I FRESCHI

DELLA VILLA

DOVE SI CONTENGONO


Barzellette, canzoni, sdruccioli, disperate, grot-

tesche, bischicci, pedantesche, indovinelli,

serenate, sonetti, gratianate, sestine,

ed in ultimo un echo molto galante.


Tutte cose piacevoli

BISCHICCHIO GALANTE

IN BARZELLETTA


Udite, donne,

Il grave danno

E ‘l duolo amaro

Che mi die’ Amore

Il primo tratto

Ch’egli mi trette

Con quel suo ferro

Che fere e fora.


Io stavo in villa,

Presso una valle,

Piena di rose,

In canto e in riso,

Tutto giocondo,

Lieto giocando,

Dandomi spasso

Fra l’ombre spesse


Fra chiare linfe,

Che d’acque lanfe

Han grato odore.

Stavo ad udire

Pe’ dolci colli,

E verdi calli,

D’uccelli il canto,

Com’io vi conto.


E mentre intanto,

Io stavo intento

Per quelle frasche,

Godendo il fresco

D’una dolce aura,

Qual, mercè d’Euro,

Spirava intorno

Con gaudio interno,


Ecco una figlia

Per quelle foglie

Veloce passa,

Né so se possa,

In tola o in tela,

Bellezza tale

Pinger man dotta

Com’è la detta.


Il suo bel viso

Pareva un vaso

Di bei giacinti,

Ch’in foggie cento

Mi punse il core,

Ond’ogni cura

Posi con fretta

Cavarne il frutto.


E per quel piano,

Del suo amor pieno,

Tosto mi metto

Senza far motto,

Seguendo l’orme,

Per quei luoghi ermi,

Di quella dama

Che ‘l cor mi doma.


Lei, dopo un faggio

In strana foggia,

Hor dopo un pino

Per darmi pena,

Hor dopo un olmo

Per tormi l’alma,

Hor dopo un pero

Per far, ch’io pera,


Si gìa ponendo,

Acciò penando

Dietro gli andasse

Al fin m’indusse

Appresso un monte.

Io levo il mento,

E vedo ch’ella

Correndo calla


Giù per un’erta,

Vicino a un orto,

Per un viale

Pien di viole,

E qui si ferma,

Con bella forma,

D’un poggio al basso

Dov’era un busso.


Ond’io, tutt’arso,

A guisa d’orso

Corro affannato,

Quasi finito,

E forte crido:

“Fermati, cruda!

Né mi dar morte

Perché nol merto.


Sappi ch’io t’amo,

Né v’è al mondo huomo

Di me più fido,

E ne fà fede

Il mio languire,

E ‘l gran languore

Ch’al petto porto,

Né mai si parte.


Io, pien d’ardore,

Ho preso ardire

Senz’altra guida

Entrar nel guado

Di questo mare

Ove si more,

Per trarre a proda

Sì cara preda.


Però, mia vita,

Non far che vuota

Sia la mia speme,

Né vada in spuma;

Ma porgi homai

A tanti homei

Qualche conforto,

Se vuoi confarti.”


A questo dire

Non volse dare

Risposta alcuna,

Ma chiama il cane

E me l’attizza.

Io gli tro’ un tozzo

Ed ei lo piglia

E va a la paglia.


Ond’io di nuovo

A lei, che neve

Proprio parea,

Tosto parai

Un nuovo assalto,

Ma fui assolto,

Ch’ella, in un butto,

Sparve di botto,


E in una fratta

Cacciosi in fretta,

Tal ch’io la persi,

Onde mi parse

Di restar morto,

E sotto un mirto

Del mio sol orbo

Caddi ne l’herba.


E senza il lume,

Che ‘l cor mi lima,

Rimasi, ahi lasso,

Rodendo l’osso

Di rabbia e d’ira.

Così fin’hora

D’ombra mi pasco,

E in aria pesco.


E più non spero

S’Amor non spira

Dentro il suo petto,

D’haverne patto,

Né tregua seco,

Né trarne suco,

Né gir più oltre,

S’io non vegg’altro.


Hor, donne mie,

S’avvien che mai

Torni colei,

Dite colui

Ch’amor ti porta,

E’ a strano porto,

Per i gran lutti

Ch’in lui fan letto.


E fate fede,

Com’io son fido,

E ch’io la bramo

Sì al freddo bruma

Come d’agosto,

Perché il mio gusto

Sta in quella fronte

Che ‘l cor m’ha franto.


E in quella chioma,

Ch’ogn’hor mi chiama

A nova impresa,

E in rima e in prosa

Vuol che ‘l mio stile

Ad ogni stuolo

Mandi sue lodi

Ad ogni lido.


E perch’io moro,

Né lei mi mira,

Altro non posso

A questo passo,

Perché son spento,

E spinto e spanto

Come la lasca,

C’ha preso l’esca.


Restate, Amanti,

E ne la mente

Portate fisso

Come a la fossa

Ahi, sorte cruda,

Chi sia che ‘l creda?

Hoggi ne vado,

Come ogn’un vede.


E a’ vermi esposto

Sarò per pasto,

Per donna ria,

I cui bei rai

Portano il vanto

Anzi, han pur vinto

Quelli di Delia,

Per più mia dolia.


Ecco ch’io spiro,

E più non spero

Di stare al mondo,

E a Pluto mando

L’alma infelice,

Ch’Amor fallace

Con tanti stenti

Hoggi m’ha estinto.


Barzelletta piacevole


L’altra sera, da quest’hora,

Me n’andai così in giuppon,

A mirar la mia signora,

E la vidi ad un balcon

Dirindon don don

Dirindon don don


E così la salutai,

E gli feci un reppetton,

Ella disse: “Dove vai

Da quest’hora, bel garzon?”

Dirindon don don

Dirindon don don


Le risposi: “Io son venuto

Vita mia, su sto canton

Per cantarvi nel liuto

Se vi piace, una canzon.”

Dirindon don don

Dirindon don don.


“Io l’havrò per gran favore”,

Disse lei con bel sermon,

“E la gioia sia maggiore

Sendo al canto aggiunto il suon.”

Dirindon don don

Dirindon don don.


All’hor io al primo motto

Accordai il chitarron,

E cantai un bel strambotto

Con soave e dolce ton.

Dirindon don don

Dirindon don don.


Ella mi gettò un bel fiore,

Da star su dal suo veron,

Poi mi disse: “Caro amore,

Tutta tua, né d’altri son”.

Dirindon don don

Dirindon don don.


Onde son tanto contento

Per quel vago e nobil don,

Che servirla ogn’hor consento,

A ogni tempo, ogni stagion.

