LE DIECI

ALLEGREZZE

DELLE SPOSE


OPERA PIACEVOLE E BELLA

Descritte in ottava rima da G.C.C.

Musa, un nuovo desir m’ingombra il petto:

Di cantar i contenti e l’allegrezze

Delle spose, e mostrar con chiaro effetto

Quanto sian le lor gioie e le dolcezze.

Tu intanto, mentre spiego il bel concetto,

Donami verso tal ch’ognun l’apprezza,

Acciò ch’io possa, al suon del cavo legno

Canto formar, che sia di lode degno.


Qui dirò come per mantenimento

Del mondo, ordinò Dio sì gran mistero,

Dopo l’aver creato il firmamento,

Per riempire i seggi che l’altiero

Angel vuoti lasciò nel cadimento

Ch’ei fe’, superbo, giù dell’alto impero,

Quando l’ingrato al sommo suo Fattore

Cercò, con gli altri suoi, farsi maggiore.


Dove pe ‘l suo pensiero empio e profano

E per mostrarsi al suo Signor ingrato,

Da l’Arcangel celeste alto e soprano

Co’ suoi seguaci fu del ciel cacciato,

E da così potente capitano

Spinto nel basso centro, ove legato

Sta di grossa catena, nell’ardente

Fiamme starà, penando eternamente.


Per questo il gran Motor de l’alte stelle

Qua giù produsse i duo primi parenti,

Per riempir di nuovo quelle belle

Sedie, ch’io dico chiare e rilucenti,

D’alme più grate a lui, che non fur quelle

Qual per lor colpa ne’ stagni bollenti

Triste cader nel baratro infernale,

Con Lucifer lor capo principale.


Questi dua, dunque, Iddio creati avendo

Di pura fe’, di tanto amor gli avvinse,

E quelli, di sua man benedicendo,

In nodo marital ambi gli strinse,

I quai, poi che commesso il fatto orrendo,

Che ‘l maledetto serpe a far gli spinse,

(Miser) scacciati fur da quel bel loco

Da l’angel con la spada (ahimè) di foco.


Ma non per questo fatto il grande Iddio

Pose i dui creati in abbandono,

Poi ch’ambi, avendo in lacrime un rio

Sparse per impetrar da lui perdono

Ad essi ei si mostrò benigno e pio,

E de le gratie sue gli fece dono,

E di nuovo gli accolse, e segno diede

A lor di pace, e confermolli in sede.


Dio dunque eresse il matrimonio santo

Sotto il giogo d’amor sì saldo e forte,

Che dividerlo alcun non si dia vanto,

Né franger o spezzarlo, altro che morte,

Ch’esso non vuol ch’un nodo stretto tanto

Col qual legò il marito e la consorte,

Uomo non sia che separar ardisca,

Né che lo rompa, sciolga o disunisca.


Indi, per più loro gioia gli concesse

Che figli e figlie, prole alta o seconda

Acciò gente vi fosse che godesse

Del bel giardin del mondo la gioconda

Vista, e ch’invano ei fatto non avesse

Questa gran mole che ‘l tutto circonda,

Di cui non sol ci ha fatti abitatori,

Ma padroni assoluti e possessori.


Però non è stupor né maraviglia

Se quando si congiunge in nodo tale

Si rasserena il cor, gli occhi e le ciglia

A ognuno, e se n’han gaudio universale

Che ‘l padre crescer vede la famiglia

Onde tanto contento il cor gli assale

Che tutto ne gioisce, e rinnovare

Ne’ figli la sua vita allor gli pare.


Molte riceve al cor letitie estreme

La sposa in questo nodo almo e soave,

E li gusta con lei lo sposo insieme

Che piacer senza l’un, l’altro non have,

E di tutti spiegarli quivi ho speme,

Se però d’ascoltar non vi sia grave,

E dirò che son dieci, or voi a udirlo

Siate parati, che incomincio a dirlo.


Hor, la prima allegrezza è quella, quando

Gli dice il padre d’averla accasata,

O la madre glie ‘l vien annonciando,

Con parlar dolce, e vista lieta e grata,

Ch’al primo avviso par venghi mancando,

Trema di gioia, e par tutta turbata,

Hor mostra faccia lieta, hor vergognosa,

Cangiando il bel color di latte in rosa.


Qui, per immenso gaudio, piange e ride,

Giubila, gode, e par non trovi loco

E pensa, e spera, e teme, ed a le fide

Sue compagne il fà noto in tempo poco,

Di ciò s’allegran tutte, e par che guide

Amor tutta la casa in festa e in gioco,

E intorno rissonar s’ode ogni cosa,

Ogni lingua, ogni bocca: “Sposa, sposa”.


Oh, che gentil e grazioso nome

E’ questo dir “sposa”, oh quanto è caro e grato,

E chi distintamente cerca come

Da’ nostri antichi fosse ritrovato,

Vedrà che dopo le gravose some

Che ‘l cor sopporta inamoroso stato,

Altro inferir non vuol “sposo” né “sposa”

Se non che ‘l cor afflitto allor si posa.


