DISCORSO

PIACEVOLE

SOPRA I DEBITI


Con una disputa bellissima, qual sia

maggior tormento, l’esser inna-

morato, ovvero haver de’ debiti


Ed un sogno molto galante sopra

simil materia, tutte cose

di grandissimo gusto.


A CHI LEGGE


L’altro giorno, passando appresso le prigioni, fui chiamato da un giovane mio amico, il quale era carcerato, dal quale andai, e dopo essermi condoluto seco di trovarlo in quel luogo, gli adimandai la causa perché era stato posto prigione, ed ei mi rispose che ivi era non per haver fatto il debito che si richiedeva verso il padre suo; alle quali parole, un altro che nella stessa carcere era stato posto per debiti, alzando la voce disse: “Costui, per non haver fatto il debito suo con suo padre è stato posto prigione, ed io che ho fatto il debito mio con tutti quelli che ho potuto, né più né menop vengo posto qui dentro: hor, indovinala tu, se puoi.”

Onde, udendo io simil piacevolezza, dopo l’essermi offerto a colui di fargli servitio in quello che io poteva, tornai a casa, e feci il presente capitolo, aggiongendovi una disputa, qual sia più gran tormento, l’haver de’ debiti, ovvero esser’ innamorato; ed un sogno sopra simil materia, tute cose piacevolissime e degne d’esser udite da tutti.


CAPITOLO


Io non la posso al mondo indovinare:

S’io non faccio il mio debito, patisco;

S’ancor lo faccio, mi convien pagare.


Onde mi meraviglio, anzi stupisco

Di simil fatto, e resto sì insensato

Che quasi di parlar più non ardisco.


Com’esser può, che venghi travagliato

Con sì strana maniera un che con tutti

Non ha mai del suo debito mancato?


Questi son, per mia fe’, de’ bei construtti,

Che s’acquistano a far con le persone

Il debito. Oh, che rari e nobil frutti!


Un c’habbi fatto il debito, in prigione

Vien posto, a quel che veggio, e parimente

Chi non l’ha fatto ancora vi si pone.


Non so dove trovato habbi la gente

Tal legge, od in qual parte questa usanza

Principio havesse, e come si consente,


Che con tanto rigor si faccia istanza

Che carcerato venghi un poveretto,

Che ‘l suo debito ha fatto, oh che creanza


E ben, e spesso fargli il proprio letto

Levar di sotto, o ‘l palio tor d’intorno,

O sequestrarlo in casa per sospetto.


O veramente, se vuol gire attorno,

Fargli cedere i ben, come fallito,

Portando il cappel verde per più scorno:


Acciò per segno tal venghi fuggito

Da ogn’un, né che più un soldo alcun gli dia,

Ma ogn’un lo beffi, ogn’un lo mostri a dito,


E ciò mi porge al cor pena sì ria,

Che giorno e notte mi consumo e rodo,

Né so quasi tal’hor dove mi sia.


Che pur d’intorn’ ogn’hor ascolt’ ed odo

Di questo a quel: “Di gratia, non mancare

Del debito, vi prego, in alcun modo”.


Altri dir a l’amico: “Non pensate

Ch’io manchi del mio debito con voi,

Ch’io vi son obbligato in ogni etate.”


Altri dir: “Fate il debito con noi,

E portatevi ben, che noi ancora

Faremo il nostro similmente poi.”


Altri dir: “Fei il debito, ma fuora

Era l’amico, e come sia tornato

Di nuovo lo farò, pur ch’io non mora.”


Altri: “Il debito vuol ch’io stia parato”

Dice, “A servirvi, poi ch’obbligo grande

Vi tengo, e vi terrò fin c’havrò fiato.”


Altri dir: “Signor mio, la mi comande,

Che ‘l debito comporta ch’io la serva,

In ogni tempo, e per tutte le bande.”


Altri dir: “Ho cacciata via la serva,

Perché il debito suo non volea fare,

Ed era troppo rustica e proterva.”


Altri dir: “Non credea, che mia mancare

Dovesti del tuo debito, fratello,

Che sai se mi potevi comandare.”


Altri dir: “Va’, figliuolo, e sta in cervello,

E fà il debito tuo, che ne trarrai

Grand’util, ed honor da questo e quello.”


Altri dir: “Se la cosa non tirai

A termine, la colpa non fu mia,

Che del debito mio già non mancai.”


Altri dir: “Mi parrebbe villania,

Se ‘l mio debito vosco non facessi,

Che sempre mai m’usasti cortesia.”


