LA

COMPAGNIA

DE’ MACINATI


I quali si sono imbarcati a Patrasso

per andare a Trabisonda.


Dove si sente il grandissimo numero de’ falliti e consu-

mati, che sono concorsi alla detta barca.


Opera degna di essere udita da tutti.

Tant’è il popol che cresce e soprabbonda

Per desìo di salir sopra la barca

Che porta i macinati a Trebisonda,


Ch’al numero infinito che s’imbarca,

Ed a quel ch’è imbarcato, e quel ch’arriva,

Troppo debole è ‘l legno, che si carca.


Ch’essendo pubblicato in ogni riva

Tal nuova, tanta gente s’appresenta,

Che del mar non si scerne più la riva.


E per esser il primo ogn’un s’avventa

Con tal tumulto, e tal confusione,

Che ‘l nocchier si smarrisce e si sgomenta.


E d’ogni parte e d’ogni regione

Vien tanta gente, ch’a voler passarla,

Non starian mille navi al parangone.


Tal che bisogna in tutto rinnovarla,

O aspettar che ritorni qua la flotta

Né so se sia bastante anco a levarla.


Perché di mille parti, una è ridotta

A pena in barca, ed è sì carca e piena,

Che pe’l gran peso in molte parti è rotta.


E come ho detto, ogn’un tal furia mena,

Che s’a tanto rumor non si provvede,

In breve andranno a ritrovar l’arena.


Il nocchier, che ‘l pericol scorge e vede,

S’è ritirato, e sta lontan dal porto,

Né vuole in modo alcun mover il piede.


Perché, com’huomo pratico e accorto,

Non vuol con tanto esercito imbarcarsi,

per non fare a se stesso e a gli altri torto.


Che tali son venuti appresentarsi,

Che giudicato non si sarìa mai

Ch’ei si fusser degnati d’appressarsi.


Dico de’ buoni, e dico pur assai

Ch’a vedergli pareano haver le some

D’oro e d’argento, ed eran pene e guai.


E s’io volessi dir di tutti il nome,

Farei stupire il mondo, ma sto cheto,

Che ‘l dover non comporta ch’io gli nome.


Basta che ciaschedun si porta dietro

Mille viluppi, tattare ed intrichi,

Secondo che comporta il tempo inquieto.


Tanti artefici poveri e mendichi

Si sono appresentati, ch’è un stupore,

Ch’eran già grassi come beccafichi.


Tanti, che solean far di servitore,

Ch’adesso havrìa di gratia altrui servire,

E star per dispensiero o per fattore.


Tanti, che non potevano sentire

Il pan, se non n’havean di quel bustetto,

C’hor quel di fava gli farìa gioire.


Tanti, che non s’havrìan messo un colletto,

Se prima non fusse stato profumato,

C’hor l’aglio e la cipolla è il suo zibetto.


Tanti, che a noia gli venìa il castrato,

I polli d’india, il lepre e la vitella,

C’hor hanno il bue per cibo caro e grato.


Tanti ch’andar solevano in gabella

A comprare all’ingrosso e far il grande,

C’hor compran sorbe a un tanto la scodella.


Tanti, che la lor mensa di vivande

Volean soprabbondnte, hor l’appetito

Gli soprabbonda da tutte le bande.


Tanti, che non sarìan giti a un convito

Se ben non fusser stati strapregati,

Ch’adesso v’anderìan senz’altro invito.


Tanti, ch’ogni tre giorni esser calciati

Volean di nuovo, hor con le scarpe rotte

Di qua, di là ne van frusti e stracciati.


Tanti, a’ quai già venir solean le gotte

Per voler trangugiar grassi capponi,

C’hor han di gratia haver delle pagnotte.


Tanti, quai già faceano i crapoloni,

Né volean se non torte inzuccherate,

C’hor mangerìan de’ scorzi di meloni.


Tanti, che se più sorti d’insalate

Non havessero havute non havrìano

Cenato, hor le radici gli son grate.


Tanti, ch’eran svogliati, che torrìano

A patto haver del pane a tutto pasto,

Né altro companatico vorrìano.


Tanti, che solean far guerra e contrasto

Con gl’hosti, ancorché il vin fosse perfetto,

C’hor han di gratia beverne del guasto.


Tanti, che non sarìano entrati in letto

Se ben non fusser stati mondi e netti

I lenzuoli, hor la paglia è il lor ricetto.


Tanti, che a pignoccati ed a confetti

Sguazzavan dolcemente, hor han di gratia

D’haver quattro scalogne e dui aglietti.


Tanti, a’ quali la minestra era in disgratia

Cascata, né sentir potean l’alesso,

C’hor haver del pan nero han somma gratia.


E tanti e tanti, che con atto espresso

Ad ogni cosa davano del naso,

C’hor haver pur un pan non gli è concesso.


A tal, che in conclusione il nostro vaso

Non è bastante la millesima parte

Levar di tanta gente in questo caso.


E di più è giunto, e giunge in questa parte

Un gran squadrone ancor di cortigiane

Mercie, fallite, e fruste in ogni parte.


Onde non sarìan cento marsigliane

Bastanti a portar solo il mal francese

E l’altre doglie lor, crudeli e strane.


Che a voler condurre tutte in quel paese

Le cimci, i pedocchi e gli altri strazzi,

Cirotti, unguenti ed ogni loro arnese,


Ci vorrìan burchi, toppoli e schierazzi,

Caramusali, grippi e bregantini,

Urchie, caracchie in così strani impazzi.


