LA

DISCORDIA

CONFUSA

Dialoghi tre.


Per la pace nuovamente fatta fra la Maestà

Chattholica ed il Christianissimo

re di Francia.

Personaggi che parlano


Discordia

Megera

Tesifone

Aletto

Scorzone

Plutone


DIALOGO PRIMO

Discordia, Megera, Tesifone ed Aletto


Discordia

Che più far debbo, oh me trista infelice,

U' volgerò più questo piede indegno

Qual sempre fu d'error pianta e radice?


Poiché già mi partei dal cieco regno

Per por tra Spagna e Francia fiamma e foco

Con l'ira, co'l furor, l'odio e lo sdegno;


E già fatto profitto havea non poco

Anzi pur tal, che mai non mi credea

Che pace o tregua più v'havesse loco,


Perché d'ambo le parti ogn'hor spargea

D'occulte insidie un velenoso seme,

Ch'a pugnar sempre gli animi accendea,


E di veder in breve havevo speme

A quelle genti sparger sangue tanto

Che più non sparser Troia e Thebe insieme.


E innanzi a Pluto m'ero dato vanto,

Presente tutta l'infernal magione,

Ch'ei fin qua giù n'udrebbe i gridi e 'l pianto;


Così n'andai con tal conditione

Di non tornar nel suo spietato Impero

Se 'l mondo pria non era in confusione.


E stabilito havevo nel pensiero

Non sol mandar quei duo gran regni a terra,

Ma Italia, Europa, e tutto l'Hemispero.


Hora, malgrado mio, la fiera guerra

Fu giunta al fin, e più l'altero Marte

Il minaccioso branco non afferra;


Onde mancato m'è l'ingegno e l'arte

E ne resto confusa, di maniera

Ch'i' non so dove gire ed in che parte.


Ma ecco in qua venir l'empia Megera,

Con Aletto e Tesifone, ed han seco

L'horribil Sfinge, e la crudel Chimera.


Forsi verran per rallegrarsi meco,

Pensando ch'a lor torni con vittoria,

Né san la trista nuova ch'io le arreco.


Ma quando sentiran la dura historia,

In vede d'honorarmi e dar il merto

Il qual si converrebbe alla mia gloria,


Unito insieme l'infernal concerto

Mi batteran con dure, aspre catene,

Per dar castigo uguale al mio demerto.


Ella già m'ha veduta, e se ne viene

Verso di me lieta, per saper il fatto.

Oh, quanto me n'aspetto oltraggi e pene!


Almen potess'io volger presto e ratto

Il piede altrove, o haver a gl'homer l'ale,

Come di qua mi leverìa in un tratto.


Megera.

Ben venga, oh donna nobile e reale,

Nel cui valor sol spera e si confida

Il crudo re delle tartaree sale.


Tutto Cocito il tuo gran nome grida,

E ne risuona Stige ed Acheronte,

Sendo tu suo decor, refugio e guida.


E preparata a la tua degna fronte

Han l'alme triste una regal corona,

Tinta ne l'onda ria di Flegetonte.


E noi siam, come vedi, qua in persona

Dal nostro re mandate ad incontrarti,

Ch'ottima nuova aspetta, non che buona,


E saper qual ingegno od arti

Oprato hai fra la Spagna e 'l regno Gallo,

E qual acquisto hai fatto in quelle parti,


Ch'egli si tien né creder crede il fallo

Ch'ambo que' regni sian giti in ruina,

In questo fiero e bellicoso ballo.


Vien con noi, dunque, che come regina

Hai da seder nel più honorato seggio

Che sia nel basso centro, horsù, cammina.


E parmi di veder, anzi pur veggio

A te inchinarsi l'alme a Dio rubelle,

Che sol fra noi s'esalta chi fa peggio.


Discordia

Non torno a voi, carissime sorelle,

Come pensate, carca di trofei,

Non di vittorie o palme altere e belle,


Ma sì ben d'aspri e lagrimosi omei,

D'affanni, di dolori e di tormenti,

Ch'unque mai tanti n'hebbi a' giorni miei.


E certa son ch'a lacerarmi intenti

Sarete, quando havrete questa festa

Udita, qual dirò, se state attenti.