La seconda allegrezza ch’ella sente

E’ quando il sposo giovine si vede,

Perché i giovani stanno allegramente,

Né in lor malinconia mai mette il piede,

Ma qui si canta, e qui sta sovente

In festa, e Amor quindi soggiorna e siede,

Che ‘l vecchio, oltre che rancio e catarroso,

Grida per casa, e sempre è fastidioso.


La terza è quella quando ell’ode dire

Ch’egli è leggiadro e di bella presenza,

Questa è quell’anco che la fà gioire,

E però usar dovriasi diligenza,

Che i sposi fusser vaghi al comparire

De le spose, ch’uguale a la semenza

Nascer i frutti sogliono, e secondo

I padri, i figli ancor nascono al mondo.


Quarta, quand’egli è ricco, perchè questo

Allegra il core quanto ogn’altra cosa,

Che s’egli è poverel, finisce presto

Lo spasso dello sposo e della sposa.

Perchè la roba, com’è manifesto,

La mente allegra, e la fa star gioiosa,

E chi roba non ha, sospira e langue,

Perché dell’uomo quella è il primo sangue.


La quinta contentezza è quella quando

Ode ch’in casa suocere non have,

Perché tutte le spose van bramando

Di tener d’ogni cosa in man la chiave,

Onde le vecchie spesso barbottando

Van, che ‘l vedersi prive gli sa grave

Del maneggio di casa, e n’han gran doglia,

E ch’una nuova donna glie lo toglia.


La contentezza sesta, ch’ella gusta,

Quando lo sposo gli tocca la mano,

Quindi s’altera il sangue, e per angusta

Strada gli corre al core, onde pian piano

Manca divien, poi valida, e robusta

Poscia ritorna, e ‘l bel color soprano

Fugge, or ritorna in lei come far suole

Nuvoletta gentil innanzi al sole.


Quindi vengon l’amiche e le parenti

A visitarla, e seco a rallegrarsi,

E quivi ragionar sempre tu senti

Di cose liete, ed in sollaccio starsi,

Chi gli fa vezzi, chi gli dà documenti,

Come dee con lo sposo governarsi,

Chi un vago fior gli porge, chi una rosa,

Ognun gli dona qualche bella cosa.


La settima allegrezza poi è questa,

Quando portate son le politezze,

Gioie, pendenti, e qualche ricca vesta,

Secondo che le spose sono avezze

Di portar tanto in dosso come in testa,

Manili, e perle, e simili adornezze,

Ch’un’ora a lei par cento, per potere

Uscir di casa per farsi vedere.


L’ottava è poi quand’ella vien sposata,

Che balli e festa s’odono d’intorno,

Ogn’un a lei s’inchina, ogn’un la guata,

E ciaschuna mira il suo bel viso adorno,

Fansi le nozze, ond’ella a tutti grata

Si mostra, e si dispensa tutto il giorno

In canti, suoni e balli, ond’ella al core

Tal gaudio n’ha, ch’aver non può maggiore.


La nona contentezza è quella poi,

Quando ella di esser gravida si sente,

Ch’immaginando và, co’ i pensier suoi,

Ch’in essa del marito nuovamente

La prole si rifaccia, e fra lor doi

Si riscalda l’amor, e fassi ardente,

Che la donna ch’è sterile e infeconda,

Ben spesso dorme su la sponda.


La decima allegrezza, e la migliore,

E’ quando partorisce un bel bambino,

Questa di tutte l’altre è la maggiore,

E si rallegra il grande e ‘l picciolino,

E se ‘l marito mai portolli amore,

Se mai bramò di stare a lei vicino,

Allor via più la fiamma in lui s’accende

D’amarla, e ad altro fin mai non attende.


Questo è dunque quel laccio, quel legame

Del quale ogni letitia e gioia pende,

Quando però non v’entran frodi o trame,

Ma ch’a la retta e giusta via s’attende,

Quivi si può veder quanto un cor ame

L’altro, e quanta dolcezza al fin si prende,

Oltre a i spassi amorosi, e i gran diletti

Che gustano gli amanti ne’ lor petti.


Hora mi par d’aver narrato a pieno

O in parte almeno i gaudi de le spose,

E la cagion mostratovi non meno

Che le rallegra, e fa liete e festose,

E perché da ogni lato ho il foglio pieno,

Voglio far fine, e sopra l’altre cose

L’esorto a schivar tutti gli appetiti,

Ma osservar fede sempre a i lor mariti.


Né per travagli o d’altri affanni mai

Abbandonargli, ma costante e forte

Come ne l’allegrezze anco ne’ guai

Compagne essergli in vita e dopo morte.

Qui non passo, perché ho detto assai,

Voi, siate sagge, e in simil caso accorte,

E sì come voi sete adorne e belle,

Siate anco de l’onor fidate ancelle.


IL FINE