LA GLORIA

DELLE DONNE

Di Giulio Cesare dalla Croce


ALLA ILL.MA ET ECC.MA SIG.RA


MARCHESA di Massa

ALLA ILLUSTRISSIMA

ED ECCELLENTISSIMA


DONNA MARFISA D’ESTE

CIBO MARCHESA DI MASSA


Sendomi pervenute alle mani a i giorni passati, Illustrissima ed Eccellentissima Signora, alcune rime in biasimo dell’honorato sesso donnesco, ed havendole scorse più volte, n’ho preso grandissimo sdegno da parte loro, sì perché mi pare che molto s’allontanino dal vero quelli che si movono a ingiuriarlo, come anco perché mostrano poca prudentia, consumando essi il tempo in così odiosa operatione, dove altro non ne acquistano al fine che biasimo e malevolentia da tutti, e particolarmente dalle donne, le quali, se non tutte almeno la maggior parte, furono e sono state dotate di molte gratie e virtù singolari, come nelle scritture antiche e moderne se ne ritrova tante e tante che sono state famosissime, così nelle lettere come nell’armi, e in altri nobili ed honorati esercitij, di maniera tale che con il loro elevatissimo ingegno hanno fatto stupire il mondo. Onde, vedendo quanto ingiustamente sia calunniato questo sesso così nobile e non mai abbastanza lodato, mi son mosso (ancorché malamente buono) a difendere l’honor suo al meglio ch’io ho potuto e saputo, per mostrare l’affettione ch’io porto alle donne, ed ancho per provare a quei tali, che più lode e riputatione acquistarìano a spiegare in alti concetti i suoi sublimi honori, che cercare oscurare i raggi della sua chiara fama. E per havere l’armi più forti e più secure, ho pensato temprarle alla fucina della grandezza dell’Eccellenza vostra, Ed aguzzarle alla pietra della sua magnanimità, la quale, con l’alto suo valore, la chiarezza de’ costumi, la gravità de’ pensieri, la nobiltà della mente, e la candidezza della fede, illustra, innalza e dà tanta riputatione a questo nobilissimo sesso, e lo viene a fare lucido e risplendente a guisa di Piropo, e l’ombra di lei sola è bastante a fare chiudere la bocca a questi maldicenti, a raffrenare le loro mordacissime lingue, e me parimente difendere da i loro acuti morsi. Vostra Eccellenza dunque non sdegni questa mia operetta, benché sia debile e bassa, Sapendo che ho poco credito con le Muse toscane, e quel poco ch’io faccio, viene solo da un picciol rivo di vena naturale, la quale è senza studio e fondamento alcuno. Però, s’ella non udirà parole terse, né vaghezza di rime, come si converrebbe a sì nobil materia, ella mi havrà per iscusato, e particolarmente perché, havendo tardato tanto a venire a farle riverenza, non ardivo comparirgli innanzi senza qualche cosa di nuovo, e però con questa occasione me le appresento, offerendole questo picciol dono, e pregandola a non guardare alla bassezza di quello, e con ogni riverentia a Vostra Eccellenza Illustrissima mi raccomando.

Di Bologna, il 15 di luglio MDXC


Di Vostra Eccellenza Illustrissima


Humile Servitore

Giulio Cesare dalla Croce

Donne leggiadre, ne’ cui lumi ardenti

Mirar non sdegna anzi specchiarsi il sole,

E fate co’ bei raggi alti e lucenti

Nascer, quando più agghiaccia, erbe e viole,

Non siate, prego, questi rozzi accenti

Né il basso suon di queste mie parole

Sdegnose in ascoltar, mentre col canto

Cerco innalzar le lodi vostre e ‘l vanto.


Anchor che da voi stesse siate tali

Che da ogni tara che data vi sia

O fatto dishonor da tali e quali,

Ch’in biasmo vostro parlan tuttavia,

Difender vi potiate, anzi con l’ali

Del nome vostro, ond’ogni ben s’invia,

Al mondo dimostrar chiaro ed aperto

Quanto in voi splenda d’alta gloria il merto.


Non di men sento in me sì grave sdegno

Donne vaghe e gentil di virtù piene,

Quand’odo qualche rima o verso indegno

Che solo in biasmo vostro si contiene,

E in tanta rabbia e in tal furor divegno,

Che s’io fussi fra i ceppi e le catene

Le spezzarei, e pigliarei l’inchiostro

Per venire a difender l’honor vostro.


