IL GRAN

CONTRASTO


De i paladini di Francia,


Qual narra il caso della lor querela, cosa

di molto spasso e piacere, e posta

nuovamente in ottava rima


con duoi bellissimi capitoli amorosi

Chi di voi mi darà voce e parole,

Prestando fede allo mio intendimento,

Cantar di paladin come tal suole

Della polenta il grande abbattimento,

Date silentio, che questo si vuole,

tanto ch’arrivi a l’alto mio concento,

Almi signori, ascoltatemi alquanto,

Al vostro honor comincio il primo canto.


Dirò d’Orlando, c’ha levato il naso

Col suo re Carlo per far la polenta,

Il danese a gran furia strida il caso,

Ed Ulivier a far fuoco si stenta,

Carlo, che di farina ha pien un vaso

Dice che molto dura li talenta,

E la mescola in man tenea Ruggiero,

Per farla dura come vuol l’impero.


Molti applicava il foco e le parole

Contra Rinaldo ed Ulivier marchese,

Ma quel che Carlo vuol, forza che tuole

Star a polenta dura più d’un mese,

Il cont’Orlando si lamenta, e duole,

Qual non volea polenta per sue spese,

Sì che Carlo e Ruggier la fece dura,

Orlando la mangiò con ciera scura.


Niente d’onto suttil non gli giovava,

Sì ch’Orlando ne fu molto adirato,

Il ciel e la fortuna biastemmava

E chi l’havea condotto a tal mercato,

Da l’altra parte Astolfo ancor cridava

Che Carlo un tal mangiar havesse fatto,

Il vescovo Turpin non vuol polenta,

Che senza onto suttil non gli talenta.


Voi sentirete la crudel battaglia

Che fece i paladin per la polenta,

Ruggier, Orlando sì misero taglia

A chi disobbediva e non contenta

A star con paladin a tal travaglia

Per così fatta impresa, e non si penta,

Perché Turpin sempre brontolava

Che di polenta non si contentava.


Re Carlo poi si mise tosto in punto

Per veder che Turpin fuor si chiamava,

Agramante parlò poi col suo aggiunto

E disfidando ogn’un che brontolava,

Così a la guerra si misero in punto

Per veder poi chi meglio travagliava,

Oh che bella costion, che allor fu fatta,

A veder chi la vince e chi l’impatta.


Chi vede il re Marsiglio ed Agramante

Venir con gran furor a tal battaglia,

“Per giudici qui siam” disse Agramante,

“Per dar la palma a chi vince in battaglia”,

Il vescovo Turpin mai si fè innante

E non volse assentir a tal travaglia,

Il conte Orlando si stava adirato,

Scontra Rinaldo e gli narrava il fato.


Poi che Rinaldo il gran contrasto intese,

E per polenta il gran combatter stretto,

Saltò a caval, e ‘l brando in mano prese,

La lancia in resta e in dosso il corsaletto,

Con lieta faccia il cavalier cortese

Sopra del prato gionto a tal effetto

Gridando forte quel nobil barone

Che per polenta si fa destruttione.


Ruggier, sentendo questo gran rumore,

E quel che Carlo havea comandato,

In piè saltò, quel baron di valore,

Parlando a i paladin di questo fato,

Dicendo che vergogna e dishonore

Combatter non bisogna, o far trattato,

Carlo e Rinaldo si fanno una lega,

Che tal abbattmento faccia trega.


IL FINE



Spinto da crudel pena e acerba sorte,

Forza è scoprir il mio grave dolore,

Che spesso per tacer si giunge a morte.


Se al mondo non sei nata senza fede,

So che pietade havrai, e non a sdegno

Di mia tanta passion e tanto ardore.


Humile genuflesso a te ne vegno

Supplicando di me pietà ti vegna,

Che humile servo d’ogni gratia degno.


Non hai fatto di me niuna prova,

Ma se far ne vorrai, io serò presto,

Che a chi serve con fede il servir giova.


