DUCENTO

ENIGMI

PIACEVOLI

DA INDOVINARE


Distinti in due sollazzevoli notte.


Aggiontovi altri sette sonetti per notte

Nel medesimo genere.


Con la loro dichiaratione nel fine.


Trattenimento nobile per ogni spirito

gentile e virtuoso.

PRIMA NOTTE

SOLLAZZEVOLE

DI CENTO ENIGMI


ENIGMA PRIMO


Una donna real con grande impero

Al mondo regna, il cui valore è tale

Che qualunque di lei segue il sentiero,

Si fa divin, celeste ed immortale,

Il mondo senza lei sarebbe un zero,

Anzi, ella sola tanto al mondo vale

Che chi disprezza e fugge il suo bel coro

Vien privo d’ogni ben, d’ogni tesoro.

La virtù


2. Di verde manto nobilmente adorna

Va una donzella, che pasce le genti

D’un cibo tal, che l’huom vivo ritorna,

E fà dolci parer tutti i tormenti:

Questa non sol fra i poveri soggiorna,

Ma ancora fra i più ricchi e i più potenti,

E nelle corti tiensi in stima tale,

Ch’ogn’un la segue, e d’altro non le cale.

La speranza


3. Batto mia madre quando posso forte,

E tirar faccio il naso a mia sorella,

E tutti spalancar gli usci e le porte,

Se ben non tengo spirto né favella,

La notte par che alquanto mi conforte,

Il giorno ogn’un mi batte e mi martella,

E molti han per mio mezzo il lor intento,

Ed io sto fuor appeso, a l’acqua e al vento.

Il piccatoio de la porta e saliscendi


4. Tre volte otto sorelle al mondo siamo,

Sì veloci, sì lievi e così snelle,

Che l’una dietro l’altra ne corriamo,

Senz’haver né carretta né rotelle,

E sempre nostro padre seguitiamo,

Qual, ben che sia decrepito, alle stelle

Nel corso è uguale, e mai si mostra stanco,

E fà l’huomo venir canuto e bianco.

L’Hore ed il Tempo


5. Volo senz’ali, e non son viva, e sedo,

E in alto nasco, e ho gusto star’ al basso,

Ma quando sono in terra non m’avvedo

Ch’io son spezzata, e guasta ad ogni passo,

Onde, perché sì maltrattar mi vedo,

Tutta mi struggo, e in acqua andar mi lasso,

E i figli miei per la pietà che m ‘hanno,

Piangon senz’occhi il mio dolente affanno.

La neve


6. La barba gialla tengo, e ‘l viso rosso,

E di varia materia mi nutrisco,

E quanto più me ne vien posto addosso,

Tanto più mi rinforzo, e incrudelisco:

E mentre ch’io divoro a più non posso

Un figlio, ed una figlia partorisco,

Và in aria il figlio, e in aria si risolve,

La figlia resta, e si tramuta in polve.

Il fuoco, la fiamma, il fumo e la cenere


7. Ho gambe, piedi, e mai non muovo un passo,

Anzi, portar mi faccio in ogni loco,

E servo hor per bisogno, hor per ispasso,

Secondo che conviensi al tempo e al loco,

Son ritirata a guisa di compasso,

E con le gambe abbraccio e stringo il foco,

E sono a un tempo istesso asciutta e molle,

E a ogn’un lascio piegarmi, ove mi volle.

Le mollette del fuoco


8. Padre son io di dodici figliuoli,

I quali ad un’ ad un vado uccidendo,

E gli faccio sentir gli ultimi duoli,

Mentre l’un dietro l’altro vien nascendo,

Il ciel vuol poi, che l’ultimo m’involi

La vita, per tal fatto empio ed horrendo,

Ma non s’ tosto son di quella privo,

Ch’io prendo nuova forma, e torno vivo.

L’anno ed i mesi


9. Hor corta, hor lunga son, hor pigra, hor lieve,

Hor alta, hor bassa, hor molle, hor soda, hor dura,

Hor corro scarca, hor porto peso greve,

Hor sto in silentio, hor ruggio oltra misura,

Il mio color ogni color riceve,

E senza me la vita è mal sicura,

E giovo e nocio a ogn’un l’estate e ‘l verno,

E sono in cielo, in terra e nell’inferno.

L’acqua


10. Delli quattro elementi fui formata,

E con lor sempre vado unita in chiesa,

E carne cruda, com’un’arrabbiata

Tranguigio, e poi la rendo tutta intiera.

Ho larga bocca, e pur son disdentata,

La pancia grossa affumicata e nera,

Resisto all’aria, al vento, all’acqua, al foco,

Ma come casco, egli è finito il gioco.

La pignatta della carne


11. Pel mondo errando vo’ di bocca in bocca,

E spesso mando un mio figliuolo innanti,

Il qual’ indebolisce ciò che tocca,

E ritrova le genti in tutti i canti,

Né vi giova ripar, muro, né rocca,

Né alcun sia, che da noi fuggir si vanti,

E chi alle forze nostre non provvede,

Né speri possa haver né stare in piede.

La fame e l’appetito


12. Son chiara e scura, son buona e cattiva,

E tutti i fatti tuoi vado notando,

A benché in carta assai ne verghi e scriva,

Pur non ho piè, né mani al mio comando.

Ali non tengo, e volo in ogni riva,

E non ho fiato e ‘l corno vo’ sonando,

Entro per le fenestre, e per le porte,

E ti mantengo in vita e dopo morte.

La fama


13. Femmina sono, e intrepida e sicura,

Porto il cappel di ferro, e ‘l petto d’osso,

La fronte nera, e più che sasso dura,

Nel ventre il foco, e tutt’armato il dosso;

Vado di notte senza haver paura,

Il giorno sto nascosta dov’io posso,

Ho in odio il sol, la luna e i novi albori,

E bramo sol le tenebre e gli horrori.

La lanterna


14. Ho due gambe, e due nasi, e mordo e stringo

E sol m’attacco dov’è più durezza,

E la progenie mia nel fuoco spingo,

Tanto sono al mal far pronta, ed avezza.

Ma per nuocere altrui spesso mi tingo

Di rosso il viso, e sentone tristezza,

Pur perché siano battuti i miei parenti,

Non mi curo patir simil tormenti.

La tenaglia del fabbro


15. Io v’ho da dire una gran meraviglia,

Signori, che stupir vi farà molto:

La madre stà nel ventre di sua figlia,

E la figliuola tien la barba al volto,

Un suo figliuolo poi glie la scompiglia

E tutto se n’adorna (ahi, figlio stolto),

E in breve poi ne vien spogliato lui,

Per celare e coprir le corna altrui.