Che vi son tai che non san fare un verso

Né una minima riga porre in carte,

Se tutto il suo furor non sfogan verso

Voi donne, ove ogni gratia il ciel comparte,

E in tal humore han tanto il core immerso,

Che si sforzan scoprire a parte a parte

I mancamenti in voi, se pur n’havete

Ed oscurar di bon quanto tenete.


Onde, mosso da tale occasione,

E perché il viver mio da voi deriva,

Non posso comportar, contra ragione

D’udir che alcuno in vostro biasmo scriva,

E qui m’accingo a stare al paragone

Per far che ‘l nome vostro al mondo viva

E per mostrare anchor quanto s’inganna

Chi con la lingua il vostro honor condanna.


Ma se la rima mia non è bastante,

A far quel tanto che ‘l mio cor desia,

Toccando a voi anchor, fatevi innante,

E date forza a la memoria mia,

C’havendo sol del vostro almo sembiante

L’ombra, non curo d’altra poesia,

E basterà a mostrar quanto voi sete

Honeste e saggie, e quante gratie havete.


Sarà la fronte vostra il mio Parnaso,

Dovre havrà il mio concetto alto ristoro,

E le vermiglie guancie, gli occhi e ‘l naso

Le dotte figlie de l’aonio choro:

Quella rosata bocca, il suo bel vaso,

Le crespe chiome, il sempreverde alloro,

E ‘l dolce ragionar sarà il mio thema,

Il mio carme, il mio stile, il mio poema.


Ma che Parnaso cerco, o verde lauro,

Che fonte bramo, che Castalio chiostro?

Se in ciò può darmi alto restauro

Magnanima Signora, il nome vostro?

Che con tanto splendor da l’Indo al Mauro

Scorre è le Gadi, il Gange, il Borea e l’Ostro,

Che solo a dir MARFISA, basta questo,

Un mar di cortesia vuol dire il resto.


Mi sarà dunque il nome vostro intanto

Scudo, e ripar contra color che vanno

De le donne oscurando i pregi e ‘l vanto,

E che sì gravi offese ogn’hor gli fanno,

Perché tanto risplende in ogni canto

Che certo son che muti resteranno,

E le lor lingue serreran fra denti

I Momi, i Zoili e gli altri maldicenti.


Hor do il principio al mio gentil concetto,

Gentil dico io, perché la gentilezza

Vo’ spiegar delle donne, ed in effetto

Mostrar che da lor viene ogni dolcezza,

E chiunque le biasma o fa dispetto

E chi a torto le batte, o le disprezza,

Non merta esser chiamato tra la gente

Per huomo, ma per fiera o per serpente.


Quel barbaro crudel, qual empio scita,

Qual tartaro inhuman, qual fiero trace,

Qual aspro lestrigon, qual furia uscita

Del basso centro, ov’alcun ben non piace,

La pestifera lingua havrà sì ardita

Che de le donne in cui alberga e giace

Ogni bene, ogni gioia, ogni contento,

Osi macchiar la fama a tradimento?


Non può aver del civil, né del cortese

Chi biasma il degno sesso femminile,

E chi cerca infamarlo o farle offese,

Forza è che sia di core abbietto e vile.

Che s’una se ne trova di scortese,

Mille a l’incontro c’hanno il cor gentile

Ne sono, e s’una ha parti infame e brutte,

Non è il dover però biasmarle tutte.


Vedonsi in fertilissima campagna

Le ricche spiche verdeggiare intorno,

E rallegrando il piano e la montagna

Par ch’a noi versan de la copia il corno,

Pur l’empio loglio seco s’accompagna,

Seco si mischia e seco fà soggiorno,

Hor s’ei fà l’huom venir pazzo ed insano,

Perché tassar per lui si deve il grano?


L’api, che fabbricar han per natura

Il più dolce liquor ch’al mondo sia,

E da odorosi fiori a la verdura

Cogliono il cibo, e giovan tutta via,

S’in tante milliara una pontura

Una vi porge, chi però desìa

Uccider l’altre tutte, e porle al fondo,

S’a l’huomo son di tanto utile al mondo?


Fra tanti frutti buoni e delicati,

Che secondo i lor tempi vengon fore,

V’è il sorbe e ‘l pruno, poco al gusto grati,

Acerbi e duri edi cattivo humore.

Hor per quelli saran dunque lassati

Poponi e fichi de sì bon sapore?

Le ciriegie, le pere e le susine,

Che se ne mangiarebbon sine fine?


