Contrasto piacevole


FRA L’ESTATE


ED IL VERNO


Nel quale si sentono tutti li com-

modi ed incommodi, tanto de l’

uno, quanto de l’altro

AL MOLTO MAGNIF.


SIG. E PADRONE


OSSERVANDISSIMO


IL SIG. SFORZA


CERTANI


Hora che ‘l vago e gratioso amante della bella figlia di Peneo, entrando nella stanza del possente re de gli animali, tira l’arcate sopra l’aurata lira più lunghe assai del solito, e che la gran madre Cerere, per l’estivo calore che sente, dubita che Etho e Pirhoo non habbino di nuovo tratto le briglie di mano all’audace auriga del carro solare, e che i mortali ritiratisi sotto le loggie e ne’ verdi giardini, ove respira la tanto bramata amica di Cefalo attendo a tirare il palo del vetro, con saporitissimi meloni ed il fresco e soave liquor di Bacco, io, che poco posso stare in otio, e per fuggir’ il sonno insieme, pigliano l’occasione della clada stagione, nella quale difficilmente si può respirare, sì come parimente si fa per lo freddo e gelato verno (massime quando e l’uno e l’altro stanno nel supremo grado loro) mi son mosso a introdurre questo e quello a fare insieme questa piacevolissima disputa, nella quale ciascuno di essi si sforza di restar superiore al nimico. E perché l’opera in se stessa è di poco o niun merito, l’appoggio al nome di V.Sig. il quale SFORZA con la forza della sua bontà ogn’uno che la conosce ad amarla ed honorarla insieme: onde son certo e sicuro, che la gentilezza e cortesia che regna in lei, gli faranno ampia strada, e gli daranno animo e ardire d’appresentarsi innanzi a ogni spirto nobile e gentile. Accetti, dunque, V. Sig. Questo picciol dono, il quale, quanto è più basso, tanto più alto è l’animo di chi lo porge. Con che finendo, le bacio riverentemente le mani, pregandole da Dio, Sig. Nostro, ogni felice contento.


Di Bologna, nostra Patria, il dì 14 d’ Agosto 1604.


Di V. Sig. Molto Magnif.

Obbligatiss. Servit.

Giulio Cesare dalla Croce.

ARGOMENTO


Venuti sono insieme a differenza

La calda estate e l’agghiacciato verno,

A chi di più valor, ed eccellenza

D’ambi lor sia, e di miglior governo.

La state vuole haver la precedenza,

Come udirete in questo mio quaderno,

Tenendosi più vaga e delitiosa,

E più nobil del verno in ogni cosa.

Egli, che non di men di lei si tiene,

Non gli vuol ceder punto di ragione,

Anzi, gli vuol provar ch’in sè contiene

Di lei più gratia e più perfetione.

Hor, chi de l’un de’ due la palma ottiene,

In breve qui vedrassi il paragone,

Mentre che disputare in queste carte

Sopra di ciò udrassi l’una e l’altra parte.


ESTATE


Io son l’estate gratiosa e bella,

Da tutto il mondo tanto desiata,

Ch’ogni gioia, ogni gaudio rinovella.

E a tutti cara sono, a tutti grata,

Del spasso e del piacer i’ son sorella

Né come il verno son cruda e spietata,

Che col suo aspetto apporta sol tristezza:

Io canto, riso, festa ed allegrezza.


INVERNO


Io sono il verno forte e poderoso,

Non cudel, come dice, ed inhumano,

Se ben’ horrido appaio e dispettoso,

Son però tutto buono e tutto sano.

E se ‘l mio stato nobile e gioioso

Tutto vo raccontar di mano in mano,

Hoggi ti mostrerò, che in me si chiude

Più che in te, gratia, forsi, e più virtude.


ESTATE


Ahi, importun che sei, ed arrogante,

Com’hai faccia a venir con tal commento,

Hoggi, e con tanta audacia a me davante,

Con così fiacco e debole argomento.

Io, che legiadra, bella e verdeggiante

Porto, ove vado, ogn’hor gioia e contento,

E tu, ch’ogni difetto adduci teco,

Hai ardimento di contender meco.

INVERNO


Hor sì, che tu mi fai toccar le risa

A ragionar qui meco in modo tale,

Ed a volerti, misera, in tal guisa

A un par mio sì potente far’eguale:

Ma forza è, che parlando hoggi t’avvisa

C’hai de la pazza (e non l’haver per male)

Credilo a me, se pensi star di sopra

Al verno, e spendi in vano il tempo e l’opra.