Tesifone

Oimè, che nuova dolorosa è questa

Ch'a noi apporti? Che t'è intravvenuto,

Che sì ti mostri lagrimosa e mesta?


Forsi qualch'aspro caso t'è accaduto

Per strada, o con qualche un fatt'hai contesa,

O qualche gran dispetto hai ricevuto.


Dillo a noi, che siam qua per tua difesa,

Parate e pronte, e per donarti aìta

Contra ciascun che voglia farti offesa.


Ecco la cruda Aletto, ed io ch'unita

Habbiam la voglia nostra a nocer sempre,

Però dì a noi chi a sospirar t'invita.


Aletto

Io giuro a Dite, per le calde tempre

Del bidente di Pluto, far vendetta

Contra chi è causa che tal duol si stempra.


Che mai non patirò ch'una diletta

Sorella come tu, qual amo tanto,

Sia per altrui di sospirar astretta.


Discordia

La causa che m'induce al tristo pianto

Da quel che vi credete non deriva,

E sete col pensier lontane alquanto.


Ma quando voi saprete dove arriva

Il fin del mio parlar pien di scontento,

Ciascuna resterà di gioia priva.


Sappiate dunque che l'aspro tormento

Che mi consuma vien per non havere

Buon fine havuto il mio crudele intento:


Quanti scompigli dovete sapere

Posti havea ne la Francia e ne la Spagna,

Quanti eserciti armati e quante schiere,


E quante scorrerie per la campagna

Di qua, di là facevo far sovente,

Che quel paese anchor di me si lagna.


E col fucile e l'esca, ov'eran spente

Le fiamme intorno, i' le tenevo accese,

Parte in palese, parte occultamente.


E se andavano dietro le contese,

Ogni cosa mandavo in precipitio,

E già per tutto havea le reti tese.


E servirmi volevo, in tal officio,

Del mostro d'Inghilterra horrendo e crudo,

Qual tanto favorisce il nostro hospitio.


Quello instromento idoneo al martial ludo

Volea che fosse, e n'ero più che certa,

Ch'io so quant'è il suo cor di pietà nudo.


Più e più volte ha mostro a la scoperta

Ch'al romano berrebbe il vivo sangue,

E per esequir ciò sta sempre a l'erta,


E sempre al suo cor empio un perfid' angue

S'avvolge, e gli ministra assentio e fele,

E quando non fa mal, s'attrista e langue.


E verso de la gente a Dio fedele

Si mostra sempre irata e minacciosa,

E spesso1 spiega a danni suoi le vele.


A tal ch'avvicinarsi alcun non osa

Al regno suo, chi non vuole il suo rito

Seguir, o haver morta aspra e dolorosa.


Ma per tornar a quel che prima ordito

Havea, vi dico che mal grado mio

La Pace m'ha scacciata di quel sito,


Fatti gli accordi son, poste in oblio

L'ingiurie tutte, e gli disdegni e l'ire,

E questa è la cagion per cui piang' io.


Non s'odon più le trombe tintinnire,

Né di tamburi i strepitosi suoni,

Bombarde scaricar, destrier nitrire,


Non più s'assaltan rocche o bastioni,

Né “Serra! Serra!” o “L'arme!” non si grida,

Né più si rizzan tende o padiglioni,


Non s'odon più formar pianti, né strida,

Né la madre fuggir co'l figlio in braccio,

Per tema che 'l nimico non l'uccida.


Ahimè, che sol pensando mi disfaccio

Al gravo danno che ne viene addosso,

E tremo, e sudo, ed ardo, e son un ghiaccio.


Ben fatto ho di lor strage a più non posso,

E fatto martellar più d'una squilla,

E di sangue il terren tinto di rosso,


Sall' Amiens e Calesse, e la gran villa

Di Parigi, qual forsi anco si duole

Che quasi è gita in cener e 'n favilla.


Né mai si vide, ovunque gira il sole,

Città di lei più afflitta e travagliata

Da ch'egli scalda la terrena mole.


La Fiandra parimente ho concitata

A guerra, col suo re, ma che mi vale

Essermi in tanti modi esercitata,


S'al fin il mio perverso e bestiale

Pensiero, ahi lassa, è gito in fumo e vento,

Né stata è l'opra al mio desir uguale?