In ameno giardin, tra gigli e rose,

Vedesi ancora la pungente ortica

E tra l’altre erbe vaghe ed odorose

Ella si scopre a l’huom empia nimica.

Pur son tutte erbe, e in esse son nascose

Varie virtù che non convien ch’io dica.

Hor, se quella sol noce, che colpa hanno

Di questo l’altre, che d’intorno stanno?


Così, s’una vi gabba o vi dà pene,

S’ella vi straccia, o porge affanni e guai,

Dolervi sol di quella vi conviene,

Né l’altre ingiuriar poco né assai:

Ché la legge non vuole e non sta bene

Né chi sarà gentil lo farà mai,

Perché s’io non vi offendo o non v’inganno,

Non ne devo apportar onta né danno.


Ma vi son molti c’han de mancamenti,

Che solo a nominarli son schifosi,

Brutti, deformi, loschi, o senza denti,

Inetti della vita e stomacosi,

E fanno i belli, i vaghi, i sofficienti,

I leggiadri, i galanti, i gratiosi,

E voglion (tanto han perso l’intelletto)

A le donne piacere a lor dispetto.


E s’elle stanno in ciò punto ritrose,

Né voglion soddisfare al lor desìo,

Quelle fiamme sì calde ed amorose

In odio cangian, disperato e rio,

E vibrano lor lingue velenose,

Per metterle in disgratia al cielo, a Dio,

A gli huomini, a le fiere, al mondo tutto,

Con un libello infamatorio e brutto.


Indi poi, mille epiteti le danno,

Di superbe, di fiere, d’orgogliose,

Del mondo e di natura eterno danno,

Di pazze, di volubil e sdegnose.

Altri sentina d’ogni mal le fanno,

Altri crudeli, inique e dispettose,

Altri le chiaman Furie, altri Chimere,

Altri mostri infernali, altri Megere.


E per potersi meglio accomodare

A dir ben mal di queste lor nimiche,

Vanno costor gli esempi a ritrovare,

Di certe triste femminucce antiche,

E dicon che son tutte d’abbrugiare

Le donne, e che son false ed impudiche,

Insaciabili, ingorde e disleali,

Hospitij dove albergan tutti i mali.


Ed allegan Pasife, Mirra e Fille,

Bibli, Semiramìs, ed altre rie,

E ne lassan da parte mille e mille,

Che fur benigne, saggie, honeste e pie;

Come son le Cornelie e le Camille,

Le Laodomie, l’Andromachi, l’Argie,

E le Martie, e le Portie e le Sulpitie,

Che fur specchi d’honor, non di tristitie.


Né d’Artemisia, ch’al suo Mausoleo

Die’ nel suo corpo degna sepoltura,

Né de la casta moglie di Sicheo

Parlan, ch’al rogo andò senza paura,

Né d’Hipermestra, ch’alta prova feo

De la sua fede, sì candida e pura,

Né men de l’innocente Polissena,

Né di Cassandra, d’alta vertù piena.


E lassano da parte la fortezza

Di Fulvia ardita, e di Pantasilea,

La maestà di Livia, e l’accortezza

Di Claudia, e ‘l gran valore d’Isicratea,

L’eloquenza di Giulia, e la prodezza

Di Zenobia, e la fama d’Asitea,

La castità d’Etelfride, e d’Hersilia,

La fede e la costanza di Quintilia.


Né d’Arpalice o di Tomiri fanno

Memoria, e pur son chiare e generose,

Né d’Ippolita anchor notitia danno,

Qual’è descritta tra le più famose.

Né d’Orontea, né d’Alessandra vanno

Scrivendo l’opre eccelse e gloriose,

Né di Penelope, né de la casta

Lucretia, che a dir queste par che basta.


Tant’altre che fur caste e continenti

E maritate e vedove e donzelle,

Che più tosto patir mille tormenti

Volser, ch’a l’honestà farsi rubelle.

Altre in lettere sì dotte ed eccellenti,

Che la lor fama va fin a le stelle,

Come le lor virtudi in queste carte

Odonsi, se non tutte almeno in parte.


Scrisse Proba romana la centona

De’ versi già del mantoano Homero,

Paula Cornelia, come si ragiona,

De la filosofia seguì il sentiero,

L’eloquenza d’Hortensia anchor risuona

E co’ suoi raggi alluman l’emispero

Saffo, Aspasia, Corinna e Nicostrata,

Pitadora, Marcella e Policrata.