ESTATE


Deh, acchetati, di gratia, meschinello,

E vatti caccia dentro ad una grotta,

E non mi star’ a rompere il cervello,

Ma col ghiaccio e col vento va’ borbotta.

Non vedi tu, che star meco a martello

Non puoi, però non far che sia interrotta

La quiete mia, perché quel tuo mostaccio

Fa quasi l’ardor mio mutare in ghiaccio


INVERNO


Poi ch’io conosco, e vedo apertamente

Che meco hoggi far vuoi liti e contrasti,

E che sei importuna ed insolente,

Alquanto ricercar ti voglio i tasti,

Perché parlar con te cortesemente

Non pare a me, che qui mi giovi e basti.

Però a le brutte mi convien venire,

Estate sciocca, s’io ti vo’ chiarire.


ESTATE


Io son parata e pronta ad ascoltarti,

Comincia pur’a dire allegramente,

E narra, ch’io sto a udir tutte le parti

Che ti ritrovi havere intieramente.

Ch’al fin ti mostrerò, pria che ti parti,

Meschin, quanto di te son più eccellente.

E però ragionar puoi a tua posta,

Ch’a parte a parte ti darò risposta.


INVERNO


Io dirò dunque ch’io mi rassomiglio

A un hosto grasso, tondo e ben pasciuto,

C’habbia la faccia allegra e lieto il ciglio

Per haver ben mangiato e ben bevuto,

Che senza alcun pensier, fuori di periglio

Vive, e ogn’hor se ne sta, grosso e panciuto

Appresso il foco, e con le gambe aperte

A dir’ a i forastier novelle e berte.


ESTATE


E io mi rassomiglio a una regina,

Ch’ovunque vado, porto una letitia;

Ogni gente m’honora, ogn’un s’inchina

A me, che d’ogni ben tengo divitia.

Né come te col ghiaccio e con la brina

Al povero non porgo mai mestitia,

E non faccio languir, come tu fai,

Le genti con il freddo che gli dai.


INVERNO


Anzi, ti rassimiglio a una svogliata

Femma, che si getta sopra il letto,

Piena di caldo e tutta scalmanata,

Che suda, e beve, e si scialaqua il petto:

Né fa ciò che si voglia, e riscaldata

Di qua, di là s’aggira ed in effetto

Non può quiete trovar, notte né giorno,

Pel calor grande che si trova intorno.


ESTATE


Taci, goffo che sei, che ne l’estate

Si fan mille soavi mangiaretti,

Che ravvivan gli spirti a le brigate;

Con certi minestrin, certi brodetti

D’odorifer’herbette, al gusto grati,

E certi guazzettin, certi bruschetti

Quai danno a chi li gusta, tal conforto

Che farian suscitare un mezzo morto.


INVERNO


Taci tu, meschinella, che più vale

Assai una fettuccia di pan’unto

Che si fa in la padella il carnevale,

Quando il porchetto viene a render cunto;

Che sparge d’ogn’intorno un odor tale

Che la rosa e ‘l garofalo in tal punto

Puzzano sotto il naso a chi gli fiuta

Più che l’ebulo assai, o la cicuta.


ESTATE


Hor che dirai tu, sciocco, de’ meloni

E de’ miei fichi dolci e saporiti?

Le ciragie, le amandol’ e i cedroni

E de’ carchioffi rari ed esquisiti,

E tanti frutti delicati e buoni,

C’honorano le mense ed i conviti?

Le pesche, l’uva, le pera e le susine,

Ed altre frutte degne e peregrine?


INVERNO


Che dirai tu, d’un buon pezzo d’arrosto,

Che nel schidon si volta appresso il foco?

Che al grato odor di quello ogn’un accosto

Volontier fassi, ogn’un corre in quel loco,

E di gustarlo essendo ogn’un disposto,

Attorno ad esso stan con festa e gioco,

E mentre nel tegame va gozzando,

Ogn’un lo strucca, ogn’un lo va pelando.


ESTATE


A quelle verdi e belle insalatine

Di varie mescolanza, che l’estate

Si mangiano, i piselli, e l’herbettine

il latte, le ricotte e le gioncate.

Le carni di capretto tenerine,

Piccioni e polli, e l’altre delicate

Vivande saporite ed odorose,

Cedan le tue patelle unte e schivose.


INVERNO


E gli tartufi, tu, dove li lassi,

I cardi e i seler saporiti e buoni?

Le grosse olive, di cui tanto fassi

Al mondo stima, e i grossi e buon marroni,

Quai su’l tondo schiacciati, se porrassi

Sopr’essi pepe e sale, in tal stagioni

Danno un ber tanto grato a chi tracanna,

Che le pare il vin sia nettare e manna.