La rocca da filare, con la matricola

che viene aperta, la stoppa, il fuso

e le corna della naspa


16. Sposa non sono, e son piena d’anelle,

Né mai furai, e pur son’appiccata,

E servo a maritate ed a donzelle,

E mi scurto e mi slungo u’ son tirata:

Ho in odio le caldaie e le padelle,

Perché da lor son spesso travagliata,

Sto nel foco e nel fumo, e non m’adiro,

E mal sta quella casa, ov’io non tiro.

La catena del fuoco


17. Un pover figlio, che non ha peccato,

Pria di sua madre nasce in le sue porte,

E senza far’ error, viene impiccato,

Senza haver chi l’aiuti e lo conforte.

Nasce la madre, e lo trova attaccato,

E l’abbraccia, lo piange e stringe forte,

Ed ambi poi son presi, e in tempo poco

Fitti in un buco, e condannati al fuoco.

La candela quando si fà


18. Testa non tengo, e pur porto il cappello,

E fronte non mi trovo, e porto il velo,

Né schiavo sono, e al piè porto l’anello,

Né mai hebbi paura, e pur mi pelo;

Sto s’una gamba sola, e bianco e bello

Sono, ed ho tal proprietà dal cielo,

Che di soverchio humore al mondo nasco,

E pur piaccio a ciascun, ch’io cibo e pasco.

Il fongo


19. Cinque bocche mi trovo, e in esse tengo

Di carne humana cinque buon bocconi,

E con essi mi godo e mi trattengo,

Secondo che comportan le stagioni;

Ho un fratello, e s’io il perdo, in odio vengo

A tutti, e ogn’un mi getta ne i cantoni,

Ma quando posto son nel grado mio,

Quel che l’huom fa con man, faccio ancor io.

Il guanto


20. Son tondo di figura, e a bocca aperta

Sto, per appalesare i fatti altrui,

E servir a chi merta, e a chi non merta,

Che sol per questo fabbricato fui.

E per me spesso s’ode qualche berta,

E giovo, e nuocio, e non so dire a cui,

E quel che non mi preme, né mi tocca,

Altri l’esprime, e trahe dalla mia bocca.

Il calamaro


21. Col capo in giuso e con le gambe in alto

Cammino, e mi ritrovo hor vota, hor piena,

Hor mi squasso, hor giro, hor corro, hor salto,

Per secondar l’humor di chi mi mena.

Spesso m’arruoto sopra il duro smalto,

Ed ho le spalle e ‘l petto, e non ho schiena,

E son di mia natura sì rimessa,

Che per giovar altrui, nuocio a me stessa.

La carretta da mano


22. Due fratelli noi siamo, che le stelle

Seguiamo, anzi con esse andiamo al paro,

Né in tempo alcuno mai lasciamo quelle,

E ci sarebbe il perderle discaro;

E con essa facciam nell’altrui pelle

Nascer le rose, ma ci costa caro,

Perché ciascun che in opera ci mette,

Mentre il serviamo, ci ha nelle garette.

Gli speroni


23. Vedete in quante foggie mi trasmuto

Prima son maschio, e vivo sotterrato,

Di nuovo nasco, e in femmina mi muto,

Poi tagliato a traverso e bastonato,

Maschio ritorno, e quindi ancor premuto

E fatto in polve, in femmina cangiato

Mi trovo, ed annegato e messo al foco

Ritorno maschio, e cangio habito e loco.

Il formento


24. Pria di mia madre nasco, né sì tosto

Son nato ch’io mi pongo per cammino

E dalla terra tanto mi discosto,

Che passo delle nubi ogni confino;

E d’una tal materia son composto,

Che non ho corpo, e pur qual pellegrino

Vagando vo’ pel mondo, notte e giorno,

E nel luogo ov’io nasco, mai non torno.

Il fumo


25. Son quasi di natura viperina,

Longa e sottile, e quando sono in ira,

Faccio tanto flagel, tanta ruina

Che impallidisco ogn’uno, che mi mira,

Sto nella grotta mia, sera e mattina,

Né vengo fuora s’altri non mi tira,

E fui di tal materia stabilita

Ch’io fo’ più danno nuda che vestita.

La spada


26. Hor son povera, hor ricca, hor dono e toglio,

Hor son scarsa alle genti, hor liberale,

A chi allegrezza porgo, a chi cordoglio,

Secondo ch’io mi sento hor bene, hor male,

E talhora patisco grande imbroglio

Vedendomi usurpar da tale e quale,

Ch’ogn’un, mentre son piena, mi desìa,

Quando son vuota, ogn’un mi getta via.

La borsa


27. Non son uccello e volo sì forte

Che di velocità trapasso il vento,

Ho le penne di dietro brevi e corte,

Con le quali tendo l’aria in un momento;

E dove calo, tristo quel ch’a sorte

Coglio, che non li giova olio né unguento,

perché dovunque vado e ov’unque stia,

Pe’l più mec’ho la morte in compagnia.

Lo strale


28. Non so parlar, pur le sciagure dico

De gli altri, e fo sentirmi in ogni lato.

E sempre è stato mio costume antico

Di non saper tener nulla celato,

Ed all’amico servo, ed al nemico

E in bocca a un mio fratel, ch’è disdentato

Mi ficco, e mentre del suo humor mi tingo,

Fo nero il bianco, e ‘l mio pensier dipingo.

La penna da scrivere


29. Hor piano, hor forte vo volgendo quanto

Mi fa bisogno, con gran gentilezza,

E nel volger ch’io faccio, rido e canto,

Tanto sento di ciò somma allegrezza,

Finita l’opra mia, tosto in un canto

La cosa ch’io volgeva, con destrezza

Ripongo, e poi per trarne buon costrutto

Di quel ch’io cavo m’ungo il muso tutto.

L’arrosto


30. In braccio, come figlio me lo toglio

E l’accarezzo, e tocco gentilmente,

E grida nel principio ch’io l’accoglio,

E fuora e dentro tutta si risente;

Ma in breve cessa, e cala il suo cordoglio,

quando la pancia grattar poi si sente

E accordandomi meco, ed io con lui,

Diam spasso ad altri, e ne pigliam per nui.

Il liuto


31. Ho denti e non ho bocca, e dove attacco

Il dente, tiro via quanto ne prendo,

Né giammai dalla cosa io mi distacco,

Fin che decisa e tronca non la rendo.

Ma se ben assai mangio, nulla insacco,

Che dal busto o dal corpo non dipendo:

Pur mangio quel ch’io voglio, o poco o assai,

Lo getto fuori e nol trangugio mai.

La sega


32. Molti fratelli in una casa siamo,

E le stanze si son ben compartite,

Che se ben siam vicin, non ci tocchiamo,

Né mai s’odono fra noi rumor né lite,

E quai ciclopi, un occhio solo abbiamo

E tutti gobbi siamo, hor che ne dite?