Dotta fu Brela nella medicina,

Negli epigrammi Telesilla rara,

La figlia d’Aristippo di dottrina

Fu al paragon d’ogn’altra illustre e chiara,

Dottissima fu Hipatia alessandrina,

Sapiente Atircia, ed a le muse cara,

E la sua vita consumò tra dotti

Amalasunta, regina de Gotti.


Maria di Monferrato parimente

Dotata fu d’altissimo intelletto,

Erinna tanto rara ed ecellente

Che diede a più sapienti alto concetto.

D’Aripite la moglie ornatamente

Scrisse, e mostrò d’haver gran scienza in petto.

Gran letterate fur Pola e Crescilla,

Teodolinda, Gotilde e Damosilla.


Ildegarda, donzella d’Alemagna,

Fu di gran spirto e gran virtù dotata,

E fu a’ suoi tempi gloriosa e magna

Leontia greca, d’alta scienza ornata,

Né vo’ che Temistoclea vi rimagna,

Da’ letterati tanto commendata,

Né di Pentaclea la dottrina anchora

Ch’al par splendon del sol e de l’aurora.


Unica e rara nella poesia

Fu Vittoria Colonna e sì gli piacque,

Che sempre volse stare in compagnia

Del biondo Apollo a le Castalid’ acque.

Veronica da Gambara tal via

Tenne, e seguir le muse si compiacque

Maddalena Campiglia e la Prandina

Fur poetesse, e Laura Terracina.


Foscarina Veniera venziana

Fu honor e gloria de l’Aonio choro,

E Laura Battiferri alta e soprana

Ornò la fronte sua di verde alloro,

Isabetta Massola, più che humana

In Elicona tenne il bel decoro,

E al par di tutte, a questa età cammina

Tarquinia Molza, e Laura Lucchesina.


Mille e mill’altre donne valorose

Son state eccelse, e di gran nome al mondo,

Armigere, feroci e bellicose,

Di sommo ingegno e di saper profondo,

Di cui fur l’amazzone alte e famose

Specchio fra tutte, e note a tondo a tondo,

Tal che gli alti suoi gesti viveranno

Mentre per i lor corsi i cieli andranno.


Rodogone, figliuola d’Artaserse

Scendo rimasa vedova assai bella,

Nel petto a la nutrice un ferro immerse,

Che cercava col dir corromper quella,

D’Asdrubale la moglie mai si perse,

Nelle sue adversità, né men rubella

Fu a lui, ma sempre mai costante e forte,

Lo seguì fidelmente fino a morte.


La moglie di Alessandro, re di Sicio,

Dopo l’essergli ucciso il suo marito,

Con l’armi in mano fe’ purgar l’indicio

A chi il crudel eccesso havea esequito.

Senocrita, con l’armi e col giuditio

La patria liberò da un infinito

Stuolo di gente, e ciò Ruffilla anchora

Fè (di Norvegia), onde risplende ogn’hora.


Fu così dotta Cambra di Bertagna,

Che le leggi compose in quel confino,

E l’uso ritrovò de la campagna,

Tesser le tele e seminare il lino,

Stabilissima e forte fu la magna

Sempronia, e seppel’ Lucio Saturnino,

Che con prieghi e minaccie puotè mai

Indurla al suo voler, poco né assai.


Hipparca, matronea vaga e gentile,

Sprezzò la sua beltà, le gemme e l’oro,

E Crate seguitò, con atto humile,

Per haver di dottrina il gran tesoro,

Né mai piegarsi a cosa indegna e vile

Magistona non volse, anzi il martoro

Non puote ne le carcer né il tormento

Levarla dal suo bon proponimento.


Gagliarda, forte, valorosa e casta

Fu Maria da Pozzolo, e vaga e bella,

A maneggiar la spada, a correr l’hasta,

Avezza fina da tenera cittella.

Ma Orietta d’Oria ov’è rimasta

Tanto famosa? Ed ancho la Torrella

Che ‘l territorio suo non sol difese,

Ma l’inimico stuolo uccise e prese.


Prima che consentire al bestiale

Humor di Dario e per salvar l’honore,

Sofronia s’ammazzò con un pugnale,

De la sua gioventù sul più bel fiore.

Honoria Bellinesi a passo tale

Gionse, che pria passar lassossi il core

Col fero acuto, e dar mille martori,

Che voler darsi in pasto a’ violatori.