ESTATE


Hor sù, chiarla, meschin, quanto ti pare,

E allegami ogni sorte di ragione;

Che con me, certo, non sei d’agguagliare,

Perché l’estate, tutte le persone

Ponno a sua posta attorno camminare

In ogni parte, in ogni regione,

E ‘l verno star convengon sequestrate

In casa, e peggio assai che carcerate.


INVERNO


Se ben stan chiuse in casa, assai più giova

Il grato militar d’un scaldaletto

Pieno di bragie, allhor che si ritrova

In procinto il padron per gire a letto,

Che innanzi, e in dietro fan le serve a prova

Per i lenzuoi menarlo, e n’han diletto.

E chi si corca ha tal consolatione,

Che fin’al giorno sta dove si pone.


ESTATE


Di’ pur ciò che tu vuoi, che la più parte

De le genti han per mal quando tu vieni,

Perché, quando tu giungi in questa parte,

E che di ghiacci e nevi gli terreni

Copri, ogni contentezza va in disparte,

Né son più i giorni lucidi e sereni,

Come l’estate, onde ciascun si duole

Quando in solstitio si ritrova il sole.


INVERNO


Sai chi sol m’ odia? I poveri e mendichi,

Ch’in casa lor non han fascio né legna,

E perché tu col caldo gli nutrichi,

Ignudi e scalzi, sotto la tua insegna

Vengono, e vivi stan di sorbe e fichi,

Né quasi sostanza alcuna alberga e regna:

Ma se buon panni havesser da vestirsi,

D’appresso a me giamai vorrian partirsi.


ESTATE


Nel bel mattin soavi rugiadine

Scendon dal cielo, e freschi delicati;

E tu, con folte nebbie e ghiacci e brine

Rompi le strade, e allaghi i campi e i prati,

E con pioggie, e con nevi, e con pruine

Odioso rendi il mondo in tutti i lati.

Io con zefir rinfresco e boschi e selve,

E tu con borea uccidi huomini e belve.


INVERNO


Ahimè, qual’ è colui, che per lo caldo

Non venghi afflitto, e lasso a la stagione

Crudele? Chi è che possi tener saldo,

Massime quando Febo entra in leone?

Qual’è colui, che tanto allegro e baldo

Sta, che non getti via calze e giubbone,

E tutto malenconico e dolente

Non crepi a l’ardor grande che si sente?


ESTATE


Qual’è dunque colui, che mangiar possa

Un boccon (dimmi tu) che pro gli faccia,

E non gli tremi il cor, la carne e l’ossa

Alhor che ‘l vern’ horrendo il mondo agghiaccia;

Che cotanto l’affliggi con tua possa,

E trema, e batte i piedi, mani e braccia;

E se in caso sì rio non trova foco,

Se di freddo non mor, ci manca poco.


INVERNO


Forza è che qui pur ti risponda, oh sciocca,

E dirti che veduto ho nell’estate

Le genti con la lingua fuor di bocca,

Andar di qua, di là, tutte affannate,

Alhor che Febo più suoi stral scocca,

Né trovar loco, e secche ed assetate

Cercar un po’ di fresco a un fonte, a un rivo,

Né trovar refrigerio al caldo estivo.


ESTATE


Oh quanti poverelli la vernata

Si vedon scalzi e nudi per le vie,

Quando Cerer si trova esser spogliata

De le pregiate e ricche vesti mie,

Patir’acerbe pene, e alcuna fiata

Strider co’ denti, e colme d’agonie;

Meschin, tutti in un groppo andare a tratti,

Anzi, lassarvi pur la vita infatti.


INVERNO


Taci, che se non fusse la mia brina,

Le nevi, il vento, il gielo e ghiacci duri,

Tu saresti una misera meschina,

Perché se ben risguardi e che procuri,

Son quel che ‘l monte, e ‘l piano e la collina

Nutrisco e pasco, e do fermi e sicuri

I raccolti, e fo fertile il terreno,

Ed empio a te di mie ricchezze il seno.


ESTATE


Io non nego cotesto, che da te

Non proceda talhora qualche bene,

Ma il voler’hora pareggiarti a me,

A un par tuo non si deve, né conviene,

Perché s’ogn’un dee riguardar a sè,

Considera, che tu le strade piene

Hai di pantan, di fango e di lordura,

Io di fronde l’adorno, e di verdura.


INVERNO


Qual è, dimmi, colui che può durare

Innanzi a quelle mosche fastidiose,

A i calabron, le vespe e le zenzare,

Ed a le pulci e cimici schifose,

Quai dan ponture sì crude ed amare,

Che le carni piagate e sanguinose

Lasciano, e menan sì crudel fetore

Ch’un ceffo rende assai più grato odore.


