Canto di Tirsi

pastor del picciol

reno

Sopra le numerose famiglie della nobilissima

città di Modona,


descritto da Giulio Cesare Croce


Al molto Illustrissimo Sig. ALESSANDRO MORANI

Ducal Salinaro dell’Altezza Serenissima

Di Ferrara

AL MOLTO ILLUSTRE SIG.

E PATRONE OSSERVANDISS.

IL SIGNOR

ALLESSANDRO MORANI

Ducal Salinaro dell’Altezza

Serenissima di Ferrara


Fu sempre mio costume, molto Illustre Signore e patron mio osservandissimo, di scrivere i beneficij fattimi, da chi che sia, nel più saldo ed interno luoco della memoria mia, e secondo le occasioni, dimostrarne, se non in tutto, almeno in parte, segno di ricognitione, per non cadere nel brutto ed horrendo vitio della ingratitudine; per la quale (come disse l’universal poeta) del Ciel l’angel più bello fu rilegato in parte oscura e cava. Però, havendo io ricevuto per l’addietro tante cortesie da lei, ben sarei ingrato e discortese s’io non le desse una picciola arra d’haverle havute care, e grate, e non pubblicasse al mondo gl’obblighi ch’io tengo alla sua gran magnanimità: onde, havendo udito cantare a questo gentilissimo pastore le degne lodi della della non mai abbastanza esaltata e celebrata, antichissima e nobilissima città di Modona, e quelle, raccolte al meglio che io ho potuto nella mente, le rappresento a Vostra Signoria, pregandola a degnarsi accettar seco il buon animo mio, col quale sarò sempre parato a servirla. E se l’operetta ch’io le porgo non tiene in sè quell’ordine che si converrebbe, col non dar forsi quella debita preminenza a molte famiglie illustri che in essa sono nominate, il detto pastore sarà iscusato, essendo che per non essere intieramente informato in quelle, le ha poste così in confuso per far più tosto un compendio, ovvero cathalogo di tutte le casate di essa città, che per descrivere i meriti loro: né per questo si toglie, che le prime non restino ne i loro honorati gradi, ancorché fossero poste fra le più basse ed oscure. Vostra Signoria, dunque, con lo scudo della sua benignità, mi difenderà contra chi non restasse, leggendo, a pieno soddisfatto; poscia che molto più dell’effetto ha potuto l’affetto, ch’io porto a città tanto nobile e generosa, alla quale per infinite amorevolezze in essa ricevute, mi chiamo perpetuo debitore, con che, pregandole dal Signor’ Iddio ogni felicità, le bacio l’illustre mani.

Di Bologna, il dì 15 d’ottobre MDXCV.


Di V. S. Molto Ill.

Obbligatiss. servit.

Giulio Cesare dalla Croce

CANTO DI TIRSI

PASTOR DEL PICCIOL

RENO

Sopra le numerose famiglie della nobilissima

Città di Modona


Già si mostrava al balcon d’oriente

Con la canestra sua piena di fiori,

La figlia di Titan, tutta ridente,

Seguendo l’Aure, e i mattutini Albori.

A l’apparir del viso suo lucente,

I pigri Sonni e i tenebrosi Horrori

Co i falsi Sogni insieme, e con la Notte,

Volavan tutti alle cimmerie grotte.


Il gran rettor del sempiterno lume

Ai veloci corsier posto havea il freno;

Rendendo più del solito costume

Il modo lieto, e d’alta gioia pieno.

Né unqua formato dal superno nume

Fu giorno più tranquillo e più sereno,

E ‘l ciel, la terra, il mar’ e ogni elemento

Spargean intorno sol gaudio e contento.


Quando in quel vago e dilettoso giorno

Tirsi gentil, con la sonora cetra,

Cantò soavemente a piè d’un orno,

Note da raddolcire un cor di pietra,

E disse: “Oh, giorno d’alta gratia adorno,

Oh secol fortunato ove s’impetra

Tanto dono dal ciel, tanto favore

Che ‘l mondo gode, e ne trionfa amore.