Megera

Chi è stato quel che con tanto ardimento

Ha posto fine a sì gran differenza

A nostro danno e nostro detrimento?


Discordia

Quel sommo Iddio a la cui gran potenza

Oppor non si può alcun, quel che 'l governo

Del mondo tien con tanta provvidenza.


Colui al cui gran nome alto e superno

S'inchina e piega il mar, la terra e 'l cielo,

E trema il basso centro de l'Inferno.


Quello ha stracciato a le mie frodi il velo,

Con la sua man fortissima e potente,

Onde ne starò mesta al caldo e al gielo.


E l'immensa bontà del gran CLEMENTE

Prudente, vigilante, almo pastore,

La cui gran fama risonar si sente,


Quello il cui puro zelo e santo ardore

E' noto homai, ov'il sol scalda e vede,

Di fede e santità lume e splendore.


Quello che senza far rapine o prede

Ha ritornata com'era già pria

Ferrara bella a la romana sede.


Questo ch'io dico è stato mezzo e via

A levar le discordie de' lor petti

Con sua gran lode ed ignominia mia,


Ond'hammi convenuto da lor tetti

Partir, con dispiacer, noia ed affanno,

Né mai più sia ch'alcun di lor m'accetti.


Hor havete sentito come stanno

Le cose nostre, e se d'esser afflitta

Ho causa, havendo havuto tanto danno.


Megera

Tu, che solevi far l'archimandritta,

L'arcibrava, l'armigera, l'audace,

Hoggi la Pace t'ha vinta e sconfitta?


Oh, questo sì che mi diletta e piace,

E so che tutti quei del nostro hostello

T'appelaran per falsa e per mendace.


E crederò ch'un aspro e gran flagello

Havrai, per nuova così acerba e dura,

E tien per fermo quel ch'io ti favello.


Vien pur innanti, che giusta misura

Ti sarà data del tuo ben servire,

Da tutta quanta l'infernal congiura.


Discordia

Se mancato non ho con sdegni ed ire,

Con odij, con dispetti e con rancori,

Far ogni sforzo per fargli perire,


Se mille stratagemme e strani humori

Ho posti ne' lor petti, e nuove liti,

Tumulti, risse, e tanti altri rumori,


E che trovati modi altri infiniti

Habbia per porre il mondo sottosopra,

E ch'al fin tutti in van siano riusciti,


Perché debbo da voi, se posto in opra

Tutt' ho il mio ingegno, haver tormento e lutto

Senza ch'in mio favor alcun s'adopra?


Queste saran di mie fatiche il frutto,

Ahi si ben vede, perfide ed ingrate,

C'havete la ragion sbandita in tutto.


Tesifone

Horsù, sappiamo ben le tue bucate,

Entriamo pur nel tenebroso chiostro,

Dove con gran desìo siamo aspettate.


Va' un poco innanzi, Aletto, e dì al re nostro

Che la Discordia tutta trionfante

Ne vien, e ch'ei comandi ad ogni mostro,


Ad ogni spirto iniquo, e a tutte quante

L'alme spietate del dannato albergo

Ch'ad honorar costei venghino inante,

Cammina là, che ti veniamo a tergo.


DIALOGO SECONDO

Plutone, Megera, Discordia, Scorzone e Tesifone


Plutone

Chi è questa che vien qua, così gridando

Come che a viva forza sia tirata,

In questo loco tristo e miserando?


Ella par la Discordia, che guidata

Sia da Megera, e seco contendendo

Ne vien, con faccia mesta e sconsolata.

Scorzon!


Scorzone

Son qua, che dici?


Plutone

Va' correndo

Incontro a quelle, e chiedi la cagione

Del lor contrasto, e vien che qui t'attendo.


Perché mi par che gran confusione

Sia fra di quelle. Horsù, non far dimora,

E torna tosto a darmene ragione.


Scorzone

Adesso, adesso vado, e torno hor hora,

Vien meco, Barbariccia, e tu, Rampino.


Plutone

Vanni tu sol, che non ti muovi anchora?

Griffalarga, Marzocco, e tu, Caprino,

Non vi partite da la mia persona,

Fin che costui non torna a noi vicino.