Dirindon don don

Dirindon don don.


Sestine piacevoli sopra amore, le mosche ecc.


Sei cose mi fan guerra, e prima Amore,

Seconda, il vago aspetto di madonna,

Terza le crude e insidiose mosche,

Quarta, l’ardente e inestinguibil sete,

Quinta, il noioso e insopportabil caldo,

Sesta, il pigro, otioso, e grave sonno.


Ma non sì tosto m percuote il sonno,

Ch’innanzi a gli occhi m’apparisce Amore,

E ‘l cor m’incita di soverchia sete

Di godere il bel viso di madonna,

E mente in quel pensier’ ho il petto caldo,

Tosto mi sveglian l’importune mosche.


Deh, maledette sian quest’empie mosche,

Le quai mi turban sì soave sonno,

E danco il temo, che mi fà tal caldo,

Quando più lieto mi si mostra Amore,

Ch’in sogno ancor non posso tanta sete

Estinguer nel bel volto di madonna.


Quante volte havrei scritto di madonna

I sommi pregi, se le crude mosche

E la secca stagion, che mi fa sete,

Col peso, stanco ed aggravato sonno

M’havessero lasciato per lo caldo

Sfogar in parte il bel pensier d’Amore.


Deh, tu, s’hai punto di possanza, Amore,

Come mostri ne gli occhi di madonna,

Avventa i strali tuoi a queste mosche,

O con la face tua fagli tal caldo

Che l’addormenti in sempiterno sonno,

U’ non sentin mai più fame né sete.


Oh, s’una volta posso tanta sete

Trarmi, che mi sia propritio Amore,

Che con gli occhi svegliati, e non col sonno

Possa gioire, insieme con madonna,

Sfogarò in modo l’amoroso caldo,

Ch’altre punture udransi, che d’Amore.


Ma sì m’infestan la sete e le mosche,

Per questo estremo caldo, che d’Amore

Mi scordo, e di Madonna, e sempre ho sonno.


Sopra una vecchia fastidiosa


Tosto che la vecchiezza s’avvicina,

Si perde ogni dolcezza, ogni sapore,

E si disprezzan quei che fan l’amore.


Il sangue si raffredda ne le vene,

Cascan le guancie, e perdesi il colore,

E si disprezzan quei che fan l’amore.


Scordasi la memoria del passato,

Onde sempre si grida e fà rumore,

E si disprezzan quei che fan l’amore.


Così fa questa vecchia fastidiosa,

Poi ch’ella è frusta, e non ha più vigore,

Ella disprezza quei che fan l’amore.


Cerca di disprezzar gli altrui contenti,

Che più nissun piacer gusta nel core,

E sol disprezza quei che fan l’amore.


Ma fà quanto tu sai, vecchia assassina,

Ch’al tuo dispetto havrò tanto favore,

Ch’io corrò il frutto del mio fido amore.


Maggio, apportatore dell’allegrezze e principio

dell’estate.


Maggio son’io, figliuol di primavera,

Ambasciator della gioconda estate,

Che di bei fiori dipingo ogni riviera,

E gran dolcezza apporto alle brigate;

Meco vengon gli spassi, a schiera a schiera,

La gioventù, l’amore e la beltate,

E mentre con voi vengo a far soggiorno,

Rivesto i colli e le campagne intorno.



Per le regine, o contesse, che si fanno il giorno

di maggio.


All’aspetto leggiadro e gratioso

Di questa serenissima regina,

Ciascun che quindi passa hoggi s’inchina,

Né fia chi facci il duro ed il ritroso,

Che in questo giorno vago ed amoroso

La vaga primavera è pellegrina,

Carca di fiori a noi lieta cammina,

Per dare a i nostri cor dolce riposo.

Onde usanza si tiene, anzi è statuto

Antico, che ‘l bel mese d’aprile

Ogn’un gli porti il debito tributo.

Però, sì come è bella, ed è gentile,

Non sia chi neghi far quel ch’è dovuto,

Né si discosti dall’usato stile;

Ma dentro del bacile

Gettate largamente oro ed argento,

Che a voi sia lode, a lei gusto e contento.


Canzonette da cantarsi per le fanciulle nell’entrata

del bel mese di maggio, su l’aria di: A piè

d’un colle adorno


Ecco il ridente maggio,

Ecco quel nobil mese,

Che sveglia ad alte imprese

I nostri cori.


Eccol carco di fiori,

Di rose e di viole,

Dipinger, come suole,

Ogni riviera.


Ecco la primavera,

Ecco il tempo novello,

Tornar più che mai bello,

E più giocondo.


Ecco che tutto il mondo

E’ colmo d’allegrezza,

Di gaudio e di dolcezza,

E di speranza.


E già per ogni stanza

La vaga rondinella

In questa parte e in quella

Fa ‘l suo nido.


E il fanciullin Cupido,

Fra noi dispiega l’ali,

Con l’arco e con gli strali

E le saette.


E in ordine si mette

Per saettar le ninfe,

Sovra le chiare linfe

E bei ruscelli.


E i rozzi pastorelli

Con le stridenti canne

Intuonan le campagne

E i larghi campi.


E coi suoi chiari lampi

Febo girando intorno

Più che mai rende adorno

L’emispero.


E per ogni sentiero

La villanella scalza

Su e giù per ogni balza

Va cantando.


E fra sè giubilando

Hor sopra le chiar onde,

Hor fra le folti fronde

Si ritira.


Ivi si specchia e mira

Il viso e il biondo crine,

E in l’herbe tenerine

Si riposa.


Quivi, tutta gioiosa,

Di vaghe ghirlandette

Adorna le caprette

E i puri agnelli.


Sopra de gli arboscelli

Odesi Filomena,

Cantar l’antica pena

In tutti i lati.


E per riviere e prati

I monton van cozzando

Insieme e gareggiando

Per amore.


E al mattutino albore

Respira la fresca aura

Che ogn’anima ristaura

E torna in vita.


E con gioia infinita

Se’n vanno i pesci in ballo,

Nel limpido cristallo

A schiera a schiera.


Il terren laguid’era

Pe’l crudo e freddo verno

Hor il suo gaudio intorno

Rinnovella.


Oh, stagion vaga e bella,

Oh boschi, oh selve, oh monti,

Oh, freschi e chiari fonti,

Oh spiagge apriche.


Oh frondi, oh frutti, oh spiche,

Oh laghi, oh stagni, oh fiumi,

Oh sterpi, Oh sassi, oh dumi,

Oh vaghi colli.


