DIPORTO

PIACEVOLE

OVVERO RIDUTTO

DI RICREATIONE


Nel quale si narra cento avvenimenti gratiosi,

occorsi a varie persone


conchiusi ed accordati co’ fini di cento stanze

del Furioso, con la sua sentenza sotto

a ogni stanza.


Opera non meno ingegnosa che di gran trattenimento

AL MOLTO

ILLUSTRE

SIGNOR

E padrone osservandissimo


IL SIG. GIO. BATTISTA

SALUZZI.


Essendo mio solito ogn’anno in questi tempi di dare in luce qualche nuova operetta, sì per trattenimento di chi si diletta di leggere, come anchora per gratificarmi a’ miei signori e patroni, non ho voluto mancare quest’anno anchora di far el’istesso; onde, havendo io, per giocosamente scherzare, pigliato cento fini delle più familiari stanze del Furioso, come poema pieno d’universal concetti, ho sopra quelli composto questo mio piacevol Diporto, ed essendo mio pensiero ch’esso comparisca al mondo con qualche riputatione, non so a chi dedicarlo che più le possa dar forza ed illustrarlo, del nome di V.S., perché sì come la luna che per sè non ha luce alcuna, vien fatta chiara e lucida dal sole, così questa mia oscura e bassa compositione, pervenendo alle sue mani, sarà illuminata dal chiaro sole delle sue virtù, sotto cui ella non patirà mai eclisse di biasimo o di riprensione, perché la generosa cortesia, la dolcezza de’ suoi costumi, e i nobil portamenti sono sì chiaramente appariti nel conspetto delle genti, che ben privo di sentimento si può dir che sia colui il quale non l’ami e non la riverisca, né debbo io dubitar punto ch’ella sia per isdegnare questo mio picciol dono, poichè l’istesse cause che m’inducono a darglielo mi rendono sicuro anch’ora ch’ella sia per accettarlo volontieri, né volendo più noiarla con vana lettura, le bacio con ogni riverenza le mani, e le prego da N.S. IDDIO ogni contentezza.


Di Bologna il dì 4 Gennaro M.D.X.C.VII.



Di V.Sig. molto illustre

Humilissimo servitore

Giulio Cesare dalla Croce

Era caduto giù d’un’alta torre

Un fanciullo a Vincenzo da la Croce,

E mentre per aitarlo in fretta corre,

Un altro glie ne cade in una foce.

Onde, udendo il danno in ch’egli incorre,

Gridò tutto dolente ad alta voce:

“Non comincia Fortuna mai per poco

Quando un mortal si prende a spasso e gioco”.

Patienza a sì gran colpi è scudo fermo.


Sognavasi un magnan, quasi ogni notte,

Ch’esso andava a un solenne e bel banchetto,

Poi la mattina non havea pagnotte,

Non che pernici o quaglie, il poveretto.

Onde con voci meste ed interrotte

Disse (havendo nel sogno gran diletto):

“Se ‘l dormir mi dà gaudio, e ‘l vegghiar guai,

Poss’io dormir senza destarmi mai”.

Il sogno spesso inganna i poverelli.


Havendo detto un fabbro a la mogliera

Ch’ell’havea quanrant’anni, in tanta rabbia

Venne, che qual Tesifone o Megera,

Troncar gli volse il nasso con le labbia.

Disse un suo amico ch’ivi present’era:

“Io non so com’ ucciso ella non t’habbia,

Ch’a donna non si fa maggior dispetto

Che quando vecchia o brutta gli vien detto”

Per altro mai non van le donne in ira.


Facea un barbier l’amor secretamente

Con una donna, e prese il mal francese,

Onde, havendo vergogna de la gente,

Veder non si lasciava più in palese.

Disse il Frulla, ridendo fortemente:

“Costui, perché in secreto andar attese,

Ha di se stesso e del suo amor vergogna,

Né l’osa dir, e in van sanarsi agogna.”

Non s’infarina chi non va al molino.


Essendo persuaso da un ruffiano,

Un gentilhuomo assai di buona vita

Levar la moglie a un povero artigiano,

Promettend’esso anchor di dargli aita,

“Non piaccia a Dio”, rispose a quell’insano,

“Che tal opra da me mai sia esequita:

Christo ha lasciato ne i precetti suoi

Non far altrui quel che per te non vuoi.”

La coscienza è un gran freno a l’huomo giusto.


Celar voleva a gli occhi de le genti

Le sue bellezze una matrona honesta,

E compariva a i gesti e a gli andamenti

Quanto più vaga, tanto più modesta;

Disse un romano a quei ch’eran presenti:

“Benchè costei s’asconda in humil vesta,

Gli angelici sembianti, nati in cielo,

Non si ponno coprir sotto alcun velo.”

Celar non può vil veste alta bellezza.


Doglievasi un mercante che del mare

Eran restate le sue merci in fondo,

Né facev’altro mai che sospirare

Involto in un pensier alto e profondo.

Disse il Fiorin: “L’huom s’ha da contentare

Di quel che Dio gli manda in questo mondo,

Né disperarsi di fortuna adversa,

Che sempre la sua ruota in giro versa.”

Contentar si de’ ognun de la sua sorte.


Sognato s’era Pietro da Durazzo

Ch’esso havea ritrovato un gran thesoro,

Poi, svegliato, trovò ch’un suo rgazzo

Gli havea robato una collana d’oro,

Onde gridando giva come un pazzo:

“Ahi, sogno falso, questo è il tuo ristoro?

A che condition occhi miei sete,

Ch’aperti il mal, e chiusi il ben vedete?”

Chi crede a’ sogni semina in arena.