Scorzone, gionto dalle Furie, dice:

Che gridamento è questo che risuona

Per questi luochi densi? Ove procede

Questo rumor, ch'a noi l'orecchie intruona?


E tu chi sei, che da la cima al piede

Sei sì stratiata? Chi t'ha rotto i panni,

E trattata nel modo che si vede?


Tesifone

Non la conosci forsi? Degl'inganni

Quest'è la madre.


Scorzone

Sei tu la Discordia?


Discordia

Sì, sono.


Scorzone

Hor, perché tanto ohimè t'affanni?


Megera

S'affanna, che la Pace e la Concordia

Scacciata l'hanno, e fattogli violenza,

E per questo gli treman le precordia.


E nega di venire a la presenza

Del nostro duce, per timor ch'ell' have

D'haverne dura ed aspra penitenza.


Però noi la tiriamo come nave

Da caval suol tirarsi contra l'onda,

Per trarla dentro queste oscure cave.


Discordia

Non so quel ch'io mi dica o mi risponda,

L'error è stato grande, io l'affermo,

E ne patisco pena aspra e profonda,


Ma voi m'havete sì tolto lo schermo

Col vostro minacciarmi pene horrende,

Che sol per tal cagion per via mi fermo.


Scorzone

Horsù, venite, che Pluton v'attende,

Ed ha mandato me sol per sapere

Perché fra voi per strada si contende.


Cammina pur, Discordia, e non temere,

Lascia dir queste Furie scatenate,

Che tanto mal in te vorrìan vedere.


Vieni pur meco, e voi non l'infestate,

Perché, se ciò fia noto al nostro duce,

N'havrete forsi quel che non pensate.


Tesifone

Oh, con gentilezza ei ti conduce

A la trappola, oh misera infelice,

Va' pur dal re de la perduta luce.


L'adulator, per farti animo, dice

Queste parole, ma il contrario fia,

E credi ch'io non son simulatrice.


Scorzone

Sta' cheta in tua malhora, e tu vien via,

Ecco il re nostro, non haver paura,

Ch'io t'assicur su la parola mia.


Eccoti, oh re de l'infocate mura,

La Discordia meschina, qual ritorno

Ha fatto in questa parte horrenda e scura.


E per quanto quest'altre, che qui intorno

Stanno, m'han detto ell'è con poco honore

Tornata, ma sì ben onta e scorno.


Però chiedeli tu, che sei signore,

Il fatto, se saperlo pur hai caro,

Che da lei udirai tutto il tenore.


Megera

Ch'occorre a interrogarla? Io farò chiaro

La tua ignominia, e ti dirò il successo

Ch'esaminata l'ho come un notaro.


E della bocca sua l'ho udito espresso

E lei col singiozzir narrar no 'l puote,

Onde per essa formaro il processo.


Plutone

Io non voglio notar che scriva o note,

Ma vo' da lei saper interamente

La causa del dolor che la percuote.


Discordia

Ancor che molto oppressa habbi la mente,

D'affanni, da travagli e da martiri,

Come al flebil parlar si scorge e sente,


Non di men, poi ch'a ragionar mi tiri,

La causa narrerò così succinta

Ma ben ti vo' pregar che non t'adiri.


Tu sai che da te fui del centro spinta

Per por discordia fra quegli alti heroi

C'hor han di tanto amor la mente cinta.


Andai per ubbidirti e a danni suoi

Feci prodezze signalate e rare

Note già da gli hesperii a i liti eoi.


Né in tempo alcun mancai di ritrovare

Diabolici concerti iniqui e strani,

Per far lor stati e regni a terra andare.


E tanti e tali incendij per quei piani

Posi, ch'io mi tenea per cosa certa

Che da la pace ogn'hor stesser lontani.


Ma vana al fin è stata la profferta

Ch'io feci innanzi a te, poi ch'a me sopra

Tornato è il danno, e n'ho vergogna aperta.


E ben sciocco è colui il qual s'adopra

Per contrastar con l'alto e gran monarca,

Ch'al fin indarno getta il tempo e l'opra.


E mal condur si può legno che varca

Per l'ocean, se 'l vento gli va contra,

Perché l'affonda, o in tutto lo discarca.


