GRANDEZZA

DELLA POVERTA’


Opera morale


Poi che vuol la benigna mia fortuna

Ch’io sia per povertà lieto e felice,

Ringratio quel che fece sole e luna,

L’aer, la terra, il mar e ogni pendice,

E tanta e tal letitia in me s’aduna

Ch’io ne gioisco e godo, e dir mi lice

Ch’io non invidio il turco pel tesoro,

Né chi ha la vena del purissim’oro.


Correte al mio cantar, castalie Dive,

Prestami il tuo favor, oh biondo Apollo,

E manda a me da le tue verdi rive

De l’amata tua pianta un bel rampollo,

Acciò ch’io possa dir con voci vive

Poscia che tolta ho già la lira in collo,

I titoli, gli honor, la dignitade

Per cui altiera va la povertade.


Venite, poverelli, al cantar mio

Ed ascoltate di mie rime il suono,

E mentre per parlar di voi m’invio,

Notate, prego, quel ch’io vi ragiono:

Che tal quai sete voi, mi trovo anch’io,

Povero e nudo, e tengol per un dono

Concesso a me dal re del sommo impero,

Per levarmi ogni noia, ogni pensiero.


Quando la bella età del secol d’oro

Nomata fu da quelle prime genti,

Ov’ogn’un per sè havea tanto tesoro

Quanto pensar si puon l’humane menti,

Tesor non era quel d’argento o d’oro,

Non pietre pretiose o vestimenti,

Ma un desiderio honesto, una sol cura,

D’haverne sol per viver e con misura.


Non si vedeano allhor rocche o castella,

Ripari, fossi, torri o bastioni,

Non usar dardi, scoppi, archi o quadrella,

Né guerre, risse, liti o questioni;

Ma pastor vaghi, in questa parte e in quella,

Con ciuffoli di canne e con bastoni,

Sparger a l’aria grati e dolci accenti,

Mentre fra l’herbe e i fior pascean gl’armenti.


Fragole, cascio, latte, pomi e ghiande,

Cerere gli porgea di giorno in giorno,

E miglior gli sapean simil vivande,

E ‘l riporne o ‘l serbarne havean per scorno,

Perché n’havevan tale e tanta copia

C’huomo non v’hera che patisce inopia.


Eran tutti felici e tutti eguali,

Di fè, di pace, di perfetto amore,

E tutti eran nemici capitali

Di chi moveva lite, ovver rumore,

Ivi l’invidia non oprava i strali,

Né l’odio dimostrava il suo furore,

Né men s’udìa quel detto iniquo e brutto

“Quel è mio”, “Quel è tuo”, che guasta tutto.


Così, di ben in meglio, quella etade

Andò, mentre gli fur tai cibi buoni,

Ma quando, forse per la crudeltade

Di Mida avaro, e di quei Licaoni,

Cominciaro a partir campagne e strade,

Armenti, greggi, ville e possessioni,

E in un momento nacquero l’insidie,

Gli odij, i rancori, i sdegni e le perfidie.


E così quella età gioconda e bella

Divenne in breve tempo orrida e scura,

Chi fabbricò cittadi, e chi castella,

Chi cinse il suo tesor di grosse mura,

Chi lo portò di questa parte in quella,

Chi sotto terra gli diè sepoltura,

Così, crescendo ogn’hor lite e contrasto,

Fu il mondo tutto rovinato e guasto.


Divenne l’un de l’altro sospettoso,

E si scoperse il ladro e l’assassino,

Onde, pubblicamente ed in nascoso,

Ogn’un tirava l’acqua al suo molino,

Restovvi solo il giusto ed il virtuoso

Che non volser seguir l’empio cammino,

Considerando l’opre de’ mortali

Esser tutte nel fin caduche e frali.


Questi tai dunque si tirar da parte,

E rivoltar ale ricchezze il tergo,

E camminando in questa e in quella parte,

Gionser di povertade al dolce albergo,

La qual gli diede scritta in belle carte

Sua santa legge, a cui col pensier m’ergo,

Né scior mai più mi vo’ da tal legame,

Sin che la Parcha a me tronca lo stame.