Voleasi dar la morte Azzo Marchetto,

Per amor d’una donna e del pugnale

La punta già s’era accostata in petto,

Tratto da un humor pazzo e bestiale,

Ma pigliandogli il ferro Angel Perretto,

“Deh, non far”, disse “Oh zucca senza sale

Ch’una femmina a morte trar ti debbia,

Ch’ir possan tutte come al vento nebbia!”

Pazzo chi per amor se stesso offende.


Era caduta una nobil signora

Per certi strani casi in povertade,

Né sendo persa d’animo iva fuora

A far i fatti suoi, sì come accade;

Onde, vista dal Berni, disse: “Anchora

Che costei viva in tal calamitade,

Non le può tor però tant’humil gonna

Che bella non rassembri, e nobil donna.”

Spesso in vil veste nobiltà s’asconde.


Tolto havea a sua madre un bel anello

Giannetto Corso, e capitando un giorno

In casa d’una donna, fea di quello

La mostra, ond’ a scherzar gli venne intorno

La detta, e rimirandol così bello

Gli diede d’occhio, e con parlar adorno

“Grato mi fia” diss’ella “il venir tuo”,

Volendo dir ch’indi l’anel fia suo.

Non si guadagna mai con meretrici.


Havea fatto cader le ciglia e ‘l naso

Il francese a Francescho da Busetto,

Ed era in modo tal secco rimaso

Ch’ei pareva una mummia ne l’aspetto;

Interrogato di sì strano caso,

Disse (con un sospir ch’uscì dal petto):

“Leggiadro e bel fui, sì che di me accesi

Più di una donna, al fin me stesso offesi.”

Spesso il gir di secreto offende molto.


Posto erasi a giocar Carlon da Trento

Con un meschin, che non havea tre lire,

Onde il Bandiera, c’havea l’occhio intento,

Al gran disordin che potea avvenire

A colui disse: “Habbiate avvertimento

Che se ‘l gioco gran fatto ha da seguire,

Vincendo voi poco acquistar potrete,

Ma non perder già poco se perdete.”

Giocar a disvantaggio è gran pazzia.


Passando una signora vaga e bella

Un giorno a certi cavalieri appresso,

Dicean l’un l’altro: “Veramente in quella

Par che si veggia tutto il bello impresso”;

Rispose il Clario: “Se ‘l color ch’in ella

Si scorge, non v’ha l’arte l’interesso,

Dirò in somma ch’in lei dal capo al piede

Quant’esser può beltà tutta si vede.”

Belleza natural senz’arte vale.


Prestato havea Giulio Padovano

Un cavallo a un humor capriccioso,

Il qual lo speronava al monte e al piano,

Né lo lasciava mai prender riposo.

Onde il Ferrari a lui: “Ben fusti insano”

Disse, “A far ciò, che quel precipitoso

Mai non gli leva né sella né freno,

Né lo lascia gustar herba né fieno.”

Chi presta a’ pazzi, pazzo al fin si trova.


Giostrando in piazza, un dì de carnevale

Come far usan molti cavalieri,

Fra tutti gli altri ve n’era uno, il quale

Tutte le botte dava ne i cimieri;

E mostrando di vincer già il segnale,

Disse il padrin, mirando i colpi fieri:

“Già per comun giuditio si tien certo

Che di costui sia de la giostra il merto.”

Accenna un bel principio ottimo fine


Facevasi question, una mattina,

Fra certi gentilhuomini bresciani,

E v’era seco un bravo da dozzina

Qual, vedendo a costor menar le mani,

Voltò i calcagni con molta ruina,

Onde, mirando ciò, disse il Galvani:

“Non vi maravigliate, che natura

E’ de la lepre sempre haver paura.”

Il bravo adulator fà tal effetto.


Solea un fornaio andar sovente a spasso

In casa di una russa, ed ivi un giorno

Trovò sua moglie, e fece un tal fracasso

Ch’a rumor corse tutto quel contorno,

Disse un libraio: “Questo babuasso

Gioiva a por il pan ne l’altrui forno,

Ma non si vanti se già n’hebbe frutto,

Ch’un dan hor n’ha, che può scontargli il tutto.

Dice il proverbio: chi la fà, l’aspetta.


Era caduto un musico eccellente

In povertà per una malattia

E, risanato poi intieramente,

Tosto tornò nel grado ov’era pria;

Onde il Pezzan: “Ben quivi chiaramente

Si scorge”, disse, “a chi pon fantasia,

Che dona e toglie ogn’altro ben Fortuna,

Sol in virtù non ha possanza alcuna.”

L’huomo prudente domina le stelle.


Due nobil dame per il Corso un giorno

Erano di Bologna, per che tale

Costume s’usa con dolce soggiorno

Di gir in carroccia tutto il carnevale,

Onde, mirando il loro aspetto adorno,

Il Forni disse: “Queste (a la reale)

Due dame che patria, stirpe e honore

Hanno di par, e di beltà valore.”

Bellezza ed honestà stan bene insieme.


Dubitava un tentor che la consorte

Non lo facesse sonar di cornetto,

E la tenea, con miserabil sorte,

Rinchiusa in casa per simil sospetto;

Disse il Lucerra: “Chiudi quante porte

Vuoi, che quando la donna ha tal difetto,

Se più che crini havesse occhi il marito,

Non potrìa far che non fusse tradito”.

Dio guardi ciaschedun da tal periglio.


Smarrissi un Lutheran, quando vicino

Fu al locho u’ dovev’essere abbruciato,

E venìa sospirando a capo chino,

Di mala voglia, e tutto conturbato,

Ond’a lui disse Giacomo da Trino

Udendolo in tal guisa ispaventato:

“Non ti turbar, e se turbar ti dèi,

Turbati che di fe’ mancato sei.”

