CASO

COMPASSIONEVOLE

E LACRIMOSO LAMENTO

di due infelici amanti condannati alla Giu-

stitia in Bologna alli 3. Gennaro 1587

Un nuovo caso, una perversa sorte

Di due infelici e sfortunati amanti

Narro, e 'l lor tristo fin, la cruda morte.


Ma se successo tal convien ch'io canti,

Giovani incauti, non sdegnate udire,

E prendete da lor l'esempio innanti.


Che dopo il fatto poi non giova il dire:

Io feci e dissi non ci pensand' io”,

Che la giustitia non si può fuggire.


E chi, d'ogni sfrenato suo desio

Vuol cavarsi il capriccio, al fin se stesso

Offende, e prima la natura e Dio,


Come ne mostran' hoggi un segno espresso

Lodovico ed Hippolita, che tanto

S'amar, mentre fu il tempo lor concesso.


E, con s' caldo amor, in festa e canto

Steron' insieme, in dolci abbracciamenti,

Ed hor finisce ogni sua gioia in pianto.


Già sento intorno i lacrimosi accenti,

Già vedo ch'ogni cor s'intenerisce,

Ed odo far di lor mille lamenti.


Ogni persona per suo amor languisce,

E di mestitia son ripieni i petti,

Poi che sì bella coppia oggi patisce,


Ma se disprezzan gli divin precetti

E contra i proprij genitori il figlio

Arma la man, sian veri i suoi gran detti.


Questa, per troppo amar, pose ogn'artiglio

Per dar la morte a' suoi, e 'l fece in fine,

Ma tosto si pentì del suo consiglio.


In quelle ch'esser deon le medicine

Del padre, della madre e del fratello,

Ascoso tosco pose a' lor rovine,


Perché conviene ch'ella insieme, ed ello,

Che sol seguaci fur d'insano amore,

Patiscan morte pe'l suo fatto fello.


Ma questo è stato amor, che tali effetti

Ha causato, ahi crudele e cieco amore,

Che l'huom uccidi e tutto il mondo infetti.


Chi segue te, sleale e traditore,

Oltre che vien spettacol de la gente,

Perde ben spesso e la vita e l'honore.


Questo pur s'è veduto chiaramente

Non una volta, no, ma mille e mille,

Ch'infelice è colui che ti consente.


Sallo il troian pastor, Pirro ed Achille,

E la dolente moglie di Sicheo,

Hero, Leandro, Mirra, Bibli e Fille,


Iason, Hercole, Hippolito e Teseo,

Medea, Fedra, Arianna e tante e tante

Che non la cantarebbe il dott' Orfeo.


Ma, falso o ver quel che di lor si cante,

Quest'è historia palese e caso chiaro

Non più tra noi mai avvenuto innante:


Cronica lacrimosa, che d'amaro

Pianto sarà ripiena, né mai vinta

In eterno sarà dal tempo avaro.


Ma per narrar l'historia sua succinta

Che non mi lassa il duol tenace e forte,

Discriver la sua causa più distinta.


Tosto c'hebber certezza de la morte,

Si smarrir sì, ma ritornaron presto

Ch'a la tema il valor chiuse le porte,


E dimostraron segno manifesto

Ch'ambi morivan più che volentieri,

E ch'in Dio rimettevan tutto il resto


Della lor speme, e tutti i suoi pensieri

Posero a contemplar quell'altra vita

Come fan fede tutti i prigionieri.


E conoscendo come havean smarrito

La via che l'huom conduce a salvatione,

Pregavan Dio che gli porgesse aìta


A sì gran passo e gran contritione

Sentìan, molte elemosine facendo,

Per impetrar dal ciel remissione,


Né vi pensate che stesse piangendo

La donna, ma con viso allegro e bello

S'andava con letitia trattenendo,


E quando ella sentiva il chiavistello

Della prigione aprir, tutta ridente

E lieta venia incontro al Barigello,


E parlando con esso allegramente

Dicea: “E' forsi giunta l'hora mia?

Eccomi pronta, andiamo allegramente.”


Dipoi s'accomodava e si pulìa

Sì come andasse proprio al sposalitio,

Poco curando della morte ria.


Al fin, giongendo l'hora del supplitio,

Ambi furon menati a confortare,

Per fare a le lor' alme benefitio,


Ma presto si ridusser con amare

Lagrime, a tal che i suoi confortatori

Piansero seco, invece di parlare.


Ed ella: “Non piangete, almi signori,

Che questa morte io non stimo punto

Basta che l'alma sia di pena fuori.