Oh teneri rampolli,

Oh piante, oh gigli, oh rose,

Oh siepi alte ed ombrose,

Oh verdi rive.


Grotte, antri ed ombre estive,

Cipressi, abeti e mirti,

U’ gli amorosi spirti

Errando vanno.


Deh, perché tutto l’anno

Non dimorate nosco

Cangiando l’aer fosco

In bel sereno.


Oh Zefiro, ch’in seno

A la tua Flora spiri,

E ventilando aggiri

L’auree chiome.


E l’acerbette pome

Ogn’hor vai ricercando,

E tutto rinfrescando

Il bianco petto.


Degnati con diletto

Di tue soavi tempre,

Albergar nosco sempre,

In dolce stile.


Oh, maggio alto e gentile,

Oh cara primavera,

torna con tua maniera,

A ritrovarci.


Deh, vieni a consolarci,

Oh bel maggio fiorito,

Che di nuovo t’invito

A far ritorno.


LA CICALA AL ROSIGNOLO


La noiosa cicala al rosignolo

Disse: “Tu pe’ boschetti te ne vai,

Cantando alla fresc’aura, e quando i rai

Febo alza, tu t’accheti, e stringi il volo.


Io tutto il giorno canto, e s’ode solo

Mio dolce accento, e mentre te ne stai

Fra le folt’ombre, io faccio più che mai

Udir mie note, sopra il caldo suolo”.


Rispose il rosignol: “Io canto poco,

Ma il canto mio più assai diletta e piace

Che non fa il canto tuo, noioso e roco.


E mentre che tu, garrula e loquace

Assordi i campi intorno, ed ogni loco,

Di procacciar eil cibo a me compiace.


Però che il tempo edace

Passa, e spesso colui si trova al verde

Che ne i spassi mondani il tempo perde.


ALLEGORIA


Chi canta fuor di tempo, e si dà spasso,

E non provvede quanto gli bisogna,

Ben si può dir che sia di mente casso,

E che non stima il danno e la vergogna;

Perché se povertà lo pone al basso,

Haver quel d’altri in van cerca ed agogna:

Ciò la cicala fa palese e noto,

Che, cantando, al fin more a corpo voto.


CANZONETTA

In sdruzzolo


Madonna, salutandovi,

Con riverenza inchinomi,

E con tutto il cor pregovi

Notar ste quattro sillabe.


Havea fatto proposito

Di mandarvi una lettera,

Qual narrasse in che termine

Per voi mi trovo, ah misero!


Ma poscia, risolutomi,

Son venuto io medesimo,

Perché, a bocca parlandovi,

Havrò forse più credito.


Fu nel mese di luglio,

Che ‘l sol nella canicola

Entrò a l’anno proprio

Che corse anche bisestile.


Quand’Amor, con sue fiaccole,

Il cor m’arse, e le viscere,

E con inganno presemi,

Al suo tenace viscolo,


Mentre che sciolto e libero

Da le sue false insidie,

Andavo trattenendomi

Cantando or baie or frottole.


All’hor stavo allegrissimo,

In contentezza e giubilo,

Beffando questi semplici,

Che del suo foco ardevano.


E non potevo credere,

Ben ch’io gli vedesse angere,

Che ‘l dol, ch’in lor scorgeasi,

Fosse mai sì terribile.


Ma hora, oimè, ben mostrami

Com’egli è potentissimo,

E sì spietato trovolo

Che più non son’ incredulo.


Hor provo l’ardentissime

Sue fiamme quanto vagliono,

E quanta pena porgono

I suoi strali acutissimi.


E s’io givo alterissimo,

Di quest’e quel burlandomi,

Adesso anch’io son fattomi

Del volgo gioco e favola.


E tanto è inaccessibile

Il duol ch’ogn’hor mi lacera,

C’hormai appresso sentomi

A l’ultimo esterminio.


E dicovi certissimo,

Che se qualche rimedio

Non trovo al grave incendio

Ch’ogn’hor via più s’inaspera,


Ch’in questa vita propria

Farò qualche disordine,

Con un ferro uccidendomi

O qualche altro supplicio.


E con sì crudo scempio

Sarò agli amanti specolo

Ch’megli’è il corpo svellere

Che in tal miseria vivere.


Ben che i poeti scrivono

Ne’ loro antichi carmini

Ma so che ‘l ver non dicono

E sempre favoleggiano.


E so che sempre parlano

Sotto fintion poetiche,

Quali, a volerle intendere,

Ci vuol senso allegorico.


Perché dicon che gli huomini,

Quai per Amor patiscono,

Tosto che di vita escono,

A i mirti ombrosi corrono


E ch’ivi, trastullandosi

Allegri e lieti standosi,

Formando dolci cantici,

Al suon di flauti e gnaccare,


Ch’ivi non regna invidia,

Sospetto, ira né odio,

Ma solo amor purissimo,

E fede inestimabile;


Ch’ivi ogn’hor cantar s’odono

Calandare, merli, allodole,

Cucchi, cardelli e passare,

Con pappagalli e tortore;


Ch’ivi scherzare e correre

Si vedon gatti e simmie,

Mammon, lepri e conigli,

Quai son tutti domestici;


Ch’ivi, sotto perpetua

Stagion temperata e floride

Odesi di continuovo

Cantar, sonare e ridere.


Ch’ivi Aquilon, né Borea

Né Greco irati soffiano,

Ma grati e dolci Zefiri

Ed aure fresche spirano.


Ch’ivi, mai scura ed horrido

Notte il suo velo stendere

Vedesi, o dense nuvole

Ch’intorno l’aria offuschino;


Ma che un lume chiarissimo

In ogni tempo vedesi,

Quale i bei campi illumina,

Né mai si viene ascondere;


Ch’ivi bei laghi vedonsi,

Con fonti chiari e limpidi,

U’ semplicetti e mutoli

Pesci, scherzando, guizzano,


E ch’ivi, trastullandosi,

Da’ rami d’oro pendono,

Che di gran lunga avanzano

Quei del giardino Esperio;


Ch’ivi, insomma, si trovano

Tutte quelle delitie

E spassi dilettevoli

Che immaginar si possono.


Mille e mill’altre favole,

Che qui tutte non dicovi,

Quai son belle da leggere

Ma non da dargli credito.


Hor son risolutissimo

Uscir di tal miseria,

S’al duol che tanto m’occupa

Non ho qualche sussidio.


Ma se da un pietosissimo

Vostro sguardo amorevole

Per vostra alta clementia

Havrò qualche auditorio,


La man, qual è prontissima

Per trarmi fuor di tedio,

Troncando a questa misera

Mia vita il filo asprissimo,


Non sarà tanto rigida,

Ma si farà placabile,

Ed io, slegato e libero,

Sarò da tanta furia.