Come a me sciocca in questo caso incontra,

Che contra il vento del gran re celeste

Navigar voglio, e 'l legno in scoglio scontra.


E quando più ruine e più tempeste

Erano in campo, e che gettate e sparse

Havevo insidie, in quelle parti e queste,


Ecco la Pace entrar nel mezzo, e farse

Far strada attorno, e con un santo nodo

L'un re con l'altro stringere e legarse.


Ed io, che già ridotte havevo in modo

Le cose, ch'io speravo haver la palma,

Scacciar mi vidi, onde m'arrabbio e rodo.


Questa è la grave e dolorosa salma

Ch' a te mi fa venir col capo chino,

Né mai più in me bonaccia sia, né calma.


Che la virtù del magno Aldobrandino

Vicario di colui che mai non erra,

Io dico il gran CLEMENTE almo e divino,


Ha tratti gli odij e sdegni loro a terra,

E tal concordia ha ne' lor petti unita,

Ch'in eterno fra quei non sarà guerra.


Questo è il dolor ch'a sospirar m'invita,

E che tanto mi face esser ritrosa,

E sempre in me n'havrò doglia infinita.


Plutone

Dunque la guerra tanto sanguinosa

Estinta giace, e son pacificati

Quei regi insieme, e Marte si riposa?


Discordia

I capitoli fatti, e confirmati

I patti sono, e in somma hanno deposto

L'ire, gli sdegni e gli odij lor passati.


Plutone

Ah, scellerata, perché non hai posto

Tanto foco fra quelli, e tanta fiamma

Ch'a lor la pace non venisse accosto?


Discordia

Ogn'astutia ho provato, ed ogni tramma,

Ogn'arte, ogn'opra, ed ogni diligenza,

E mancato non ho pur d'una dramma,


Ma, com'ho detto, l'immortal potenza

M'ha fatto ruinar il peso addosso

Onde di gloria son tornata senza.


Plutone

Vien qui, Scorzone, chiama un po' Minosso,

Giudice nostro, che sentenza dia

Sopra costei cui più veder non posso,


Che per sua propria inertia e codardia

Lasciato ha raffreddar l'ardente foco

Ch'era cagion de la vittoria mia.


Cammina ratto, perché voglio un poco

Ch'a le fatiche sue sia dato il premio

Secondo che conviensi in questo loco.


Discordia

Ah, Pluto, io mi getto nel tuo gremio,

Habbi pietà di me, trista tapina.


Pluto

Pietà non ho, né curo il tuo proemio.


Discordia

Ahi lassa, io mi veggio una ruina

Venir addosso, che mai più in eterno

Non sarò lieta, e 'l mal già s'avvicina.


Deh non voler, oh re del crudo Averno

Usar tanto rigor, né tanto male

In me, che t'amo con tutto l'interno.


Plutone

Non più parole, che troppo mi cale

Di quello che fatt'hai a questa volta,

Però vo' c'habbi pena al merto uguale.


Discordia

Almeno, ahimè, le mie parole ascolta.


Plutone

Taci, non mi stordir, serra la bocca,

Che la mia rabbia in te non si rivolta.


Scorzone

Dice Minos, ch'a lui cotesta sciocca

Condotta sia, che tosto sarà pronto

A far di lei quel tanto ch'a lui tocca.


Plutone

A te dunque di questo do l'assonto:

Guidala a lui, e ciò ch'egli comanda

Sia fatto, né mancar d'un picciol ponto.


Scorzone

Vien meco, vien, che de la tua nefanda

Opra sarai punita, e imparerai

Tornar con tai trofei in questa banda.


Discordia

Queste son le parole che tu m'hai

Dette per strada, falso adulatore,

Ma col tempo anche tu ne pentirai.


Plutone

Horsù, non star a far tanto rumore,

Ma finiscila homai, ed entra seco,

Che troverai chi ti trarrà l'humore.


Tu Barbariccia, e Griffalarga, meco

Verrete, che di qua voglio ch'andiamo,

Per questo cerchio tenebroso e cieco.


Che mentre questa bolgia circondiamo

Verremo ad incontrar questa ribalda

Se fia frustata, come spero e bramo.