Questo e peggio mert'io, perché defunto

Il corpo, più non sente ben né male,

Lo spirto è quel che tocca a render conto.


Pregate pure il Re Celestiale,

Che voglia perdonarmi ogni mia colpa,

Ch'il chiamarlo a sto punto è quel che vale.


E mille volte e più mi chiamo in colpa,

Che in tanti modi offesi il mio Signore,

Che sol questo dolor mi snerva e spolpa.


Io sento nel mio petto tal fervore

E dentro del mio cuor tanta baldanza

Ch'io non prezzo di morte il gran furore,


Sol prego il Redentor, che tal costanza

Mi doni a questo passo, e tal fortezza,

Che non habbi il nemico in me possanza”.


Così dicea la donna, e tal dolcezza

Parea sentir, che quei ch'erano intorno

Giubilavano seco d'allegrezza.


Tal parlar fece l'altro e intanto il giorno

Apparve e tutta piena era la piazza

Di popol, per veder sì rio soggiorno.


Sopra d'un alto palco era la mazza

E il ferro per finir la cruda festa,

E far che del suo sangue il ceppo sguazza,


Di gennaio a dì tre, con faccia mesta,

Del mille cinquecento ottanta sette

Troncata a lor dal busto fu la testa.


Venne la donna prima, e qui si mette

Sopra del tribunale in ginocchione,

Con le braccia e le man legate strette,


E fatto una divota oratione

Raccomandossi caldamente a Dio,

Allhora pianser tutte le persone.


Poi, chinando la testa in atto pio,

Porse lieta sul ceppo il bianco collo,

Oh, colpo acerbo dispietato e rio!


Cadde il ferro crudele e via spiccollo

Ad un sol colpo, e 'l colorito viso

Divenne bianco e die' l'ultimo crollo.


E quella bocca, come havesse riso

Restò per mostrarsi forsi ch'era fuore

Del duol che gli teneva il cor conquiso.


Perché quella passione e quel timore

Quando s'ha del morir certezza vera

Dura quanto l'huom vive, e seco more.


Vestita da corotto in veste nera

Con veli e bande, come donna grave,

E che d'honesto sangue anco nat'era,


Morse la bella donna in un dir' 'Ave'.

E la sua testa il carnefice prese

E tosto al busto accomodata l'have,


Poi da un lato sul palco la distese,

E sotto d'una stuora la coperse,

Per non mostrarla all'altro sì palese.


Poco di poi al tribunal s'offerse

Il caro amante suo, tutto sconfitto,

Col volto smorto e con sue forze perse.


L'uno e l'altro'occhio in testa havea sì fitto

Che parea morto, e non teneva ascoso

Il duol che gli teneva il core afflitto.


Sul palco monta, alquanto lacrimoso,

Poi che giunto si vede a sì gran passo,

Che spaventa ogni petto più animoso.


E, rivolgendo alquanto gli occhi a basso,

L'altro corpo mirò sotto la stuora,

Tutto esangue posar, di vita casso.


Qui di doppio dolor s'ange ed accora,

Che conosce l'amica, onde gli pare

Sentir due morti a una medesim' hora.


E se più lungo tempo di parlare

Havesse havuto, oh Dio, c'havrebbe mai

Detto sopra quel corpo, o ch'esclamare?


Forse detto gl'havrebbe: “Oh donna, c'hai

Patito per mio amor morte sì acerba,

Che da me vien la causa de' tuoi guai,


Se col mio duolo il tuo si disacerba,

Se memoria del ben che si riceve

Nell'altra vita ancora si riserba,


T'amarò sempre, perché amar si deve

Chiunque ama, e tu m'hai sempre amato

Ohimè, pur troppo, in questa vita breve.


Io ti ringratio, ed al tuo corpo a lato

Ponerò il mio, per seguitarti tosto

Che già son per spirar l'ultimo fiato”.


Ed essa a lui forsi haverìa risposto,

Se haver potuto havesse la favella:

Vieni, ben mio, fattemi ben accosto,


E se ben' anco questa morte è quella

Che l'anima dal corpo disunisce,

Non però il grand'amor scema o cancella,


Anzi, qui lo rintegra e riunisce,

Poi che correndo una medesima sorte

L'affetion resta intera, e non finisce,


E perché del patir l'hore son corte,

Ispedisciti presto, ch'io t'aspetto,

Ch'insieme andremo alla celeste corte.


Quest'è ancora quel cor, quest'è quel petto

Ch'era già tuo, quest'è in conclusione

Quel spirto che col tuo facea ricetto”.


Così l'un l'altro in tale occasione

Forsi havrian detto, e molt'altre parole,

Ma tempo non vi fu da far sermone.