Servirò te, né mai sarò molesto,

Ma chi tacendo ben serve con fede

Che n’habbia qualche premio è ben honesto.


S’io t’amo so che lo conosci e vedi,

So che ingrata ver me tu non sarai,

Ma ben più giova a chi presto provvede,


E se forse fra te sospesa stai,

A fidarti di me sarìa villano

Se ‘l mio secreto palesasse mai.


Un vero amante sopra ogn’altro patto

Vuol essere sollecito e secreto,

Se non perde la gloria e fama a un tratto.


Dammi, tra tanti amari, un giorno lieto,

Non star sospesa, hor fidati una volta,

Che all’opra si conosce l’huom discreto.


Non altramente il nemico si ascolta,

Come fai tu parlandomi lontano,

Ma troppa ostination è cosa volta.


Ben vedi come corre il tempo humano,

Però prendi piacer, prendi diletto,

Trista è colei che spende il tempo in vano.


Se dice che al tuo honor habbia rispetto,

Questo ti esorto sopra ogn’altra cosa,

Ma quel che non si fa non è difetto.


Trova qual donna voi, la più famosa,

C’habbia gustato amor e sua dolcezza,

Sì tutto vince la furia amorosa,


E se in me, come in te, non è bellezza,

In me gran fede però non sdegnarti

Ch’in basso loco amor ha gran ricchezza.


Tu contentar mi poi, io posso darti

Non dico oro, né argento, ma tal fama

Che viva restrai tra mille carte.


Questo ogni cor gentil desidera e brama,

So che lo prezzi più che oro o argento,

Ché l’animo gentil sol gloria brama.


Dunque, non mi tener in tanto stento,

Hora che ‘l tempo dami qualche pace,

Che perde gratia ogni servitio lento.


Perdonami s’io parlo troppo audace,

Incolpa gli occhi tuoi da passione

Che crudelmente mi consuma e sface.


So che sei saggia, intendi la cagione.


Capitolo amoroso sopra la dolcezza d’amore


Dolce mal, dolce guerra, e dolce inganno,

Dolce reti d’amor, e dolce offesa,

Dolce languir, e pien di dolce affanno,


Dolce vendetta in dolce foco accesa,

Di dolce honor, che par già mai non have,

Principio della mia sì dolce impresa,


Dolce segno, ch’io, e dolce nave

Che porti la mia speme al dolce lito,

Per l’onda del pensier dolce e soave,


Dolce infido sostegno, e cader fido,

Dolce sogno dubbiar, e saper corto,

Dolce chiaro silentio e roco grido,


Dolce bramar giustitia e chieder torto,

Dolce gir procacciando i guai suoi,

Dolce del suo dolor farsi conforto,


Dolce strale, che ’l cuor d’ambeduo noi

Ferendo entrasti là dov’altro mai

Non passò prima e non passerà poi,


Dolce dal proprio ben sempre trar guai,

E gir poi del suo amor dolce cantando,

Dolce ire, dolci sdegni, e dolci lai,


Dolce tacendo, amando e desiando

Romper un sasso, e raccender un gelo,

Pregando, sospirando e lacrimando,


Dolce dinnanzi a gl’occhi ordirsi il velo

Deh non lasci veder perché si miri

Fronde in selva, acqua in mare e stelle in cielo.


Dolce portar in fronte i suoi desiri,

E dentro haver il foco e d’ogni intorno

Mandar da lunge il suon de suoi martiri,


Dolce via più di me di giorno in giorno

Ed ardir meno, e sol d’una figura,

All’alma specchio far la notte e il giorno.


Dolce haver d’altri più che di sè cura,

E governar due voglie con un freno,

E in comune recar ogni ventura,


Dolce non esser mai beato a pieno,

Né del tutto infelice, e dolce spesso

Sentirsi innanzi tempo venir meno,


E per cercar altrui, perder se stesso.


IL FINE