,

La Losca, l'Infingarda, e la Mantina,

Che tanto dà da dir,

La Valeriana, la Potentiana, la Saporita,

La Bellavita con la Moretta, e la Gobbetta

E l'altre donne, più assai d'un centunar.


Quand' arrivata è tutta sta gente, che v'ho narrato qua,

Incominciò maestro Sofficiente

A dir: “Fermate, oh là,

Dite la causa perchè in tal nausa vi sete tolte,

E come stolte, e senza ingegno, con tanto sdegno

Ambe qui in strada vi state a far smattar”.


Disse madonna Checca: “Mio marito haveva un gallettin,

C'havea la testa rossa, e tanto ardito

Che sempre a i mattutini

E a mezza notte forte cantava; poi si levava

E mi svegliava e bene spesso mi venìa appresso

E sempre in l'alba voleva da beccar.


Or, questo gallettin, che con la mia pollastra stav' ogn'hor,

E che con tant' amor in compagnia

Si beccavan fra lor,

E' via fuggito, e l'ho smarrito, e per trovarlo

Con costei parlo, e lei con furia tosto m'ingiuria,

E m'ha conciata come tu vedi star.”


Io ti voglio trattar ben peggio ancora, non finis' il festin”,

Rispose Cattanoia, “Hor va', lavora,

Mostaccio di Sasin,

Perché so bene donde ne viene tutto il pedale

Di tanto male: ch'hai accennato ch'i' ho rubato,

Ma non son goffa, intendo il tuo parlar”.


Saltò nel mezzo mastro Sufficiente cridando: “Orsù, non più!”,

E così tutta quanta l'altra gente

Dicean: “Non fate, horsù!”

E chi tirava, e chi cridava, chi le teneva,

Chi le spingeva, e chi havea un pugno sopra del grugno:

Mai non fu rissa più orrenda da mirar.


Andate pur a far i fatti vostri, e lassate sfogar”

Cridava Cattanoia, “Gli humori nostri,

Fin che sian sul menar”.

Orsù, va' in casa, sta vecchia rasa”, “Non c'andrò mai”,

Tu c'anderai!”, “Non ci andrò già, spinga chi sa”,

Vuo' che ci vadi, se dovessi crepar!”


Pigliatela un po' tutti da quel lato e tiratela in là”,

Cucù, s'io ci anderò, se n'hai più fiato

Di fuor sì resterà”.

Tirate forte! Oh, come è forte”, “A fè ci vai,

Ci sei homai, anco un pochetto, spingi in l'occhietto

E apri l'uscio, ch'essa comincia a entrar”.


Tosto che mastro Sofficiente aperse, e ch'ella fu

In casa, ecco il galletto immantenente

Cantar: “Cu cu ru cu”,

E ditto e fatto, saltò in un tratto for nella strada,

Ed ella abbada non stette troppo, ma in quel intoppo

Serrò la porta, e corsesi a salvar.


Ecco il galletto ch'uscito è fuora dall'uscio, “Oh che bel far”,

Cridò madonna Checca, “A traditora,

E poi volea bravar!

Orsù, la berta è già scoperta, tu sei serrata

Oh, scellerata, io ti prometto che sto galletto

Vuol esser quello che ti faccia frustar.


Io voglio andar a farli una querela per questo brutto tir,

Non ti pensar, ladrona, che la cela,

Mo a tutti il voglio dir:

Dalli alla ladra, ch'è sì leggiadra alla rapina,

E sta mattina il mio galletto serrato stretto

Haveva in casa, e sel volea magnar.


Oh, gallettino mio garbat' e bello, vieni nel tuo pollar,

S'io havessi pur al men qualche granello

Da darti da beccar.

Osù, i' l'ho preso. Ho com'è leso, oh poverino,

Tu stai sì chino! Alza la cresta, e tien la testa

Un po' diritta, se mi vuoi rallegrar.


Donne, vi vo' avvisar in questa fiata tener il vostro gal

In casa, non lassate per contrata

Né manco far il bal

Con le galline delle vicine, che in fede mia

Se poi si svia, lo cercarete, nol troverete

Perché so' giotti troppo a li altrui pollar.


A quel che dico non torcete i musi, che vi volio avvisar

Che se il lassat' entrar per tutti i busi

Havrete da menar.

Perché di botto qualche stricotto gli sarà dato1,

O su la testa qualche tempesta

Potrìa caderli e farlo stroppiar.


Esempio vi po' il gal di mio marito a tutte quante dar,

Ch'era tanto focoso e tanto ardito

Ch'io no'l potea pigliar.

Or il meschino sta a capo chino mest' ed afflitto,

Né po' star ritto, tant'è distrutto, magr' ed asciutto

E debil tanto che in piedi non può star.


Or vi ringratio, bella compagnia, che m'have' favorì

Tanto contra costei, che in fede mia

M'ha cavato l'umor,

E se occorresse che ci volesse testimonianza,

Ho in voi fidanza che voi direte quel che sapete,

Ch'adesso adesso la vado a querelar.


IL FINE









1Manca l'emistichio in rima con “gli sarà dato”.

Testo trascritto da: Barcelletta nuova sopra il gallo di madonna Checca, il quale, per volere troppo andare a spasso fra le galline de le vicine vi perde quasi la cresta, s.d., BUB