CONTRASTO

DEL PANE DI FORMENTO


E quello di fava per la precedenza.


Con un sonetto in dialogo fra un mastro ed un

Garzone sopra il pane alloiato.


Di Giulio Cesare Croce

PAN DI FORMENTO


Che sei venuto a fare in questo sito,

Oh pan di fava, ché fra i contadini

Non vai, u’ sei amato e riverito?


Non ti vergogni a stare in ‘sti confini,

Dove non sei gradito né prezzato,

Come cibo contrario a i cittadini?


Credi esser forsi nobilmente nato,

Come son’io, e posseder gli honori

Ch’io faccio, essendo a tutti caro e grato?


Alla mente de’ re, d’imperatori

De’ prencipi, de’ duchi e de’ marchesi

Compaio, e n’ho tra lor gratie e favori.


Ch’insolenza è la tua, che in ‘sti paesi

Comparso sei, senz’esservi richiesto,

E son, come tu sai, già tanti mesi?


Levati via di qua, ch’io ti protesto

Ch’io ti farò un servitio che dirai:

“Foss’io restato a casa mia più presto!”


Io son miglior di te, come tu sai,

Ed ho fra tutti i grani il primo grado,

Onde non son per decaderne mai.


Nelle città soggiorno, tu di rado

Ci vieni, se qualch’un non ti ci porta,

Hor dunque, de l’uscir ritrova il guado.


Sù, spacciati in un tratto, e della porta

Uscendo, va’ discosto alla cittade,

Come il tuo stato e l’esser tuo comporta.


PAN DI FAVA


Va’ destramente, e non sfodrar le spade

Fra noi, caro fratel, perch’io ti cedo,

Anzi: m’inchino alla tua autoritade.


E tutti i privilegi ti concedo,

E so che ‘l primo principato tieni

Fra noi, e ‘l tuo valore affermo e credo.


Ma, quanto alla bravura che tu vieni

A far con me, ti dico a buona ciera,

Che del galante troppo non contieni.


E che non hai né modo, né maniera

Di dir la tua ragion, se pur tu credi

Haverla, che per me non l’ho per vera.


E per dar la risposta a quanto chiedi,

Dicoti che sfacciato né arrogante

Non son, né fui, e so che tu m’eccedi;


Ma havendo inteso che non sei bastante

A pascer tanto numer di persone,

Son comparito, come tuo aiutante.


Che mosso dalla gran compassione

De i tanti poveretti, che referto

Mi venìa spesso nella mia magione,


Per sovvenirli anch’io mi son’ offerto

E fin’ ad hora faccio quel ch’io posso

Ma appresso te ne coglio un tristo merto.


PAN DI FORMENTO


Io credo che tu m’hai per tanto grosso

Ch’io dia ferma credenza a ogni tua ciancia,

Oh, con che glossa tu mi vieni addosso.


Tu sei da poner meco alla bilancia,

Com’è da pareggiar l’asino al cane,

l’aquila al gufo, la zappa alla lancia.


Torna pur habitar nelle tue tane,

Che di simil soccorso non mi curo,

Sendo le forze tue debili e vane.


Tu sei nella presenza tanto scuro,

Ch’ogn’un ti fugge, essendo di natura

Tristo da digerir, ruvido e duro.


E chi pur d’assaggiarti s’assicura,

Tre giorni par sul petto haver’ un sasso,

Tanto il tuo cibo inasprasi e indura.


E nel padir, e nel calar’ a basso,

Chi ‘l sa lo dica, se v’è da penare

E se si resta poi debile e lasso.


E però io torno a replicare

Che tu torni di fuora, tra i villani,

Perché in luogo civil non sei da stare.


PAN DI FAVA


Io vedo, che venir vuoi alle mani,

E che meco la vuoi a spada tratta,

Se ben dalla ragione tu t’allontani.


E però qui convien ch’io te la sbratta,

Senza portarti punto di rispetto,

Che chi serve l’ingrato al fin si gratta.


E per meglio spiegarti il mio concetto,

Dicoti, che tu mostri poco ingegno

E c’hai poca prudenza ed intelletto.


E ancor che l’huom sia nobile e degno,

Non dovrebbe però gonfiarsi tanto

Che de l’ambition passasse il segno.


Io t’ho detto, e di nuovo affermo quanto

Hai inteso da me, che sei il primo

Tra tutti i grani, e che tu porti il vanto.


E di nuovo t’honoro e ti sublimo;

Ma non commendo già la tua insolenza,

Anzi t’ho nelle scarpe e non ti stimo.


E dicoti, c’han poca diligenza

Quei tali e quali che m’impastan teco,

E c’hai poca prudenza ed intelletto.


Ma perché se non sei congionto meco

Io posso andar più schietto e più sincero,

E l’esser solo a grand’honor m’arreco.


E se ben te ne vai superbo e altero

Vedendoti ogni dì crescer di prezzo,

T’abusi molto, e mostri esser leggiero,


Perché quando haverai seduto un pezzo

In cima della ruota, vederai

Che nuovamente tornerai da sezzo.


E dicoti di più, sa tu nol sai:

Che come me non sei puro né schietto,

E che ogni giorno peggiorando vai.


Gli è ver, che nella vita son brunetto,

E ch’alquanto son ruvido al palato,

E ch’io fo al digerir cattivo effetto.


Ma dimmi, che è di te peggio impastato?

Chi più deforme e manco custodito,

Mal cotto, mal’unito e malmenato?


