GIOCO DELLA SPOSA


OPERA NOVA

E PIACEVOLE,


DOVE S’INTRODUCE


una compagnia di cavalieri e dame

in un ridutto a far de’ giochi,


NE’ QUALI SI SENTONO

molte argutie, motti, linguaggi,

enimmi ed altre cose piacevoli.

Personaggi, li quali intervengono

nel gioco


Sig. Hortensio Sig. Giulia

Sig. Alessandro Sig. Orsina

Sig. Carlo Sig. Silvia

Sig. Marino Sig. Isabella

Sig. Flaminio Sig. Semidea

Sig. Ottavio Sig. Hersilia

Sig. Clemente Sig. Lavinia

Sig. Horatio Sig. Laura

Sig. Lelio, mastro del gioco

Sig. Ascanio, ma non gioca.



PRINCIPIO

DEL GIOCO


Il Sig. Hortensio parla


“Hor che di cavalier la stanza è piena,

E che di dame qui si trova il fiore,

Facciamo un gioco per fuggir l’humore,

Assettatevi tutti

A guisa di corona,

Accioché veder possa ogni persona.


A voi, signor Ascanio, questa sera

Tocca proporci un gioco.” “Io non son buono

Da propor nulla, a fe’ da quel che sono”.

“Voi, signor Lelio, dunque

Proponeteci un gioco,”

“Son qui per ubbidir, se ben son poco”.


“Noi fingeremo dunque, se vi piace,

Che qui fra noi si sia fatta una sposa,

E che ciascun gli doni qualche cosa,

Cioè perle ed anelle,

E collane, e pendenti,

Manili, gioie, ed altri bei presenti.


Ed avvertischi ogn’un, che quando il nome

Dirò di qualche cosa appresentata,

Colui risponderà che l’havrà data.

Come sarebbe a dire

S’a sorte dico ‘anelle’,

Quel ch’anel dato havrà, risponda ‘anelle!’


Hor, tenetevi a mante tutti quanti,

Ch’io do principio, e non gridate poi.

Signora Giulia, che gli date voi?”

“Io gli do un bel gioiello”

“E voi, signora Orsina?”

“Io gli appresento una bella turchina.”


“Che gli donate voi, signora Silvia?”

“Un bel vezzo di perle” “Oh, l’è galante.

E voi signor Ortensio?” “Un bel diamante”

“Voi, signora Isabella?”

“Un bel par di manili”

“Sin qui son tutte cose assai gentili.


Che date voi, signora Semidea?”

“Un bel ventaglio” “E voi, signor Horatio?”

“Gli do legato in oro un bel topatio”.

“Voi, signor Alessandro?”

“I fiori per la testa”

“Voi, signor Carlo?” “Ed io una bella vesta”.


“Signora Hersilia, che gli date voi?”

“Una carroccia” “E voi, signor Marino?”

“I guanti” “E voi, Flaminio?” “Il zibellino”

“E voi, signor Ottavio?”

“Un bel ciuffo coi ricci,

Che la più parte n’ha di quei posticci”.


“Che gli donate voi, signora Laura?”

“Gli do lo specchio” “E voi, signor Clemente?”

“Gli faccio don d’un ricco e bel pendente”

“Voi, signora Lavinia?”

“La mia cagnina nera”

”Voi, signor Silvio?” “Ed io la sonagliera”


“Sedete là, Madonna Filiberta,

E voi, fanciulli, andate appresso al foco,

Che i vecchi e i putti non entrano in gioco.

Hor state tutti attenti,

E non habbiate a sdegno

Perché chi fallirà porrà su un pegno.


Horsù, la sposa vuol uscir di casa,

E vuol le perle, turchina e ‘l gioiello.”

“Perle!”, “Turchina!”, “Metta su il gioiello

Signora Giulia, a voi.”

“Prendete questa chiave,

Andar sotto la prima mi sa grave.”


“La sposa vuole in dito il suo diamante”

“Diamante!”, “E ‘l ciuffo” “Ciuffo!” “E suoi manili.

Dateci un pegno, oh, là, voi dai manili.

Su, signora Isabella,

Dateci quell’anello.

