BURLA

Fatta all'autore da un suo ami-

co in luogo di colatione, alla

quale era stato invitato


di Giulio Cesare Croce

BURLA

Fatta a l'Autore in luoco di

colatione


Signor mio car, sta notte mi svegliai

Ridendo della burla di giersera.

Io dico di tal modo e tal maniera

Che poco vi mancò che non crepai.


Massimamente che mi ricordai

De le grate accoglienze, e buona ciera

Che mi facesti, onde memoria intiera

Terronne, senza smenticarmi mai.


Fur buoni quei pistacchi e quelle olive,

Con le quali tanto ben mi ricevesti

E 'l vin soave, saporito e buono


Hor ben, così si fa, così si vive,

Questi son alti e generosi gesti,

Da lassar sempre al mondo eterno suono.


Ma a fè da quel ch'io sono

Ch'io son forzato come amico vero

Spiegarvi in questo foglio il mio pensiero


Ed emendarmi spero

Con queste mie parole mal limate

E trarvi da sì grande stracavate.


Hor dunque che pensate

Di potervi dirare? I' non vi lodo

Gettando via la roba in questo modo;


Sebben ch'anch'io la lodo

Di veder star tal'hora le persone

In spasso insieme ed in ricreatione


Facendo colatione

Honestamente insieme e non volere

Far di superfluo, che non è il dovere.


E questo è il mio parere,

Che i veri amici accettan volontiera

Par della roba assai la buona ciera


Ma voi di tal maniera

Havete fatto, che, se ben discerno,

Il nome vostro s'udirà in eterno.


E però il mio quaderno

Quivi del tutto mi conviene aprire,

E voi in cortesia statemi a udire


Di quel ch'io vi vo' dire

Non ne restate attonito e turbato

Che 'l tropp'amor a questo m'ha tirato.


Dove avete trovato

Voi, che quand'uno ha sete se li dia

Un andito da bere in cortesia?


E per più leggiadria

in vece di mangiar qualche insalata

Mostrare una cantina ben serrata


E tutti di brigata

Chiamarci in una corte, e qui mostrare

Che sotto la volete far cavare,


Acciò si possa stare

L'estate al fresco in consolatione

Bevendo allegramente col fiascone.


E quivi in un cantone

Mostrarci un pozzo, e poi menarci in l'horto

A veder una prugna, oh, che conforto


E con parlare accorto

Dir, quando queste son mature e belle:

«Ne fo' presenti a queste genti e quelle»


E con simil novelle

Menarci suso, con un stil leggiadro

E mostrarci di noce un lungo quadro


E dir, poi ch'io vi quadro,

C'havete voglia di mangiare un poco.

Un anno che quivi, in questo loco


Stessimo in festa e gioco,

Assai compagni, ed io con molta gente

Menando le mascelle allegramente,


Poi amorevolmente

Trovarci giuso e con dolci parole

Il portico offerir, quando è gran sole


Per passeggiar chi vuole;

E di casa mostrandomi ogni stanza

Mi desti una grandissima sostanza.


Ma la grande abbondanza

Che del vostro voi fate a le persone

Vi darà da stentar degna cagione,


Onde da passione

Mosso, vi prego: non buttar più via

La roba, che egli è troppo gran pazzia.


Si sole in compagnia

Spender tal'hor il suo, ma con misura

Perché ch'è troppo prodigo non dura.


Leggendo la Scrittura,

Sardanapal si vide andare a male

Per esser troppo ingordo e bestiale.


Gli è ver che un liberale

Tal hor far deve qualche stracannata

Ma non però far rider la brigata.


La roba strusciata

Di quattro errori è causa. E primamente

Fà grand'ingiuria ad ogni buona gente.


Seconda, parimente,

L'amico di colui che la divora

Ne sente dispiacer grande d'ogn'hora.


Terza, che poi di fuora

Si dà da mormorare alle persone

E ridendo è ritenuto un gran minchione.


Quarto in conclusione

Chi getta via la roba per altrui

Col tempo n'ha poi di bisogno lui.


Ond'io, parlando a vui,

Da vero amico pregovi di core

A cercar di schifar simil errore.


Voi siete huomo d'onore,

E per tale da ogn'un sete tenuto,

E da tutta Bologna conosciuto.


Adunque, siate astuto

E così al primo tratto non vogliate

Por la casa nel corpo alle brigate


Perché bramo che siate

Più ritirato, perché voi in vero

Par non avete in votare il carniero


Io dico da dovero,

Tanto più importa d'esser strett' e parco

Che, per troppo tirar, si spezza l'arco


Hor così mi son scarco

Di dirvi quel che il mio debito vuole,

Al buon intenditor, poche parole.


Horsù, è alto il sole,

Stò nelle Lame, appresso i miei vicini,

Schiavo fedel de' vostri burzacchini.


IL FINE












Testo trascritto da: Burla fatta all'autore da un suo amico in luogo di colatione alla quale era stato invitato, in Bologna per gli Eredi del Cochi, 1628, BAB