BRAVATE, RAZZATE,

ET ARCIBULATE,

Del Arcibravo Smedola vossi, sfonnapietti,

sbrana Leoni, sbudella Tigre & anciditore

de gli Huomini muorti. Chillo, che fran-

ge li monti e spacca lo Monno per lo

miezzo & in somma l'arcibravura,

terrore e tremore della Terra,

e de l'Infierno


Con la capricciosa e ben compita Livrea del detto

Smedola vossi, opera bizzarrissima e nuova.


Giulio Cesar Croce



Io son quel gran Smedolla sfonna pietti

Ch'a un sguardo sol faccio sparir il Sole,

Fugon i tigri e l'orsi al mio cospetti

Il mondo trema al suon di mie parole

Mangio piastrin, trangugio corsaletti,

E pongo in fuga le tartaree scole,

E dove movo, e dove giro il passo,

Faccio fuggir Plutone e Satanasso.


Son tanto altiero, rigido e superbo,

Ch'alla mia forza ogn'altra forza ciede;

Spiezzo, rompo, fracasso, frango e snerbo

Chiunque inanzi a me rivolge il piede,

Vo' fra le selve, e col mio viso acerbo

Fo' di leoni e draghi orribil prede,

E spesse volte per saziar i denti

Trangugio vive vipere e serpenti.


Però di Sfonna pietti il nome tiengo,

Ch'al braccio mio non è nissun che possa

Resistere, e ben spesso a pugna vengo

con coccodrilli e grifi e faccio rossa

La tierra del lor sangue, e mi trattiengo

Di basilischi a mensa e in una scossa

Gitto le torri a terra, e vo' sì dentro

Che fo' tremar la terra e tutt' il centro.


E' tal di Sfonna pietti il gran valore,

ch'a un polo e all'altro si dilata e stende,

E con lo sguardo sol porto terrore

Al monno tutto, e un mio sospir accende

L'aria d'intorno, ond'il mio gran furore

Le nubi passa, e fin al cielo ascende;

E se il mio nome giunge in quella parte

Si cacan nelle brache Ercole e Marte.


L'autro giorno il Turco maleditto

Havendo udito della mia bravura,

Mannò a sfidar lo forti Sfonna Pietro,

Pensanno di cacciarmi in sepoltura.

Io comparisco in campo, e non aspietto

Altro se non che il piglio in centura

E lo mannai tant'anto ch'abbrugiato

Restò dal sole, & era tutto armato.


Venne l'altra mattina un elefante,

per voler far di me stragi e macello.

Io con un de' miei pugni aspro e pesante

Gli do' sul capo, e li schiaccio il cervello

E poi lo spacco da capo a le piante

E della pelle mi faccio un mantello

Qual porto indosso, quando sopra i monti

Vado a combatter co i renoceronti.


Mi fu sparata d'un artigliaria

Sotto Strigonia, che scalavo il muro.

Quando miro la palla che veniva,

Alzo lo braccio mio forte e sicuro

E la fermo di posta per la via

Con la mano, e di nuovo dientro il muro

La tiro con tal forza e tal potere

Che mille torri a terra fei cadere.


Con un sol calcio spianai Mongibello

E trei giù la fucina di Vulcano,

Ed a un cicloppo sfonnai lo cervello

E presi un drago vivo con la mano

E tirai via la coda a Farfarello

E con un sol sospir arsi un villano

E nel soffiarmi il naso una mattina

Ruppe sei navi al porto di Messina.


Mangiai a cena l'altra sera un orso

Che con un dito solo avea spaccato,

E al gran Sofì, che mi ciedea soccorso,

Andai, e in quattro colpi ho sbranato

Cavalli, homini e bestie, e misi il morso

In bocca a un giganton, ch'era fatato,

E perch'egli era forte, grande e grosso,

Di Persia a Napoli fei portarmi addosso.


Cento leoni vennero assaltarmi

Per voler far di me rapina e pasto,

Io tutti li sfonnai, senz'haver armi

E perchè non mi fesser più contrasto

E mai più noia potessro darmi,

Gli getto in aria, e così ben gli arraffo

Che mi vien scritto fin dal re di Dacia

Ch'andar di là dal mondo cento braccia.


Fui assaltato da un feroce drago

Che per tutto gettava fiamma e foco.

Io, che fin quando nacqui ogn'hor fui vago

Di pugnar con le bestie, e in tempo poco

Lo caccio in terra, & un antropofago

Pur anco ancido nello stesso loco;

Né mi parea finita la tenzone,

Se non spaccava a mezzo un listrigone.


Ma state a udire, e riderete tutti,

Ch'un giorno combattei contra chimera

E la gettai a terra con due rutti,

E dopo lei, sbranai l'empia Megera.

E a mille mostri spaventosi e brutti

Cavai il core e lo mangiai la sera:

A un leopardo presi in un boschetto

e la mia donna ne fece un guazzetto.


Mill'altre prove ho fatto segnalare

Che scritte son sul libro dell'Inferno:

Tagliate gambe, braccia distaccate,

Frant'ossa, e fatto foco a mezzo il vierno,

Terre abbrugiate, mura fracassate,

Spianate rocche, e tolto lo govierno

A duci, re, baroni e gran signori

E fattomi padron de i lor tesori.