Ma a ch’effetto cerch’io poner in carta

Quel che chiaro di lor si scorge e vede:

Non si sa espressamente se di Sparta

Cinquanta donne, per non romper fede

A lor mariti, e perché attorno sparta

Fusse la fama sua di gloria herede,

Da sfrenati messeni esser uccise,

Volser che da l’honor esser divise?


Né mancan chiari ed infiniti esempi

Da poter dimostrare in lor favore

Occorsi in varij modi e in varij tempi,

A magnanime donne e di gran core.

E mille stratagemme, e mille scempi

Ch’elle han patito, acciò che bel candore

De la sua fede mai non fusse offeso,

Ma che restasse ogn’hor salvo ed illeso.


E chi volesse dir di tutte quelle

C’han fatto opere degne, alte e famose,

Sarìa un voler annoverar le stelle,

E del mar misurar le parti ascose,

Perché tante pudiche, caste e belle,

Tante prudenti, saggie e virtuose

Son state per il mondo in ogni sito,

Che sarìa proprio un numero infinito.


Ma dove lasso de la patria nostra

Le donne illustri, e di gran scienza ornate?

Che ciascuna di loro indora e inostra

Felsina bella, in questa nostra etate,

Poi che lassar tra noi sì chiara mostra

De la sua fama, e de la sua bontate

Ch’anchor si vedon sculti i nomi loro

In marmi, in bronzi, in rame, in carte, in oro.


Tra l’altre fondatissima Giovanna

Fu de’ Bianchetti, e piena di dottrina,

Che la lingua boema e l’alamanna

Oltre la greca haveva, e la latina.

E parea che stillasse e miele e manna

Mentre parlava tanto pellegrina

Era nel dire, e tanto gratiosa,

Ch’era stimata sopr’humana cosa.


Novella de Giovanni, già d’Andrea,

Moglie di Gian Lignan, sì gran dottore,

Mentre che qualche occupatione havea

Egli, che de lo studio era lettore,

Pubblicamente catthedra tenea

Per lui, mostrando l’alto suo valore,

Ed oltre che fu a i libri grand’amica,

Fu piena di bontà, casta e pudica.


Bettina pur, del sangue Calderino

Uscita, fu di scienza un chiaro fonte,

E lesse nello Studio patavino

Un tempo, e ne portò cinta la fronte

Di somma gloria, e in greco ed in latino

Tanto fu esperta, e di maniere conte,

Che celebrata vien da tutti i lati,

Come stupor de tutti i letterati.


Fu Propertia de’ Rossi sì fondata

Ne la scultura, e sì famosa e chiara

Ch’anchora l’opra sua si mira e guata

Come cosa stupenda, unica e rara,

Onde in quei tempi molto fu stimata

Dal gran scultore Alfonso da Ferrara,

E fu in tal arte di tanta eccellenza

Che co i più dotti fece a concorrenza.


La gratiosa voce e ‘l dolce canto

Di Giulia Ratta e ‘l dilettevol suono

Le diè in que’ tempi sopra l’altre il vanto,

Tanto il ciel fu cortese a fargli dono

Di virtù così rara, per cui tanto

Piacque, onde più che mai rimbomba il tuono

De la sua fama, con sì salde tempre

Che ‘l nome suo tra noi viverà sempre.


In simil arte molto dilettosa

Hippolita fu anchor Mezzovillani

Dotta nel canto, rara e virtuosa

D’alte maniere e bei sembianti humani,

Modesta, saggia, honesta e gratiosa,

E perciò da vicini e da lontani

Amato fu pel suo gentil concerto

Come donna famosa e di gran merto.


La chiara voce, gli angelici accenti,

Le dolci note, l’armonia soave,

Di Laura Bovia, e gli alti e bei concenti

Formati hora sul molle, hora sul grave,

Han forza d’arrestar ne l’aria i venti,

E si può dir che ‘l mondo hoggi non have

Al paragon di lei altra simile,

Cerchi chi vuol il Battro, il Gange e il Thile.


Tante altre ch’in seguir filosofia,

E in musica fur rare oltra misura,

Ne la scultura, e ne l’astrologia,

Anchora in aritmetica e in pittura,

Tra quali a questa etate par che sia

Gran stupor de le genti, e de natura

Lavinia Fontana, alta pittrice,

Unica al mondo, come la fenice.


Pinge costei così mirabilmente

Ch’aguaglia Apollodor, Zeusi ed Apelle,

Michel Agnol, tra gli altri sì eccellente,

Correggio, Titian e Raffaelle.