E forza è ch'a passar per questa falda

Venghin, che mette in capo in quella valle

Che sempre bolle, e la riviera scalda,

E va in Cocito per dritto calle.


DIALOGO TERZO

Discordia e Scorzone


Discordia

Ahi, lassa, so che m'hanno accomodata

A modo loro, quegli empi e rei demoni,

E battuta, e schernita, e flagellata,


E con verghe di ferro e con forconi

E catene affocate ed infinite

Pene trovate giù per quei cantoni,


Attorno attorno la città di Dite

Guidata m'han tre volte, oimè, frustando

Con pene non più viste e manco udite.


Poscia venuti siamo circondando

Tutto Cocito e la Stigia palude,

L'aspra mia doglia sempre rinnovando,


Al fin per tutto u' stan l'anime crude

M'han fatto camminar con danni ed onte,

In quelle parti d'allegrezza nude,


E mi sa peggio, che 'l vecchio Caronte

Col remo anch'egli m'ha dato una botta,

Quanto son gionta al passo d'Acheronte,


A tal, che tanto son fiaccata e rotta

Che regger non mi posso, e quel ch'è peggio,

Bandita sono de l'infernal grotta.


Né so in qual parte più voltar mi deggio,

Poi che fra Christian più non ho loco,

Onde son senza impero e senza seggio.


Tra Francia e Spagna è già smorzato il foco,

E del Piemonte i grassi e bei paesi

Stiman la forza mia più nulla o poco,


Ferrara anch'ella, e i nobil ferraresi,

Sotto la santa Chiesa son ridutti,

E come figli in essa son compresi.


Italia bella e i suoi contorni tutti

Sta quieta, né più fa risse o tumulti,

Ma gode de la pace i dolci frutti.


Dove andrò, dunque, che con fochi occulti

Poss' accender pian pian qualche faville,

Sì che ne caschin poi guerre ed insulti?


Fra i mariti e le mogli mille e mille

Volte ho appizzato il foco, e gridi e pianti

Nascer ho fatto per castelli e ville.


E ben che sempre a quei non sia dinanti,

Nondimen mi dan spesso il mio tributo,

Com' anchor fanno i pover litiganti,


Sopra de' quali ho in ogni tempo havuto

Dominio, e so ch'ogn' hor m'ubbidiranno,

Né mai muteran legge, né statuto.


Fra 'l volgo ignaro ancora vive stanno

Le mie memorie, e spesso di gran pugna

Per cose lievi e debili si danno.


A cani e gatti spesso il dente e l'ugna

Adoprar faccio, e mille altri animali

Per discorde voler sempre fan pugna.


Dove dunque drizzar l'arco e gli strali

Debbo, acciò con pensier torto ed obliquo

Spander possa fra grandi risse e mali?


Più tra fedeli il mio furore iniquo

Non havrà loco, poscia che serrato

E' della mia nimica il tempio antiquo,


Verso Bisantio il piede disperato

Volgerò dunque, u' di Macon il rito

Adora l'ottoman crudo e spietato,


E vedrò d'attaccar il campo scito

Col perso insieme a sanguinosa guerra,

Ponendo in arme tutto il tracio lito.


Ma folle, che dic' io, se l'ampla terra

Hoggi al gran nome di CLEMENTE santo

Tutta s'unisce, e l'odio in ceppi serra?


E temo in breve che, posto da canto

Il pagan fiero la sua falsa legge,

Ridur si debba sotto il papal manto,


Perché quel alto Iddio che 'l tutto regge,

Il cui sommo poter mai non sia spento,

Vuol che sia un sol pastor, ed un sol gregge,


E ciò sarà, per quel ch'io vedo e sento,

A gli accidenti che mi vanno innante,

Pria che con l'M e il D s'aggiunga il cento.


Ch'a lui verran le genti tutte quante,

Ogni setta, ogni rito, ogn'idioma,

Per fin dal Indo al mauritano Atlante,


E ne la degna alma città di Roma

Sede del santo Vecchio Galileo,

De lor errori deporran la soma.


Né più né men il circonciso hebreo

S'inchinerà con gli altri al santo piede,

Poi aprirassi il novo giubileo,


A tal ch'un sol Motor, una sol fede

S'ha da veder, e ciò fia in poco tempo,

Ond' ogn'un sia de l'alta gloria herede.


