CONTRASTO


DI DUE


AMANTI


OPERA NUOVA


Di Giulio Cesare Croce

HUOMO


E’ tanto tempo ormai,

Oh mia gentil signora,

Che pascendo mi vai

Di parolett’ogn’hora,


Che se non pensi

Di metter’ in effetto,

Ti giuro e ti prometto

Che non ho tanto accesa

L’alma per te che non lassi l’impresa.


DONNA


S’un tempo t’ho pasciuto

Di parolett’ e sguardi,

E’ perch’ho conosciuto

Che tra tutt’ i bugiardi


Tu senza dubbio

Possedi il primo loco,

Talché meno, né poco

L’amor tuo stim’ o prezzo

Perchè sei solo a’ tradimenti avezzo.


HUOMO


Però mandami a dire

Senza tenermi a bada,

Se tu mi voi aprire,

Oppure che me ne vada,


Che l’aspettar

Fa’ che mi vien noia,

Tal che perdo la voia

Di spender pur un passo

Per amor tuo, questa sera ti lasso.


DONNA


Tu mi comandi poi

Che ti mandi risposta,

Come se a’ passi tuoi

Io fossi sottoposta;


Ma sappi certo

Che s’io ti veng’ a noia,

E io bramo che ‘l boia

Al col ti getti un laccio,

Acciò mai più tu non mi doni impaccio.


HUOMO


Mentre i più verdi anni

Della tua fresca etade

Coprian più rozzi panni

Assai maggior beltade,


Sai che più volte

Venni teco a parole,

Dandoti ciance e fole,

E canzonette tante,

Perch’eri molto bella e più galante.


DONNA


Se ne li miei verd’anni

Più bella ti parei,

Mentre i più rozzi panni

Adorna mi rendei,


Non è per questo,

Ch’abbi mio amor avuto

Perché t’ho conosciuto

Sempre per traditore,

Discortese, bugiardo e vantatore.


HUOMO


Hora per quattro stracci

Di seta, che indoss’ hai

Tanta grandezza spacci

E sì superba vai,


Che post’hai tutto

Il passato in oblio,

Disprezzi l’amor mio

E, non pensando al fine,

Pensi fortuna haver presa nel crine.


DONNA


S’io vo di seta adorna,

Del tuo però non porto,

S’in mente non mi torna

L’amor tuo poco accorto.


E sol, perch’io

Mi sarìa vergognata

Che tu m’avessi amata

Con il più infame e tristo

Huom, ch’a’ miei giorni abbia sentit’ o visto.


HUOMO


Sei in un forte errore,

Perché tua ruota gira,

E in spatio di poc’hore

Da cima a fondo tira.


Hor, se felice

In su la ruota sei,

Insuperbir non dèi,

Perché già si avvicina

Oh misera, a venir la tua ruina.


DONNA


La tua lingua busadra

Malvagia e fraudolente,

Nelle bugie galiadra

Sempre dir mal si sente,


Ma non mi curo

Di tue menzogne vane,

Hor baia come cane,

Ch’io piglio di te spasso

E con le tue bravate il tempo passo.


HUOMO


Ti verra’ il mal francese

Se già non t’è venuto,

Che sol, come cortese,

Mandar prim’ un saluto


Da qualche suo

Domestico barone,

Come sarìa un Ticone

Con certe cosellette

Che tu le beverai quando havrai sete.


DONNA


M’auguri il mal francese

Perché di già tu l’hai,

E sai com’è cortese

Ché non sei senza mai,


Però a te tocca

Com’a un de’ suoi baroni,

O Caruoli, o Tinconi,

O simil altre cose

Sì che vedrai in te fiorir le rose.


HUOMO


Dopo quest’ambasciata,

Allegramente aspetta,

Di rimaner pelata,

Monda, pulit’ e netta.


Che non havrai

Bisogno di lavarte,

Né men di pettinarte,

Perché senz’esser tocca

Ti cadera’ i capelli, a chiocca chiocca.


DONNA


Quanto al pelarmi poi

Di ciò non ho paura,

Mentre ch’a i passi tuoi

Sto lontana e sicura.


Questo ben credo,

Che s’a te m’accostassi

Allhor s’io mi pelassi

Non saria maraviglia,

Perché di già ti cascano le ciglia.


HUOMO


Insieme con le gomme

Le doglie ti verranno,

Nel mutar tempo come

Conoscer ti faranno.


Piena di tigna

Al fin ti trovarai,

E sforzata sarai

Acciò c’havrai dar fondo

Per mantenerti fin che stai al mondo.


DONNA


Tu parli dottamente

Di piaghe, gomme e doi,

Perché tu dei sovente

Sentir come ti coglie


Il fier dolor,

Che per tue nefand’opre

Da capo a pie’ ti copre

E in tutte le gionture

Ti fa sentire ogn’hor mille ponture.


HUOMO


Haverai pena e sdegno,

E cruccio e maraviglia

Berrai l’acqua di legno,

E la falsa periglia,


E li cerotti

E pillole ed unguenti,

Decotioni e fomenti,

Siroppi e servitiali

Userai con cent’altre cose tali.


