CANZONETTA

O VERO CACCIA

RIDICOLOSA

di cinque compagni difettosi

Cinque compagni un giorn' andorn' a caccia,

E questi furno, se ben mi raccordo,

Un senza piedi, un muto, un ciec' e un sordo,

Ed un che li mancava ambi le braccia.


E mentre ogn'un di questi si procaccia

L'un più de l'altro a la campagna, ingordo,

Cercando non da pazzo o da balordo

Ma da bon cacciator che si procaccia.


Ecco, for da un cespuglio appresso un fosso

Una lepre smarrita ferma stare,

Tal ch' li andorno tutti cinqui addosso.


Il sordo prima udì perché squassava

Le foglie ov'era ascosa la meschina,

E che tacess' ogn'un così parlava.


Ma il cieco che guardava

La vide che fuggir facea pensiero,

E il muto gridò forte: “Cavaliero!”


Ond'essa sul sentiero

Sbalzò fuggendo lieve com'un vento,

Ma il zoppo a seguitarla non fu lento,


E in passi più di cento

La giunse, perché il can l'aveva uccisa,

Onde ciascun crepava dalle risa.


E in più parte divisa

La miserabil lepre in quella caccia

Di bocca a il can la tolse il senza braccia.


Hor parmi che si faccia

Un consiglio fra lor senza tardare,

A chi di lor la lepre abbia toccare.


Dice il sordo: “Mi pare

Ch'ella debba esser mia senz'altro dire,

Perché di voi fui il primo a udire.”


Tu te ne poi mentire”,

Disse il cieco, “E la è mia di ragione,

Perché prima la vidi nel macchione”.


Ed io farò questione”,

Rispose il muto, “Se a me non la dai,

Che il primo fui che 'cavalier!' gridai”.


S'io corsi e la pigliai”,

Soggiuns' il zopp' con voce umil e pia,

Perché non deve dunqu' ella esser mia?


Questa non è bugia,

Che se voi stavi saldi, i' sol voleva

Correrli dietro, s'ella non fuggeva”.


Il monchin poi diceva:

Che state a contrastare, oh voi, se tocca

A me, perché la tolsi al can di boccha.


E vo' con quatte broccha

Cucinarmela, e poi da noi mangiata

Sarà la meschinella, s'a voi quata”.


All'hor con faccia irata

Replicò il sordo: “Ella è mia senza dolie,

Perché prima l'udì fra quelle folie.”


E con maligne voglie,

Voltossi con molt'ira al senza braccia

E lui li diede un pugno su la faccia.


Il cieco, a tal minaccia,

Vedend' i doi compagni in quella stretta,

Disse col zoppo: “Andiam a far vendetta.”


All'hora con gran fretta

Il zoppo corse e seco si mischiava,

E insieme ciaschedun si pettenava.


E ben forte gridava il muto

Col dire: “Aiuto! Aiuto!”,

Onde un villan fu a quel rumor ridutto,


Qual, essendo venuto

Fori d'un bosco con il suo bastone,

Gridando: “Perché fate voi questione?”


Ma, avendo la tenzone

Udita di costor, e lor sermone,

Si risolse di far a quei ragione,


E levando il bastone

Incominciò con impeto e ruina

A dare a ciaschedun su per la schina,


E poi, con tal rovina,

Gridò: “Fermate! Che con questo legno

Over darete a me la lepre in pegno”.


E quei, con poc' ingegno,

Gli dan la lepre in mano, oh che pazzia,

Esso la tolle e poi si fuggi via,


Onde con pena ria

Lasciò quelli scherniti e star in forsi,

E d'aspettarl' ogn'uno si risolse.


Ma poi ogn'un si tolse

Di villa e ritornaron senza caccia,

Il senza piedi, il mut', il cieco e il sordo,

E quel che li mancava ambi le braccia.


IL FINE