E dov’entriam, poniam tal confusione

Ch’ir’ al fin facciam gl’occhi alle persone.

I fagiuoli


33. Vuoi tu veder s’io son disgratiato,

Ch’ancora, ch’io non viva di rapina,

Nondimeno preso sono e son ficcato

Con il capo in un buco ogni mattina,

E così tutto il giorno sto attaccato,

Come s’io fussi un ladro, alla berlina,

E tanto si va dietro a questa festa,

Che bene spesso vi lascio la testa.

Il bottone


34. Oh, poverina me! Chi sa un barbiero

Che venghi a trarmi un dente che si scossa?

Non mi duol, non è buco, è tutto intiero,

Né so come tal cosa star si possa,

Che se nulla mi squasso (ahi caso fiero),

Mi dà ne’ labbri sì crudel percossa

Che cridar son forzata, onde la gente

Corre al romor, tantosto che mi sente.

La campana


35. Di zucca nasco, e pur zucca non sono,

Ed a la zucca alquanto m’assomiglio,

E senza lei a nascer non son buono,

Essendo ella mia madre, ed io suo figlio;

Vo in alto al par di lei, e in abbandono

Mando i miei rami, e dove abbraccio o piglio

Non lascio far che ‘l naturale humore

In me non manca, o dissecca e muore.

Il zuccon da friggere

36. Due sorelle noi siamo, ingorde tanto

Che ‘l dì di carne d’humana ci pasciamo,

E tutto il giorno stiamo piene in tanto

E poi la sera il tutto vomitiamo;

Come cavalli habbiam la briglia, e quanto

Essi talhor nel corso svelte siamo,

Ma poscia che noi siam ben fruste e dome,

Cangiamo stato, e per vecchiezza il nome.

Le scarpe


37. Ho la barba di carne, e bocca d’osso,

Corona porto, e nulla ho in mio dominio,

Manto di color vario tengo indosso,

Voce stridente e sguardo d’assassino,

Piedi di basilisco e ‘l petto rosso

Ardito e bravo come un paladino,

Astrologo, indovino, e quel che vale

Canto tanto del ben, quanto del male.

Il gallo


38. Qual’è quell’animal, donne mie care,

Il qual con voi dimora tuttavia,

E bene spesso vi dà da gridare,

Ben che buon per le case ed util sia?

E chi per nome proprio vuol chiamare

In cambio di venire, ei fugge via,

E se con altro nome gli fate motto,

S’allegra tutto, e corre a voi di botto.

Il gatto


39. Meritamente son stata attaccata

In coma d’un stangone a l’aria e al vento,

Che bene spesso inganno la brigata,

E le faccio lasciar l’oro e l’argento,

E ogn’un che passa par, quando mi guata,

Che tutto si rallegri, ma scontento

Spesso si parte, e ciò, se ben comprendo,

Vien che molto prometto, e poco attendo.

L’insegna de l’hosteria


40. Son l’istessa Discordia, che con discorde

Effetto e con soggetti assai diversi,

Col pigliar legni in man, col tirar corde,

Col formar voci strane, e varij versi,

Vengo a legar con animo concorde

Un’union’ di spirti dispersi,

Co’ quai porgo un contento, una dolcezza,

Che chi la gusta, ogn’altra cosa sprezza.

La musica


41. Ho spirto, e non ho corpo, ed ho possanza

Color, c’han copro e spirto, far tremare,

E dentro in ogni buco e in ogni stanza

(Benché gli usci sian chiusi) posso entrare.

Il mio potere ogni poter’ avanza,

E sopra il tutto il sa chi và per mare,

Che quando son’ irato, il mondo imbruna,

L’aria, la terra, il cielo e la fortuna.

Il vento


42. Siam due fratelli, che tre piè per uno

Habbiamo, uno di dietro, e due dinanti,

E collo e testa, ma di noi nessuno

Non è che spalle e braccia haver si vanti,

E siam di tal natura ciascheduno,

Che stiam nel fuoco senza doglie o pianti,

Anzi, quando più cresce il suo calore,

Più lieti stiamo, e habbiam più bel colore.

I coprifuochi


43. Udite questa, ch’è meravigliosa,

E poi indovinate, se sapete:

Andò un dì certa gente insidiosa,

per prender chi viveva in pace e quiete,

Ma scoperta la frode, ch’era ascosa,

Fuggiron questi in casa, ma attendete:

La casa fuggì fuor per i balconi,

Onde al fin quei meschin restar prigioni.

I pescatori quando pigliano il pesce


44. Son una zucca, e ogn’un mi chiama zucca,

Se ben forma di zucca non appare,

Egli è ben ver, ch’io passo ogn’altra zucca,

S’alcun mi sa in minestra accomodare,

Però, chi vuol gustar della mia zucca,

Facciasi innanzi, ma lo vuo’ avvisare:

Che in cambio di vivanda delicata,

Si troverà di grilli una panciata.

“La zucca” del Doni, libro capriccioso


45. Quattro sorelle siamo, che sovente

Ci corriam dietro, e mai non ci possiamo

Gionger, se ben andiam velocemente,

E ch’un’orma medesma seguitiamo;

E ancor che ‘l giorno tanto lievemente

Giriamo attorno, nondimen torniamo

La sera a star ein un albergo istesso

Né ci tocchiam, se ben ci stiamo appresso,

Le ruote del carro


46. Ho quattro corna a guisa di montone,

Le quali hor slongo, hor scorto al mio comando,

Né mai mi parto dalla mia magione,

E pur sovente vo pel mondo errando,

E sì mi piace la mia habitatione,

Ch’ovunque vado, il letto vo portando,

E se nel fuoco son gettata a sorte,

Canto, qual cigno, la mia dolce morte.

La lumaca


47. Io son un cavalier tanto gentile

E tanto gratioso di natura,

Che non è dama tanto signorile

Che non brami godermi oltra misura;

E nel suo bianco sen non tiene a vile

Nutrir mia stirpe, e haver di me gran cura,

Ond’io al fin poi per benefici tanti

L’adorno di pomposi e ricchi manti.

I cavalieri, ovvero vermi che fanno la seta


48. Imparate da me, donne mie care,

A garrir con le vostre superiori:

Anch’io fui donna, e tessere e filare

Sapevo, e di mill’altri bei lavori:

Ma con gli Dei volendomi uguagliare

Essi mi tramutar, per tali errori,

In un vile animale, ah che piacere

Che fila, ordisce e tesse col sedere.

Il ragno


49.Volo d’intorno, e pur senz’ale sono

Né son giostrante, e pur la lancia arresto,

Né in posta corro, e la cornetta suono,

Né grido forte, e pur chi dorme desto,

Né son barbiere, e pur ho gratie e dono

Di cavar sangue: hor, se sapere il resto

Brami dell’esserm io, se leggerai

Il verso primo, tutto saperai.