In così lieta avventurosa etade,

Lassin le Muse la castalia sponda,

E dove le bellissime contrade

Bagnan Secchio e Panar con lucid’ onda

Venghino, e de la degna alma cittade

Che fra le rive lor ricca e feconda

D’ogni ben siede, e in stil canoro e terso

Spieghin le lodi a tutto l’universo.


Qual città più si trova esser dotata

Di cortesia, d’honor, di gentilezza,

Di questa? E qual più di creanze ornata,

Di prudenza, d’ingegno e d’accortezza?

Ricca, forte, potente e ben fondata,

Piena di dame colme di bellezza,

Onde fra tutte n’hanno i primi honori

Le donne, i cavalier, l’arme e gli amori.


Tiensi, che Marte già la fabbricasse,

Indi poi la donasse a la sorella,

E che Palla e Diana v’habitasse,

Apollo e gli altri, ne l’età novella.

E che Giove ogni gratia le donasse,

E v’havesse il suo albergo Vener bella.

E Saturno e Giunon fosser con lei

Vulcan, Mercurio, e tutti gli altri Dei.


E però tanti pellegrini ingegni

Di questa al mondo esser’ usciti parmi,

Per quanto da scrittori illustri e degni

Scritto si trova, ne gli antichi carmi.

E più che in altra ancora par che regni

In essa più che mai la scienza e l’armi.

Tanto insieme son strette in amicitia

La prudenza in bel nodo e la militia.


Tanti signori e cavalieri illustri

Prodotti ha quest’eccelsa alma cittade,

Heroi famosi, e capitani industri

Ch’adornan questa e la passata etade;

Ché la lor gloria mille e mille lustri

Di là dove il sol s’alza e dove cade

Volando sempre andrà, lucente e bella

Portando il suo valor sopra ogni stella.


Di poeti eccellenti una gran schiera

Fioriti in essa son, che stanno al paro

De’ più famosi, onde fra tutte altiera

Può comparir’ in stil leggiadro e raro.

Et hoggi proprio, in guisa di lumiera

Splendere il nome suo lucido e chiaro

Fa’ co’ suoi versi pien d’alta dottrina

La gran Tarquinia, Molza alma e divina.


Questa, con l’alto suo sublime ingegno

Passa quante ne fur mai in Parnaso

E pel suo raro stile unico e degno,

Vien celebrata da l’orto a l’occaso.

Ond’altra fin ad hor giunta a quel segno

Non è, perché ne l’apollineo vaso

Son state in lei tutte le gratie infuse,

Tal che può dirsi madre de le Muse.


Dir non posso di Modona i soprani

Merti, che adesso e nei passati tempi

Mostro ha, tanto a i vicini, quanto a i lontani;

Spiegando di virtù perpetui esempi,

Oltre, che già colonia de’ romani

Un tempo fu, come gli antichi tempi

Mostrano, e tanti marmi rosi e frusti.


E ben c’hoggi di sito inferiore

A tant’altre si trovi, nondimeno

Ha un popolo fiorito, e assai maggiore

Di molte, c’han di lei più largo il seno.

Ricca di fama, di virtù, e d’honore,

E d’ogni gratia al fin dotata a pieno,

Di cui, pria che la notte il cielo imbruna

Canterò le famiglie ad una ad una.


Ma ben prego s’alcun qui m’ode e sente,

Per quel desir che ‘l cor mi rode e lima,

Che biasmar non mi voglia, o poner mente

S’a caso hor l’una or l’altra pongo prima;

Che de’ primati, e bassi parimente

Spiegar sol bramo il gran numero in rima,

Per dimostrar quant’ella è numerosa

Di gente, e d’ogni gratia copiosa.


Però, se in loco basso sia qualchuno

Di merto posto, prego non si sdegni;

Perché dovendo ragionar d’ogn’uno

Tener non posso gli osservati segni.

Hor de l’animo buon s’appaghi ogn’uno,

Qual già palese mostra, che i disegni

Miei sol son di laudargli, e noti in tanto

Ch’elle son queste, ch’io descrivo in canto.


Bentivogli, Rangon Molza e Boschetti,

Monticucol, Morani e Carandini,

Guidon, Ferrari, Forni e Sadoletti,

Tassoni, Castelvetri e Belincini,

Moreni, Bianchi, Sertorij e Masetti,

Tosabecchi, Calori e Valentini,

Monticatin, Balugola e Fogliani,

Capidibue, Manzuoli e Livizzani.