Ma perché sciocca dunque a perder tempo

Sto, ch'io non vado a appormi a quei mal nati

Popoli, poi ch'ancor farovvi a tempo,


E far sì con que' cani arrabbiati

Che più tosto fra lor si diano morte,

E venir giù nel regno de' dannati,


Che comportar ch'a le romane porte

Venghino a l'acqua del sacrato fonte,

Che fa l'huom degno de l'eterna Corte?


Anderò, dunque, e con sfacciata fronte

Entrerò ne' lor regni, e con tal ruina

Farò, che n'havran morti, oltraggi ed onte.


Ma chi costui che dietro a me cammina?

Egli è Scorzon, vorrebb' egli mai

Ch'io ritornassi a l'infernal fucina,


Per rinnovar le discipline e i guai

Sopra di me? Io mi vuo' tor di sotto.

Scorzon, Scorzon, più non mi scorzerai.


Scorzone

Ferma il piè! Non fuggir, ferma lo trotto,

Ch'io vengo a te con nuova ottima e rara,

E forsi anchor mi pagherai lo scotto.


Ferma, ch'io t'assicur che ti fia cara

Quando l'udrai.


Discordia

Scorzon, io non mi fido,

Ché la tristitia tua m'è troppo chiara.


Però lassami gire in altro lido,

Ch'oltra il flagello che m'havete dato,

Ho bando anchora del dannato nido.


Scorzone

Il bando c'habbiam fatto è revocato,

Né più di quel si parla o si ten cura,

Anzi Pluton su 'l foco l'ha gettato,


Sì che non ti smarrir, né haver paura,

Ch'a te mandato son acciò che torni

A star con noi, né ti sia cosa dura.


E, se fatto f'habbiamo oltraggi e scorni,

Tutti pentiti siamo, e mal contenti,

E vogliam far d'honor tuoi merti adorni,


E tutti i spirti rei, mesti e dolenti

Restati son, che senza il degno aspetto

Tuo, non havrìa l'inferno più tormenti.


E tutti i principali al gran cospetto

Comparsi son del dispietato duce,

Colmi di sdegno, d'ira e di dispetto.


E vedendo il periglio, qual adduce

A tutta la diabolica famiglia

La tua partita, e quanto error produce,


Dietro a te fatto m'hanno a tutta briglia

Correr, per dirti ch'essi t'han rimesso

Ogni error, e stupor ogn'un si piglia


Che Minos habbi fatto un tal eccesso,

Poscia che senza te l'atre spelonche

Ruinarìano, anzi l'inferno istesso.


E senza te le forze nostre tronche

Sarìan, poi che tu sola il basso chiostro

Innalzi, e illustri le tartaree conche.


Discordia

Ho conosciuto il buon animo vostro,

E però vi ringratio del partito,

Né più vi vo' tornar nel crudo rostro.


Scorzone

Non esser pazza, accetta questo invito,

Ch'io ti prometto che sarai contenta,

Che 'l furor di Pluton è già supito.


E perché al ritornar pigra né lenta

Sii, eccoti qua per ver signale

Questa scrittura, acciò ch'io non ti menta.


Questa vien dal collegio universale

De i più malvagi spirti a te mandata,

Che sian qua giù nel baratro infernale.


Caron l'ha scritta con sua man spietata,

Megera gli ha dettate le parole,

E Pluto l'ha col sangue sigillata.


Discordia

Horsù, poi ch'io conosco ch'ogn'un vuole

Ch'io torni giù nel antro oscuro e cieco,

U' mai per tempo alcun non splende il sole,


Io mi scordo ogn'oltraggio, e vengo teco,

E presso me terrò la carta scritta,

Acciò s'alcun di quei del basso speco


Cercasser nuovamente haverme afflitta,

Mostrar la mia patente a tutti possa,

Come da Pluto son di nuovo ascritta


E confirmata ne 'l horribil fossa

Del spaventoso centro, ove in eterno

Starò, né più da voi sarò rimossa,

Poiché Discordia sempre è ne l'inferno.


IL FINE










1 Le edizioni a stampa hanno la lez. “spasso”