Ed in questo emisperio,

Contenterommi vivere,

Con puro cor servendovi,

Ch’amor a questo incitami.


Però, donna magnanima,

E degna di un imperio,

Mostrate segno, e pregovi,

Che sete gentilissima.


E date refrigerio

Hormai al duolo interito,

Che i fà il capo sbattere

De le mura ne gli angoli.


Che s’io posso intercedere

Favor sì raro e nobile,

Non sarà in questa macchina

Di me chi habbi più gaudio:


Andrò cantando in pubblico,

Le vostre lodi e i meriti,

Infino al cielo alzandoli,

U’ stan Mercurio e Venere,


Tal che dal mare Atlantico,

L’Indico, il Caspio, il Pontico,

l’Egeo, l’Esino e il Persico,

L’Hircan, il Rubro, il Scitico,


Vedrassi sempre scorrere

Il vostro nome regio,

Di mille honori carico,

E palme gloriosissime.


Sì che fra l’altre femmine

Sarete famosissima,

E tutti quanti i popoli

V’havranno in riverentia.


Dunque, hormai soddisfatemi,

Signora mia dolcissima,

Che la dimanda è lecita,

E la mia fede il merita.


Hor mi ritorno a chiudere

Di novo nella camera,

U’ sfogo il mio rammarico

Col sospirare e piangere.


Restate in pace, oh nobile

Donna leggiadra e unica,

Che il ciel vi sia propritio

Ne l’uno e l’altro secolo.



Vinticinque indovinelli piacevoli


  1. Udite e alzate il ciglio,

La madre impregna il figlio,

E mentr’egli s’ingrossa e non sa come,

A poco a poco a lei leva le chiome.


2. Tu batti, e guardi in suso,

Io t’odo ed apro il buso,

E s’io vuo’ far le tue voglie contente,

Faccio tirar la corda a chi non sente.


3. Di cento che son tristi,

Duecento buon n’acquisti,

E come tratto hai quei ducento fuora,

Quei cento, che son tristi, avanzi ancora.


4. Sopra di un alto monte

Alberga un gentil conte,

Con cento mila cavalieri a canto,

Quai tutti, eccetto lui, han rosso il manto.


5. Non mi trovo haver acqua,

Né bevo altro che acqua,

E s’io havessi dell’acqua a mio dominio,

Acqua mai non beverei, ma sempre vino.


6. Con una man m’appicco,

E i pie’ ne’ ferri ficco,

E su una pelle morta sto a sedere,

E una viva mi porta, e n’ho piacere.


7. Io nacqui alla verdura,

E venni entro le mura,

E quando con le donne son congiunta,

Faccio menar le cosce ed entrar la punta.


8. Per tutto dove andate,

Donne, voi mi portate

Con voi, e tanto meco unite sete,

Che s’un mi chiama, voi gli rispondete.


9. Un sopra, e dui di sotto

Menano, e non fan motto

Pe’l fesso, una lor cosa, e quando a dentro

Più và, il lavor lor piace, e n’han contento.


10. Tutto il dì sto in berlina,

Né mai feci rapina,

E spesso quel tirar sì mi molesta,

Che il col mi rompo, e giù cade la testa.


11. Vo vestito di bianco,

Né mai girar mi stanco,

E di quel che mi cade per di sotto,

Ne mangia tanto il goffo quanto il dotto.


12. Tengo sul duro smalto

Il capo, e i piedi in alto,

Né posso camminare in luogo alcuno,

Se fra le gambe non m’entra qualcuno.


13. Pria di mia madre nasco,

E ogni gran bocca pasco,

Poi in maschio di nuovo mi converto,

Tal c’hor femmina, hor maschio è il mio concerto.


15. In braccio me lo piglio,

E palpo come figlio,

Ma con esso sì tosto non mi abbocco,

Ch’ei comincia a gridar come io lo tocco.


16. Son lunga come anguilla,

Ma fiera, e non tranquilla,

E quando vengo fuor della mia grotta,

Faccio da me fuggir la gente in frotta.


17. Non opro grimaldello,

Pur, apro ogni portello,

E mentre gli altri dormono e io furo,

E come il giorno appar, mi tiro al scuro.


18. Come io sento soffiare

Io mi metto a cantare,

Ed ho ne l’armonia tanto trastullo,

Che spesso nel sonar mi suda il culo.


19. Io porto il manto d’oro,

E servo il mio decoro,

E per prati e giardin vado a convito,

E del mio sterco, ogn’un si lecca il dito.


20. Trista sorte, ahi me, poveretto,

Per il largo entro, esco pel stretto,

Né posso fuora uscire a mio volere,

S’a mia madre non dan suso il sedere.


21. Io son tanto panciuta,

Che pregna son tenuta,

Ma pria che per l’honor alla sbaraglia,

M’ho eletto di morir sopra la paglia.


22. Io nasco tra le selve,

U’ stan fieri orsi e belve,

Poi, tratta alla cittade, in tempo poco

Senz’haver fatto error, son data al foco.


23. Se mi state ad udire,

Io vi farò stupire,

Non son’huomo, e son’huomo, e son mortale

Come voi, hor dite quel che io sono, e quale.


24. Io son tanto sfacciato

Ch’io entro in ogni lato,

E trapasso pei buchi, e per le fesse,

Ed alzo i panni fino a le contesse.


25. Cinque bocche tengh’io,

E dentro il ventre mio

A guisa d’orso uscito dalla tana

Trangugio, intasco, e mangio carne humana.


Tavola della dichiaratione degli indovinelli


  1. La rocca ed il fuso

  2. Uno che batte alla porta

  3. I marroni, quando sono nei loro garzi

  4. L’arbore delle ciriege

  5. Un molinaro, che non ha acqua da macinare, e perciò gli convien bere dell’acqua

  6. Uno che monta a cavallo

  7. La spola, ovvero navetta da tessere

  8. Il nome

  9. I segantini

  10. Il bottone

  11. Il burato della farina

  12. La cariola da mano

  13. Il fumo

  14. Il formento

  15. Il liuto

  16. La spada

  17. Il topo, o ratto

  18. Il trombone

  19. L’ape

  20. Il pepe e la peparola

  21. La nespola

  22. La fascina

  23. L’hermafrodito

  24. Il vento

  25. Il guanto


CACCIA

amorosa


Pene e doglie, andiamo al prato

Dove sta la mia cervetta:

A la caccia ognun si metta

Per pigliarla da ogni lato

Pene e doglie, andiamo al prato.


