CANTO IN DIALOGO

TRA IL RENO E

FELSINA


Sopra le allegrezze fatte per la recreatione

Dell’Illustrissimo e Reverendissimo

Cardinale GUIDO

PEPOLI.


DI GIULIO CESARE CROCE

AL MOLTO ILLUST

SIG E PATRON MIO

OSSERVANDISS.


IL SIGNOR CAVALIERE

FRANCESCO PARATI


GIULIO C. CROCE


Se anchor’io non havesse dimostrato in parte di sentire l’allegrezze che hanno sentito e di continuo sentono tanti altri amici e servitori dell’Illustriss. casa Pepoli per la promotione dell’Illustriss. e Reverend. Mons. Guido Cardinale, nuovamente creato da N. sig. Sisto V, haverei mostrato mancare assai del debito mio verso la servitù che io tengo tanti anni sono, e cascarei anco nel vitio della ingratitudine verso le molte cortesie e favori ricevuti da quella Illustriss. casa; onde, considerando e a l’uno e a l’altro, ed essendomi presentata così rara occasione, non ho potuto, né meno ho voluto, mancare di non fare segno di allegrezza, sentendone nel cuore infinito piacere, e contento perché veramente il sogetto è alto e apporta grandissimo splendore e gloria non solo a sì gran casa, ma anco a tutta questa magnifica città. Però, non ritrovando le forze corrispondenti a l’animo per mostrar fuori quel segno di giubilo e di gaudio immenso, sì come si converria e come hanno anco fatto tanti e tanti altri , con brugiar botti, e fascine, far fochi artificiati, tirar bombarde r scaricar moschetti, mandar raggi per fino alle stelle, far girandole, porre lumiere alle finestre, con dolci concerti di musiche, trionfi ed altre feste, che si sono fatte per tutte le piazze e strade, ho fatto quel tanto che comporta la mia possibilità, facendo questo Dialogo tra il Reno e Felsina per la creatione di questo Illustriss. Card., tanto da ogn’uno amato e bramato: ma essendo la rima mia alquanto debole, e come incolta vite, che non ha forza di per sè stessa di tenersi in piedi, mi ho pensato d’appoggiarla al suo sostegno dell’ombra di V.S., sapendo quanto ha osservato e anco al presente osservi gli alti fatti di questi generosi heroi, V.S. donque si degni ricevere queste mie poche fatiche, accettando seco la mia buona volontà, e mi tenghi nel numero de’ suoi minimi servitori; e con questo fine humilemente inchinandomi le bacio le mani, pregandole da N.S. Dio ogni felicità. Di Bologna, il dì 15 gennaro 1590.

Di V.S. molto Illust.

affettionatiss. servit.

Giulio Cesare Croce.

CAPITOLO IN DIALOGO


RENO E FELSINA


RENO


Che rumor di tamburi e suon di trombe,

Che tirar di bombarde in tutti i lati,

Sent’io, che par che Felsina rimbombe?

Che gran copia di fuochi artificiati,

Vegg’io girar? Che risonar di squille,

Che applausi, che trionfi alti e pregiati?

Che folgori son quei, che a mille a mille

Vedo salire in alto, e formar tuoni,

Che par che tutta l’aria arda e sfaville?

Chem usiche, che piffari, che suoni

Son questi, che armonie, che dolci accenti,

De’ quai la terra e ‘l mar par che risuoni?

Che allegrezze son queste che le genti

Fan d’ogni intorno, che ben par che piova

Giù dal ciel sopra lor gioie e contenti?

Certo esser gionta qualche buona nuova

Deve in questa città, che ‘l popol tutto

Par ch’a far festa e a giubilar si mova.

Come potrò di questo haver construtto,

Da chi notitia havrò poco, né assai,

E chi di ciò m’informerò del tutto?


FELSINA


Fiume gentil, tu sol sei che non sai

De le nuove allegrezze il gran successo,

Dormi tu forsi? O pur, che cosa fai?

Già a tutto il mondo è pur il fatto espresso

Del gran favore che ci ha fatto il cielo,

E del gran don di nuovo a noi concesso,

Ma, o che tanto ti stringe il crudo gelo,

Che l’onda congelata non consente

Che ciò trapassi il tuo agghiacciato velo,

O che con qualche ninfa dolcemente

Ti sei smarrito in questi larghi campi,

Onde non hai notitia di niente.

Ma per cavarsi fuori di tali inciampi

La cagion ti dirò, ch’induce e tira

A far tai fuochi, e trar baleni e lampi,

Sta’ dunque attento, e poni ben la mira,

Al mio parlare, e fa’ di ciò gran festa,

Per tutto u’ il corso tuo s’allarga e gira.