DONNA


Se senti pena e sdegno,

O mal ti tocca e piglia,

Cor a l’acqua di legno,

O a la falsa periglia.


Poi che tu sei

Pratico per long’uso

A por siroppi in uso,

Pillole e medicine,

Con le quali tu farai, misero, fine.


HUOMO


E non passerà un mese

Che tu farai del resto,

Per le soverchie spese,

Or, tient’a mente questo.


E con il stento

Andrà crescend’il male

Che fin a l’hospitale,

Misera, andar ti veggio,

Né forsi ti vorran, che sarà peggio.


DONNA


Tu fai dell’indovino

Mal predicend’altrui,

Né t’accorgi, meschino,

A dirlo qui fra nui,


Che l’ospitale

Ha per te l’uscio aperto

E non per il tuo merto,

Ma solo per pietade,

Acciò che tu non mora su le strade.


HUOMO


Perché sì puzzolente

E sì schifa sarai,

Ch’ammorberai la gente

Dovunque tu anderai,


Tal che da tutti

Discacciata e fuggita,

In odio havrai la vita,

E per tua trista sorte

Tu stessa chiamerai che venga morte.


DONNA


Tu certo non andrai

All’hospital per niente,

Che più presto sarai

Ala forca un pendente.


Perché i tuoi pari

Altro proemio non hanno

E questa è cosa certa,

E non per trista sorte,

Ma pe’ tuoi vitij farai simil morte.


HUOMO


Verrai a quest’ancora

Per un tozzo di pane,

Di far servitio ancora

A l’altre cortigiane.


E discacciata

Sarai per ladra e giotta,

Con una scarpa rotta,

Col boccalacio a lato

Andrai cercando il pan fin c’havrai fiato.


DONNA


Horsù, va’, che l’è ora

Come sei uso a torno,

A veder s’è ancora

Cavato il pan del forno.


E chiedi il tozzo

Perché bisogno n’hai

E a me venir potrai

Che se ben son’irata

Ti darò una minestra riscaldata.


HUOMO


Ma questa è un’insalata

Ad una ricca cena.

Sei tanto scostumata

E di brutteza piena.


Questo l’ha detto

Un vetturin tuo amico,

Che lo menasti, dico,

Non sa né che né come

Trovò la porta e discargò le some.


DONNA


La tua lingua sfacciata

Maldicent’e perversa

Sempr’ a mal dir usata,

Ne le bugie sommersa,


Vuol’esser causa

Ch’un dì avrai sul viso

Un sì nefando sfriso

Che fra tutt’i plebei

Conosciuto sarai per quel che sei.


HUOMO


Ferravecchi e magnani

Che passan per la via

Ed ancor gli ortolani

Che vendon mercancia


E fin colui,

Che vende pome cotte,

Dormì con ti una notte.

Con patto tal’espresse

Che tu mangiassi i pomi e lui dormesse.


DONNA


Tu dici ch’a magnani

E a ferravecchi sola

Son stata nelle mani,

E menti per la gola.


Com’un forfante

Vigliacco e manigoldo

Che non hai pur un soldo

Per comperarti il pane

E crepi della fame come un cane.


HUOMO


E tante ne farai,

Ch’ultimamente colta

E frustata sarai,

Come già l’altra volta.


Gridando andrai

Per tutti quant’ i chiaffi

Chi ti trarrà de i sassi,

Che ti daran più noia

Che non faratti la frusta del boia.


DONNA


Ben pòi parlar di frusta,

Che sai come cammina

E per sentenza giusta

Sei stato a la berlina


Per una borsa

Che tu rubasti un giorno

Onde con pen’ e scorno

De l’ove marze avesti,

E correr tutto il popolo facesti.


HUOMO


La stalla molte volte

Sarà tuo alloggiamento,

Come più spesse volte

Fuggirai l’acqua e ‘l vento.


Se palia o fieno

Al fin tu haverai,

Contenta tu sarai,

Che così vol tua sorte

Ch’abbi da patir fin a la morte.


DONNA


E perché tu non manchi

D’ogni pessimo effetto,

Sai che le stalle e banchi

La notte ti son letto.


E bene spesso

La terra soda e nuda

Né credo che tu suda,

Anzi, battendo i denti,

Com’un forfante ogn’hor tu crepi e stenti.


HUOMO


In tal calamitade

D’ogni miseria piena,

Senza trovar pietade,

Giungerai con gran pena.


Hor questo basti,

Ma tienti per sicura,

Mentre tua vita dura,

Di mendicart’ il pane,

Che questo è il fin di voi altre puttane.


DONNA


Per tua sceleritade

E tua vita cattiva,

Non pòi trovar pietade

In anima che viva.


Hor va’ in galea,

A scriver con un remo,

Poi che sei a l’estremo

Delli toi portamenti

Che questo è il fin di tutti gl’insolenti.











Testo trascritto da: Contrasto di due, amanti opera nuova di Giulio Cesare Croce, In Bologna, presso l'Erede del Cochi, al pozzo rosso, s.d., BAB