Merta tal detto un mancator di fede.


Fu pigliato un per l’armi e domandato

Da un nobil cittadin, perch’era preso,

Disse una buona lingua: “Egli ha robato,

Per quanto par’ a me d’haver inteso,”

Ond’ei rispose: “Se di più informato

Non sei, sta’ cheto, s’egli non t’ha offeso,

Che quel che non si sa, non si dee dire,

E tanto più, quand’altri n’ha da patire.”

La mala lingua merta esser tagliata.


Gridavan dui Hostieri insieme un giorno,

Ch’ambi un’insegna istessa d’Hosteria

Tenean, ond’un, per fare a l’altro scorno,

La sua spiccò una notte, e portò via;

Gridando l’altro poi per il contorno,

Diss’Orio: “State cheto, oh che pazzia,

Ch’utile o danno, a voi non so ch’importi,

Che lasci quest’insegna o che la porti.”

Per poco fa rumor l’ignaro volgo.


Fu domandato un giorno a un cavaliere

Sanese, qual’a Genova era stato,

Di quella gran cittade il suo parere,

Ond’ei rispose con parlare ornato:

“Genova è vaga, e bella da vedere,

Quant’altra, che si trovi in altro lato,

Ma più di belle e ben’ornate donne,

Di ricche gemme e di superbe gonne.”

Più belle son, che ‘l nome lor non suona.


Litigavano insieme dui fratelli,

Ed essend’ambi frusti e consumati,

Disse un di lor: “Deh, non siam rubelli

Fra noi, né stiamo più tant’ostinati.”

Rispose l’altro: “A quel che tu favelli

Son pronto, che seguendo simil piati

Non so altrimente dopo un lungo affanno

Che possa riuscirne altro che danno.”

Saggio chi da le liti si discosta.


Mirando un savonese l’alta torre

De gli Asinelli, qual con la sua cima

Par che si vada fra le nubi a porre,

E fra l’altre d’Italia è in molta stima,

Disse al compagno: “Questa tiene a tòrre

A molte il vanto, e ben può dirsi in rima.

Taccia qualunque mirabil sette

Moli del mondo, in tanta gloria mette.”

L’altezza è tal, ch’ogn’altra altezza agguaglia.



Curtio, ch’in guerra ricevuto havea

Molte ferite, ond’era storpiato,

Udendo un sempliciotto che dicea

Ch’era una nobil cosa esser soldato,

Disse con vista minacciosa e rea,

Vedendosi in tal guisa mal trattato:

“Non conosce la pace e non la stima,

Chi provato non ha la guerra prima.”

Non prezza il ben, chi prima il mal non prova.


Sonava il liuto un franciosino

Un giorno, fra un gran numer di signori,

E v’era un mal creato lì vicino

Che disturbava tutti gli auditori,

Onde, tutto sdegnato, un cittadino

Disse: “Costui che fa questi romori,

Tanto apprezza i costumi, o virtù ammira,

Quanto l’asino fa il suon de la lira.”

Non gusta la virtù l’huomo ignorante.


Essendo interrogato un ladroncello

Per che causa sovente iva rubando,

Rispose: “Fin da tenero cittello

In tal’arte mi venni esercitando.”

Onde rispose Pietro da Castello:

“Costui vuol dire (a chi lo vien notando),

Natura inclina al male, e viene a farsi

L’habito poi difficile a mutarsi.”

Il lupo muta il pelo, e non il vizio.


Un monetario già facea il cortese,

Il magnanimo, il largo e il liberale,

E superbi banchetti a l’altrui spese

Tal ch’alle forche al fin, per causa tale,

Fu menato, onde disse un imolese:

“Ecco il peccato suo, che l’ha condutto

Ov’havrà de’ suoi merti il premio tutto.”

La roba altrui fa spesso enfiar le gambe.


Una donna leggiadra ed amorosa

Qual forsi a quest’ età non havria pari,

Passando un giorno tutta gratiosa

Presso a due cavalieri illustri e chiari,

Diss’un di quei: “Costei tant’è formosa,

Che chi schivasse i suoi sembianti rari,

Darebbe di sè iuditio e chiaro segno

O d’amar poco, o d’haver poco ingegno.”

Gratia e beltà son’esca de l’amore.


Non sapendo nuotare, Ugo Brunetto

Entrò nell’acqua, e vi restò sommerso.

Ciò vedendo, un parente suo distretto

Gli saltò dietro, e anch’ei restovvi immerso.

Allhora un perugin disse: “In effetto,

Ci son de’ pazzi in tutto l’universo,

Ma qual’è di pazzia segno più espresso

Che per giovare altrui perder se stesso?”

Spesso il giovar altrui se stesso offende.


Entrar volendo in una bella stanza

D’un gentil’huomo, un villan mal creato

Col fango su le scarpe, com’è usanza,

Andava innanzi tutto spensierato.

Vendendo un camarier tal discreanza,

Lo spinse adietro, e disse tutto irato:

“Indiscreto villan, ferma le piante,

Temerario, importuno ed arrogante!”

Dove non è virtù, non è creanza.


Sprezzava, una signora anconetana,

Una sua contadina assai garbata,

Dicendogli ch’ella era una villana,

Rustica, brutta, inerme e mal creata,

Disse un furlan, ch’a questa pugna strana

Trovossi: “Ed io dico alla spiegata,

Che costei di bellezze e di sembianti,

Ancor che inculta sia, vi passa innanti.”

Spesso regna belta sott’humil veste.


Facea l‘amor un vecchio rimbambito

Con una figlia di quattordici anni,

E quanto più cresceva l’appetito

Tanto più il tempo gli crollava i panni,

Ond’un lucchese a lui con viso ardito,

“Deh, andate a letto”, disse “barbagianni,

Che a chi in amor s’invecchia, oltre ogni pena,

Si convengono i ceppi e la catena.”