E’ nel ritrar sì rara e diligente,

Che non ha pari in queste parti, o in quelle,

Tal c’hormai rissonar s’ode il suo nome

Per tutto dove il sol spiega le chiome.


Vorrei, s’io havessi vena, alzarmi tanto

Ne le lodi di questa, ch’io farei

Splender per tutto il suo gran merto e ‘l vanto

Degno di palme, ed immortal trofei,

Ma perché a tanta impresa uguale il canto

Non è, qui tacerò, perché di lei

Canteran altri, in versi più sonori

I sommi pregi, e i suoi sublimi honori.


E ritornando al cominciato stile,

Contra color che biasimando vanno

Questo sesso sì nobile e gentile,

E che vergogna e dishonor le fanno,

Dico che si può dire esser simile

A una sfera, colui che lor fa danno,

E che meritarìa, chi gli dà pena,

Finir sua vita al ceppo e a la catena.


La donna è un animal senza veleno,

Senza malitia in petto, e senza fiele,

E di somma dolcezza ha colmo il seno,

E stilla da la bocca manna e miele,

E con l’aspetto suo vago e sereno

Rallegra il mondo, e sempre porta ne le

Ciglia modestia, e dove pone il piede

Seco conduce amor, fermezza e fede.


Le donne han già vietato gran ruine

Che nascon spesse volte tra le genti,

E a mille discordie han dato fine,

A mille stratagemme e tradimenti,

E di ciò ne fan fede le sabine,

Che i consorti, i fratelli ed i parenti

Legaro in tanta pace e tanto amore

Dov’era sangue pria, morte e rancore.


Per le donne si fan de’ parentati,

E s’uniscono i sangui in amicitie,

E congiungonsi insieme i regni e i stati,

E pongonsi in oblio le inimicitie,

E s’amano insieme tutti i principati,

E crescono i tesori e le divitie,

E con questo legame e questa fede

Il mondo s’empie, e si mantiene in piede.


Quante volte sossopra per le guerre

(o per confine, o per altr’odio nate)

E’ stato il mondo ove castelli e terre

Son state prese, guaste e ruinate?

Né s’han potuto lavorar le terre

O che le biade son state abbrugiate,

Ond’era tanta strage in ogni loco

Che tutto era arme, sangue, ferro e foco.


Né haver potuto rimediare a tanto

Sdegno (che travagliava ogni contorno)

Eccetto solo il matrimonio santo,

Ch’estinto ha l’odio che bolleva intorno:

Questo ha mandato ogni rancor da canto,

E reso il mondo di letitia adorno,

Per mezzo de la donna, hor qui si vede

Di quante gratie il ciel l’ha fatta erede.


Donna dono vuol dir dunque, e non danno,

Mandato a noi da le superne sfere

Non come voglion quei ch’in l’odio hanno

Ch’udirle nominar, non che vedere,

Non le ponno, e gran torto in ver le fanno,

Che la sua protetion dovrìan tenere,

Perché la casa ove non è maneggio

Di donna, sempre va di male in peggio.


La donna è quella che governa e regge

La casa, e tiene unita la famiglia,

E che mantien la roba, e che corregge

E dà creanze al figlio, ed a al figlia,

E l’honor del marito ama e protegge,

Né mai dal suo voler torce le ciglia,

Ma, secretaria d’ogni suo conseglio,

Di giorno in giorno và di bene in meglio.


Chi tien polito l’huomo e chi lo manda

Coi drappi bianchi netti e delicati?

Chi lo fa comparire in ogni banda

Con bei collari, candidi e pregiati?

Chi ordina le bucate? Chi comanda?

Chi fila, tesse e cuce gli apparati?

La donna, ch’a la casa ha sempre il core,

Ma non è conosciuto il suo valore.


E’ devota la donna, ed è pietosa

Semplice, pura, e di malitia priva,

Sollicita nel ben, nel mal ritrosa,

Piena di compassion, caritativa,

Prudente, saggia, honesta e vergognosa,

D’ogni tristitia e d’ogni vicio schiva,

Dolce da conversar, piena d’amore,

Ricca di fede e nobiltà di cuore.


Dove son donne sempre si ragiona

Di cose honeste, virtuose e grate,

Né cattiva parola ivi risuona,

Ma sol d’opre gentili, al ben piegate.

Perché de l’honestà portan corona,

Né udir puon cose brutte e mal create,

Né parlar stomacoso, empio e scorretto,

Perché gusto non v’han, non v’han diletto.