Altri in far cerimonie, ed i complessi

Dir “Signor mio, ch’ella di gratia innanti

Di più non venghi, e di coprir non cessi.”


Risponder l’altro: “Gli obblighi son tanti,

Ch’io le tengo, che ‘l debito mi spinge

A riverirla sempre in tutti i canti.”


Altri pur con parole orna, e dipinge

Mentre scusa vuol far di qualche cosa

Con qualche amico, se ben forsi finge.


Dice: “Il debito feci, ma ritrosa

Trovai la voglia di colui, ma spero

Opra col tempo far più fruttuosa.”


Un altro dice: “Havea fatto pensiero

Far’ il debito mio, se l’altra parte

In questo fatto mi diceva il vero.”


Altri dir: “Quando il medico si parte

Da l’ammalato, il debito, signore,

Faremo, se non tutto, almeno in parte.”


Un altro dice: “I’ sono a tutte l’hore

Parato a i desiri vostri, e porvi in tanto

Quand’occorresse, e la vita e l’honore.”


Che ‘l debito comporta che di quanto

Mi comandate, sempre a servir v’habbia,

Ch’ogn’hor voi verso me festi altrettanto.”


Onde mi vien nel petto tanta rabbia,

Ch’essendo simil detto frequentato

Per tutta quanta la mondana gabbia,


Debbia dunqu’io meschino esser citato

Per questo fatto innanzi a i Superiori,

E con vari sonetti salutato.


E quel ch’è peggio, da gli esecutori

Veder votarmi, oimè, la casa a fatto,

Oh belle cerimonie, oh bei favori.


Fatt’ho il debito mio, non solo un tratto,

Ma dieci, e venti, e più fatto l’havrei

Se la credenza non rompeva il patto.


Però voi cari creditori miei,

Non mi correte con tal furia addosso

Né mi mandate a casa i farisei.


Ho ancor’io da riscuotere, e non posso

Alquanti pegni, ch’io mi trovo al Monte,

E in borsa non mi trovo un mezzo grosso.


E se fra un mese avvien ch’io non gli conte

La moneta, e levargli di quel loco,

Con gl’altri in sorte andran tutti in un monte.


Sì che mirate voi s’io l’ho da gioco

Però s’al soddisfar vado restìo,

Pregovi haver patienza ancor’ un poco.


E se con voi fatt’ho il debito mio,

Come su i vostri libri scritto appare,

Datemi tanto tempo ch’ancor’io


Riscuoter possa, e poi verrò a pagare

Cortesemente, che ‘l dover’ il vuole,

Né mi mandate in tanto a far levare

Di casa più le casse o le banzuole.

DISPUTA PIACEVOLE

Fra un amante ed un debitore,

qual sia maggior tormento, l’essere in-

namorato ovvero haver de’ debiti.


Amante

Che cosa è al mondo più crudel d’amore,

E chi porge più al cor tormento amaro?


Debitore

Un che sia debitore,

E che non si ritrovi alcun riparo

Privo di tutto quel ch’a l’huomo è caro,

Né si ritrova amici, né favore:

Quest’è maggior dolor, che quel d’amore.


Amante

Ahimè, quell’è una gioia,

Che ben che l’huomo sia debito assai,

Tal’hor dormendo pur, cessan suoi guai.

Ma chi è preso d’amor, se va a dormire

O mangi, o beva, ogn’hor sente martire.


Debitore

Amor’ è un dolce foco,

Appresso questo, ch’un innamorato

Mai non aspetta d’esser pignorato,

Ma il poverello deve pagare:

Ogn’un che vede lo fa dubitare.


Amante

Amor si fà secreto,

E non si può fidar d’huomo che viva,

E si sta molto a conquistar la diva,

Poi nanti, che si venghi a un dolce effetto,

Si gustan mille guai, per un diletto.


Debitore

Assai più di secreto

Andar conviene il pover debitore,

Acciò che non lo scopra il creditore,

E se per strade lo rincontra a sorte,

Cosa non è, che più dolor gli apporte.


Amante

Ahimè, che la mattina

Tosto che il sol si scopre in oriente,

Amor m’infiamma il cor di face ardente,

Onde mi levo del noioso letto,

E vado a rimirar chi m’ha in dispetto.


Debitore

Ahimè, che la mattina,

Tosto che Febo alluma l’oceano,

Il messo batte con le scritte in mano,

Onde, colmo di doglia e passione,

Convengo compatire a la ragione.