RENO


Ciò son per fare, hor fammi manifesta

La gioia, che si sente in questo suolo

Felsina mia, se ‘l dir non ti molesta.


FELSINA


Hai dunque da saper che quinci a volo

E’ venuto un corrier, con nuova tale

C’ha rallegrato tutto questo stuolo.

Cioà, che ‘l gran pastor per mostrar quale

E quanto sia l’amor ch’egli ci porta,

Ha il PEPOLI creato cardinale.

Quel GUIDO veramente guida e scorta

Di virtù, di bontà, con simil guida

Cardine è fatto, hor mira quanto importa.

Per questo dunque tutto il popol grida,

Con voci d’allegrezza e in alto leva

I nobil scacchi, insegna salda e fida.


RENO


Deh, Felsina mia cara, non t’aggreva

Di seguir il tuo dir, che miglior suono

A le mie orecchie gionger non poteva.

Pepoli è cardinal? L’hai tu di buono

Loco cavata? O forsi su le dita

Te la sei fatta? Hor seguita il tuo tono.


FELSINA


Non è mia invention, l’opra è seguita,

E la fama è già sparsa d’ogn’intorno

E ne sente ciascun gioia infinita.

E le feste che senti pel contorno,

Per lui son fatte, e ‘l bel natìo terreno

Giubila, e gode in dolce almo soggiorno.

Però non t’ammirar, oh picciol Reno,

S’egli è salito a tanta dignitade,

perch’ei fu sempre di prudenza pieno.

Senno canuto in giovanil’etade

Sempre ha mostrato, e fin da picciol’ anco

Il pensier tenea volto a simil strade.

Hor d’ostro porta adorno il petto e ‘l fianco,

E il nero cappel cangiato in rosso,

Con più bell’ombra copre il nero e ‘l bianco.

E per questo si sente a più non posso

Menar da tutto il popol allegrezza,

Essendo a tanta dignità promosso.

Che, ben che questa casa in grande altezza

Si ritrovasse, nondimen quest’ombra

Gli apporta più splendor e più grandezza.

Che quel vago color, ch’attorno adombra

Il bel cappel, gli viene a far difesa,

E ogni sospettorio da lei disgombra.

E in modo alcun non puote esser’ offesa,

Essendo sempre desta e vigilante

A honor di Christo e de la Santa Chiesa.

Ed essendo fidissima e costante

Al Pastor Santo e a la Romana Corte,

Sempre sarà felice e trionfante.

Questa è dunque la nuova, che sì forte

Allegra ogn’un, e alzar con caldo affetto

Fa i scacchi sopra gli usci ed alle porte.


RENO


Se ben parve che tutto in me ristretto

Stessi, mostrando, felsina, a la prima

Non dar’ intiera fede al tuo concetto,

Non fu per usar teco schermo o schrima,

Né opponermi al tuo detto, ch’antivisto

L’havea in me stesso a tanto honore in cima.

E sapevo benissimo, che Sisto

Pastor tanto prudente, accorto e saggio,

I suoi merti più volte havea già visto.

E come quel, che dal superno raggio

Illuminato vien, non può far cosa

Che non sia incamminata a buon viaggio.

E non essendo a lui punto nascosa

La gran bontà di quel gentil Signore,

Nato di stirpe tanto generosa,

Innalzar lo voleva a tanto honore

O per tardi, o per tempo, e dargli quanto

Può dar sì gran patron, grado e favore.

Questo sapevo, e n’ero certo tanto

Quanto so d’esser fiume, over canale,

Ch’egli dovea mutar berretta e manto.

Ma a grado così degno e trionfale

Non credea che salisse così tosto,

Poscia ch’a gli trent’anni anco non sale.

Per questo m’ero al tuo parlar’ opposto,

Pensando, ch’essend’anco giovinetto,

A ciò stesse qualc’hanno ancor discosto.

Ma poi ch’io sento e vedo con effetto,

Che quel che m’hai narrato è più che vero,

Anch’io ne sento in me sommo diletto.

Perché pel mezzo suo col tempo spero

Tutto giocondo andar al salso regno

Famoso, al par de l’Istro e de l’Hibero.

E se già di quel ceppo illustre e degno

Usciron tanti generosi heroi,

Di gran valore e di sublime ingegno,

Egli, con gli alti e chiari gesti suoi

E l’opre egregie degne e virtuose,

Splenderà da gli Esperij a i liti Eoi.

E la sua casa, tra le più famose

Comparir potrà sempre, e star’ al paro,

Per le sue imprese eccelse e gloriose.

Che tanti alti guerrier di così chiaro

Sangue son stati, che fino a le stelle,

Non solo in terra, i nomi loro alzaro.

E armando i petti in queste parti e in quelle

Più volte son restati vincitori

Contra le genti triste e Dio rubelle.