Barozzi, Barranzoni e Fiordebelli,

Quattrini, Argenti, Re, Papi e Marchesi,

Seghizzi, Gherlinzon, Masi e Maselli,

Marescotti, Rodeia, Cauli e Cesi,

Barbieri, Magnanin, Nasi e Naselli,

Bendedio, Manfredin, Schietti e Cortesi,

Quattrofrati, Conventi e Baccilieri,

Cavalca, Corti, Sassi e Paltronieri.


Zanarisi, Vital, Gherli e Zarlatti,

Fontana, Scala, Zoboli e Richetti,

Gualenghi, Tamagnin, Coltri e Veratti,

Bardon, Foschieri, Panciera e Pincetti,

Selvatichi, Villani e Leporatti,

Cattani, Sedazzan, Reni e Grassetti,

Zinzan, Zinori, Rovatti e Tibaldi,

Campi, Sassuoli, Colombi e Castaldi.


Herri, Studenti, Mazzi e Faustini,

Badia, Torri, Campana, Croci e Frati,

Selingardi, Cantudi e Boncugini,

Zuccar, Castellazzi e Ruggerini,

Roncagli, Scanaruoli e Cervellati,

Cavazza, Trebbanelli e Bonfigliuoli,

Pizzacar, Zampalocha e Maffioli.


Mazzucchi, Agagi, Vezzoli e Lombardi,

Superchi, Monti, Scarpi e Scappinelli,

Pazzan, Rodolfi, Rovighi e Bignardi,

Gassan, Patin, Pagani e Paganelli,

Marin, Cavalerin, Parma e Bernardi,

Berrettari, Vecchi, Buzzali e Bassani,

Vendramin, Duosi, Torti e Pedrizzani.


Preti, Prior, Cappelli e Cappellini,

Botticelli, Bettini e Pellizzari,

Zuffi, Draghetti, Parenti e Cugini,

Prignan, Milan, Bazani e Montanari,

Pioselli, Taffan, Donzi e Cuttini,

Marescalchi, Magnan, Magni e Secchiari,

Fornarin, Coccapan, Boccabadati,

Badin, Bertuzzi, Ruota e Trivellati.


Malagoli, Alberghetti e Malchiavelli,

Mirandoli, Rubiera e Mantovani,

Carneval, Bergamaschi e Mascarelli,

Bombacci, Moscardini e Camorani,

Mescola, Parolini e Fontanelli,

Carretti, Cipollini e Galliani,

Grimaldi, Buzzalini e Forziruoli,

Quei da l’Ocha, i Pelumi e i Pagliaroli.


Castelli, Rocca, Rezzi e Tartaglioni,

Condumieri, Ruggieri e Lisignani;

Luchini, Honofri, Spazzini e Zamboni,

Bianchini, Biancolin, Gigli ed Albani,

Sant’Agata, Pasin, Zocchi e Tavoni,

Vignuola, Prati, Porta e Scandiani,

Molinnuovi, Porrin, Navi e Sapori,

Poncin, Cursin, Mazzon, Lini e Tentori.


Bertolamasi, Spadari e Guerrini,

Pulici, Cimicelli e Cervaruoli;

Montagli, Maccagnini e Zarlattini,

Serafin, Lancillotti ed Armaruoli:

Scalabrin, Morosin, Betti e Bottini,

Caselli, Lenni, Machelli e Thicli;

Longhi, Arrigon, Tavelli e Belliardi,

Varri, Babacci, Bergoli e Bastardi.


Copellin, Castelvecchio e Casanuova,

Bisogni, Grani, Lamberti e Bedetti,

Campogaian, Borgogni e Villanuova,

Borgomozzi, Dondin, Guidi e Guidetti,

Gacin, Babon, Buselli e Terranuova,

Ruberti, Marchesin, Marchi e Marchetti,

Azzon, Spinelli, Vignoli e Pisani,

Comini, Comelin, Grilli e Germani.