Intanto il manigoldo, come suole,

Fa inginocchiarlo ed il collar gli slaccia,

E della morte dua gli preme e duole,


Poi fatta l'oration, chinò la faccia,

Calal il ferro tagliente e 'l capo taglia,

E di vita in un attimo lo spaccia.


Qui fu finita la crudel battaglia

Degl'infelici amanti; ecco finita

La miseria che gli animi travaglia.


Ambi morti ad un'hora, ambi la vita

Lassar sopra d'un alto tribunale,

Nella lor fresca età bella e fiorita.


E come fusse un letto nutiale

Stava qual Tisbe al suo Piramo appresso,

In tragico apparato funerale.


Oh cosa inaudita! Oh gran successo!

Chi fia che si ricorda haver veduto

In Bologna un spettacol come adesso?


Ed il giorno seguente poi venuto,

Fu dato ad ambi degna sepoltura,

Ne le lor' arche, com'era dovuto.


Onde per rimirar la lor sciagura

Corse di popol tanta quantitade

Ch'era cosa stupenda oltra misura.


Di carrozze piene eran le strade,

Né fu quel giorno grande o piccolino

Il qual non lacrimasse per pietade.


Esso vestito fu di berrettino,

Ella di bianco e di bei fior contesta,

Ei posa a i Servi, ed ella a San Martino.


Eccovi la tragedia manifesta,

Imparate da lei, donne e donzelle,

E non squassate al mio parlar la testa,


Che se Dio v'ha cereate buone e belle,

Cercate conservar tanto tesoro,

E non vi fate a lui empie e rubelle,


Ma cercate di far come coloro

Che di qualche pittor che sia eccellente

Gli viene in mano un vago e bel lavoro:


Ch'acciò che l'opra vaglia doppiamente,

Gli fanno un nobilissimo ornamento

D'oro e d'argento, molto riccamente.


Tal dovete far voi, ed esser, drento

Come di fuori, honeste e virtuose,

Che questo a la beltà dà compimento.


Non siate al creder tanto curiose

Massimamente dove va l'honore,

Ma sempre mai modeste e timorose.


Andate temperate ne l'amore,

Né vi lasciate volgere il cervello

A lascivo pensier, né tristo humore,


E specchio vi sien' hoggi questa e quello,

Che, per poco sapersi governare,

Son gionti come vittime al macello.


Cercate, io ve ne prego, di schivare

Le tentation diaboliche e cattive,

Né vi lasciate al senso trasportare,


E questo, ancor per gli huomini si scrive,

Che, se son presi da una faccia bella,

Il loro amore a honesto fine arrive,


Né cerchino per roba usurpar quella,

Che la donna si piega facilmente,

E di leggier s'inganna una donzella.


Procedete con tutti civilmente,

Né vi lasciate indurre a l'avaritia,

A far cosa maligna e fraudolente.


Non usate per l'util la malitia,

Né rio disegno a mal'oprar v'inchine,

E temete di Dio l'alta giustitia,

Che felice è colui che pensa al fine.


IL FINE

DIALOGO

LUDOVICO, HIPPOLITA


Lodovico:

Non sei tu quell'Hippolita che 'n vita

Mi promettesti amar' fin' alla morte?

Hoggi, condotta a spaventosa morte

E a poner per mio amor quindi la vita?


Hippolita:

Sì, sono. E s'io t'amai in questa vita

Son pronta amarti ancor dopo la morte

E cara e grata mi sarìa la morte,

Se tu dopo di me restassi in vita.


Lodovico:

Restar' io vivo e tu patir la morte?

Non piaccia al Ciel! Ma vada questa vita,

Se non a questa, a più spietata morte.


Hippolita:

Dunque, se per amor perdiam la vita,

Moriam, ben mio, che questa morte

Morte non è, ma morte è questa vita.


LAMENTO

D'HIPPOLITA


Quanto fia meglio, misera, ch'in fasse

La madre mia m'havesse soffocata,

O che da lupi morta e lacerata

Fusse allhor, quando in questa vita trasse


Questo misero corpo, e pria peccasse

Quest'alma al suo Fattor fusse tornata,

O quanto al mal consiglio fu ligata

E che 'l reo effetto al mio appetito dasse.


Fusse allhor data in preda a i saccomanni,

Posta ne' ceppi, arsa nel fuoco viva,

Come furono i santi da i tiranni.


Alma, perché non fusti allhora schiva

Perché non deste l'ale, perché i vanni

Non drizzasti a Dio che 'l tutt' avviva?


IL FINE