Spasso del volgo è un vecchio innamorato.


Mandato havendo Gian da Sinigaglia

Un suo fanciullo con un lume in mano,

In una stanza, ov’era molta paglia,

Esso abbrugiò dal tetto fin’ al piano

La casa, e mandò il tutto alla sbaraglia.

“Onde ben fosti”, disse un suo germano,

“Cieco a dargliene impresa, e non por mente,

Che ‘l foco arde la paglia facilmente.”

Chi non ha senno, poco senno mostra.


Presa una cortigiana era d’amore

D’un giovanetto pover, ma garbato,

E lo mandava in ordin da signore,

E dietro gli spendea la vita e ‘l fiato.

Onde, vedendo ciò, disse un pittore:

“S’Amor posto ha costui in simil stato,

Dunque Amor sempre rio non si ritrova,

Se tal’honor nuoce, anco tal volta giova.”

Tal’hor la volpe ancor cade a la rete.


Venne a le mani un cavalier romano

Con un suo consobrin, no’l conoscendo,

E l’un e l’altro con la spada in mano

Mostrava il suo valor alto e stupendo;

Poi, conosciuto ch’era il suo germano,

Corse abbracciarlo, e disse: “Hor qui comprendo

Ch’a farne fede, che tu sei de’ nostri,

Basta il valor che con la spada mostri.”

La nobiltà del cuor non può occultarsi.


Volea tor moglie Pietro da Cosenza,

Più per capriccio che per farne conto,

E ne parlò con Hercol da Fiorenza,

E di questo suo humor gli diede conto;

Cui disse: “Se far vuoi per mia sentenza

Tu non t’impaccierai in simil conto,

Che non è soma da portar sì grave

Quanto haver donna, quand’annoia s’have”.

Meglio è star senza che stiratarla poi.


Sendo stato rubato a un vicentino

Una pianta di cedro, ch’egli havea

Allevata fra l’altre in un giardino,

Di chi l’havea levata si ridea,

E ripreso di ciò da un suo cugino

Rispose, poi ch’ogn’un glieli togliea,

“Se non ne tocca a me frutto né fiore,

Perché affligger per lei mi vo’ più il core?”

Quel che non si può vender, deve donarsi.


Fu domandato a una gentil signora

Il suo giudicio sopra la bellezza

D’una novella sposa, uscita fuora

Di nuovo, e la sua gratia e l’adornezza;

A cui rispose, senza far dimora,

Tutta ridente e con piacevolezza:

“Non par la donna all’altre donne bella,

Né a cerve cerva, né all’agnelle agnella”.

Poco prezza il suo sesso il proprio sesso.


Erasi un calzolaio innamorato

D’una signora nobile, ed essendo

Da certi suoi amici interrogato

Quel che di ciò pensava, sorridendo

Disse: “Il mio cor ho posto in altro stato

Ch’udit’ho dir che l’huom (se ben comprendo)

Pur ch’altamente habbia locato il core,

Pianger non dee, se ben languisce e more”.

Il pascersi di vento è gran pazzia.


Sendosi perso, un nobil cavaliero

In un gran bosco pieno di spavento,

Venne un pastore, e di quel loco fiero

Cortesemente il trasse a salvamento;

Ond’ei, veduto questo, disse: “In vero

Non sol fra le città, com’odo e sento,

Ma per tugurij ancora, e per fienili,

Spesso si trovan gli huomini gentili”.

Tal’hor fra rozzi gentilezza alberga.


Havea una moglie tanto intraversata

Francesco da Palermo, che sovente

Tenea la casa tutta sconcertata

Con sua lingua pestifera e tagliente,

Onde il Foglian: “Questa tua moglie è nata

Fra le vipere” disse, “o veramente

Tra quegli spirti che con suoi compagni

Fa star Chiron dentro i bollenti stagni”.

Dio guardi ciaschedun da simil peste.


Mentre andavan le genti in Ungheria

Eravi un caporal, ch’io non so il nome,

C’havea certi sgratiati in compagnia

Mal’ in arnese da i piedi alle chiome,

Onde, vedendo ciò, Gian da Pavia

Disse: “Combatteran, ma non so come,

Che gente mal’esperta tutta parmi,

Senza possanza, senza cor, senz’armi.”

Debol principio, debol fine accenna.


Fu frustato un ruffiano un dì a Bologna,

E concorrendo il popol, com’accade,

Giacomo da Forlì, ch’in tal rampogna

Lo vide e in taant’obbrobrio per le strade,

Disse: “Poco è a costui simil vergogna,

Però ch’in esso mai non regnò bontade,

Anzi, ne i vitij abominanti e brutti

Non sol gli altri agguagliò, ma passò tuti.”

Dio volesse, che tutti andasser pari.


Venne alle mani un certo ammazzasette

Con una donna ardita e valorosa,

Qual tanti calci e pugni a costui dette,

Che mai fu vista la più bella cosa,

Disse il Bertan: “Questo poltron si mette

Con una donna con mente animosa,

Poi d’altro aiuto quel non si provvede

Che d’altri gridi e domandar mercede.”

Quanti paiono Marti, e son Martani.


Essendo persuaso uscir di notte

Un d’una casa ov’era riserrato,

C’havendo dato a un altro delle botte,

Dubbio era che di dì fusse pigliato,

Ei, che brav’era, disse: “Se Nembrotte

Qua comparisse con sue schiere armato,

Vo’ uscir di giorno, e sol per forza d’armi

Che per ogni altro modo obbrobrio parmi.”