Adesso viene il buon, state in cervello.


Specchio, fior, veste, guanti e zebellino

Vorria la sposa” “Zebellino!” “Guanti!”

“Mettan su gli altri tre c’ho detto innanti.”

“Io pongo questa fede”

“Ed io questo stuzzetto”

“Ed io vi ponerò questo anelletto.”


La sposa vuol i guanti ed i manili,

La cagnina, la veste e ciuffo e perle.”

“Veste!” “Manili!” “Mettan su le perle,

I guanti e la cagnina,

E seco il ciuffo ancora,

Perché nissun non ha risposto a hora.”


“Quest’è una borsa rossa” “Questo un libro”

“Questo un balasso”, “Questo un camaino”,

“Horsù, il gioco andarìa fin al mattino,

Però, chi non posto

Su pegni, ne ponghi uno,

E poi il suo riscuoterà ciascuno.


Dateci un pegno voi, signor Hortensio.”

“Ecco un smeraldo” “E voi, signora Orsina”

“Eccovi un guanto” “E questa è una turchina

Che vi dà il signor Silvio

E la signora Hersilia.

Sto ritrattino vossignoria lo piglia.


Signora Semidea, dateci un pegno.”

“Ecco un rubino” “E voi, signor Clemente?”

“Ecco un diamante chiaro e rilucente.”

“E voi, signor Flaminio?”

“Io vi darò il zucchetto”

“E voi, signor Horatio?” “Il fazzoletto”.


Horsù, credo che tutti habbiate posto,

Distribuite tutti quanti i pegni,

E all’atto di riscotere si vegni.

Nissun di voi si muova,

Di gratia, dal suo loco,

Che questo è tutto quanto il ben del gioco.


Poiché son tutti i pegni dispensati,

Signora Giulia, a voi che prima sete,

Tocca di far riscuoter quel c’havete.”

“Horsù, di chi è sto libro?

Qui del signor Marino?

Voglio ch’ei faccia da spazzacamino.”


“Eccomi pronto. Oh, ohi, spazzacamì,

Chi ha, belle donne, camì da fà spazzà,

O veramente la fuga da nettà,

Chimeme pur mi de suvra,

Che prest em rampeg su

Es ve la spazzi col mè mozzegù.”


“Oh buono, oh buono! Horsù, signora Silvia,

A voi tocca.” “Di chi è questo diamante?”

“Gli è del signor Hortensio.” “Hor venghi innante,

Io voglio ch’egli facci

Con la sua innamorata,

In lingua romagnola una bravata.”


“Io son contento. E’ psibl, Catlina,

Ch’eva a stinter edsì, musin mia bel,

Pr to amor, e morir iè catuel?

E cu t’l’ha dit a tu,

Diesma, t’mench d’fè

A un fdel servidor ch’ma fo iè?”


“Buon per mia fede. Horsù signora Laura,

A voi tocca.” “Di chi è questo anelletto?”

“Del signor Carlo” “Hor, venghi al mio cospetto.

Voglio, se lo volete,

Che fate da bargello,

E finger prender qualche ladroncello.”


“Io non fui sbirro mai, ch’io mi ricordi,

Pur non posso mancare a tal precetto.

Oh là, piglia costui, e tienlo stretto:

Ferma alla corte, Hai arme?

Passa qua, tu briccone,

Legalo tosto e menalo prigione.


Che ve ne par?” “Voi sete molto esperto,

Hora a voi tocca, signora Isabella.”

“Di chi è, signor, questa turchina bella?”

“Ell’è del signor Flaminio.”

“S’ei più la vuole in mano,

Voglio ch’ei finga un bravo mantovano.”


“Chi è col, ch’batt’a col bacchiocch, o là?

Puttana ch’an voi di del cil turchin,

Trem zos madonna madr al mi spadin,

Spedi, picchi, pistolli,

Ch’agh voi taià li brazzi,

Li gamb, li test, li costi, a sti bravazzi.”


“Hor tocca a voi, signora Semidea.”

“Signor Clemente, è vostro il facioletto?”

“Sì, mia signora.” “Hor state un poco lesto.