La zenzala


50. Vedete come scherza la natura

In far cose stupende e capricciose,

Io sono un animale il quale non fura,

Né faccio cose infami o scandalose,

Pur’ in una prigion horrenda e scura

Stanno le membra mie sempre nascose,

E mover un sol passo pur non posso,

Se meco la prigion non porto addosso.

La tartaruca ovvero testuggine


51. Di carne humana in questo mondo nasco,

E me ne vivo in selva folta e oscura,

E sol di carne mi nutrisco e pasco,

E bevo il sangue in vece d’acqua pura;

Ma perché spesso simil cibo intasco,

E perché troppo torno alla pastura,

Vengon diece fratelli alla spedita

E fra due ossi mi tolgon la vita.

Il pidocchio


52. Com’ho nome ogn’un brama di sapere

E com’ho nome il dico a tutti quanti,

Ma com’un lo sa, poi non può tacere

Che com’ho nome il dico in tutti i canti;

Hor com’ho nome il sai, ch’a più potere

Com’ho nome ti dico, hor fatti innanti,

Che com’ho nome già t’ho detto hormai,

E com’ho nome, dillo, se tu’l sai.

La città di Como in Lombardia


53. Mentre libero fui, lieto e contento,

Mai libero per nome fui chiamato,

Né so dove si cavi il fondamento,

Libero dirmi, poi ch’io son legato;

Pur se libero son, per quale intento

Mi fan star fra due porte ogn’hor serrato?

Quando, anchorchè del tutto apert’io sia

Non mi posso slegar, né scampar via.

Il libro


54. Ho coste e non ho corpo, e son fondato

Su una gamba magrissima e sottile,

Sopra la quale mi tengo aggirato

Qual ballarin destrissimo e gentile;

E dalle donne sono adoperato:

A tenermi fra lor non hanno a vile,

Ed elle a me son tanto grate e care

Ch’io mi lasso voltar com’a lor pare.

Il dipanatoio


55. Non son di carne, d’osso, né di stucco,

Né so dir di che materia io sia formata,

Se ben’ io non mi pasco d’altro succo

Che di dolce, e freschissima rugiata,

Mentre ch’io canto, fo tacere il cucco,

E tanto nella musica fondata

Son, ch’io trapasso il cigno e la sirena,

Ma per troppo cantar, m’apro in la schiena.

La cicala


56. Siam due fratelli, a un parto istesso nati,

E l’un di sopra stiam, l’altro di sotto,

E per servir altrui siamo voltati

Sossopra spesso, senza farci motto;

E fra noi stessi ci teniam cibati,

E quel c’ha in corpo l’un, l’altro di botto

Riceve, e ritornando a dar la volta,

Vomita quello, ei mangia un’altra volta.

L’orologio da polve


57. Ben ch’io sia nato di vil terra al mondo

Nondimen la natura m’ha dotato

Di tanta gratia, che non può giocondo

Esser colui che non mi tiene a lato;

Per me si gira il globo a tondo a tondo,

E si naviga il mare in ogni lato,

E chi me non ha seco in compagnia,

Vive scontento, e con malinconia.

Il denaro, ovver moneta


58. Di stracci vili, infame e dolorosa,

Battuta e pesta con varij accidenti,

Rinasco bianca, bella e gratiosa,

E in tanto pregio vengo tra i viventi,

Che non è al mondo sì nascosa cosa,

Che non mi sia scoperta dalle genti,

E come ambasciatrice vado attorno,

Senza saper parlar, la notte e ‘l giorno.

La carta da scrivere


59. Tra verdi prati e tra frondose valli

Tengo la stanza mia lieta e sicura,

A concorrenza faccio co’ cavalli,

A chi salta più forte alla verdura,

Non porto in dosso manti verdi o gialli,

Ma una sol veste, tenebrosa e scura,

E a guisa di sirena dolcemente

Cantando, faccio addormentar la gente.

Il grillo


60. Vorrei, amico mio, che tu mi dessi

La cosa che non tieni e che non hai,

E se in eterno al mondo tu vivessi,

Buon non saresti per haverla mai;

E se ‘l tutto sossopra rivolgessi,

Fa pur un tuo pensier, che mai l’havrai.

Hor se gli è vero il ben che tu mi vuoi,

Dammela, non tardar, perché tu puoi.

Una giovane, che domanda marito a un amico


61. Ho gli occhi nella pancia, e ‘l foco ardente

Nel ventre, ed ho la coda lunga un braccio,

E nelli letti altrui arditamente

Entro, e al messer e a la madonna piaccio,

Alla serva non gusto intieramente,

Che non vorrebbe haver simil impaccio,

Che se non vuol, che ‘l tutto abbruci o roda,

Convien star destra a tirarmi la coda.

Lo scaldaletto


62. Senz’ossa nacqui, e vivo in una grotta

E custodita son da’ miei parenti,

I quai tutti son d’osso, e vanno in frotta

E di numero passan più di venti;

Qual spada taglio, e faccio far tal’hotta

Mille contese e mille inconvenienti,

A chi non mi tien stretta e non m’affrena

Faccio sovente fracassar la schiena.

La lingua


63. So una mia cosa, la qual non è viva,

E se per sorte tu gli vai davanti

E se tu scrivi, parerà che scriva,

E se tu canti, parerà che canti,

E se teco t’affacci in prospettiva,

Ti dirà i tuoi difetti tutti quanti,

E se sdegnoso, gli homeri li volti,

Sparisce anch’ella, e torna se ti volti.

Lo specchio


64. Cammino sopra l’acqua, e non mi bagno,

E sopra il fango corro, e non m’imbratto,

E vado solo, senz’altro compagno

E tanto servo il savio, quanto il matto:

Corro in posta, né d’hoste mai mi lagno,

E mai ronzin né sella mai baratto,

Così girando vo’ sovente intorno,

E sempre son’ in sella al far del giorno.

Il sole


65. Figlia d’un vecchio son, canuto e bianco,

Qual, ben che per l’età mostri esser lento,

Veloce corre, ma si trova stanco,

E con la morte spesso a parlamento,

Partorisco un figliuol, qual tien al fianco

Lo Sdegno, la Menzogna e ‘l Tradimento,

Quai per pormi sotterra fanno ogn’opra,

Ma il padre mio m’aita e trahe di sopra.

La Verità, figlia del Tempo e madre dell’Odio


66. In mille strane forme mi tramuto,

Hor son regina, hor fante, hor serva, hor paggio,

Hor di stracci vestita, hor di velluto,

Hor del mio parlo, hor dell’altrui linguaggio,

Hor scopro un ignorante, hor un astuto,

Hor un pazzo solenne, hor un huomo saggio,

Così, con tante sorti di chimere,

Giovo a me stessa, e porgo altrui piacere.

