CANZONETTE

RIDICOLOSE E BELLE

Di Giulio Cesare Croce.


CIOE’


Spasso del marito e la moglie in villa.

Gabalao.

La Sordina.

La Minghina ch’a perso la sua gallina.

Li tre leccardi.

E la carrozza del buon tempo.

SOPRA LO SPASSO DEL MARITO

E della moglie a stare in villa.


Lo spasso della villa,

Fa la vita tranquilla,

E allegra la persona

E gran piacer li dona.


Hor ch’in villa son’io

Con il liuto mio,

E la mia moglie a lato,

Godo un felice stato.


Che mentr’io vo’ sonando

Ed ella vien cantando

Canzon e villanelle,

In arie vaghe e belle,


Così la nostra vita,

Per la spiaggia fiorita

Andiamo esercitando

Ponendo l’otio in bando.


Né meno in compagnia

Nostra vogliam che stia

L’iniquo e brutto vitio

Che mai fe’ beneficio.


Ma sol vogliam virtude

Ove ogni ben si chiude,

Ed ogni contentezza

E pazzo è chi la sprezza.


E chi di quella è privo,

Non merta di star vivo,

E star sempre lontano

Da ogni commercio humano.


O mandarlo all’ovile,

Col rastro e col badile,

A guardar capre e buoi,

Secondo i merti suoi.


E dargli rape e fave,

Chi di virtù non have

A bestia si somiglia,

Ma noi con liete ciglia


Che la virtù prezziamo

Cantando insieme andiamo

Per questi verdi rivi,

Fra pigni, olmi e olivi,


Fuggendo il sonno e’l caldo

Col quale si stà mal saldo,

E le mosche noiose,

Sfacciate e fastidiose,


Che dan di gran beccate,

E ogn’hor son affamate,

E dov’ l’ago tranno

Le rose fiorir fanno.


Però le andiam schivando

Fin che il sol va calando,

E poi andiamo a cena,

Sotto una loggia amena.


E qui co’ i fianchi al fresco

Stiamo godendo il desco,

Poi lieti andiamo a letto

A comporre un sonetto.

SOPRA IL FAMOSO CABALAO


Son quel nobil Cabalao

Da le zente nominao

Per Venesia e in altre bande

La mia fama ogn’or se spande.


Mi vo’ ogn’or de qua e de là

Per Venesia co’ se sa,

Con la cesta de i pescetti

E la carta de i aghetti.


Con le ponte ben temprae

E per tutte le contrae

Vo’ criando per le vie

Chi vuol aghi, o belle fie?


Vegni fuore, che ne vuol,

Chi ne compra, chi ne tiol,

Menolette a bon mercao

Vegnì qua da Cabalao.


Perché ‘l xe tutto galante,

Beh, ghe xe qualche ignorante,

Che me vuol tal’hor foiar.

Mo’ se poi me fa stizzar,


I puol dir d’esser spazzai,

perché mi ghe n’ho mazzai

Dele rane, pi’ de cento

Né pensé che parla al vento.


Che ‘l ghe xe certe zanie

Certa razza de caie,

Che vuol far el paladin

Perché son si’ pizinin.


Ma i no m’ha ancora nasao

Che no voio esser burlao,

E s’alcun me da la foia,

Ghe darò, sia chi se voia.


Che no voio che i me diga

Che son fio de catta briga

Né son zaffo, o mariol,

E no fago el cestariol.


Chi veder vuol co’ son fatto,

Mira qua sto bel retratto,

Che colù che m’ha stampao

Natural m’ha dessegnao.


No son gobo, né son zotto,

E no coro, e manco trotto,

E so far il fatto mio,

Se ben paro un chicchibio.


E però, tasè, murloni!

Né de’ tara a i me bragoni,

Né al grembial che porto inante,

Ch’el xe cosa da mercante.


E se ben i mie gamboni

Par un per de salsizzoni,

Le ha però le so’ misure,

Da per tutto le zonture.


Remirè un po’ sto bel fusto

Se xe ben ritratto giusto,

Scomenzando da la fronte,

E andar zo fin a le ponte


De le scarpe, e andar per tutto.

Mo’, perché sento ch’un putto

M’ha chiama’ da quel balcon,

Qua finisso el mio sermon.


E ve priego, car signore,

Riverir e fare honore

Inchinarve, e far del cao

Al famoso Cabalao.

SOPRA LA SORDINA


Donne mie, io vo’ a sollazzo

Con la piva sotto il brazzo

Per dar spasso al mio suon

A le putte ed a’ garzon.