Suona il corno, dolor mio,

Chiama il can, crudele affanno,

E perché non m’usi inganno,

Sta desir di foco armato.

Pene e doglie, andiamo al prato.


Sta qui, pianto, a questa macchia,

Col tuo arco e il tuo carcasso

E se giunge a questo passo,

Fà che presto habbi scoccato.

Pene e doglie, andiamo al prato.


I lamenti habbino cura

Che di qua non pigli il corso,

Ed i guai mi dian soccorso

E i martir sopra l’agguato.

Pene e doglie, andiamo al prato.


Hor è uscita fuor dal bosco,

Pena mia, gettagli un laccio,

Tu, desir, prendila in braccio,

Ahi, ché il corso ha rivoltato.

Pene e doglie, andiamo al prato.


La volteggia il piano e il monte,

Pensier miei, uscite al calle,

Che, se fugge in questa valle,

Il mio cor sarà turbato.

Pene e doglie, andiamo al prato.


Corri innanzi, timor mio,

Piglia fiamma, piglia ardore!

Sta qui meco, tristo core,

Che non fosti saettato.

Pene e doglie, andiamo al prato.


Tu, martello e gelosia,

State qui aspettarla al varco,

Poni, amor, lo strale a l’arco,

Che bisogna star parato.

Pene e doglie, andiamo al prato.


Stian gli ardenti miei sospiri

Aspettarla a la fontana,

Che, se a forte s’allontana,

Sarò lasso, abbandonato.

Pene e doglie, andiamo al prato.


Dagli pena! Dagli pianto!

Lassa, affanno, i cani a lei,

Su, desir, giungi costei,

Scocca amor il strale aurato,

Pene e doglie, andiamo al prato.


Su, dolor, dà fiato al corno,

Ferma, sdegno, eccola giunta,

Non gli dar di quella punta,

Ch’io non son tanto spietato.

Pene e doglie, andiamo al prato.


Lega, lega, pena mia,

Stringi ‘l laccio, oh fiera doglia,

Il desir non la disciolga,

Fin ch’amor non è arrivato.

Pene e doglie, andiamo al prato.


Oh, mio cor, la cerva è presa,

Gli vogliam donar la vita,

Ecco già che l’è pentita,

D’haver te così stratiato.

Pene e doglie, andiamo al prato.


Deh, poniamla in libertate,

Fido amante a lei perdona,

Che gentil non è persona

C’habbi otraggio vendicato,

Pene e doglie, andiamo al prato.


Ma poniamgli al bianco collo

Prima un ricco e bel monile,

Acciò ch’altri a lei simile

Non si trovi in altro lato.

Pene e doglie, andiamo al prato.


Ed in esso, in letter d’oro,

Scritto sia ch’ardito tanto

Non sia alcun toccarla intanto

Se d’amor non è segnato,

Pene e doglie, andiamo al prato.


Hor ritorna, oh mia cervetta,

Al tuo dolce almo soggiorno,

Né temer d’oltraggi o scorno,

Che ‘l mio cor t’ha perdonato.

Pene e doglie, andiamo al prato.


Ma non esser sì crudele

Verso lui, né sì severa,

Perché pena acerba e fera

Merta al fin animo ingrato.

Pene e doglie, andiamo al prato.


Torna dunque allegra e lieta,

Al tuo caro e amato speco.

Tu, desir, vattene seco,

Ché so ben che t’havrà grato.

Pene e doglie, andiamo al prato.


Hor c’havuto habbian ventura

De la caccia perigliosa

Mesto cor, vatti, riposa,

Perché sei molto affannato.

Pene e doglie, andiamo al prato.


Gite in pace, oh miei sospiri,

Voi martiri, e voi lamenti,

Pene, guai, doglie e tormenti,

Che ‘l mio petto è sconsolato.

Pene e doglie, andiamo al prato.


E di questa nobil caccia

Diasi sol la gloria a Amore,

Sua la palma, e suo l’honore,

Ei per fin ne sia lodato:

Pene e doglie, andiamo al prato.


Disperata d’amore


Poichè donna empia e rigida,

Ingrata e crudelissima,

Non vuol udir né intendere

I miei dolenti carmini.


Né potendo resistere

Col fier fanciul di Venere,

Ch’ei, col suo grave incendio

Vuol pur questo cor ardere.


Con questa rauca cetera

Stemprata e mal in ordine

Voglio formare un cantico

Dolente e miserabile.


Venghin dragoni e vipere

A udirmi e serpi ed aspidi

Alcion, ceici ed upupe,

Gufi, mulacchie e nottole.


Che, pria che io vada in polvere

O mi consumi in cenere,

Vo fare a pietà movere

La fiere, i sassi e gli alberi.


Gli Dei che in cielo albergano

I miei lamenti ascoltino,

E porghino sussidio

Alle mie pene horribili.


Ma a chi mi volgo, ahi misero,

Se Giove, Giuno e Pallade

Insieme si trastullano

Né curano i miei gemiti?


A quei del crudo baratro

M convien dunque volgere,

Forsi che Pluto o Cerbero

Farò benigni e placidi.


Deh, perché mi vuo’ stendere

Giù ne l’infernal specolo,

Poiché fra l’empie Furie

Pace ed amor non regnano?


Ahi, che non v’è rimedio

Per me ne l’emisperio,

Né sopra il ciel stellifero

Né men nel cieco hospitio.


Dunque in un’aspra grottola,

Oscura ed horrendissima,

D’ogni allegrezza scarico

Voglio ridurmi a piangere.


Sarà mio letto un marmoro,

Aspro, freddo e durissimo,

Qual servirà al mio capite

Per guancial molle e tenero.


Saran mio cibo nobile

Velen, mapello e tossico,

Qual mi sarà gratissimo

Dentro del mio cenacolo.


L’amate acque sulfuree

Saran mio vino amabile,

E ‘l fiero augel di Titio

Divorerò per tortora.


Un drago spaventevole

Sarà mio secretario,

E un’orsa rabbiosissima

Ministrerà il mio prandio.


Un’idra ferocissima

Mi porgerà da bevere,

E un toro aspro ed indomito

Imbandirà la tavola.


Un tigre velocissimo

Fra genti inique e barbare

Portarà le mie lettere,

Piene d’amaritudine.


Cicuta, oppio ed assentio

Saran mia manna e nettare,

E tuon, saette e folgori

Mie dolci cetre e timpani.


Da un lato havrò l’invidia,

Col tosco su le labbra,

Da l’altra il perfid’odio,

Tutto di sangue carico.