Che voglio far al mondo di ricchezze

Esser da regi e duchi favorito,

Haver tutti gli honori e le grandezze,

Da servitori e fanti esser servito,

Involto star ne le delicatezze,

E d’armi e di cavalli esser fornito,

Se ad un breve sospir lo spirto sgombra,

E ‘l tutto resta fumo, sogno ed ombra?


Onde, quanto più penso al fatto mio,

Ogn’hor più mi contento del mio stato,

E assai più allegro e lieto son, che s’io

Fussi di sangue illustre al mondo nato,

Poi che cosa non bramo né disìo

Ch’a un tratto non ne resti consolato,

E par ch’in odio m’habbian le persone,

Ma innanzi invidia che compassione.


Io mi ritrovo haver al mio servitio

Cinquanta fra donzelle e servitori,

I quali, uniti insieme, danno inditio

Ch’io sia servito al par de’ gran signori,

Né mai ritrovo in loro fraude né vitio,

Né men gridan fra lor, né fan rumori,

Onde a me tanto è grato tal governo,

Ch’io non gli scaccio mai, l’estate o ‘l verno.


La prima si è madonna Povertade,

Che maneggia la casa tuttavia,

La dispensiera è la calamitade

La cameriera, la malenconia,

La lavandara, la necessitade,

Figliuola di madonna carestia,

La miseria mi lava le scodelle,

E l’inopia e l’angustia mie donzelle.


La solitudin’è la mia nutrice,

La volontade è secretaria mia,

La speranza sta meco, né mi lice

Ch’essendo fida, mai la mandi via,

La patienza è mia governatrice,

Qual tien madonna pena in compagnia,

E messer danno e madonna sciagura

Guardan la casa e la fan star sicura.


Il mio mastro di casa si è il pensiero,

E sier disagio si è mio canevaro,

Messer bisogno fa lo credentiero,

Messer supplicio è secretario raro,

Desiderio si chiama il cameriero,

E ‘l carroccier si chiama mastro amaro,

Null’al mondo è nomato il burattino,

Il gargion della stalla, ohimè meschino.


Il dispiacer m’accompagna attorno,

Col fastidio, il travaglio e l’appetito,

Questi stan sempre meco, notte e giorno,

Al pian, al monte, a la campagna, al lito,

Né sì tosto la luna asconde il corno

E Febo scopre il viso suo polito,

Che l’appetito, mio ruffian perfetto,

Mi conduce la fame infin al letto.


Il mio contista è il debito e l’affanno

E’ mio lacchè, che corre e torna presto,

Miei feudatarij son rovina e danno,

E ‘l mio fattore si chiama il molesto,

Tengo per cacciator meco il mal’anno,

Per strocio mastr’horror, huomo rubesto,

La mia achinea si chiama passione,

E cordoglio è nomato il mio cozzone.


Se la mattina mi levo dal letto,

Messer capriccio mi dà la camisa,

Madonna bizzarria scalda il farsetto,

E madonna invention a la divisa

Mi veste, e poi ne vien messer sospetto

Con la sua cetra, e canta a l’improvvisa,

E mentre ch’io mi tiro su le scarpe,

L’inopia con l’angustia suonan l’arpe.


Hor dunque, tutti questi son uniti

Insieme, e mi son tutti obbedienti,

Né mai per tempo alcun si son partiti

Per casi strani, o per altri accidenti,

Ma tutti, d’un volere pronti e spediti,

Si trovan sempre al mio comando intenti,

Ed io, che fuggo il nome de gli avari,

Di speranze gli pago i suoi salari.


Però, mentre starò sopra la terra,

Non voglio mai mutare habito o stato,

Che troppo gran dolcezza si riserra

In quel che poverello al mondo è nato,

E chi al contrario tien, di gran lung’erra,

E di mostrar a tutti son parato

Che più felice è il pover patiente

Che non è il ricco, ancor che sia potente.


Il pover tutto il giorno s’affatica

Per se stesso, cibar la moglie e i figli,

Torna la sera a casa e gli nutrica,

Né posso a mezzo dir com’ei si pigli

Di ciò diletto, e quel che facci o dica,

Quando d’intorno a sè con lieti cigli

Poi che cibati son, scherzar gli vede,

N’ha contento maggior che non si crede.