ESTATE


Quando di verno regna il freddo grande,

L’opra mia in tuo servigio si dispensa,

Che molti cercan lo scalda vivande

Per tener caldi i cibi su la mensa,

Questo è segnal che sopra me si spande

Più gratia assai, che l’huom non crede o pensa,

E ch’util porto, comodo e favore,

E do conforto al minimo e al maggiore.


INVERNO


Se venir vuoi a tal particolare,

Ne l’istesso difetto anche tu caschi,

mentre il vin caldo, ch’un siloppo pare,

Ne’ pozzi al fresco metti entro de’ fiaschi;

E spesso vai del ghiaccio a ritrovare,

E dentro ve lo poni, e poi l’intaschi

Così agghiacciato, e ‘l simil fai de’ frutti,

Che a ciò sian meglio gli rinfreschi tutti.


ESTATE


Ne l’estate si veggon le persone

Andar la sera attorno sollazzando,

Col flauto, col liuto e ‘l chitarrone,

Di qua, di là fra lor lieti cantando;

Perché ‘l tempo gl’invita e la stagione

Di gir’ i cori alquanto rallegrando,

Poi quando han tal dolcezza ricevuta,

A letto freschi van, com’una ruta.


INVERNO


E pel verno, la sera appresso il foco

Si fan concerti, e musiche perfette,

E ivi stassi con piacere e gioco,

Né a pericol giammai alcun si mette

D’andar fuori la notte assai, né poco;

E perciò non si vien mai a le strette

D’haver ferite secche, ovver sassate,

Com’avvien spesso a chi fa serenate.


ESTATE


Nel tempo de l’estate a le lor ville

E lor poderi, i nobil cittadini

Con le mogli, co i figli e con l’ancille

Vanno, e co’ i lor fratelli ed i cugini,

E le giornate lor liete e tranquille

Passan, con far de i giochi e de’ festini

A i lor villani, quali hor alto, hor basso

Saltando, danno a ogn’un piacere e spasso.


INVERNO


Nel verno tutti quanti gli studenti

Si vengon riducendo a i loro studi

Dove sono filosofi eccellenti,

Per udir le lor scienze e le virtudi,

E qui si fanno dotti e sapienti,

Ond’eran pria di scienza privi e nudi;

E col tempo divengono famosi

Al mondo, anz’immortali e gloriosi.


ESTATE


Per le loggie, le camere, e le sale

Co’ paraventi in man le genti al fresco

Se ne stanno, e col fiasco e col boccale,

Il qual sovente tengono sul desco;

Bevono allegramente, e in modo tale

Di dentro gli ristoro e gli rinfresco,

Che compongon sonetti a la dolc’aura

Che tai non fè il Petrarca mai per Laura.


INVERNO


Vuol estate sentir un dolce canto

De’ vaghi augelli, e un grato mormorìo

Di limpid’acque udir, placide alquanto,

Rotte da piccioi sassi in chiaro rio.

A me non voglion tante cose a canto,

Né van tante fatture al fatto mio:

Ma di quercia o di pioppo un fascio solo

Mi scalda tutto, e fà ch’io mi consolo.


ESTATE


Nel verno mille strane malattie

Si scuopron, da patir’, acerbe e dure,

Come gotte, podagre e tossi rie,

Scese, buganze, setole e freddure,

Lacrimar d’occhi, humori e frenesie,

Catarri, humidità, doglie e stretture

Di petto, che da l’aria tua dannosa

Nascono. Al fin, sei tristo in ogni cosa.


INVERNO


Hor qui ben troppo mi tocchi sul vivo,

E romper vuoi del tutto l’amistade,

Che pur sai, folle, che nel caldo estivo

Patono i corpi mille infirmitade;

Che di tutte qui ‘l nome non descrivo,

Ch’io non le conterei in una etade;

Bastami dir, che sotto ‘l tuo governo

Muoion più genti, che non fa l’inverno.


ESTATE


L’estate son sereni e lunghi i giorni,

Il ciel giocondo, il mondo illustr’ e chiaro,

Di vaghi fiori sono i prati adorni,

Vener va con Amor cantando al paro.

E la mattina s’ode a i nuovi albori

De gli augelletti il canto unico e raro,

Che ben ha in sé quel cor noia e tristezza

Che di gioia non s’empia, e d’allegrezza.