Per mia cubicularia,

Vuo’ la crudel Tesifone,

E le spietate Bellidi

Mi scoperan la camera.


Su l’antro infelicissimo

Vuo’ il gran sasso di Sisifo,

E la ruota d’Issione

Sarà la mia carrucola.


Havrò per specchio lucido

Il fier capo gorgòneo,

E ‘l porco calidonio

Sarà mio tributario.


La terra nuda e sterile

Sarà mio dormitorio,

E sotto i fianchi e gli homeri

Acute spine e triboli.


Più non vedrò d’Apolline

I raggi chiari e limpidi,

Né della vaga Delia

Il lume candidissimo.


Mio sole, luna, ed ethera

Saran fumo e caligine,

E sacco grosso e ruvido

Havrò per ostro e porpora.

Empij e spietati spiriti,

Mi serviran per comici,

E la Chimera ignobile

Farà di foco il prologo.


Per scena stupendissima

Havrò la tela d’Aragne,

Dove vedransi in pubblico

De’ Dei tutte l’infamie.


Sarà il teatro regio

Tutto cinto d’obbrobrio,

E gli atti abominevoli

Fian guerre ed homicidij.


D’aspri e crudei spettacoli

Faransi gl’ intermedij,

Quai verranno a concludere

L’estrema mia miseria.


Piragmon, Bronte e Steripe,

Co’ magli lor gravissimi,

Al soggetto spiacevole

Faran spietata musica.


Villani iniqui e rustici,

Co’ lor badili e vomeri

M’intoneran l’auricole

Da la mattina al verspero.


Di Curtio la voragine

Mi servirà per puteo,

E bagno mio odorifero

D’Acheron l’onde squallide.


Havrò piacer grandissimo

S’udrò tonare o piovere,

E rimbombar fra nuvoli

Lampi, baleni e fulmini.


Sarà mia dolce pratica

Fantasme, streghe e lamie,

Co’ quali andrò invisibile

La notte a guastar gli huomini.


Ne l’acqua oscura e torbida

De la palude fetida

Sette volte tuffandomi

Farommi scuro ed horrido.


Poi sul car di Proserpina

Tratto da infernal bestie

Andrò per tutti i termini,

Narrando il mio supplitio.


Tal che mie voci querule

E pianti miei asprissimi

Risuoneran da l’artico

Fin giù ne’ bassi antipodi.


E lassarò memoria

Di me per tutti i secoli,

Sia il sole in cancro o in gemini,

Ovver in sagittario.


E se donna ingratissima

Non potrò far commovere,

Le piante e i monti altissimi

Farò per pietà stridere.


Le valli acquose ed humide,

I prati e i campi fertili,

I stagni, i fiumi e gli argini

Per me staran mestissimi.


Poi, dopo un lungo esilio,

Girato havendo il circolo

De la terrena macchina,

Tornerò al mio tugurio,


Dove, qual huomo selvatico,

A me stesso odiosissimo,

Starommi solitario,

Fuor de l’human commercio.


Al fin, nel duol struggendomi,

E ne le longhe lagrime,

Renderò iniqua e perfida

A la natura il debito.


Ma pria, sul mesto tumulo

Vuo’ porre un epitaffio,

Che spieghi le mie doglie

A tutto l‘human genere.


Il tenor de le sillabe,

Ch’al funeral mortorio

Farò d’intorno imprimere,

Fina d’infernal caratteri,


Le quai diran: “Qui giacciono

L’osa consunte ed aride

D’un amante fidissimo,

Cui donna, e amor, l’uccisero.


Né pianti, prieghi o suppliche,

Non servitù, né merito

Placar mai non poterono

Quel cor di dura lepide,


Ond’ha qui fatto incidere

Questo dolente simbolo,

Con un acuto calamo,

Temprato a l’onde stigie,


Acciò gli amanti imparino,

Mentre son sciolti e liberi,

Dar fede a donna instabile,

Del vento più volubile.


Hor qui vi lasso, e pregovi,

Voi che restate a vivere,

Ch’al mio infelice transito

Preghiate pace e requie”.


Canzonetta alla pedantesca


Voi, che la calda fax

D’Amor empio e ferox

Provate, e qual fornax

Ardete giorno e nox,

Udite hora la vox

Di me, tristo infelix,

Ch’in foco, come pix,

Mi struggo in pena atrox.


Questo spietato rex,

D’ogni mal guida e dux,

Sotto sua falsa lex

Per la serena lux

D’una vaga coniux,

Più bianca assai che nix,

Mi prese, qual pernix

A l’ombra di una nux.


Ma pria che sto mendax,

Infido, empio e duplex,

Con le sue man rapax,

Ahi, rigido artifex,

Del cor, qual cornifex,

Mi trasse la radix,

Non lo stimava un ix,

Né ‘l volea per sindex.


All’hor vivea felix,

Lontan da quest’audax,

Quand’ei, qual furia ultrix,

Col nodo suo tenax

Fe’ il mio pensier fallax

Restar, qual dura fex,

E cadei, qual forex,

Ne l’unghie al gatto edax.


Ond’hor, qual coturnix

Over nictirorax,

Seguo in ogni pendix

Quest’empio e crudo trax,

Né più son pertinax

Contra sì fiero rex,

Ma come mio iudex

Gli chieggio tregua e pax.


Hor tu, vaga fenix,

D’amor alma verax,

Habbi di me infelix

Pietà, né sì fugax

Esser, né contumax,

In così duro nex,

Che pria, ch’io sia senex,

Morte trarrarmi in ax.


Vale, bella coniunx,

Che delle volte sex

M’inchino alla tua lux,

E Amor, tutto supplex,

Prego, che sul suo index

Mi scriva, e a viva vox

Corro più che velox

A farmi del suo grex.


Barzelletta amorosa e piacevole alla bella Fornarina


Giannina bella,

Odi, cara sorella,

E lassa stare

Alquanto il burattare,

E poni il tuo musino

Un poco al finestrino,

Che le mie pene amare

Ti voglio raccontare.


Son giorni assai

Ch’io t’amo, e tu lo sai,

E che ‘l mio core

S’abbrugia per tuo amore.

L’ardente mio desìo

Grida: “ Che fai, ben mio?”

E l’anima smarrita:

“Aita, aita, aita!”


Di te m’accesi

Quel dì ch’a mirar presi

La tua bellezza,

Che con tanta destrezza

Sin’ al ginocchio alzata

Lavavi la bucata,

Che mentre l’occhio alzasti,

Allor m’incatenasti.


Sì vagamente

Cantasti, e dolcemente

“La pastorella

E la Ninetta bella

La mena la gambetta

Ancor la Gerometta,

E ne la bistacchina

La bella Franceschina.”