Un generoso cor tema non have.


Sendo madonna Hippolita esortata

Da un certo adulator, ch’al suo marito

La fe’ rompesse, essendo bella e grata,

E si piegasse all’amoroso invito,

Disse, senza mostrarsi a lui turbata:

“D’altro la fe’ dipinger non ho udito,

Che di un bel bianco, che la copre tutta,

Ch’un sol punto, un sol neo la può far brutta”.

Pensier’honesto in casta moglie alberga.


Conobbe il Borni un bracchettin francese,

Ch’era già suo, dietro a Marcon da Lodi,

Al qual lo domandò tutto cortese,

E quello tenne in negarlo i pensier sodi.

Ond’esso, ritrovandol sì scortese,

Diss’: “Io voglio il mio bracco in tutti i modi,

E metterovi fino all’ugna e ‘l dente,

S’io non potrò difenderlo altrimente.”

Ragione ha di gridar, chi il suo conosce.


Per tirar’ una donna al suo amore,

Un certo romagnol dicea: “Madonna,

Voi sete bella, e però fate errore

A fuggir chi in amarvi non assonna”,

Ed ella disse: “A mio marito il core

Diedi, e in ciò ferma son più che colonna,

Né giamai per bonaccia né per verno

Luogo mutati, né mutarò in eterno.”

La fede unqua non deve eser corrotta.


Sendosi fatto in Lucca un bel banchetto,

Né essendo giunto a tempo un parassito,

Stava tutto sdegnoso e con dispetto,

Per esser gionto tardi al gran convito;

Onde, chiesto del duol, c’haveva in petto,

Disse il Guanigi: “Per quanto ho sentito,

Esso bestemmia e mostra doglia immensa,

Che venne tardi a così ricca mensa.”

Mai non si satia questa razza ingorda.


Dolevasi una povera cittella

Con un, che sotto specie di sposarla,

L’havea goduta più d’un anno, ond’ella

Udendo dir, ch’esso volea lasciarla,

“Ahi disleal”, diceva “a una donzella

Dar la tua fede e poi abbandonarla?

Guarda ch’aspro flagello in te non scenda,

Che mi sei ingrato, né vuoi farn’ammenda.”

Facil’è ingannare una donzella.


Volea dar ad intender Ser Pasquale

A madonna Sempronia che ‘l marito

Di lei godea la moglie d’un sensale,

E che ciò gli faria toccar col dito;

Diss’ella: “L’opinion ch’io tengo è tale

Che d’altra, che di me, non sia invaghito,

Sin’hor m’ha il creder mio giovato e giova,

Che poss’io migliorar per farne prova?”

Non crede saggia donna ogni vil ciancia.


Una femmina ricca ma avarissima

Per guadagnar pose il suo honor’ a guazzo,

E in breve venne infame, anzi infamissima,

Né al patron più guardava che al ragazzo,

Disse un scultor: “Costei pena gravissima

Merta, poi che ciò fa non per sollazzo,

Non da bellezza, non da prieghi indotta,

Ma da guadagno e da prezzo corrotta.”

Femmina avara honestà non cura.


Passando una leggiadra vedovella

Un giorno a certi cavalieri innanti

Con faccia mesta in vedovil gonnella,

Tutta modesta e con humil sembianti,

Disse un anconitan, mirando quella:

“Ben che costei sia involta in neri manti,

Tantò però di bello anche gli avanza,

Che con le Grazie, Amor vi può haver stanza.”

Mal può celarsi natural bellezza.


Sendo morto al Biscaglia la mogliera,

Sposò in un tratto una fanciulla bella,

E di lei s’invaghì in tal maniera,

Che la prima scordò, per sta zitella;

Disse il Fioran: “Costui sol pensa e spera

In questa, né de l’altra più favella,

E se glie ne sovvien pur come prima,

Pazz’è se st’altra ancor non prezza e stima.”

Chi piange il morto, indarno s’affatica.


Dava de’ pugni Anna Todesca un giorno

Al suo marito, ed ei chiamava aiuto,

Onde corse al rumor tutto il contorno,

E havendo simil caso ogn’un veduto,

Dicean l’un l’altro: “Oh quanto è grave scorno

Che costui dalla moglie sia battuto,

Se pur “moglie” costei dritto s’appella,

Più che Furia infernal crudele e fella!”

Di simil Furie si ritrovan molte.


Voleva maritar’ una sua figlia

Un vecchio, in un huomo brutto, anzi deforme,

E ciò perché era avaro a maraviglia,

Ch’ogn’un della strettezza segue l’orme.

“Com’è possibil”, disse Gian Bottiglia,

“Che tu l’accasi in huom cotanto enorme,

Bisunto, sporco, e d’habito mendico?

Né a mezzo ancor di sua bruttezza dico.”

O essecrabil’ avaritia ingorda.


Venuto era alle man con Gian Villano

Il Piffaro, e costui l’haveva posto

In gran travaglio, e con la zappa in mano

Di certo l’uccidea, se non che tosto

D’attorno glie lo tolse un mantovano,

Ond’ei disse a colui che s’era opposto:

“Venuto a tempo veramente sei,

Per riparare alli bisogni miei.”

A tempo sempre gionge il vero amico.


Un giocator’ avaro e barattiero

Posto erasi a giocar con un sartore,

E quanti soldi haveva nel carniero

Persi havea, sendo punto il giuocatore,

Onde un suo amico disse: “A dirvi il vero,

Per quattro soldi perderete il core,

E poco saggio si può dir colui

Che perde il suo per acquistar altrui.”

Chi è punto, a suo voler spiccar non puossi.