Voglio ch’andiate sotto

La fuga del camino,

E che tre volte chiamate Martino.”


“Volontieri signora. Adesso adesso

Vi servo, state a udire. Oh oh, Martino!

Bè bè, oh oh, Martino bè bè, Martino

Bè bè. V’ho io servita?”

“Sì, in fede mia,

Bacio le mani di vossignoria.”


Signora Hersilia, a voi tocca la volta”

“E’ vostro sto cameo, signor Ottavio?”

“Sì mia signora” “Hor non vi sia d’aggravio

Finger d’esser un cuoco

Francese, a la presenza

Di noi, narrar la vostra sufficienza”.


“Mon ami, son aplet Mattr Filipp,

E so far bon pastis per la mia foi,

Intingoi e potas a la fransoi,

Pero non rgadet vu

Ch’moi sia ptit enfans,

Ch’mui bien soi fer da prans al’us de Frans.”


“Che ne dite signora?” “Un nobil cuoco

Voi sete, e per francese italiato

Mi sete riuscito assai garbato.”

“Orsù, signora Orsina,

Fate che quel stuzzetto

Riscosso sia, che ‘l gioco vada netto.”


“E’ vostro ‘l stuzzo, signor Alessandro?”

“E’ mio per certo” “Hor voletelo voi?”

“Signora sì” “Ma non farete poi

Il mio comandamento

Ben haveria del villano,

Hor fate dunque un po’ da Gratiano”.


“Oh zent di pasturanza, stadij a urbir,

Io sdij a la prsientia d’un duttor,

Filosn, dliquent parlador,

Qual in sut e per sut

Po’ star al marangon

De Tettem in le oliv, e Ciserchion.”


“Ah ah ah, questa sì è stata bella,

Hor a chi tocca?” “A la signora

Lavinia” “Horsù, non fate più dimora”.

“Di chi è sto drappicello?”

“Gli è del signor Horatio,

Ch’in don dieda a la sposa il bel topatio.”


“Questo pegno, signor, volete coi?”

“Signora, sì, se lei me lo vuol dare.”

“Hor vi dirò che cosa havete a fare:

Voglio che voi fingiate

D’esser un pantalone,

Qual dica con Amor la sua ragione.”


“Mal’anno habbia la mare che t’ha fatto,

E la ghiandussa a chi t’ha inzenerao,

Frasca, pissotto, fantolin cagao,

E infrisar un par mio, ahn?

Mo dime un babuasso

S’un zorno no te pisso nel carcasso.”


“Horsù, le donne han dispensato i pegni,

Però a gli huomini tocca parimente,

Incominciate voi, signor Clemente.”

“Hor, di chi è questo guanto?”

“Della signora Orsina”

“Canti un po’ una canzon da contadina.”


“Horsù vi servo, state pur a udire:

Oh Sabbatina, da quel petto bianco,

Donami un bacio, perché vengo manco,

Fa la la le la

Fa la la li lon,

E tutto ‘l dì in sù l’asin, la la dridon.”


“Galante, a fè. Hor via, signor Horatio.”

“Signora Giulia, è vostra questa chiave?”

“Sì, mio signore.” “Hor non vi para grave

Di finger una balia

Di quelle montanare

Che van cercando figli da lattare.”


“Di gratia, hor hor vi servo, il mio signore:

Censuna, oh un c’haves un putazzet

Da dar a balia, ah guarda qui ch’tet,

S’a vdissij po al mia lat,

L’è pros ch’m’è una zuncà,

Cha i fo vgnir in t’un mes gras abragà.”


Buona, buona, signora. Horsù, signor Hortensio,

Seguite innanzi.” “Hor, di chi è questa fede?”

“Della signaro Laura” “Hor, senza in piede

Levarvi, mia signora,

Dite, ch’ogn’un vi senta,

Che cosa vi potrebbe far contenta.”


“La contentezza mia sarebbe questa:

Ch’io potessi trovar un buon partito

Per la mia Flavia, qual’è da marito,

Perché da questi tempi

Sol si mira alla robba,

Sia poi la sposa guercia, zoppa o gobba.”


“Pur troppo è vero. Horsù, signor Ottavio.”