La commedia


67. Regina detta son dal volgo errante,

E tanto son sprezzata, ch’è un stupore;

Chi volubil mi chiama, chi inconstante,

Chi pazza, chi sleale e senz’amore,

Chi cieca, chi balorda, e chi ignorante,

Chi crudel, chi malvagia a tutte l’hore,

Però tutta sdegnosa alla scoperta,

Talhor più dono a quel che manco merta.

La fortuna


68. Qual è colei così bramata in terra,

E desiata da tutte le genti,

E pur son partorita dalla guerra,

Dalle discordie, e dagli abbattimenti,

E fin che ‘l mondo dura in rissa e in guerra,

E che regnan l’insidie e i tradimenti,

Ella nascosta sta, ma quella estinta

Torna di palme a noi ornata e cinta.

La pace


69. Io son colei che ‘l mondo affligge e turba,

E gli stati sossopra volgo e i regni,

E che la popolare e la vil turba

Empio d’insidie, di rancori e sdegni,

L’aspetto mio discomoda e conturba

Spesso signori e prencipi più degni,

E dove pongo il piè, tristo quel loco,

Che tosto il tutto mando a sangue e foco.

La guerra


70. Fratel de la Virtù, della Vittoria

Compagno, e d’honestade unico figlio,

Mia custode è la Fama, e dalla Gloria

Nutrito, e assai più d’aquila o smeriglio

In alto volo, e in cronica e in historia

Son posta, e quella casa è in gran periglio

Ove non sono, e ove non pongo il piede

Infamia e dishonor sempre si vede.

L’honore


71. Donne, se voi sapete indovinare

Questo ch’io dico, vi voglio arricchire:

Io sto con voi a bere ed a mangiare,

In sala, in loggia, a tessere e cucire,

Né mai da voi mi posso discostare,

E sempre pronto son per voi servire,

E di me tanta cura sol tenete

Che s’un vi chiama, voi gli rispondete.

Il nome


72. Donna, fatemi honore, habbiate gl’occhi

A non mi disprezzare, o havermi a schivo,

Perché cosa non è che più vi tocchi

Di me, né che vi prema più sul vivo,

E ancorché i fatti vostri spesso adocchi,

Per questo non gli noto, e non gli scrivo,

Anzi, son diligente oltre misura,

Nel coprir ei difetti di Natura.

La camicia


73. State sentir, signor, sta bella cosa:

Un animal che nasce e non so dove

Vien fra noi ad habitar, quando la rosa

Tutta ridente verso il ciel si move;

Qual va di notte, e perché gir non osa

Per quelle strade, a lei mal note e nuove,

Di portar seco un torcio ha per costume,

Per fare a gli altri ed a se stesso lume.

La lucciola


74. Di quella cosa ch’a ciascuno avanza,

E che nel mondo n’è tanta dovitia,

Vivo, e ben che ne sia grande abbondanza,

Nondimen tengo in me tant’avaritia

Ch’appena tanto che mi dia sostanza

Ne mangio, onde pien d’otio e di pigritia

Al mondo vivo, e tanto in odio a tutti

Son, che mi tran de’ sassi infino i putti.

Il botto, ovver rospo


75. Ho le corna nel naso, e qual soldato

Sovente porto il corsaletto indosso,

Le manopole in mano, e quand’irato

Mi trovo, fo del male il più che posso;

Ho l’ossa fuor del corpo, e sto celato

Nelle grotte, ed ho l’acqua sott’e addosso,

E quando vado in quella parte o in questa

Giongo pria col seder che con la resta.

Il gambaro


76. Io son regina, e porto il manto d’oro,

E tanto piena son di gentilezza,

Che di fiori mi pasco in bel decoro,

E ne tro’ succo di molta dolcezza;

Fedelmente il mio re servo ed honoro,

E quando gir non può per la vecchiezza,

Su gl’homeri lo porto, e s’egli muore

Nol lascio fino al nuovo successore.

L’ape


77. Ossa non tengo, nervi né budella,

Né piè, né gambe, né spalle né testa,

Né manco ho vista, udito né favella,

E vado errando in quella parte e in questa,

Pur son sì fiera, e di pietà rubella

Che di sangue mi pasco alla foresta,

E tanto nella pancia me n’insacco,

Che fin ch’io crepo mai non mi distacco.

La sanguisuga


78. Io sono al mondo tanto sventurato,

Che quasi non vorrei esser nasciuto,

Poiché, misero me, son bastonato

In vita e in morte ogn’hor pesto e battuto;

Pur tanta contentezza ho in simil stato,

Ch’io fo tacer la cetra ed il liuto,

E mentre ch’un mi batte e mi martella,

Col ferro altri si foran le budella.

Il tamburo


79. Mirate, che gentile innamorato,

Il qual fà il Ganimede e ‘l Pulidoro,

E più bello si tiene, e più garbato

Di Narciso, d’Adone e di Medoro;

E poi, quando d’intorno ha ben girato,

Con le calce d’argento e ‘l manto d’oro

Al fin poi si riduce, oh che vergogna,

A riposarsi sopra una carogna.

Il moscon de l’ali d’oro


80. Udite, donne, se quest’è galante:

Una femmina v’è, che tant’amore

E tanta affettion porta al suo amante,

E tant’ è accesa di soverchio ardore

Che quando a lei s’aggiunge, in un istante

Gli mangia il capo, ond’ei languendo more,

Ed ella al fin per tal diletto poi

Crepa nel partorire i figli suoi.

La vipera


81. Qual’è quall’animal che nell’Egitto

Si trova, c’ha sì forte e dura scorza

Che né spada né stocco in essa fitto

Esser non può, né fatto alcuna forza;

Senza lingua si trova, ed ha in dispetto

Veder l’huom vivo, ond’a morir lo sforza,

Poi di tal crudeltà pentito intanto

Sopra gli piange, ma a che gli giova il pianto?

Il coccodrillo


82. Femmina sono, e mai non vengo al mondo

Se non per far del male e farvi danno,

E quando l'huom più crede esser giocondo,

Allora io lo pongo in grave affanno,

Per me s’oscura della luna il tondo,

E di Febo i bei raggi ascosi stanno,

E fin ch’io non ritorno a le mie grotte,

Par proprio il giorno tenebrosa notte.

La nebbia


83. Udite questa: io mi ritrovo in Fermo,

(Oh, nova meraviglia) e pur son sano,

E rido, e canto, e ballo, e sono in Fermo,

E mangio, e bevo, e ogn’un mi tien per sano,

E tanto mi compiaccio a stare in Fermo,

Ch’altro non bramo: hor, chi vuol viver sano

In Fermo si ritrovi, ch’io confermo

Ch’egl’è una sana cosa a star in Fermo.