Ch’all’hor restai

Tuo servo, e più che mai

Cresce il mio foco,

E non ritrovo loco,

Che quell’ardente fiamma

M’abbrucia a dramma a dramma,

E in breve sarò morto,

Se non mi dai conforto.


Col lagrimare

Ho fatto un nuovo mare,

E col pensiero

Trascoro l’emispero,

Piangendo e sospirando,

Mercede addimandando,

E tu d’ogni mia noia

Prendi sollazzo e gioia.


Se per tuo amore

Si strugge questo core,

In gentilezza

Cangia questa durezza,

Non esser micidiale,

Come quell’animale

Ch’uccid eil corpo humano

E poi lo piange invano.


Sospiro sempre,

E par ch’io mi distempre,

Sol per sapere

Che non mi vuoi vedere,

Io honoro il tuo bel nome,

E ‘l bel viso e le chiome,

E tu, crudele e ria,

Mi fuggi tuttavia.


Hor vado via,

Ti lasso, vita mia,

Mi raccomando

E sono al tuo comando,

Cara la mia mammina,

Forz’è ch’a te m’inchina,

E in questa mia partita

Ti dia l’alma e la vita.


Canzonetta allegra


La vostra vita m’allegra tutto,

Signorina mia galante,

E per esser vostro amante,

Andarei in Calicutto.

La vostra vita m’allegra tutto.



S’io mi trovo esser turbato,

Malenconico e dolente,

Quando sono a voi presente

Scaccio via l’affanno e ‘l lutto,

La vostra vita m’allegra tutto.


E sio fussi imperatore,

Vi farei imperatrice,

E mi chiamerei felice

Se con voi fussi ridutto,

La vostra vita m’allegra tutto.


Mantener’io vi vorrei

Cento servi e serve accanto,

E dal mondo tutto quanto

Vi farei haver tributo,

La vostra vita m’allegra tutto.


Vi terrei meco a la mensa,

A la camera ed al letto,

E d’amor, per più diletto,

Coglierei l’amato frutto,

La vostra vita m’allegra tutto.


Né vorrei che ‘l sole a pena

Vi vedesse o vi mirasse,

E s’alcun pur l’occhio alzasse,

Per mia man sarà distrutto.

La vostra vita m’allegra tutto.


Quanto poi sarei contento

E felice e fortunato,

Se da voi, corin mio grato,

Un bambin fusse produtto,

La vostra vita m’allegra tutto;


Ballerei e cantarei,

Sonarei, saltarei tanto

E da me potrebbe in tanto

Ciaschedun’ haver costrutto:

La vostra vita m’allegra tutto.


Cento balie al suo comando

Tor vorrei, per allattarlo,

Cento mastri d’allevarlo,

Ch’in virtù ben fusse instrutto,

La vostra vita m’allegra tutto.


Ed a voi, vita mia bella,

Cento vesti vorrei fare,

Tutte d’oro e gioie rare,

Ricamate da per tutto,

La vostra vita m’allegra tutto.


Tal che donna non sarìa

Né regina, né duchessa,

Che di voi, né principessa,

Gisse al par nel mondo tutto,

La vostra vita m’allegra tutto.


Ma dapoi che ‘l ciel non vuole,

Che in me regni sorte tale,

Per mio danno e per mio male

Restarò col becco asciutto,

La vostra vita m’allegra tutto.


Pur, vi voglio ricordare

Che d’ogn’hor voglio servirvi,

Honorarvi e riverirvi,

Con il suon del mio liuto,

La vostra vita m’allegra tutto.


Ed hor qui, per vostro amore,

Voglio fare una sonata,

Che s’a forte ella v’è grata,

Mi vi dono poi del tutto,

La vostra vita m’allegra tutto.


Serenata bellissima


Bertolina, vita mia,

At saludi a testa china,

Es te preghi in cortesia

Avrir l’uss de la cusina,

Ch’am senti una ruina,

Un fracas in dol ventrù,

Che s’a n’mangi un po’ un boccù

Morirò qui su la via,

Bertolina vita mia.


L’è tri dì ch’a n’ho mangiat,

Pensa un po’ com sta i budei,

Ch’a me trof tutt affamat,

Ch’a ghe voras quatter Vedei

Un conchet de sbrofadei,

E un baslot plè de lasagn,

A volì affettam i pagn,

E cazzam sta malatia,

Bertolina vita mia.


Su sì magr e sì destrut,

Ch’a par propri un lanternù,

A su vuod com un liut,

E più lungh d’un chiatarrù;

Chi me cor drè con di bastù,

Chi me butta via ol capel,

Chi me dis ch’a su mi quel

C’ha portà la carestia.

Bertolina vita mia.


Però, cara Bertolina,

Sti me vuo’ ben, corin mio bel,

At pregh, cara mammina,

Ti me port un pollastrel,

Un cadin de pappardel,

Quatter liver de formai,

Ch’a me sent vegnì un barbai,

Es a n’so dond a me sia,

Bertolina vita mia.


Ohimè, deh, cammina prest,

Ch’al me ve’ un accident

E in tun trat a fagh dol rest

S’a no meni un poc ol dent,

Ol me corp è ple’ de vent,

Es me brontola i budei,

Ch’i par tant lovastrei,

Ch’urla ilò in la panza mia,

Bertolina vita mia.


Horsù, a vegh ti no vuo’ vegnì,

Marioletta despietada,

E ti me vuo’ veder morì

De la fam, qui su la strada,

Mo a te zur, senza baiada,

Che s’a mori ixi affamat,

Dop la mort sarò sforzat

Tornà a far qualche pazzia,

Bertolina vita mia.


Entrarò ne la cusina,

A spezzà tutt i piatei,

Es mettrò tant in ruina

I pignat, tond e scudei,

I lavez, i cadinei,

I morter, con i pistù,

Ch’al no fu tal confusiù

A la rotta de Pavia,

Bertolina vita mia.


Fà un to cont, che n’gha da restà

Gne coverchi gne baslot,

Ch’ogni cosa at vuoi mandà,

In fracas in d’una not,

Chi dirà l’è ol taramot,

O ch’al vuol cascar ol mond,

E ti trart dol poz in fond,

E con questi a vaghi via,

Bertolina vita mia.


Dialogo fra un ambasciator d’Amore e una serva d’una cortigiana


Ambasciatore:

Tich, toch, tich, toch.


Serva:

Chi bussa a questa porta?


Ambasciatore:

Un che parlar vorrìa con la signora.


Serva:

Non si può adesso, andate a la buon’hora.