E tanta confusion di contadini,

C’havendo i lor poderi abbandonati

Si vogliono salvare in quei confini.


Di cortigiani frusti e consumati

Pasciuti sol di fumo e di speranza,

Si son corsi a salvare in questi lati.


Di virtuosi qui grand’abbondanza

Piovon, quai son scacciati in tai frangenti

Dall’avaritia, e ancor dall’ignoranza.


Quanti musici, ohimè, con lor stromenti

Qua son ridotti, rovinati e guasti,

Per non haver da ragionar co i denti?


Che non gli giovan lor chiavi né tasti,

Né gorgheggiar su ‘l grave o su l’acuto,

Che la fame gli fa troppo contrasti.


Perché il diatesseron è a tal venuto,

Che par da quello ogn’huom si ritiri,

E ‘l diapason è poco conosciuto.


Tal che le note van tutte in sospiri,

Le battute in miserie, e in pene, ahi lasso,

E ‘l contrappunto in guai ed in martiri.


Ma i poeti infelici, ove li lasso,

Che tanti ne son gionti alla riviera,

Che non si vide mai più gran fracasso?


Afflitti, magri e smorti nella ciera,

Malenconichi, mesti e sì sconfitti

Che movono a pietà d’ogn’altra schiera.


Ché non gli giovan gli amorosi scritti,

Né seguitar Apollo e le sorelle,

Che da ogn’un son scacciati e derelitti,


Onde i sonetti e l’altre cose belle,

Son mandate di posta al Culiseo,

O a far de’ ferraruoli alle sardelle


Passato è il tempo che maestro Orfeo

Sonava il passo e mezzo a gli animali,

Né vive più la figlia di Peneo.


Le cetre, e l’altre cose musicali

Han perso in tutto i lor soavi suoni,

Ch’eran virtù fra l’altre principali.


Adesso solo il suon de’ ducatoni

E’ quel che vale, e chi ha di tal mistura

Accorda la sua chiave in tutti i toni.


Chi danari non ha, non ha misura,

Non ha voce né spirto, e si può dire

Ch’egli sia un morto fuor di sepoltura.


Il denar solo è quel che fà gioire,

E che pon l’huomo in alto e lo sublima,

Onde può compiangere ogni desire.


Ma per tornare al ragionar di prima,

Dico che tanta gente è gionta al varco,

Che del tutt’ha il nocchiero perso la scrima.


E ciascuno su gli homeri ha il suo carco,

Di pensieri ammagliati ne’ fagotti,

Né pur se ne vede un che venghi scarco.


E sopra a tutti i scrittarini e i motti

Acciò ch’ogn’un intenda la cagione

Che gli ha a sì tristi termini condotti.


Chi dice: per haver fatto quistione

Son qua ridutto, che la roba tutta

E’ andata al fisco, a i sbirri, a la ragione.


Chi dice: per haver fatto la putta,

Sguazzare e trionfare allegramente,

Mi trovo esser restato su l’asciutta.


Chi dice: per vestir superbamente,

E far con i più ricchi a concorrenza,

Senza nulla mi trovo, ahimè, dolente.


Chi dice: per haver dato in credenza

E non poter riscuotere un danaro

Son d’ogni facoltà restato senza.


Chi dice: acciò ch’alcun nome d’avaro

Non mi potesse dare, ho via donato

La roba, hor qua con gl’altri vado a paro.


Chi dice: per voler stare ostinato

In certi miei capricci stravaganti

Ho tutto il patrimonio consumato.


Che dice: per haver con più mercanti

Fatto de’ stocchi e tolto ad ogni patto,

Son quivi gionto con miserie e pianti.


Chi dice: per haver fatto contratto

D’una cosa, hor d’un’altra, ogn’hor perdendo,

Qua son comparso, ruinato a fatto.


Chi dice: per volere andar seguendo

Le liti, ho consumato ciò ch’al mondo

Havevo, hor vo con gl’altri anch’io piangendo.


Chi dice: mentre in stato alto e giocondo

Fui, volsi far più assai del mio potere,

Onde mi trovo della ruota in fondo.


Chi dice: per voler darmi piacere

Ho spesi tutti i soldi della cassa,

Però s’anch’io qua giongo è ben dovere.


Chi dice: per havere a toppa e massa

Giocato, e bene spesso alla tagliata,

Vengo anch’io qua con gl’altri a testa bassa.


Chi dice: ogni sostanza ho consumata,

Per mantener villani e dargli il vitto

In questa carestia tanto spietata.


Chi dice: per haver tolto ad affitto

Possession d’altrui, ed il raccolto

Sterile essendo, qui mi guida il fitto.


Chi dice: il non haver poco né molto

Tenuto conto della roba quivi,

Con gli altri mi riduco a fren disciolto.


Così son pieni i campi e tutti i rivi

Di bolgie, di tamburi e di valigie,

Ed ogni giorno più par che n’arrivi.


Né, credo, attorno la palude Stigie

Si sentan tanti pianti e tanti gridi,

Né che vi sian più spaventose effigie.


Però s’avvisa ogn’un, che questi lidi

Son pieni d’ogn’intorno e che s’aspetta

La flotta, che gli levi e via li guidi.


Dunque non fia, ch’in strada più si metta

Fin che non ode nuovamente il bando,

Mandato per il pubblico trombetta.


Perché del tutto si verrà avvisando,

Di mano in man, com’andarà il negotio.

In questo mezzo, a voi mi raccomando,

A rivederci a mezzo l’equinotio.

IL FINE