Havea rimesso una sua differenza

Gian da Rubiera in una sua comare,

Ed ella contra lui die’ la sentenza,

Ond’ei poi si voleva disperare,

Disse il Fuligno: “Un huom pien di prudenza

Dovevi in caso tal giudice fare,

E non l’arbitrio di femmina lieve,

Che sempre inchina a quel che men far deve.”

Ancor le donne han spesso gran prudenza.


Privar voleva il Porta un suo figliuolo

Per haver senza suo consentimento

Pigliato moglie, ed havend’egli solo,

Raccordar no’l volea su’l testamento;

Ond’a lui disse Pietro da Bagnuolo:

“Per Dio, non fate questo mancamento,

Che facilmente ogni scusa s’ammette

Quando in Amor la colpa si rimette.”

Dove s’impaccia Amor, sempre v’è scusa.


Domandando una femmina a Marcello

Da Parma il premio delle sue fatiche,

Ei, ch’era senza soldi nel bordello,

Per pagarla di baie e di vesciche,

Disse: “Vi dono il cor, musin mio bello,

Cosa che mai ho fatto a l’altre amiche,

Né che poco vi dia da imputar sono,

Che quant’io posso dar, tutto vi dono.”

Moneta proprio alla mercede uguale.


Volea il Tartaglia, ch’una sua vicina

Gli cucinasse un’oca, ed ella disse:

“Cotesto non vo’ far’, oimè meschina,

Che s’a forte il marito mio venisse,

E sentisse l’odor della cucina,

Temo che qualche mal m’intravenisse;

Tosto ch’ei giunge, d’ogn’intorno annasa,

E sente sino a un topo che sia in casa.”

Buon bracco, da fermar’ al primo tratto.


Tenea in casa Cencia Tabacchina

Sempre persone di cattiva vita,

Ed era sì ribalda ed assassina

Che a chi peggio facea, più dava aita,

Ond’essendo un dì posta alla berlina,

Ogn’un cridava con gioia infinita:

“Non è l’ingrata femmina costei,

La qual tradisce i buoni e aiuta i rei?”

Oh quante n’andariano alla berlina.


Non si vedendo uscir, com’era usato,

Fuor di casa Pascasio da Murano,

Fu di ciò un suo vicino interrogato,

Ond’ei rispose con parlare humano:

“Si dice, ch’ei sta in casa rinserrato

Con un donna, e a dirvel chiaro e piano

Si vedon raro, e ch’ivi ogn’un si crede

Che s’habbino tra lor data la fede.”

Quel si fà per ben, lodar conviensi.


Havea preso un baston Mastro Clemente,

Per bastonar sua moglie, ed havea torto,

Onde un pratese, ch’ivi era presente,

Vedendo quella misera a mal porto,

Volto a colui, disse: “Se un huom prudente

Fusti, non batteresti così a torto,

Costei, che per comune opinione

Di vera pudicitia è paragone.”

Bestia è chi batte moglie honesta e buona.


Havea la Nina cento innamorati,

Mentr’era giovinetta fresca e bella,

Ma quando furo i crini inargentati,

Ogn’uno abbandonò la meschinella;

Disse il Zavaglia: “Tutti eran parati,

In gioventù, gli amanti a servir quella,

Hora non ha, così è rimasta sola,

Chi non gli dia aiuto pur d’una parola.”

Chi sguazza in gioventù, stenta in vecchiezza.


Domandò a un indovino un calegaro

Se la sua moglie gli portava fede,

Ed ei, ch’era ghiotton: “Dammi il denaro

Pria”, disse, ond’egli un scudo in man gli diede;

Allhora esso gli disse: “Fratel caro,

Tristo colui ch’in donna spera e crede,

Statti co ‘l dolce in bocca, e non ti doglia

Ch’al fine amareggiar non te la voglia.”

Non voler mai cercar quel che ti nuoce.


Era fuggita via da suo marito

Madonn’Isotta, ed ei la gia cercando,

Con un amico suo per ogni sito,

E ‘l caso a ciaschedun giva narrando;

Disse l’amico: “Deh, prendi partito

Più breve, che s’ogn’hor ti vai fermando

Non però tua la bella donna sia,

Che mentre noi tardiam, se ne va via.”

Superflue son le ciancie u’ vanno i fatti.


Domandò un gentil’huomo a un virtuoso,

In che cosa ei prendeva più diletto

Al mondo, ed ei, che tutto gratioso

Era, disse: “Signor, dentro il mio petto

Altro che la virtù non tengo ascoso,

Perché con essa sempre fan ricetto

Bellezza eterna, ed infinita gratia,

Che ‘l cuor nutrisce e pasce, e mai si satia.

Ogni spirto gentil virtù nutrisce.


Fu fatto un fregio a un sarto su la faccia,

La causa fu perch’ei volea illustrarsi

Con una dama, e gli dava la caccia

Tanto che a pena ella potea salvarsi,

Rimproverato poi di quella traccia

Disse: “Questo è segnal”, senza sdegnarsi,

“Ch’io non misi il mio core in loco immondo,

Ma nel più vago e bel c’hoggi sia al mondo.”

Ben sta a colui sì nobil privilegio.


Volendo entrar’ un giorno un veronese

Per forza in casa d’una donna bella

E di buon sangue, il Pigna lo riprese

Dicendogli: “Signor, non date a quella

Questo scandal, di gratia, ch’in palese

Di lei poi si dirìa qualche novella,

Che tosto, o buona o ria che la fama esce,

Fuor d’una bocca, in infinito cresce.”

Mal fà, chi cerca dar scandalo altrui.


Havendo un bel sonetto appresentato

A un signor un poeta, e ritornando

Mal soddisfatto a casa, e sconsolato

Andava fra le genti mormorando;

Onde il Carrara a lui con viso grato

Disse a lui: ”Ancor tu puoi gir cantando.