Ambasciatore:

Tich, toch, tich, toch. Apritemi, di gratia,

Madonna, ch’io vi prego in cortesia.


Serva:

La signora è occupata, andate via.


Ambasciatore:

Tich, toch, tich, toch.


Serva:

Oh voi sete insolente,

Che sì che se non finisce questa festa,

Ch’un secchio d’acqua vi roverso in testa?


Ambosciatore:

Tich toch, tich toch, ho una collana d’oro

Con cento doble, che gli son mandate.


Serva:

Ecco la porta aperta, entrate, entrate.


NAPOLITANA


Madonna ha fatto armare una galera

Di pene, di tormenti e di dolore,

Per venire a l’assalto del mio core.


Sta su la poppa Amor, per capitano,

Con la faretra al fianco, e in man gli strali,

Per farmi al petto mille oltraggi e mali.


Tutto il mare è di lagrime e di pianto,

Il nocchiero è lo sdegno, che lo guida,

Il qual gridando a morte mi disfida.


Stanno al timon Martello e Gelosia,

La vela gonfia vien d’aspri sospiri,

E i remi tutti son doglie e martiri.


Dove ti salverai, oh tristo core?

Mal fia, se fuggi, e peggio se stai fermo,

Ahi, ch’al tuo scampo non ritrovo schermo.


Renditi dunque a lei, e chiedi pace,

Che, conoscendo la tua pura fede,

Sarà pietosa, e t’haverà mercede.


E s’ella è piena pur di sdegno e d’ira,

Con le sue man ti pone a la catena,

Sopporta in pace così dura pena.


Che, se col sospirare e con il pianto

Potrò darti soccorso, in detto o in fatto,

Vivi sicur, che in breve havrai riscatto.


Sopra il bel naso d’un giovane


Quando miro, Nitidio, il vostro naso,

Parmi vedere il re di tutti i nasi,

E non si può veder fra tutti i nasi

Un naso lungo come il vostro naso.


Il vostro naso è il più nasante naso

Che si possa veder tra gli altri nasi,

Ed ha un’autorità fra gli altri nasi,

Che fà abbassare a tutti i nasi il naso.


Ben si può gloriar, fra tanti nasi,

Il vostro naso, dunque, essendo un naso

Che fà cappello ed ombra a tutti i nasi,


A tal, ch’ogn’un che mira il vostro naso,

Qual di lungheza passa tutti i nasi,

Per stupor grida: “Oh che naso! Oh che naso!”


A tal, che non v’è naso

Nasin, nason, nasetto e nasaccio,

Che non sia schiavo al vostro nasonaccio.


Stanze alla gratianesca


Quand barba Titon s’lieva sù,

Per seguitar l’amiga, che s’in và,

E ch’al gallet fa cuccurucù,

E la quaietta canta squaquarà,

E ch’al can dal villan fà bu bu bu,

E la gazzola crida cra cra cra,

E l’asin và fagand ahan ahan,

E la balia fa al tos ninan ninan,


A salt ancora mi fuora dal let,

E prest agaf al mie Aristotl in man,

E volta e dai, a truov ch’in effet,

Un ch camina fort n’và pian,

Ma perché a son un huom d’intellet,

E ch’a m’trov haver al cervel san,

A ihò nutà quest’altra gran sintenza,

Ch’un ch’apa al flus, patis d’scurienza.


Lizand l’altr dì sovra Piaton,

A truvà un pass dur da mastgar,

Es n’cred ch’al l’intenda ugn’on,

Ch Plini n’la po’ dzifarar,

Ch’al dis Marc Tuli Chiacchiaron

Ch’l’è cosa trop difficl da pruvar,

S’lor n’al san, nianca mi n’al so,

Ch m’i mal chiarissin lor, mi v’al dirò.


Echo in barzelletta


Hor ch'io sono in questo bosco

Spaventoso, oscuro e fosco,

E ch’ogn’un da me s’invola,

Chi mi dà aiuto? Chi mi consola? Ola.


Ohimè, sento in questa fronde,

Una voce che risponde,

Hor da te saper desìo

Chi sei, che dai risposta al parlar mio? Io.


Io, so ben che tu non sei,

Ch’ella già da gli alti Dei

In giovenca fu conversa,

Ma qualche ninfa in questi boschi persa. Persa.


Se sei persa, anch’io son perso,

E non so trovare il verso

D’uscir fuori in questi rami,

Tu mostrami la via, se ‘l mio ben ami. Ami.


Amo donna vaga e bella,

Ma crudel, spietata e fella,

Né dar pace ai miei ardori

Posso, né lei placar coi miei clamori. Mori.


Se la morte è sol rimedio

Del mio male, hor hor di tedio

Con la morte vuo’ levarmi,

E darò fin, morendo, al consumarmi. Armi.


Armi havrò per morir pronte,

Col gettarmi giù da un monte,

O di rupe alpestre ed erma,

E darò fine a questa vita inferma. Ferma.


Fermo son, ma dimmi, ahi lasso,

Dove volger debbo il passo?

Perché bramo esser guidato

Ad aer più tranquillo e più temprato. Prato.


In quel prato entrar non posso,

Che lo cinge un largo fosso,

Ed ha il fondo molto cupo,

E ogn’hor, fra sterpi e spin più m’avvilupo Lupo.


S’anche il lupo qui dimora,

Resta dunque a la buon’hora,

Che sarìa troppo molesta

L’esser cibo de’ lupi a la foresta. Resta.


Che vuoi tu ch’io resti a fare,

S’anco il lupo a divorare

Vuol venir la mia persona?

La tua voce per me non ben risuona. Suona.


Non ho lira, né viola,

Né mai son stato a la scola

Di suonar, però ti struggi

A dir ch’io suoni, e in van da me ti fuggi. Fuggi.


Fuggo, ahimè, chi sarà questo,

Che si mostra a me sì infesto?

Forse qualche belva ria,

Che con sue ingorde brame a me s’invia? Via.


Vado via, ma vuo’ sapere

Poiché degno di vedere

Te non son per questo speco,

Se sei ombra, over huom, che parli meco. Echo.


Se sei echo, come dici,

Dimmi, prego, se felici

I miei giorni mai saranno,

Ch’Amor seguendo forse mi condanno. Danno.


Non sarà forse costei

Mai pietosa a i desir miei?

Né havran pace li miei guai,

Poiché per lei son consumato homai? Mai.


Poiché mai non havrò pace,

Il morir non mi dispiace,

Per satiar l’empio desìo

Di lei, a darmi morte hor vad’io. A Dio.



IL FINE