Amante

Tosto ch’io giungo innanti

All’alta sua presenza, alma e serena,

Gli narro il mio dolore e la mia pena,

E quivi, in loco di trovar pietade,

Ritrovo ostinatione e crudeltade.


Debitore

Tosto ch’io giungo innanti

Anch’io al mio creditor, Supplico lui

Che si degni aspettarmi un mese o dui,

E quivi, in loco di trovar pietade,

Ei dice: “Io voglio un pegno e sicurtade.”


Amante

Al fin, colmo di pianto,

Torno all’albergo mio, vedendo ch’ella

Si mostra al mio desir crudele e fella,

E colma d’impietade e di furore

Per darmi più dolor, mi tiene il core.


Debitore

Al fin, colmo di pianto,

Ritorno anch’io, trovandol sì crudele

E mando fino al ciel le mie querele,

Ed ei, colmo d’asprezza e di disdegno,

Manda l’esecutore a tormi il pegno.


Amante

Concludiam ch’amor, dunque,

E chi si trova debito, sia uguale

Di pena (a chi lo prova), e tutto un male,

Ch’amor straccia l’un con dure tempre,

L’altro, i suoi creditor l’affliggon sempre.

SOGNO PIACEVOLE

SOPRA I DEBITI


Sta note mi sognavo

Ch’in mezzo de la piazza mi trovavo,

U’ soglio andar sovente,

Per udir qualche nuova fra la gente,


Là dove mi pareva

Ch’un trombetto su in alto si vedeva,

Nel loco ov’usan stare

Quando un bando tal’hor voglion mandare.


E poi, finito il suono,

Quel da la tromba cominciò con tuono

A dire: “Udite, udite,

Nuove buone per voi, non più sentite!


Si fà per il presente

Bando, noto a ciascun, ch’esser si sente

Da debiti aggravato,

E che per non poter non ha pagato,


Che senza alcun sospetto

Deggiano comparir ‘nanti al cospetto

De’ giudici del Foro,

E dare in nota i nomi e i conti loro.


Che passato è un partito

Fra mercanti, e ciascuno ha stabilito,

Concluso e terminato,

Che chi non può pagar sia cancellato.


Basta dir solamente

Al creditor: ‘Signor, son qui presente,

No vi posso pagare,

Perchè la povertà mi fa restare.


Onde, tutto rimesso,

A voi m’inchino, e ‘l debito confesso,

Ed ho doglia infinita,

D’haver fatto con voi sì gran partita.


E s’io la fussi a fare,

Più d’una volta ci vorrei pensare,

Però mi doglio e pento,

Ed afflitto ne resto, e mal contento’.


Allhor, tutto clemente,

Udendo il creditor la buona mente,

Dirà con viso grato:

‘Và, che date mi chiamo esser pagato.’


Però non sia nissuno

Che uscir di man si lassi in modo alcuno

Così rara ventura,

Che pazzo è ben chi simil don non cura.”


Ond’io, sentendo questo,

‘Nanti al mio creditor ricorsi presto,

E a lui piegato stando,

Fei tutto quel che conteneva il bando.


Allhor’ ei con parole

Parea dirmi: “Figliuol, molto mi duole

De la tua povertade,

E n’ho dentro di me molta pietade.”


Poi, con animo pronto,

Aperse il libro, e cancellò il mio conto,

E senza altro quesito

Disse: “Và in pace, che tu sei spedito.”


Tal che, tutto giocondo,

Essendo scarco di sì grave pondo,

Andavo giubilando,

Di qua, di là, con gran piacer cantando.


Così, per ogni stanza

S’udia lodar questa novella usanza,

Né si potea nomare

Più sbirri, messi, scritte o pignorare.


Ahimè, ch’al fin fu vano

Questo sogno crudel, empio e villano,

Che stando in sì bel stato,

Da un che battè all’uscio fui svegliato.


Al batter spesso e forte

Mi levo, ed apro, ed ecco (ahi, dura sorte)

Un messo fraudolente,

Qual mi citava per il dì seguente.


S’io rimasi confuso

Dical chi di pagar non ha per uso,

E fui per far del male,

Ma contra la ragion, l’ira non vale.


Oh, sogno almo e soave,

Che per me fusti poi sì duro e grave.

Oh, man crudele e rea

Che mi levasti quanto ben’ havea.


Sogni, fantasme o larve,

Ite al profondo, che mai più vo’ darve

Né credito, né fede,

Che sol’ ombra fallace in voi si vede.


Se più vi do credenza,

Nel corpo mi si secchi la semenza,

Poi c’hebbi tal martire,

Che meglio era per me sempre dormire.


IL FINE