INVERNO


Anzi, che ne l’estate e lampi e tuoni,

Grandini, venti, folgori e tempeste

Cadon dal ciel con spaventosi suoni,

E a guastar vengon quelle parti e queste;

E soglion spesso tor le granagioni,

Onde l’agricoltor con voglie meste

Resta, che le gragnuol, le nebbie folte,

Levano i frutti a i campi e le ricolte.


ESTATE


Il verno, i fiumi e i torbidi torrenti

Gonfiano, e tiran giù riviere e sponde,

E si mostran sì fieri e sì possenti

Co i corsi loro, e con le rapid’onde,

Che molte volte porgon gran spaventi

A chi gli passa, e spesso il pied’altronde

Voltan le genti per sentier diversi,

Per non restar da quei morti e sommersi.


INVERNO


Ben’ ho ragion mostrar la mia possanza,

A tempo e loco, e che temer mi faccia;

Così il mare anco sopra i monti avanza

Talhor con l’onde, e poi si fa bonaccia.

Tu anchora, quando il sol sta nella stanza

Del leon, secchi i fiumi, e sì la faccia

De la terra apri e penetri sì a dentro,

Che poco men, che non si vegga il centro.


ESTATE


L’estate, van le genti a la campagna

Col suo scoppietto in spalla, o ‘l pallestrino,

E con i bracchi, e corni e con la ragna

I cacciatori, in questo e quel confino.

Chi lepri prende, chi con la dagagna

Pesca, chi va a quagliar, chi di buarino;

Chi al tordo il visco tende, o a la gazzuola,

A tal che sempre han carne fresca in tola.


INVERNO


Sì, ma l’estate non si può un banchetto

Mai far compito, come la vernata,

Ch’un mese, e tu lo sai pur in effetto,

Tener si può la roba conservata:

Che ‘l freddo la mantien senza difetto,

Ma il caldo la corrumpe in una fiata,

E chi la vuol’ salvar un mezzo giorno,

Subito puzza, ed ha gli vermi intorno.


ESTATE


Io non posso trovar cotanti uncini

Che tu non trovi cotante statere,

Né ti posso provar co’ miei latini

Ch’in me regni più forza e più potere;

Ché con tuoi argomenti peregrini,

Ribatti la mia scienza e ‘l mio sapere.

Perciò sia buon finirla hoggi fra noi,

E ch’ognun tenda a far gli fatti suoi.


INVERNO


Non ci stian dunque a provocar più ad ira

Insieme, né a contender con parole,

Tu attendi al caldo, poi ch’a ciò ti tira

La tua natura, e che ‘l dover lo vuole.

Io al Borea, e a l’Aquilon hovrò la mira,

E abhorrendo le rose e le viole,

Produrrò freddi, ghiacci, e nevi in vece

Come piace a colui che ‘l tutto fece.


ESTATE


Io mi contento, né m’udrai più dire

Verso te nulla, poi che per precetto

Divin, ciascun di noi ha da esequire

Quanto ad oprar fu da principio eletto.

Tu il grano in terra il verno a custodire,

Io a corlo, e batter, quando sia perfetto.

Così, con l’un contrario, e l’altro insieme

Verremo a dar sostanza a l’human seme.


INVERNO


Ma perché più fra noi la pace intiera

Possa durar’, e non ci paia strano,

Fra noi porremo autunno e primavera,

Che l’un da l’altro ci terrà lontano.

Perché la mia stagion cruda e austera,

Col freddo estremo il tuo calore al piano

Potria mandar, con violenza tale

Ch’a patir ne verrebbe ogni mortale.


ESTATE


Questo pensier mi piace, che temprando

Con l’uno e l’altro i nostri moti altieri,

Ci verrem nobilmente confermando;

Né fra noi ci darem colpi sì fieri;

Ma ciascun, la sua parte esercitando,

Abbelliremo il mondo e gli hemisperi.

Hor va’, ch’io non t’abbruggi con mia fiamma

Ch’in casa del leon il sol mi chiama.


CONCLUSIONE


Così si son fra lor pacificati

I due nimici sì fieri e possenti,

Con patto di non esser mescolati

Mai l’un con l’altro; e ‘l cielo e gli elementi

Per lor prometton ch’ambo separati

Sempre staranno, e a lor’ officio intenti

Secondo ch’ordinato fu per legge

Da quel sommo Fattor che ‘l tutto regge.


Hor, chi considra ben di questi dui,

Quai fia di lor più intemperato e crudo,

Non so trovar’, a dirlo qui fra nui,

A chi si debba, in così fiero ludo

La palma dar’, e però lasso a vui

Dar la sentenza, ed io per fin concludo

Chi vuol star san, ne l’uno e l’altro stato

Mangi da sano, e bevi d’ammalato.


IL FINE