Uno, che si ritrova in Fermo, città della Marca


84. Siam ventitre sorelle, quali habbiamo

Fra tutte, quante scienze haver si puote,

E insieme unite il mondo governiamo,

Ma separate, siam di gratia vuote,

Però, quando congiunte insieme stiamo,

Meglio assai proferiam le nostre note,

E risonar facciamo in dolci accenti

La gloria nostra fra tutte le genti.

Le lettere dell’alfabeto


85. Molti fratelli siamo, che ‘l coppiero

Ci facciamo l’un l’altro nobilmente,

E senz’adoprar tazza né bicchiero

Da bere ci porgiam garbatamente,

Ma da una volta all’altra, a dire il vero,

Stiam tanto a bere, che la sete ardente

Causa tal confusion, a dirlo in breve,

Che quel ch’orina l’un, l’altro lo beve.

I coppi della casa


86. Di gran legnaggio siamo, e grand’altura,

Nate tra selve ed ombre amene e grate,

Ma da rustiche mani (oh che sciagura)

E piedi, e braccia e man ci son tagliate,

E tratte in terra (ahi, misere) con dura

Pena ugualmente siam strette e legate.

Poi, senz’haver errato di niente,

Hor l’una hor l’altra è data al foco ardente.

Le fascine


87. Piè di serpente e volto di donzella,

Il coltel sotto, in bocca manna e miele,

Presenza vaga, gratiosa e bella,

Cor velenoso, pien d’assentio e fiele,

Riso gentil, dolcissima favella,

Animo falso, perfido e crudele,

Chi questa sia, voi donne lo direte,

Ch’ascosa sotto spesso la tenete.

La fraude


88. Molti soldati siam, che sempre stiamo

Suso l’entrata di una grotta oscura;

E una nostra sorella in guardia habbiamo,

Qual taglia, punge e morde oltra misura:

Né mai di quella uscir la lasciamo,

Perché se così chiusa fà paura,

E mette rissa e guerra in più d’un loco,

Porrebbe, uscendo, il mondo in fiamma e foco.

I denti


89. Chi è questa bestia che tanto estolle

Il capo, che le nubi par che passi?

Ed è sì altera, ch’altro mai non volle

Lodar, se non quel che da lei sol fassi;

E non s’avvede (tanto è sciocca e folle)

Ch’ogn’un l’ha in odio, e quant’alzar più vassi,

tanto è più vile, che ‘l suo gonfiamento

Altro al fine non è che fumo e vento.

L’ambitione


90. Ho cent’occhi, com’Argo, e nulla veggo,

E non ho rogna, e spesso son grattata,

E fo servitio a tutti, e non avveggio,

Ch’io resto frustra, e tutta consumata,

Ho forma di scabello, ovver di seggio,

E prendo il nome mio dall’esser grata,

Ma perché gl’altrui fatti non adocchi,

Spesso di cascio e pan mi chiudon gl’occhi.

La grattugia


91. Ho piede, e non ho gambe, e non ho schiena,

Ed ho la pancia, ho collo e non ho testa,

Ho bocca, non ho naso, e non ho vena,

E tengo il sangue, e mia natura è questa,

Di sempre comparir a pranso e a cena,

E dov’io son, v’è gioia manifesta,

Ma tanto fragil son, per mia natura,

Ch’ogni cosa m’offende e fa paura.

Il boccal del vino


92. Io son nel mio pensier sì ferma e soda,

E nella mia sincera opinione,

Che non occor ch’io studi, pensi ed oda

Altra scienza, che quella che propone

Il genio mio, qual vuol che sol mi goda

Del parer mio, non dell’altrui ragione;

E di questo m’appago, e mi contento,

Né cedere ad altrui giammai consento.

L’ostinatione


93. Guardo con gli occhi tuoi, e nulla veggio

E tu vedi ogni cosa con gli miei,

E per te mi do spasso, e mi vagheggio,

E vado ove da me gir non potrei;

E mentre tu vaneggi, ed io vaneggio,

E incognito ti rendo ovunque sei,

E tal pazzie sott’il mio aspetto fai,

Che senza me non le faresti mai.

La maschera


94. Vedete s’io son pazzo da legare,

Ch’ancor ch’io sappia ch’io non faccio nulla,

Non però resto, né posso restare

D’affaticarmi, sì ’l cervel mi frulla,

E giorno e notte mi sto a lambiccare

Il capo, e ognun di me pur si trastulla,

Così, mentre in tal opra mi consumo,

Tingomi il viso, e pascomi di fumo.

L’alchimista


95. Donne mie care, s’io vi son fedele

Deh, non pigliate il mio dolore a gioco:

Ho nel ventre un figliuol tanto crudele

Che ‘l sangue mio si beve a poco a poco,

Né formar posso pianti, né querele,

Ché nella lingua porto acceso il foco,

E perhé il sangue ogn’hor mi cava e fugge,

Anch’ei nel fuoco si consuma e strugge.

La lucerna dell’olio


96. Entro nel largo, ed esco per lo stretto,

E benché picciol sia per mia natura,

S’alcun mi dà nel naso, io gli prometto

Che farò risentirlo oltra misura;

La madre mia mi tien serrato e stretto,

Sapendo quanto val la mia bravura,

Né fuor mi lascia uscir, tant’è ostinata,

Se pria da chi mi vuol non è bussata.

Il pepe, la bussola o la peparola


97. Ditemi voi, qual’è quel barilotto

Che due sorti di vino in sé ritiene:

Di sopra il bianco sta, l’altro di sotto;

Né l’un con l’altro a mescolar si viene,

A tanto all’ignorante, quanto al dotto

Piace, e ristora il sangue nelle vene,

E fà l’huomo restar lieto e tranquillo,

Ma in un sol fiato si vuota il barillo.

L’ovo


98. Con destrezza io toglio, e poscia quando

Voglio dar spasso al braccio ed alla mano,

Di vento il cibo, e lo vado ingrossando,

Tal che vien sodo, ond’era fiacco e vano;

Poi d’allegrezza se ne va saltando,

E stride, e fà sentirsi da lontano

E quanto più percuote il duro smalto,

Tanto più verso il ciel fà maggior salto.

Il pallone


99. Che cosa è quella manco alto d’un gallo

Qual è sì forte e sì dura di schiena

Che porta tanto quanto fà un cavallo,

Da la mattina fino ad hor di cena,

E và in piazza, in mercato, in festa e in ballo

E cinque dita è larga, e lunga a pena

Una spanna, e ogni donna per natura

La calca e preme e vi và su sicura.

La pianella


100. Se ben son gobbo e storto a chi pon cura.

A le genti però son caro e grato

Ed ho questa virtù per mia natura:

Ch’io mi faccio sentir in ogni lato.