Non ha sospetto il povero la notte,

Com’hanno certi ricchi e certi avari,

Che le porte gli sian spezzate o rotte,

E toglierli di casa i lor denari,

Ma fisso dorme, fin che de le grotte

Apollo caccia con suoi raggi chiari

Ogn fiera, ogni belva in abbandono.

Questo è di povertade un ricco dono.


Se per fortuna in casa del vicino

S’accende il foco, e abbrucia oltra misura,

Dov’è pecunia, legna, e ‘l grano e ‘l vino

Scampa quel ch’arde, e trema ed ha paura;

Il poverel, che sempre fu meschino,

E ch’ancor è, di ciò poco si cura,

Acqua non teme, né furor di foco,

Ch’in casa non si trova nulla, o poco.


Non ha paura il povero che fuori

Gli sia involato o tolto il bestiame,

E che si vadi il lupo a i novi albori,

Tra pecore ed agnelli a trar la fame,

Non ha briga gridar con i fattori,

Quai fanno mille truffe e mille trame,

Né scriver, né far conto ha mai pensiero

Con il mastro di casa o ‘l credenziero.


Non ha briga gridar fuor di misura

Con il mastro di stalla o col cozzone,

I quai gli guastin per lor mala cura

Il turco, il baio, il morello o ‘l frigione,

Se fuor in villa va, non ha paura

Di spezzar la carrozza né ‘l timone,

E se si ferma in questa parte o in quella,

Non ha paura lasciarvi l’ombrella.


Non ha briga gridar con i fornari

Che conto non gli dien de la farina,

Ma quando esso ne vuol, gli dà i danari,

E sotto il braccio il toglie, e via cammina,

Né manco di bravar co’ pecorari,

Che gli portino il cascio ogni mattina,

Né d’oca o di porci si prende affanno,

Che gli guastin le biade e gli dian danno.


Se va a pasto o banchetto, non pensate

Ch’esso habbia né paura né sospetto

Che gli sian le vivande avvelenate

Per haver la sua roba, ch’in effetto

Quand’un è ricco, tutte le brigate

Gli fan disegno addosso, e mentre in letto

Ei spira l’alma, ogn’un lo ruba e fura,

Al fin, la roba il pone in sepoltura.


Va per viaggio il povero felice,

Senza temer un ladro, né l’assassino,

Cantando sempre, e se gl’incontra dice

“Fratelli, addosso non tengo un quattrino”

Cotesta cosa al ricco far non lice

Ma con sospetto va sempre in cammino,

Bisogna innanti e indietro ogn’hor guardarsi,

E non sa in conclusion di chi fidarsi.


Vedesi, sopra un monte o sopra un’erta

Quel ricco, ch’una rocca far s’affanna,

Cinta di grosse mura, e ben coperta,

Per tema che qualch’un nol fraudi o inganna;

A l’incontro, si vede alla scoperta

In un tugurio di gionchi e di canna

Un povero albergar, lieto e sicuro

Più che non fa quell’altro in grosso muro.


Non ha paura il pover quando muore

Che nasca question fra suoi parenti,

Né che facciano rissa, ovver rumore

Per lassare, per carte o testamenti,

Com’hanno i ricchi, che maggior dolore

Sentono al cor a vedersi presenti

Color, morendo, a i quai mill’anni pare

Un’hora, il suo morir per agaffare.


Se fallisce del mondo ogni banchiero

Esso non sente affanno, né cordoglio,

Che sol tanta moneta ha nel carniero,

Ch’a pena può tor pan, vino, legno e oglio,

Se per terra o per mar ogni sentiero

Di guerra fosse pieno e di cordoglio,

Ei sta senza sospetto, e si trastulla,

Che chi nulla ritien, può perder nulla.


Non ha questo fastidio d’albergare

Il povero in sua casa forestieri,

Come son duchi, o genti d’alto affare,

O lor ambasciatori o consiglieri,

Né meno ha quest’affanno di prestare

Cavalli, arme, falcon, bracchi o levrieri,

Perché, quand’uno in povertade giace,

Ogn’un lo schiva, ond’ei sen vive in pace.