“Signora Hersilia, è vostro sto ritratto?”

“Signor sì” “Hor ve ne voglio far buon patto:

Voglio sol che diciate

Quando fusti la sposa,

Quel che vi piacque sopra ogn’altra cosa.”


“Piacquemi quando udij che ‘l mio marito

Era huomo saggio, e che non havea vitio

Che d’haver gelosia mi desse inditio,

Che, dove alberga e regna

Sospetto e gelosia

Si vive in foco e fiamma tuttavia.”


“Saggia risposta. Horsù, signor Flaminio,

Seguite l’ordin del vostro vicino.”

“Signora Semidea, questo rubino

E’ vostro?” “Sì, cred’io”

“Le parti dichiarate

Che denno haver le donne maritate.”


“La donna maritata, cinque parti

Vuole haver: per la prima esser prudente

E nel regger la casa diligente,

Allevar bene i figli,

Non esser litigiosa,

E al marito fedel sopra ogni cosa.”


“Bei detti. Hor tocca al signor Alessandro”

“Signora Silvia, è vostra questa borsa?”

“Sì signor” “Dite che disgratia è occorsa

Alla vostra vicina

Qual cridava sì forte

L’altra mattina con il suo consorte.”


“Io lo dirò, ma resti qui fra noi.

Ei trovò in casa certa femminetta

Che portar sotto i polli si diletta,

E le diè molte pugna.

Per questo ella sdegnata

Gridava com’un’anima dannata.”


“Ei glie ne fe’ buon patto. Horsù a voi tocca

Signor Carlo.” “Hor, di chi è questo balasso?

Ch’anch’io mi voglio un poco prender spasso.

Voi signora Lavinia

Riscuoter lo dovete.”

“Eccomi qui, per far quel che volete.”


“Come faresti a passare una capra,

Ed un mazzo de cavoli ed un lupo

A un a un di là da un fosso cupo

Che ‘l lupo non mangiasse

La capra, o veramente

Lei non mangiasse i cavol parimente?”


“Io di là passerei la capra prima,

Poi a pigliar i cavol tornerei,

E su le corna sue gli legarei,

Acciò non gli potesse

Mangiar, poi passerìa

Il lupo, e così salvo ogn’un sarìa.”


“Voi dite bene. Hor ecco il vostro pegno,

Eccene più?” “V’è il signor Silvio ancora,

Il qual tiene l’anel de la signora

Isabella.” “Hor volete

Signora il vostro anello?”

“Sì signor” “Qui vi vuole un buon cervello.


A una donna c’havea un figlio in braccio,

Chiesto gli fu di chi era quel cittello,

‘E’ figlio di mio marito ed è fratello

Del mio marito’, disse.

Hor come sta il quesito,

Send’ei figlio e fratel del suo marito?”


“Qui veramente il mio saper val poco,

Pur l’interpretarò, com’io l’intendo,

E dico che del figlio figlio essendo,

E fratel del marito,

Forz’è ch’ei fosse stato

In lei dal proprio figlio generato.”


“Voi sete una gran donna, e veramente

Havete gran giuditio, e ‘l fatto appunto

Sta giustamente come havete conto,

Ch’un figlio sconosciuto

Sposò la propria madre,

E fu de’ figli suoi fratello e padre.”


“Horsù, v’è più nessun che tenga pegni?”

“Nissuno. Hor dunque faccisi un balletto”.

“Fermatevi, che ancora v’è il zucchetto

Qui del signor Flaminio,

Qual ha il signor Marino,

Ch’a lui tocca concludere il festino.”


“Signor Flaminio, poi che ultimo sete,

Non sdegnarete far quel ch’io vi dico”

“Guardate non mi porre in qualche intrico

Che riuscir non possa”

“Io vi vo’ comandare

Sol cose honeste e che possiate fare.


Voglio che date, se vi contentate,

Un lodo e un biasmo a ciaschedun di noi,

Con quel giudicio che si trova in voi,

Poi il signor Ascanio,

S’a forte egli è di vena,

Cantarà un poco, e poi andremo a cena”.