Ma chi di me si serve habbia ben cura

Che sul più bello non gli manchi il fiato,

E le mani adoprar con gentilezza,

Se vuol di me gustar qualche allegrezza.

Il cornetto

SONETTO PRIMO


In enigma


Indovini chi sa, so una mia cosa,

Ch’al fin di legno e da i lati le spondi,

O vogliam dir le ripe, come il fondi,

Là dove un tempo ogni fanciul riposa.


Oh, oh, che gran zannata, oh che gran cosa

Da indovinar; tu, mio compar, rispondi

Che gli è la nave c’ha i fondi e le spondi,

Ovver perch’a le ripe gli è la fossa.


No, no, fa sparaman, va, impara ancora

Due capi, e quattro piè, di rar son priva,

Di tanti human, di veste che m’honora.


Tengo nel ventre mio un’alma viva

Che se non ballo, grida, e smania ogn’hora,

Che mai sentisti cosa più cattiva:


A tal, ch’un’altra viva

Bisogna per quietarla (essend’io morta)

Lo sbalzi quasi sempre, e lo conforta

La cunna de’ fanciulli



SONETTO SECONDO

In enigma


Com’è possibil ch’io si picciol sia

E ch’io somigli al mondo ch’è si grando?

Egli è pur ver che fuor dal corpo mando

Un certo suon, ma senza melodia.


Ma se per sorte sono in compagnia

D’altri miei pari, addosso a l’huomo, quando

A un certo tempo, oh oh, mi raccomando,

Gli faccio far all’hor qualche pazzia.


Ho occhi e bocca grande, ed una figlia

Nel ventre ascosa, e con miei lacci prende

Gli uccelli per i piedi e per l’artiglia.


L’huomo che è senza me chiar si comprende

C’huomo non è, se ben a un huom simiglia,

Che così vuol la legge, e così intende:


Oh che parole horrende

Odi compar, non ti grattar la rogna,

Che cipolla non son, aglio o scalogna.


Io so che ti vergogna,

Ch’io t’ho detto chi son, e tu pur vai

Cercando chi mi sia, e addosso m’hai.

Il sonaglio


SONETTO TERZO

In enigma


Nasco ne’ boschi e nelle selve ombrose,

Maschio però, ma in le città mutata

In femmina mi trovo, e sto voltata

Spesso col piede in su, col capo in giuso.


Nutriscomi d’un cibo sì odoroso

Che fà l’huomo impazzir più d’una fiata,

Dal capo a piè son tutta circondata

Di quel ch’a letto metter suol le spose.


Le braccia ho in forza d’arco, e con tal zergo

Salto sopra le spalle a certe genti

E gli do del mio piè dietro al suo tergo.


Gli faccio andar cortesi a passi lenti,

Carichi in questo e in quell’altro albergo

Con l’armi in man, a guisa di serpenti.


Ho bocca, e non ho denti,

E un capo vivo a mezzo il ventre mio,

Le gambe sovra i piè, son vostro, a Dio.

La brenta


SONETTO QUARTO

In enigma


Niun è, né fu, che mai m’habbia veduto

Se ben come ch’io sia s’ha alcun pensato

Sa sol Iddio chi son, come son fatto

Egli lo sa perché conosce il tutto.


Gli è ver, s’io son, che non son sordo o muto,

Pien di terrore e di spavento affatto,

Ma per il più non son, ch’io son disfatto

E guai al mondo, quando in me mi muto.


La madre e ‘l figlio al petto si ristringe,

E treman, s’io mi movo, ed io ancor tremo,

E tremar fo’ chi vede e che non sente.


Qual’è quell’altier cor, che se non finge

Non si spaventi, o in un tempo medesmo

Non chiami aiuto a Dio pietosamente.


Nel muover, a chi mi sente,

Un gelato sudor, un’agonia,

Gli pongo al cor, ch’ei trema tuttavia.

Il terremoto


SONETTO QUINTO

In enigma


Esco dal bosco come animalaccio,

Ho quattro piedi, né ho capo né spalle,

M’orno di vesti nere, rosse e gialle,

Ed ho per ogni piede ancor’ un braccio.


Gl’huomini uccello, senza rete o laccio,

Quando condotti al fin d’ogni lor male

Perché pongo il suo corpo entro ‘l mio tale

Che nulla stringo, e tutto ‘l mondo abbraccio.


E di ragione e di pietade spenta,

Spesso a i genitor miei, qualunque sia,

Gli conduco in prigion, se fusser trenta.


Io ho un fratel, che gli conduce al quia,

Ed una mia sorella gli addormenta,

Ed io per l’aria te li porto via.


E ne l’andar per via,

Ogn’uno che m’incontra sì m’honora

E chi è in casa sua esce di fuora.


Perché io sono all’hora

Con torci accesi, e con trionfi tanti

Accompagnato con diversi canti.

Il cataletto


SONETTO SESTO

In enigma


Il padre e la mia madre ed io sua figlia

Siamo sì difformi l’un da l’altro quanto

E’ l’asino dal bove, o altro tanto

Ch’è dalla rosa bianca alla vermiglia.


Gran cosa è questa in ver, gran maraviglia,

Ch’io non so qual, cercando in ogni canto,

Animal sia com’io, che tutto o alquanto

O al padre o alla sua specie non somiglia;


Sola son’io ch’in nomi, in ciera, in fatto

Da i ver miei genitori son differente,

A tal, che ‘l gener mio è bastardato.


Mentre son bella, giovane e possente

Da persone di grado, honore e stato

Io son tenuta riverentemente,


Se vecchia, certa gente

Andar mi fan per acqua a più non posso,

Ovver con qualche peso sempre addosso.

La mula


SONETTO SETTIMO

In enigma


Qual Tiresia fui maschio, e tre elementi

Femmina poi m’ha fatto, e vuol mia sorte

Ch’io sia così per fin vicino a morte,

Se ben toccaste ogn’hor quei due serpenti.


Vuol natura ch’io morda, e non ho denti,

Ma d’armi da difesa assai son forte,

Le gambe mie da femmna son torte,

Da maschio dritte, e inutili a le genti.


Le chiome ho lunghe assai più di mio padre,

Più volte nacqui, e a viva forza fui

Già tratto fuor del ventre di mia madre.


S’ingrossa il ventre mio nel ventre altrui,

Partorisco, s’io invecchio, e le leggiadre

Membra muto, e di lei divengo lui.


E una tal volta dui

Mi faccio di color, dal mio diverso

E all’hor vi piace il lungo ed il traverso.


Il fine degli enigmi della prima

notte sollazzevole.