Quei dal Nome, i Bonhomi, i Segolini,

Forzieri, Corioni e Mariani,

Seghi, Segon, Maccagnie e Labadini,

Maioli, Cati, Vergilij e Tettani,

I Toschi, i Riva, i Terra, i Consolini,

Lintrù Crivelli, Scienti e Cipriani,

Boccababbà, Mordani e Cornacchiari,

Rinaldi, Fanti, Sella e Cipollari.


Albertini, Basigli ed Ansaloni,

Besin, Besan, Cagnoli e Maranelli,

Olivieri, Oliari ed Azzaloni,

Favalotti, Castrini e Bigocelli,

Briani, Rascarini e Feraroni,

Reggion, Rozza, Mantin, Setti e Brunelli,

Capramagra, Pelà, Rosi e Scaccieri,

Frangiossi, Maressan, Sala e Saveri.


Capilupi, Monzani e Burattini,

Cambij, Zecchi, Festasi e Gallinari,

Manzin, Bartol, Viviani e Castagnini,

Pirondi, Babbaconi e Panirari,

Liscia, Garrù, Bottriga e Pazzolini,

Baschiera, Piva, Gallina e Gallari,

Passar, Zini, Grisolfi ed altri cento,

Che per la brevità qui non rammento.


In conclusion, questa gentil cittade

Vien’habitata da sì nobil gente,

Ch’unqua non vede il sol là dove cade,

Sin dove a nascer torna in oriente;

La più felice, e in tutte le contrade

La chiara fama e ‘l suo valor si sente,

Tal c’huom non è, che volontier non oda

Dir ben di lei, e non l’apprezza o loda.


E se mirare a l’ethimologia

Del nome suo vogliamo a parte a parte,

Vedremo che, a seguir la retta via,

Il vero modo a noi dona e comparte,

Che Modona nomandosi non sia

Ch’altra interpretation in vive carte

Le possa dar se non, ch’a l’huomo porge

Il modo gir là ove ogni ben si scorge.




Ma perché il sol co’ raggi suoi lucenti

Comincia alquanto a riscaldare il giorno

E la cicala con noiosi accenti

Fa questi boschi risonar d’intorno,

Hora parmi tornare a’ miei armenti,

Che ne le mandre fan dolce soggiorno,

E rallentando a la mia cetra il canto

Por fine al dire, e riposarmi alquanto.


E tu, bella città pregiata e degna,

Cui a mezzo cantar le lodi e ‘l merto

Non si può, poi ch’in te soggiorna e regna

De le divine Gratie il gran concerto,

Onde lingua non è ch’in te conegna

Dir sì facondo, o stil tanto diserto

Che giunger possa con terrene rime,

Al tuo sommo valor, alto e sublime.


Ti lascio, resta in pace, e se col mio

Canto gionto non sono a quella meta,

Che si dovrebbe, accetta il buon desìo,

Che ‘l ciel di gir più su mi toglie e vieta.

Resta dunque felice, io vado, addio.

Addio spiaggia gentil, gioconda e lieta,

Ecc’io vi lascio, addio belle pianure,

Addio valli, addio fonti, addio verdure.


Finì Tirsi il suo canto, e ‘l dio di Delo

Si fè più chiaro, e di celesti fiori

Sparser per l’aria un rugiadoso velo

Le sante Gratie, e i pargoletti Amori.

S’udir cantar con amoroso zelo

E danzar ne’ bei prati Filli e Clori,

Amaranta, Amarilli, e l’altre Ninfe,

A le fresch’ombre, e su le chiare linfe.


Ond’io, che ‘l tutto udij, che ‘l tutto vidi,

Contemplando il successo a parte a parte,

Com’huom, cui già son più calende e idi

Che di varie materie empio le carte,

Il tutto qui notai, e in questi lidi

Comparendo, signor, ne faccio parte.

A voi, però, accettate il buon intento,

Che quanto posso dar, qui v’appresento.

Testo trascritto da: Canto di Tirsi pastor del picciol Reno sopra le numerose famiglie della nobiliss. Città di Modona, descritto da Giulio Cesare dalla Croce, Bologna, Heredi di Giovanni Rossi, MDXCV, (15x20), pp.16 n.num., BAB