Di cicale scoppiate immagin’hanno

Versi, ch’in lode de’ signor si fanno.”

Non son però i signor tutti scortesi.


Soleva gire un nobil cittadino

Co’ compagni ogni giorno all’hosteria,

E si cacciava in corpo tanto vino

Che spesso cadea steso per la via;

Diss’Azzo: “Deh, lasciate tal cammino,

Perch’oltre il troppo ber la mente svia,

La vista toglie, e tant’occupa i sensi,

Che come morto rimaner conviensi.”

Genera il troppo ber vergogna e scorno.


Essendo in atto un giudice per dare

Contra Marco da Fermo una sentenza,

Né dopo potendosi appellare,

Né ben chiara era ancor la differenza.

Disse il Mordan: “Signor si deve andare

Destro in tal fatto, e con molta prudenza,

Differir anco i giorni, i mesi e gl’anni,

Prima che giudicar ne gli altrui danni.”

Il retto giudicar vuol tempo assai.


Era un napolitano innamorato

D’una leggiadra e vaga damigella,

Ed essendogli un giorno addimandato

S’ei credea che di core l’amasse anch’ella,

Rispose: “S’ella segue il modo usato,

Per quanto mostra a i gesti e alla favella;

Ben voglio dir, che fra gli antichi, e novi,

Maggior de l’amor suo non si ritrovi.”

A i segnal si conoscono gli effetti.


Domandò un gentil’huomo a un litigante

Se il suo procurator’ era eccellente,

E se quando era al giudice davante

Difendea ben la causa del cliente,

Al qual colui rispose in un istante

E disse: “Ei, per mostrar d’esser valente,

Grida, ma sì per rabbia si diffonde,

Che non esprime fuor quel che risponde.”

L’ira ben spesso all’huom l’ingegno toglie.


Essendo di veder desideroso

Messer Ambrogio da Monteregale

Il Torron di Bologna sì famoso,

Nel qual si tien ragione criminale,

Disse un, che v’era stato dentro ascoso

Più di sei mesi :”Messer mio leale,

Meglio è per fama haver notitia d’esso,

Ch’andargli sì, che lo vediate appresso.”

Per tutto può capir l’huomo innocente.


Udendo un gentil’huomo alla giustitia

Gire una bella dama e delicata,

Con fronte bassa e piena di mestitia,

Verso il ceppo crudel, così legata,

Di lagrime da gli occhi gran dovitia

Spargendo, disse a quella sfortunata:

“Oh donna, degna sol della catena,

Con che i suoi servi Amor legati mena!”

Pietà, che in cor gentil risveglia Amore.


Essendo un illustrissimo marchese

Gito a Ferrara, per voler baciare

La veste al duca, fu da un bolognese

Chiesto a un pittor, s’ei l’haveva visto entrare,

A cui di sì rispose il ferrarese,

“E ‘l duca istesso l’è gito ad incontrare,

E come cavalier d’alto valore

Ogn’un l’ammira, e gli fa grand’honore.”

Gran generosità d’un tanto duce.


Essendo un’illustrissima signora

Rimasta dal marito abbandonata,

Prese un coltello in mano, e volea fuora

Di vita uscir, tant’era disperata;

Ma la nustrice sua senza dimora

Gli prese il ferro, e disse: “Ahi, donna nata

Di tant’alto lignaggio, adunque vuoi

Finir con sì gran biasmo i giorni tuoi?”

Mai perder non si deve un nobil core.


Pagar volendo il Zanca una sua amata

Di mandritti, roversi e stramazzoni,

Disse: “Signora mia, se alcun vi guata

Di storto, io lo farò rutto in bocconi,

Per voi andrò all’inferno, e tal tagliata

Farò, che con le Furie e Gerioni

Fuggire il gran Plutone e Satanasso

E ‘l can trifauce levarò dal passo.”

Eravi da simil donne, per gabbarle.


Volendosi dal studio dipartire

Fabritio milanese, a tor licenza

Andò da una sua amica, e gli fe’ dire

Come da lei voleva far partenza;

Ed ella, che con lui bramava gire,

Non sendo util per lei restarne senza,

Disse: “Non vi pensate già, mia vita,

Far senza me quest’ultima partita.”

Grand’è l’adulation delle puttane.


Con la falce tagliar volea un villano

Una siepe di rose, onde il padrone

Vedendolo, gridogli di lontano

Dicendo: “Non tagliar, villan poltrone,

Ch’io la voglio allevar di mano in mano,

Perché quando di rose è la stagione

Giovani vaghi e donne innamorate

Bramano haverne e seni e tempie ornate.”

Più dell’altrui, che del so ben gli cale.


Pregava con ragion molto efficace

Un suo cugino Attilio cremonese,

Ch’ei lasciasse una donna, il cui rapace

Pensier a i danni suoi sovente attese,

Ma quel, c’havea nel petto una fornace,

Gridò, con un sospir che l’aria acese:

“Ah, più tost’hoggi manchino i dì miei,

Ch’io viva più, se amar non debbo lei!”

Chi in amor s’incatena, mal si scioglie.


Amava Gian Saccente la più dura

Ed ostinata femmina del mondo,

E speso e spanto havea fuor di misura,

Né un guardo n’ebbe mai grat’ o giocondo;

Onde diss’Ennio: “Costei non ti cura,

Anzi, vorrìa vederti nel profondo,

Come colei c’ha tutto il mondo a sdegno,

E non gli par ch’alcun sia di lei degno.”

Miser chi pon sua speme in donna ingrata.