Lo nome mio, quando nomato viene,

trema lo munno e fa lo terremoto,

A i diavoli n'accresocno le pene,

E di bestie ogni campo resta vuoto;

E però chi mi schiva farà bene,

Perché il mio gran valor v'ho fatto noto.

Hor viva Sfonna pietti a tutte l'hore

Qual degl'huomini morti è anciditore.


CAPRICCIOSA LIVREA DEL DETTO

Sarto mio car, vorrei che mi facesti

Una livrea che fosse a mio capriccio.

E dentro il vostro ingegno gli ponesti

Per far compito questo ghiribitio

Ma non vorrei già voi, che mi dicesti

Che non fosse perfetto ilmio giuditio

Con darvi l'inventione & il modello

Sì come hor mi dimostra il mio cervello.


Primieramente voglio un bel giuppone

Tutto di tramontana a l'improvviso.

E fodrato con occhi di pavone,

Imbottito di gambe di narciso,

Con un garbin intorno e una canzone

Che mostri il mio valor tanto diviso,

Trinciato poi con grani di finocchio

E listato con pelle di ranocchio.


E lo gippasti intorno alla sangalla

Con certi contrappunti da mercante,

Che sopra gli giocassero alla palla,

Assieme un cervo, un daino e un elefante.

Ed i bottoni d'ale di farfalla,

Con le finestre sue verso levante

Facendo il tutto vago, ornato e bello

Che sembri in aria un sorvolante augello.


Le calze voglio a foggia di scorpione

Trapunte con la fonte d'Elicona,

Con le fodre di scorze di marrone,

Ad uso di torrazzo di Cremona

Trinciati con la forma d'un salone

Con le stringhe del bel porto d'Ancona

Che mostri da lontan cose sublime,

Come appar il saltar strambotti e rime.


La casacca vorrei che la facesti

D'un certo dente d'ombra di Vulcano

E l'ossa di Mussin sopra mettesti

Con un sospiro fatto da un villano.

E li chiappetti sian d'inverno pesti,

Con li bottoni suoi del mal d'un sano

Cinta di nobil sul spuntar del giorno

Per far questo lavor tanto più adorno.


Ma sopra gli vorrei un bel lavore

Richamato del canto d'una rana,

Col suon della campana del tenore

Ch'egli stinguesse un foco di fontana.

E poi di Borea il suo soave odore

Lui spirasse intorno, e una pavana

Danzata con il corso di Mercurio,

Che denotasse a tutti un buon augurio.


Di poi una calcetta ben tirata,

Di corna di lumache con la sella,

Ch'avesse quel color che tien l'armata

Quando la luce ha perso la favella,

Ancor vorrei che fosse ben ornata

D'un dolce canto d'una gran mastella

Solata sotto con pelle di ragno

Per esser vostro più maggior guadagno.


Oh, qui vedrò se voi mi servirete

O se sapete fare il mio parere.

Voglio un cappel (non so se m'intendete)

D'un petto d'un facchin che stia a sedere,

All'hora poi dirò «Voi non vedete

Come mi fa il sartore il mio dovere,

Quando posto gli havrà un bel pennone

Del sudor de la coda d'un castrone».


Parmi, che starìa ben un bel mantello

Del ciuffol de la spada di Ruggiero

Col suon d'una civetta di pennello

Che scrivesse le danze d'un alfiero.

Ma sopra il tutto il canto d'un fringuello

L'ornasse intorno, con un bel destriero

D'oscura nebbia, quando l'aria è chiara,

Per non parer ch'io sia persona avara.


E vuol il mio pensier che sia fodrato

D'un cieco sguardo, perché scopra il tutto

Con un gallesco grido tutto armato,

Col detto d'un dottor che fosse mutto.

Ancor vorrei che fosse ricamato

D'un caldo grande, che non fosse asciutto,

Ma cinto d'un gran salto di leone

Che cantasse ogni notte una canzone.


Vorrei che m'insignasti un bon spadare

Che mi fesse una spada in diapason

Col fodro in diesis, pur senza cantare

Col pomo e l'elzo d'un diatexteron,

Il pontal d'un diapente a l'alterare

Con la cinta di voce exacordion;

E lo fornisce in triangolo ecquilare,

Per esser più galante a maneggiare.


Ancor m'insegnarete una persona

Che mi facci le scarpe in sillogismo,

D'un lampo di Balem, che nulla tuona,

Solate con la pel d'un gargarismo

E i nastri d'un suon che non consona.

Con la punta d'un in barbarismo,

Trinciate di rugiada in mezzogiorno,

Per potermi girar più lieve intorno.


Che ve ne pare, sartor, si potrà fare

Compitamente queto mio vestire?

Credete che potrà anch'esso stare

E fra molt'altri anch'esso comparire?

Credete che potrò anch'io giostrare

E dar alle persone assai che dire

Quando pensat'havranno alla gran spesa

Che fatt'havrò nel far questa mia impresa?


Orsù, mi vo' partire, il mio sartore,

E più non voglio quivi dimorare.

Sol lasciovi pensare al vostro honore,

Che sete in tal lavor per acquistare.

All'hora poi udrete ogni signore

Venir da voi per farsi ben ornare

Scorgendol sì ben fiero e così adorno,

Più d'ogn'altro lasciandovi il bongiorno.


IL FINE