Non ha briga gridare col sartore,

Che qualche bel vestito habbi guastato,

O che a la lista, che ‘l fa debitore,

Habbia più del dover scritto o segnato,

Ch’esso, che vive sol del suo sudore,

Rado si veste, se non gli è donato,

E se del vestir gionge al confine,

Bisogna che gli duran sine fine.


Al fin di queste cose, sta sicuro

Che ‘l ricco ha gran timor, e gran paura,

Ma di narrarle tutte non mi curo,

Che sarìa un portar herbe a la verdura,

Basta sol dir che quanti son o furo

Soggetti a povertà, che par sì dura,

Doriano ringratiar natura e’l cielo

D’esser creati sotto il suo bel velo.


De la ricchezza poi non voglio dire

Che non sia buona, e non la vo’ biasmare,

Perché senz’ella il ricco havrìa martire,

Né si potrebbe il pover sostentare,

La roba è fatta sol per sovvenire

Quei che son senza, e fargli guadagnare,

Che quella aìta questa, e questa quella,

E l’una e l’altra poi più lieta e bella.


Tanto è poi da lodar più la ricchezza,

Quando in virtù si spende ed in bontade,

Che non è povertà, perché un huom sprezza

Tal’hora il mondo per necessitade,

Che se potesse uscir di tal bassezza,

Di gir in alto trovarìa le strade,

Ma il ricco c’ha la roba, e in ben la spende,

Acquista eterna fama e sempre splende.


Può goder qui giù in terra un paradiso

Il ricco, e fabbricarne un altro in cielo,

D’albergar e goder, quando diviso

Sarà lo spirto dal corporeo velo,

Se con sua man pietosa su l’avviso

Starà di sovvenir al caldo e al gielo

I poverelli che bisogno havranno,

E per amor di Dio domanderanno.


Molto starebbe mal la povertade,

Se non si ritrovasse la ricchezza,

E viverebbe in gran necessitade,

Il ricco, se non fusse la bassezza,

Di modo che, tenendo l’amistade

L’una con l’altra, vivon con dolcezza,

Che l’una, perché vuol esser servita,

Aiuta l’altra a sostenersi in vita.


I fiumi, che assai volte i corsi loro

Stendon pei campi, e fanvi aperte strade,

Ed a gli agricoltori il suo lavoro

Consuman tutto, e tiran giù le biade,

Al povero non dan noia e martoro,

C’haverne altronde ogn’hor si persuade

E mentre che ‘l patron si lagna e duole,

Ei lascia correr l’acqua ov’ella vuole.


Il povero non senti mai gridare

Col suo massaro, ovver lavoratore,

Che la mattin lo venghi a svegliare

Con carri o cose che faccian rumore,

Né che gli vadi i l portico a ingombrare,

Con buoi o vacche che menan fetore,

Ma se dormisse tutta la giornata,

Nissun nol sveglia, e la casa è spacciata.


Non ha paura il pover, né sospetto,

Sì come hanno talhora certi insani

Che gli ruini o getti a dosso il tetto,

Formento, fava, spelta, ad altri grani,

Né che la penna salti fuor del letto,

O ne la salvaroba entrino i cani,

Né che la serva spoglia la cucina,

P che s’ammolli il vin ne la cantina.


Per questo il ricco gode il mondo e ‘l cielo,

E ‘l pover, per il ricco, il cielo e ‘l mondo,

Tal ch’un sarà felice in terra e in cielo,

L’altro lieto e beato in cielo e al mondo,

Così con gran dolcezza al mando e in cielo

Viveranno in eterno al cielo e al mondo,

A tal che il cielo e ‘l mondo, e ‘l mondo e ‘l cielo

Sempre propici havranno il mondo e in cielo.


Dunque vivete lieti voi, che state

In così dolci e delicate tempre

E se pregate Dio, sol domandate

Ch’in povertade vi mantenghi sempre,

Che per essa s’acquistan le contrate

Del cielo, ove mai sia che si distempre

Quel alta gloria e quel divin splendore

Per consumar di tempo e girar d’hore.


IL FINE