Domandato a un scalco s’un banchetto

Che fe’ un signor polacco fu abbondante,

Disse costui: “Signor, io vi prometto

Che mai non vidi né dopo né inante

Il più superbo, e dicovi in effetto,

Che a quel ch’io vidi, e alle vivande tante

Tal non cred’io che s’apparecchi, dove

Ministra Ganimede al sommo Giove.”

Egregie son le mense de’ polacchi.


Bravava un faentin con la consorte,

Che con un boccalar facea l’amore,

Dicendo: “Se mi fai le fusa torte,

Io me le taglierò con tuo dolore”,

Ond’ella, verso lui ridendo forte:

“Tolgati”, disse “Il ciel di questo humore,

E non comporti contra ogni ragione,

C’habbi di me sì falsa opinione.”

Forsi era ver, ma non però credibile.


Sendo caduto un pover cavaliero

In povertà, fu persuaso un servo

Lasciarlo, ed esso, che d’amor sincero

L’amava, disse volto a quel protervo:

“Quando l’huom perde lo stato primiero,

L’adulator lo fugge più che cervo,

Ma quel, che di cor ama, riman forte,

Ed ama il suo signor dopo la morte.”

Volta la turba adulatrice il piede.


Una signora illustre un dì ripresa

Fu da una sua cugina, perché data

S’era allo studio, con dirgli che impresa

Non è da donna l’esser letterata;

Alla qual disse, senz’altra contesa:

“Ciò faccio, udendo dir che Nicostrata,

Saffo e Corinna, perché furon dotte

Risplendon liete, e mai non veggon notte.”

La virtù sola fà l’huomo immortale.


Portato havendo un messaggier d’amore

A una dama una lettera, la quale

Tutt’era piena d’amoroso ardore,

Usanza degli amanti in generale,

Chiesto della risposta: “Ella sì a core

L’hebbe”, diss’egli, “Che per tal segnale

Le lagrime vietar, che su vi sparse,

Che co’ sospiri ardenti ella non l’arse.”

Queste son le risposte de’ ruffiani.


Havendo certa offesa ricevuta

Da Marco Pesciattin’ Ugo da Prato,

Un giorno lo trovò alla sprovveduta,

In luogo ove giammai s’havrìa pensato,

E dissegli con mente risoluta,

Tenendol con le busse risvegliato:

“Dice il proverbio, c’ha trovar si vanno

Gli huomini spesso, e i monti fermi stanno.”

Colui che viene offeso, in marmo scrive.


Milla romana, per salvar la vita

A un suo fedele e sviscerato amante,

Con un pugnal da un greco fu ferita,

Ond’ella cade’ morta in un istante;

Udendo cosa tanto in’audita,

Disse Clearco da Castel Durante:

“Meritamente more una crudele,

Non chi dà vita al suo amator fedele.”

Il dar vita al suo amante è somma lode.


Bastonava ogni giorno la mogliera,

Basilio da Ravenna, ond’ella un giorno

Fuggì a casa del padre, e a buona ciera

Le disse: “io non vo’ più fare ritorno

Con quel crudel, perché mattina e sera

Mi batte, e grida, e mi sta sempre intorno,

C’huomo sia quel, non crederò in eterno,

Ma in vista humana un spirto dell’inferno!”

Gente senza ragione e senza ingegno.


Facevan due gran bravi questione

Insieme, e v’era corso (come accade)

Un numero infinito di persone,

Per ammezzar, chi per menar le spade,

E persuasi a finir la tenzone

Disse un di lor: “Senza mostrar viltade,

S’io fossi certo di morir, vo’ morto

Quivi restar, che al sangue mio far torto.”

Animo invitto in generoso core.


Fatto havea a pugni Cecco Galerata

Con un furlan, qual tutto rotto il naso

Gli haveva, e andando a casa, il Macerata

Gli addimandò com’era stato il caso,

Ond’ei rispose: “Ho fatto una pugnata

Con un mio amico, e così son rimaso,

Comprender’hoggimai potete il resto,

Ma Dio sa ben, con che dolor ne resto.”

Chi cerca briga, spesso la ritrova.

TRAMUTATIONE

D’ALCUNI VERSI

DEL PETRARCA


AI RICCHI.

Gli avari Epuloni han colmo il sacco.


A i filosofi.

Povera, e nuda vai, Filosofia.


A i cortegiani.

Oh invidia, nemica di virtute.


A i pedanti.

Gente a cui si fà notte avanti sera.


A i pedocchiosi.

S’Amor non è, ch’è adunque quel ch’io sento?


A chi vien bastonato di notte.

Tempo non mi parea di far riparo.


A i falliti.

Che ‘l danno è grave, e la vergogna è ria.


A chi vien posto in prigione.

Quando fui preso, non me ne guardai.


A chi vien data la corda.

Per disperata via son dislongato.


A i ladri.

La sera desiar’, e odiar l’aurora.


A chi vien frustato.

Io mi rivolgo indietro a ciascun passo.


A chi vien messo in galera.

Il mal mi preme, e mi spaventa il peggio.


A chi viene impiccato.

Di cui son fatto a molta gente esempio.


A quelli da Corneto.

Scaldava il sol già l’uno e l’altro corno.


Alle puttane.

Nostra natura vinta dal costume.


A i golosi.

La gola, il sonno e l’otiose piume.


Alle donne gravide.

Io so, che ‘l sento, e spesso me ne doglio.


A i vecchi.

Primavera per me pur non è mai.


A i giovani.

Zefiro spira, e ‘l bel tempo rimena.


A chi s’infogna la notte con le donne.

E nulla stringo, e tutto il mondo abbraccio.


A chi si pela.

Di giorno in giorno vo’ cangiando il pelo.


A chi ha doglie di mal francese.

In questo stato son donna per voi.


IL FINE