Io non vo’ durar fatica

Ma, gonfiando la vesica,

Faccio far’ il bordigon

Al tenor, ed il bordon.


Né si’ tosto risonare

Fo' la piva, che chiamare

Ciascun odo da i balcon,

Famen una sul canton.


Chi mi dona un fesinetto

Chi mi porta giù un panetto,

Chi mi tra’ giù dal balcon

Un formaggio o un salcizzon.


E però, donne mie care,

Se volete udir sonare,

E cantare qualche canzon,

Che v’allegra il corazon,


Fate qui portar da bere,

Ch’io mi possa riavere.

Perché senza il boccalon,

La mia piva non fa bon.


Il liquor della cantina

Fa sonar la mia sordina,

Meglio assai del chitarron,

Del liuto o del liron.


Vi farò una chiarenzana,

O volete una pavana,

O ruggier in conclusion,

Spagnoletto e tordiglion.


Ma vi torno a dir in rima

Che bagnar la piva prima

Mi convien, che caldo son,

Ed ho secco il gargaton.


Sù, sù, donne, sù donzelle,

Trate giù giuli e gabelle,

Se volete il mio passon

Sentir fare bliròn bliròn


Non è poi nessun ch’arrive

Al sonar de le mie pive,

E chi ne fa profession

Vengi innanzi al parangon.


Ch’io farò vederli in tanto

Che in sonare ho il primo vanto,

Se ben ho sto mustazzon

Che par quel di panigon.


E perché la piva è asciutta,

E che il caldo mi ributta,

Rinfrescar m’andrò il polmon

Dal Gobin, che n’ha del bon.

SOPRA LA MINGHINA

Che ha perso la sua gallina


“Oh Minghina sfortunà,

C’havat mo’ guadagnà

Haver pers la to galina

Che sedava ogni mattina.

Va mo’, aiuta a far al pan,

A la Togna d’gratina

Per havern po’ una tirà

Ch’mai n’vi fusia andà.

Trista me se non l’acat,

Mie marì è un cervel mat,

M’farà di buon rebuf,

E m’darà di buon tartuf.

Perché me l’ha comandà

Ch’a no andas fuora de cha’

Per amor de sta galina

Chal me romperà la schina.

Dsim un poch, donna Matthia,

Harifi vist la cocca mia,

Sta mattina, ch’lè vulà

Fura, cha n’niera in cha?”.

“A la fè, donna Minghina,

Ch’a no l’ho questa mattina

Né vista né sintu,

Ne men so chi l’abbia avù”.

“Trista me se non l’atrovo,

Che l’è quella che fa l’ovo

Ch’a no aveva altra intrà

Che questa gallina in cha.

Cudesella, guarda ben,

La proav’esser in tal fen

Aquacchiada pr sedar,

Cha la sentiri cantar.

Trista sia la sorte mia,

C’ho guardà, donna Matthia,

Se la non fus stada pià

L’haria rspos c’ha l’ho chiamà.

Mo cerca porta per porta,

Che podrissi haverne scorta,

O in casa del fornar,

Dov è usada a pizzigar”.

“Che cercav, donna Minghina?”

“A vo’ cercand la mia gallina

Sta mattina a l’ho perdù

Es n’so chi l’ava havù.

Mo’ vedila in sal balcon

D’la casa d’Mingon,

Quaciada, e sta a guardar

Che la poderì piar.

Fav in là, donna Matthia,

Che la non volasse via,

Sovra d’una qualche chà

Ch’a saria po’ ruvinà.

Cara sia la mia cucchina,

La mia dolce fanesina

Vien zà, manza al mie panin

Ti m’darà po’ al to cucchin.

Guarda mo’ se l’ho pià,

Matazola, inspirità,

Ti m’ha dat tant dolor

Che m’a quas trafit al cor”.

CANZONE RIDICOLOSA

Sopra i tre leccardi


E che gli erano tre leccardi

Poltronissimi e infingardi,

Ch’ogn’hor stavan nella cucina

Trangugiando sera e mattina,

E leccavano le scodelle,

E le pentole e le padelle,

E le giottole e gli schidoni,

Gli mortar con gli pistoni,

E se ben mangiavan tanto,

Sempre havevan la fame a canto,

Dalli alli lupi, caccia li lupi,

Coppa gli lupi, mazza gli lupi

Che divoran tanto,

Che divoran tanto.


Disse all’hora lo più gaglioffo,

Ch’al mangiar non era goffo,

“Se qua fossero cento castroni,

Cento capre, cento montoni,

Cento pollari di buon capponi,

Cento gabbiotti di buon piccioni,

Cento decine di salsiccioni,

Cento conchetti di maccheroni,

Tutti quanti gli mangerei,

Poi ancor non mi satierei.”