(segue il testo della seconda notte, corrispondente al testo da noi identificato come D.2

De gli enimmi del Croce parte seconda...” e quindi prosegue con altri sette sonetti “in enigma” e un’ottava, di cui diamo il testo di seguito)



SONETTO PRIMO

In enigma


Parlo, e lingua non ho, bocca né gola,

Benché già l’hebbi, e son di vita spento:

E quando io vissi, ed ebbi sentimento,

Giamai non seppi dire una parola.


E tutto quel ch’io dico, o vero o fola,

Ti saprò dir, sei volte, dieci e cento:

E ciò ch’io dico, sempre mi rammento,

Che la memoria il tempo non m’invola.


Ho spesso nome anch’io d’un huomo vero,

Quasi ch’io fossi vivo in corpo humano,

Come sarebbe a dir Martino o Piero.


Già stetti in servitù d’alcun villano,

Hor liber son’, e ‘n faccia bianco e nero

Vestito di legname, habito strano:


Fammi tu chiaro e piano,

Lettor, ch’io sia, che la risposta aspetto:

Lo dovresti saper, ch’io te l’ho detto.

Il libro


SONETTO SECONDO

In Enigma


Morto son’io, com’ogn’un tocca e vede,

Ed ho anima e spirto e mi lamento,

Quando alcun mi percote e nulla sento,

E del mio spirto il gemito procede.


Io vissi un tempo, e mentre il ciel mi diede

Vita, hebbi per cibo e nutrimento

Herbe selvagge, hor sol d’un elemento

Mi pasco, e corro senza gamba o piede.


Ale non ho, e vo’ per aria spesso,

A’ giovani son grato, e d’essi alcuno

Non si ritrova, che mi voglia appresso.


Anzi tra lor resto d’honor digiuno,

Chi men mi scaccia, com’io fossi espresso,

E capital nemico di ciascuno.


Io devrei ben di bruno

E son vestito di bianco colore,

E m’hai forse percosso tu, lettore.

Il pallone


SONETTO TERZO

In enigma


Battimi pur, che mi fai poco impaccio,

Che già mi dolser più quattro sferzate,

Ch’adesso non mi fan mille bastonate,

Ben ch’io tacessi allhora ed hor non taccio.


Come havevo già, hor non ho mostaccio,

Né faccio co’ miei piedi più pedate,

Ma son portato innanzi le brigate,

Tirato con assai, non con un laccio.


Bench’io non pianga, s’altri mi percote,

Io meno allegramente altrui alla morte,

Talmente, ch’a morir non si sparagna.


E più stommi fra gente d’Alemagna

E piaccio a’ putti sì che se per forte

M’hanno, mi bussan tramendue le gote.


Queste son cose note

Ch’io son infelice quanto si può dire,

Ch’io nacqui, vissi, e morij per patire.

Il tamburo



SONETTO QUARTO

In enigma


Un animale in ogni parte nasce,

Nudo, senza capei, senz’occhi e pelo,

Al caldo amico, ed inimico al gielo,

Che mentr’ è in vita, nullo cibo pasce.


Estinto l’uno, all’hor l’altro rinasce,

Né forza di parola o opra del cielo

Il crea, ma natural proprio hanelo

Lo forma, e no ‘l nodrisce in culla o in fasce.


Tra amene valli, e tra bagnate herbette

Spesso riposa, e se pur vien cacciato,

Potendo, ivi ritorna, ivi si mette.


Felice è il nascer suo, benigno il Fato,

E benchè morte ogni piaga dismette,

Vorria talhor seco cangiar mio stato.


Lettor, se ti fia grato

L’enigma, e saper vuoi quel che vi sia,

Rimira il fronte della donna mia.

Il sospiro


SONETTO QUINTO

In enigma


Duo gran signor, fratelli a un parto nati,

Con le lor mogli, e servi in compagnia,

Saran condotti presto in Lombardia,

Per combatter, ch’a tale eran creati.


L’un bianco vestirassi i suoi soldati,

Quell’altro nero, e con lor fanteria

Cavalli e fanti, piglieran la via

Ed entreran, senz’ordin ne i steccati.


Ove tutti sien posti in ordinanza

Da’ suoi governatori, ogn’un seguendo

La loro insegna, armati alla leggiera.


Chi quà, chi là, chi su, chi giù scorrendo,

Quivi faranno aspra battaglia e fiera,

Chi fuggirà, chi lascerà la stanza;


E durerà la danza

Gran pezzo, poscia un huomo sberrettato

Brutto, che par’ il diavol scatenato,

In guerra esperto e usato,

Il suo nemico getterà per terra

Con arte e ingegno, e finirà la guerra.

Il gioco degli scacchi


SONETTO SESTO

In enigma


S’astrologo tu fosti, io so ben certo

Che sapresti ch’io son senza fatica,

Però che mia natura è sempre amica

All’altre cose, come ti sia aperto;


Donna son’ io, pe’l cui valor e merto

Lasciando l’huom questa, che par si dica

Da tutti madre universale, antica,

C’ha di gir alto il comodo scoperto.


Di tre sostanze al mondo mi ritrovo

E son solo una cosa, ma più immobile,

Che fermo scoglio sono, e pur mi movo.


Ad amanti, architetti, molto giovo,

E mi vedi ogni dì, lettor mio nobile,

Né v’è alcun a cui sia l’esser mio novo,


E nel mio libro trovo

Che converrà che molto tu stroluchi

E indovinarmi, innanzi che tu manduchi.

La scala


SONETTO SETTIMO

In enigma


Non son’ augello, e non son d’ale privo,

Pesce non sono, e spesso uso nuotare

Per tuo servitio, in fiume, in lago e in mare,

Ho spesso anima in corpo e non son vivo.


Mio padre è il sole, ed ha mia madre a schivo,

Più di me necessarie a l’huomo rare

Son cose al mondo, e non soglio habitare

Dentro case né tetti, ma subdivo.


Con ale e gambe ancor vo’ molti passi,

Gran tempo già fra’ monti e boschi fui,

Hor sol habito in luoghi humidi e bassi.


Io non ho vita, e son vita altrui,

E benché mi nudrir già monti e sassi,

Mi son nemici, ed io gli odio ambidui;


Hor che direte vui,

Non son gal né gallina, ed ho la cresta

E la mia coda è tal, come la testa.

La nave


Madonna, hor qui tra voi giace una cosa

Che non è qui, che parte e non si move,

Anzi è partita, e non è gita altrove,

Indovinate voi questa mia cosa.



L’ottava in enigma


Un senza padre, e senza madre nasce,

Intendi ben, lettor, quel ch’io ti scrivo:

Questi del sangue altrui si vive e pasce,

Né altra cosa al mondo lo tien vivo;

Un suo nemico altronde poi rinasce,

Che muore per costui, di vita privo,

E se gli avvien che ‘l morto il vivo tocchi,

Convien che ‘l vivo al fin morto trabocchi

Le piattole


Il fine degli enigmi della seconda

notte sollazzevole