Se innavedutamente cascheranno

Gli huomini talhor in cose poche honeste,

Subito che una donna vederanno,

Fermando il dire, abbasseran le teste,

E vergogna tra loro anco n’havranno,

S’ella uditi gli havrà, dunque per queste

Ragion si vede che la donna è scorta

Del bene, e ch’alcun mal seco non porta.


Ma chi ha fondato il suo pensiero in terra

E posto la sua speme in cosa vile,

Poco cura il tesoro il qual si serra

In vaso pretioso alto e gentile,

Così color che cercan porre a terra

La fama de le donne, son simile

Al gallo, che la gemma non apprezza,

Né sa che sia virtù, né gentilezza.


La talpa, per istinto di natura,

Odia la luce e segue il cieco horrore

E quando viene a l’aria terza e pura

Tòcca da quella, tosto se ne muore;

Così, chi de la donna non fà cura,

In cui regna virtù, pace ed amore,

Essendo privo d’ogni bel costume

Mirar non può la gratia del suo lume.


L’aquila, quando i figli suoi son nati,

Tosto affissar gli fa gli occhi nel sole,

E quei ch’in esso restano abbagliati

Da sè discaccia, né cibar gli vuole;

Così meriterìano questi ingrati

Che l’honeste maniere uniche e sole

Delle donne mirar né veder ponno,

Chiuder lor gli occhi in sempiterno sonno.


Corrono dietro tutti gli animali

A la pantera pel suo grato odore,

Eccetto il drago, re de tutti i mali,

Che l’odia e fugge, né gli porta amore;

Così, simili al drago, questi tali

Son, che non han né gusto né sapore

In cose virtuose, alte e gentili,

Ma sol ad opre indegne, abbiette e vili.


Volando scorre sol la notte intorno

Il vespertiglio, e ne gioisce seco,

Poi, quando Febo a noi rimena il giorno,

Fugge confuso al tenebroso speco;

Tal’è chi con il vicio fà soggiorno,

Da la virtù si scosta, sì come cieco,

Privo di luce in cavernosa stanza

Si và a salvare in braccio a l’ignoranza.


Caccia l’orecchio in terra e si fa sordo

L’aspidorio, per non udir l’incanto,

Va cento miglia l’avvoltore ingordo

Per ritrovarse a una carogna a canto;

Tai son color, che ‘l cor macchiato e lordo

Si trovan, né del ben si puon dar vanto,

Havendo guasto il gusto e l’appetito,

Van seguitando il vicio in ogni lito.


Però, quando di donna si ragiona

A questi qua di sopra nominati,

Parlo sempre di donna honesta e buona,

Piena d’esempi e de costumi grati,

Serran l’orecchie, e acciò ch’ogni persona

L’habbi in odio e le fugga in tutti i lati,

Sfodran le lingue fuor, con tanta rabbia

Per far che tutto il mondo a schivo l’habbia.


Deh, poverelli di giuditio privi,

Che così con ragion posso chiamarvi,

Poeti pochi accorti e semivivi,

Ch’in dir mal sol sapete esercitarvi,

E credete per ciò di farvi divi,

E con tal arte in terra immortalarvi,

Miseri al fin non v’avvedete come

Estinte restan l’opre vostre e ‘l nome?


Che se quindici o venti cascheranno

Nel’ humor vostro, e nel vostro pensiero,

Mille e mille a l’incontro ne saranno,

Di mente sana e di giudicio intiero,

Che de’ pazzi pel capo vi daranno

Come ciarloni, e oscurator del vero,

E prezzando il dir vostro nulla o poco

Daran le rime e i scritti vostri al foco.


Che, se sopra gli esempi vi fondate,

De le Mirre, e di Fedre, e di Medee,

De le Semiramì, de l’altre ingrate

Che fur, come scrivete, inique e ree,

Vedrete anchor, se ben considerate,

Come considerar a pien si dee

De gli huomini ancho, a la passata vita

Che de’ tristi son stati un’infinita.


E se quelle fur triste e disleali,

Piene di vicij inusitati e strani,

Anchor stati vi son de’ bestiali

Huomini, iniqui, perfidi e villani,

C’han fatto mille obbrobrij e mille mali,

Aspri, crudeli, indomiti e inhumani

E che, qual furie uscite dal profondo,

Più volte han guasto e ruinato il mondo.