“Questo, per dire il vero, è un gran precetto,

Che voi mi fate, ma non vo’ mancare,

Ancor ch’io sappi, che mal soddisfare

Si puote a ogni persona,

Pur la mia speme è tale

Che nissuno al mio dir havrà per male.


Horsù, comincio a voi, signor Ascanio,

E dicovi che sete assai garbato,

Ma quella spada vi piange di lato.

E voi, signor Hortensio,

State ben, così raso,

Ma in vero havete troppo lungo il naso.


Il signor Alessandro è grande e grosso,

E può apparir fra ogn’altro cavaliero,

Ma il suo cervello ha un poco del leggiero;

Il signor Carlo è grande,

Ma in gli homer par si pieghe,

E getta alquanto i piedi alle botteghe.


S’io voglio dir qui del signor Marino,

Dirò ch’egli è galante e virtuoso,

Ma con gli amici alquanto sospettoso,

Ed il signor Ottavio

E’ gratioso ancora,

Ma troppo fa il crudel con la signora.


Signor Horatio, voi sete prudente,

E riuscite in tutte le faccende,

Ma a dirvi il ver, la borsa non vi rende.

E voi, signor Clemente,

Havete bella barba,

Ma tanta capigliara non mi garba.


Il signor Lelio è nobile, e gentile,

Ma stizzoso e bizzarro di natura,

Ver’è che la sua collera non dura.

Hor vengo a queste dame:

Ma non vi scorozzate,

Che ‘l gioco vuol che ‘l tutto comportate.


Signora Giulia, io ve lo dico schietto:

Voi gir potete al par d’ogn’altra bella,

Ma in ver troppo alta portate la pianella.

E la signora Orsina,

Porta assai ben la vita,

Ma la vorrei veder più colorita.


Signora Silvia, havete bella bocca,

Bel naso, belle guancie e bello aspetto,

Ma quel ciuffo alto fa cattivo effetto.

La signora Isabella

Ha una gentil maniera,

Ma a casa grida un poco volontiera.


Sete unica, signora Semidea,

Sì in virtù, come ancor nella bellezza.

Ma troppo sete piena d’allegrezza.

E la signora Hersilia

E’ vaga ed è leggiadra

Ma quel tanto lisciarsi non mi quadra.


La signora Lavinia ha un bel parlare,

Bel proceder con tutti, ed è prudente,

Ma dà orecchie a le ciancie facilmente.

E la signora Laura,

E’ bella e vezzosetta,

Ma per poco di cosa ella s’impetta.


Hor v’ho servito, datemi il mio pegno,

E se per forte alcun si trova offeso

Dal mio parlar, per questo non ho inteso

Ma d’oltraggiar nissuno,

Ch’a me portar s’aspetta

L’honor di tutti sopra la baretta.”


“Voi vi sete portato unicamente,

Signor Flaminio, in questa occasione.

Hor che si porti un poco il chitarrone,

Quivi al signor Acanio,

Perch’ei non ha giocato,

Co ‘l canto supplirà dov’ha mancato.”


“Signori, perdonatemi di gratia,

Perché la mente ho alquanto travagliata,

Né cosa potrei far che fosse grata,

E questo canto è frusto

Ed io son mezzo roco,

Tal ch’io farei per soddisfarvi poco.”


“Ogn’arma è buona, come si suol dire,

In man d’un valoroso capitano,

Però signori il suo scusar è vano,

Perché, sia un instromento

Quanto vuol mal trattato,

Nelle man sue divien soave e grato.”


“Signori, havete torto in fede mia

A dar la burla a un vostro servitore,

Ma veramente io non son d’humore

Perché la mia signora

Hoggi m’ha fatto un tiro

Che mentre voi ridete, ed io sospiro.”


“Havete gran ragion. Horsù, patienza,

Ma ben di nuovo vi vogliam pregare

Un’altra volta a non voler mancare.”

“Non mancarò di certo,

Anzi, ho certe arie belle

Che molto gusto havrete, udendo quelle.”


“Hor che ‘l signor Ascanio è appassionato,

Andiamo a cena, ch’altro non ci resta,

Che far più questa sera,

Se insieme tornaremo

Un’altra volta, nuovo spasso havremo.”


IL FINE