E di modo ne i bellici furori

Si portar, hor col stocco, hor con la lancia,

Che sempre n’acquistaron palme ed honori.,

Tal che co i più famosi a la bilancia

Dove i merti si pesano, pon stare,

E tra quanti guerrier i ha Italia e Francia.

Sallo Nettuno quante volte in mare

Seguitando di Marco l’alta insegna

Han fatto prove degne, e singulare.

Ed hor, progenie tanto unica e degna

Si vede di tal stirpe esser uscita,

Che l’ciel sempre la salvi e la mantegna!

Perché una gioventù la più fiorita

Non vede il sole in questa o in quella parte,

Da l’adusto etiopo al freddo scita.

Sovra questi ogni gratia il ciel comparte,

E la virtù giamai gli volta il tergo,

E suoi ministri son Pallade e Marte.

Ma perché in lodar lor tanto m’immergo,

Non si sa da’ vicini e da’ lontani

Se tutte le bontà fan seco albergo?

E quanti senatori alti e soprani,

Di lor son stati, ed al presente sono

Con tanti colonnelli e capitani.

Ed hebbero dal ciel sì largo dono,

Che da’ più grandi sempre furo amati,

Tanto va intorno di sua fama il suono.

E nuovamente in vita son tornati

Quei primi, ch’a la patria tanto amore

Portaro, e furo a ogn’un sì cari e grati.

E per questo Illustrissimo Signore

Tra l’altre ogn’hor via più s’andrà innalzando,

E crescerà più sempre il suo splendore.

Ed egli a poco a poco andrà montando

Fin che sia gionto a quel sublime seggio

Dove più su non lice andar sperando.


FELSINA


All’hora si’ che si vedrà nel meggio

Star la virtude, come gran regina,

Di gemme ornata, e d’honorato freggio.


RENO


All’hora sarà in pregio la dottrina

La liberalità con gran letitia

Farà l’odfficio suo, sera e mattina.


FELSINA


La fideltade insieme e l’amicitia

Staranno, e regnerà pace ed amore,

Tal che di tutti i ben farà divitia.


RENO


Oh, benigno e cortese almo Signore

Propitio in ogni loco il ciel ti sia,

E gli elementi volti in tuo favore.


FELSINA


Né possa invidia, né fortuna ria

Nocerti mai, né darti noia alcuna,

Maligno influsso, onde ogni ben s’oblia.


RENO


Sian pronti a favorirti sol’ e luna,

La terra, il mar, le stelle ed i pianeti,

Con ciò che in questo globo si raduna.


FELSINA


Siano felici i giorni tuoi e quieti,

E l’aura mattutina, e i nuovi albori,

Sian sempre al viver tuo tranquilli e lieti.


RENO


Cantin le Muse i tuoi sublimi honori

Ogni lingua, ogni penna ed ogni stile

Spieghi tue lodi in versi alti e sonori.


FELSINA


La fama del tuo nome alto e gentile,

Con chiara tromba intoni il Borea e l’Ostro,

Le Gadi, il Gange, il Nilo, il Battro e ‘l Tile.


RENO


Verghinsi in carte con purgato inchiostro

Gl’alti tuoi merti, per mostrar che sei

Ornamento e splendor del secol nostro.


FELSINA


Il sommo Iddio, da casi avversi e rei

Ti guardi sempre, e gli huomini del mondo

T’ergan marmi, colossi, archi e trofei.

Fiume gentile, tutta mi confondo

A narrar le tue lodi, e non ho vena

Uguale a tal suggetto, alto e profondo.


RENO


Anch’io mi perdo, perché di sirena

Voce non ho, né men cigno canoro

Ma son parte d’un fiume pien d’arena.


FELSINA


Le dotte figlie de l’aonio choro

Cantino dunque le sue degne lodi,

Poi ch’atti noi non siamo a tal decoro.


RENO


Io dunque intento sotto vari modi,

Con l’onda mia bagnando la pianura,

Andrò slargando a la letitia i nodi.


FELSINA


Ed io, felice e lieta oltre misura,

Qui resterommi tutta consolata,

Meco godendo tant’alta ventura.


RENO


Horsù, Felsina mia cara e pregiata,

Resta, ch’io vo’ correndo a l’oceano,

A portar la gran nuova che m’hai dato.







FELSINA


Va’ in pace, fiumicel dolce ed humano,

E per tutto ove passi, fa’ palese

Che cardinale è il PEPOLI soprano.


RENO


Farollo, e voglio anchor’ a ogni paese

Far noto quanto egli è benigno e pio,

Dolce, gentile, affabile e cortese.

Hor qui ti lasso, i’ me ne vado, adio.


IL FINE