Attila di ciò fede, ed Ezzelino,

Puon farne, Scilla, Totila e Nerone,

Caio, Mario, Mezentio e Massimino,

Claudio, Vitellio, Commodo e Ottone,

Dimitiano, e l’ultimo Antonino,

Tiberio e Galba, ad ogni paragone

Spietati, e di sì barbari costumi

Che se ne scriverìan mille volumi.


Hor, se quelli fur empi e scellerati,

Maligni, tristi, perfidi e cattivi,

Con qual ragion da voi saran biasmati

Traiano e Numa, che fur sì proclivi?

I Fabrici, i Marcelli, i Mecenati,

Camilli, Fabij, d’ogni vicio privi?

Aurelij, Scipion, Titi ed Augusti,

Che fur tanto pietosi e tanto giusti?


Se non puon dunque le scelleratezze

Di quei, macchiar la fama e ‘l gran valore

De questi, e manco con le lor bruttezze

Oscurar la sua gloria e ‘l suo splendore,

Manco quelle al mal far pronte ed avezze,

Ponno a queste levar punto d’honore,

Né voi mai (fate pur quanto sapete)

Il suo chiaro candor oscurarete.


Ma volete veder se sete ingrati,

E d’ogni beneficio sconoscenti,

Che da le donne pur fosti portati

Nel ventre, con affanni e con tormenti,

E v’hanno partoriti ed allevati,

E dato in somma tutti gli alimenti,

Tenuti in braccio, in collo, al petto e in gremio,

Poi con biasmarle gli rendete il premio.


Oh bell’honor, oh bella cosa certo,

Combatter contra chi non si difende,

Forse qualche gran premio, o degno merto

Di questa pugna il vincitor n’attende;

Opra da cervel lieve, ed inesperto,

D’huomo c’haver non deve altre faccende

Che non considerando a’ fatti sui

Spende il suo tempo a ragionar d’altrui.


Ma vi credete voi che non ci siano

Non una donna sola, ma trecento,

Che saviamente vi risponderìano

Ed il bacino vi terriano al mento?

E di vergogna forse vi farìano

Nella faccia arrossir, e dir “mi pento”,

Ma perché la modestia le ritiene

Curan poco il dir vostro, o male, o bene.


Conosco dame di tanto valore,

Di tanto senno e di tanta prudenza,

Di tal vivacità, di tanto core,

Massime in corte di Vostra Eccellenza,

Generosa Signora, che l’humore

De questi tali, con la sua eloquenza,

Ribatterìan, di sorte e modo tale

Che di donne mai più direbbon male.


Se ne la nobilissima Ferrara

Conversasser costoro, o in altre corti,

Dove si vede schiera illustre e chiara

De tanti cavalier saggi ed accorti,

A pien conoscerìan quanto sia cara

La virtù e la creanza, e quanto importi

Il servir dame, e quanta gloria sia

De’ cavalieri il far le cortesia.


Se ‘l patron di quel orto, ovver giardino,

Ha tanta gelosia di quelle piante

Che più bei frutti fanno, e a quel vicino

Non vuol che paesan né viandante

Passi, e le guarde pone in quel confino,

Che n’habbian cura di dietro e dinante,

E le commette a non ne far partita,

Sotto disgratia e pena de la vita,


Qual pianta più gentile e più feconda

Più nobile e più degna sotto il sole

Si trova della donna alma e gioconda,

Conservatrice de l’humana prole?

Pianta felice, dove sempre abbonda

Dolce rugiada de l’eccelsa mole

Che poi si fà soave e dolce frutto,

Qual è l’huom, che rallegra il mondo tutto.


Quanto si deve dunque più guardare

Questa pianta honorata, e custodire

Le sue radici, e i rami conservare,

E così nobil fronda riverire?

Poi che frutto sì degno e singolare

Produce al mondo qual si torna a unire

Do nuovo al tronco, e in amorose tempre

Il monda va multiplicando sempre.


Concludian dunque, che la donna è quella

Che mantien l’huomo in dilettoso stato,

Che consentendo in esso, ed esso in ella,

Con puro amore e core honesto e grato,

Godono il mondo, e sotto così bella

Legge hanno un fin dolcissimo e beato,

Perché chi del ben far segue le orme

Invece di morir, riposa e dorme.


Hor godi, lieto e fortunato sesso,

Di così rare gracie, e gran favori,

E del gran privilegio che concesso

T’ha Iddio, per far ch’in terra ogn’un t’honori,

E lassa pur sfogare e far processo

Questi Bireni, e questi Marganori,

Che contra te, lor forze tutte quante

Puon quanto il pulce contra l’elefante.


IL FINE