Dalli alli lupi, caccia li lupi,

Coppa gli lupi, mazza gli lupi

Che divoran tanto,

Che divoran tanto.


E rispose lo più sfondrato,

Lo più ingordo, lo più affamato:

“Se qua fossero cento vitelli,

Cento bufali, cento porcelli,

Cento pecore e cento agnelli,

Cento migliara di polastrelli,

Cento buoi, de’ più grassi e belli,

Cento conchetti di buoni tortelli,

Tutti quanti gli mangerei,

Poi ancor non mi satierei”.

Dalli alli lupi, caccia li lupi,

Coppa gli lupi, mazza gli lupi

Che divoran tanto,

Che divoran tanto.


E rispose lo più poltrone,

Più petardo, più squaquarone:

“Se qua fossero cento anitrelle,

Cento pavoni, cento ocarelle,

Cento pastizzi, cento animelle,

Cento cassoni di mortadelle,

Cento vacche ben tonde e belle,

Cento conchetti di tomacelle,

Tutti quanti gli mangerei,

Poi ancor non mi satierei”.

Dalli alli lupi, caccia li lupi,

Coppa gli lupi, mazza gli lupi

Che divoran tanto,

Che divoran tanto.

SOPRA LA CARROCCIA

Del buon tempo


Hor che siam ridotti in villa,

Per goder l’aria tranquilla,

Dolcemente festeggiando

Ce ne andiam d’Amor cantando,

Senza noia né pensiero

Tocca, tocca, sù, cocchiero!


Per i vaghi e bei boschetti,

Van cantando gli augelletti,

E co’ i lor soavi accenti

Fan tremar per l’aria i venti

E rallegran l’emispero

Tocca, tocca, sù, cocchiero!


Non vogliam malenconia

Né alcun altra fantasia

Ma cantando andiamo sempre,

Con soavi e dolce tempre,

Hor per questo, hor quel sentiero

Tocca, tocca, sù, cocchiero!


Qui mestitia non si sente,

Ma si vive allegramente,

E con grassi e bon bocconi,

Diamo mancia a gli ventroni

E baciam spesso il bicchiero

Tocca, tocca, sù, cocchiero!


Qui stiam sempre in gioia e in festa,

Né vogliam pensiero in testa,

Né curiamo un capo d’aglio

Il fastidio né il travaglio

Che ‘l cervello habbiam leggiero

Tocca, tocca, sù, cocchiero!


Qui si caccia, qui si pesca

Qui si siede in l’erba fresca,

Qui si canta e qui si suona,

Qui si gode ogni persona,

Con amor puro e sincero

Tocca, tocca, sù, cocchiero!


Qui son fonti, qui son rivi,

Qui cipressi, olmi e olivi,

Qui son limpidi ruscelli,

Verde piante ed arboscelli,

Dove Amor tien il suo Impero

Tocca, tocca, sù, cocchiero!

Qui son prati pien di fiori,

Di soavi e grati odori,

Qui monton, becchi e vitelli,

Capre, pecore ed agnelli,

Che fan latte e buon bottiero,

Tocca, tocca, sù, cocchiero!


E però con allegrezza,

Con piacer e con dolcezza,

Ce n’andiamo in bel soggiorno,

Trastullando tutto il giorno,

Né facciamo altro mestiero

Tocca, tocca, sù, cocchiero!


Moran dunque gli usurari,

E crepar possan gli avari,

I gaglioffi ed i poltroni,

I quali hanno i scorpioni

Ne la borsa o nel carniero

Tocca, tocca, sù, cocchiero!


Hor torniamo a casa, omai,

C’hoggi habbiam fatto assai,

E domani a l’istessa hora

Tornaremo a spasso ancora

Per fornire il lavoriero

Tocca, tocca, sù, cocchiero!


Poi ch’a casa giunti siamo,

Cocchier ferma che smontiamo,

E di nuovo a i dolci canti

V’invitiamo al spasso intiero

Tocca, tocca, sù, cocchiero!


IL FINE






Testo trascritto da: Canzonette ridicolose, e belle, Di Giulio Cesare Croce. Cioè Spasso del Marito , e la Moglie in villa. Gabalao. La Sordina. La minghina ch'a perso la sua gallina. Li Tre Lecardi. E la Carozza del buon tempo.In Bologna, per gli Eredi del Cochi, al Pozzo Rosso da S. Damiano, 1628, BAB