Io son di te più dolce e saporito,

Se ben paio più horrendo e contraffatto,

E fin’ a qui da molti son gradito.


Né son, come sei tu, che ti sei fatto

Compagno della vezza e del ghiottone,

Che t’hanno il tuo valor levato affatto.


E fai del loglio la professione,

E quanto egli è maligno, che pe’ muri

Batter fa spesso il capo alle persone.


E pur tu non lo scacci, e non ti curi

Se ben teco si mischia e si congiunge,

Anzi, par che lo cerchi e lo procuri.


E però quivi al mio parer s’aggiunge

Che più tristo di me fin’ a quest’hora

Sei, e che molti braman starti lunge.


Sei mal levato, e quel ch’è peggio ancora

Si è, che con l’acqua fredda sei composto,

A tal, che in te sostanza non dimora.


E non sì tosto sei nel forno posto,

Che sei cavato, acciò non cali il peso,

Tal ch’allesso non sei, né manco arrosto.


E chi ti mangia poi, talmente offeso

Resta, che ben’ e spesso va balordo,

Qual chi da un accidente è soprapreso.


Di più ti voglio dar questo raccordo,

Ch’ in general da tutti i poverini

Amato sono, e son seco d’accordo.


E che questo sia ver, questi meschini

Mi vengono a trovar’ ogni mattina

Con mille riverenze e mille inchini.


Né sì tosto esce il sol della marina

Che ciaschedun di lor col suo danaro

A portarmi il tributo s’avvicina.


E di qui puoi conoscer che, s’al paro

Di te non giongo con la sofficenza,

Ci giongo ch’io son schietto, e a tutti caro,


E che di prezzo, poca differenza

Fra te e me hormai ritrovo havere,

E ch’in bontà fo teco concorrenza.


E qua son preparato a sostenere

Quanto ti dico, e farò buon’ a tutti

Con la ragion le mie parole vere.


PAN DI FORMENTO


I parlamenti tuoi sì ben ridutti

Hai, e le tue ragion sì ben difese,

Ch’anch’io cavato n’ho molti costrutti.


E convinto mi chiamo, e più contese

Teco non voglio, e s’io t’ho fatto ingiuria,

Chiedo perdon delle passate offese.


Perché conosco in ver, che la penuria

De i cattivi raccolti è stata quella

Che t’ha fatto costì correr’ a furia.


E però fino alla stagion novella

Staremo insieme con perfetto amore,

Forse la granagion sarà più bella.


PAN DI FAVA


Conosco adesso che tu sei di core,

Poi che ti paghi alquanto di ragione,

E che t’avvedi del passato errore.


E se quest’anno fia miglior stagione,

Come si spera, ben che i taccuini

Par che sian di contraria opinione,


Io ti prometto star ne’ miei confini,

E non venir più teco a mescolarmi,

Perché sto meglio assai fra i contadini.


I contadini san meglio impastarmi,

Né son come quest’altri tuoi fornari,

Ch’attendon solamente a stroppiarmi.


Quei mi fan grande, grosso, tondo e pari,

Dandomi tutte quelle preminenze

Che di ragion convengonsi a un mio pari.


Fra lor non sento liti o differenze,

Né son da i lor garzon sì mal trattato

Ma mi fan mille forti riverenze.


San come vado cotto e ben grammato,

E in conclusion di quanto si conviene

Ho mio dover, né sono assassinato.


Però ti dico, fratel mio da bene,

Ch’ogn’un dovrebbe star dov’è ben visto,

Che ben per tutti l’andar fuor non viene.


Io stavo bene in villa, e poco acquisto

Ho fatto a comparire in queste bande,

E pentito io ne son, dolente e tristo.


Non già perché nella miseria grande

Mi doglia haver soccorso i poveretti,

Per fargli parte de le mie vivande,


Ma perché tali, e quali, sono inetti

A maneggiarmi, m’hanno acconcio in modo

Ch’io paio nel mangiar tristo, in effetti.


Horsù, pazienza, s’hor m’affliggo e rodo

Ancora spero di venir sul mio

Altro non ti vo’ dir, che venir’ odo

Gente a comprar, mi raccomando, a Dio.


IL FINE

DIALOGO

Sopra il pane alloiato.


Mastro e garzone.


Mastro: Che fai, perché non lavori, gavinello?


Garzone: Mastro mio car, non posso lavorare.


M: Perchè?


G: Perché mi sento attorno andare

Il capo proprio come un molinello.


M: Hai forse addosso un’ombra di vassello,

Perché ti veggo tutto traballare?


G: Così fuss’ella, e v’havessi a lassare

Mezzo il salario, ed esser’ in cervello.


M: Che cos’hai dunque, che sei tramutato

Così ne gl’occhi?

G: Hor non vedete voi

S’io tremo tutto, ch’io sono alloiato?


M: Oh che gran cosa è questa, che da poi

Che se ne mangia, ogn’un par forsennato,

Pazzo, ebrio e stolto. Oh, sventurati noi!

Horsù, se guarir vuoi

Va’, dormi un sonno, ch’a tal malattia

Questo è il miglior rimedio che vi sia.









Testo trascritto da: Contrasto del pane di formento e quello di Fava per la precedenza. Con un Sonetto in Dialogo tra un Mastro, & un Garzone, sopr ail pane alloiato. In Bologna, presso Bartolomeo Cochi al Pozzo Rosso, 1617, BAB