LA GRAVITA’

E GENEROSITA’

DEL BUE

Descritta da Giulio Cesare Croce


Dedicata alla dottissima torre

Del Bo di Padova

Canti chi vuol de l’asino le lodi,

Del cavallo, del porco o d’altri tali,

Con stil giocoso o versi fermi e sodi,


Che io del Bue, signor de gli animali,

Le virtù vo’ cantar, ma sol mi doglio

Ch’io non ho rime a’ suoi gran merti uguali.


Muse, che sopra il parnasesco soglio

Sedete, hoggi la penna a me dittate,

Mentre i’ m’accingo per vergare il foglio,


Acciò ch’io possa con parole ornate

Far noto al mondo la virtù del bue,

Degn’esser da i più dotti celebrate.


Tu, biondo Apol, che le grandezze sue

Sai, che già d’essi fusti guardiano,

E al pascol gli guidasti a quattro e a due,


Porgimi a tanta impresa un dir soprano,

Ch’a sì degno animale, e nobil tanto,

Ci vorrìa il gran poeta mantovano.


Utile, buono e bello tutto quanto

E’ il bue, e in ei si scopre una grandezza

Cui altri d’arrivar non si dà vanto.


Mostra il cavallo in sè molta bellezza,

Quando è guarnito e riccamente adorno,

Ma, com’è nudo, manca di vaghezza;


Ma al bue, chi mira l’uno e l’altro corno,

Par tener proprio in fronte la corona

Tanto con gravità cammina attorno.


Del bue, mille si tran per la persona

Utili, e creder vo’ che di lui senza

Mal si farebbe al mondo cosa buona:


La carne sua fra l’altre ha l’eccellenza

D’esser soave al gusto e saporita,

E fa minestra grassa a concorrenza.


Quando picciolo è il bue, par ch’egli addita

La sua bontà, che detto vien “vitello”,

Perché a l’infermo e al san dona la vita.


Quando è venuto alquanto grandicello,

Si chiama “manzo”, che “magno” vuol dire,

Cioè ch’ottimo egli è, se noti quello.


Quand’è poi grande, com’è da venire,

Si chiama “Bo’”, che vuol dir ch’egli è buono

Dal nascimento suo fin’al morire.


Ma questo è nulla a quel che per dir sono

In lode sua, ma sol m’incresce e duole

Che qui d’Orfeo non habbi il canto e ‘l suono.


Che dal suo nome più d’un’alta mole

E’ stata eretta, e per provincie e regni

Dov’anco il bue fin’hor s’honora e cole.


E Boemia, e Boetia, ed altri degni

Stati presi hanno il nome lor da’ buoi,

U’ son fioriti sì sublimi ingegni,


D’Italia le città furon da’ buoi

Galli la maggior parte edificate,

Ch’in tanta altezza son salite poi;


Molte famiglie degne ed honorate

D’Europa, i lor cognomi tran da quelli,

Che d’indi principiar le lor casate:


Come son Tori, Torini e Torelli,

Bovi, Boveri, Tauri e Toriani,

Manzi, Manzini, Manzuoli e Vitelli.


La tor di Parma, qual con atti strani

Hor’è caduta, che ‘l Torel chiamosse,

Ove ogn’anno fan festa i parmigiani.


Quando per fabbricar Dido si mosse

La gran città, qual poi il gran romano

Pugnando superò con le sue posse,


Comprò tanto terren quanto quel piano

Potea un cuoio di bue cingere, e fello

Ragliar sottil da maestrevol mano,


Poi, attaccati i capi, stese quello,

E una città formò di largo giro,

Qual fu suo seggio, e suo regale hostello.


Guidò Giason i Buoi, se ben rimiro,

Quando con Theseo a l’isola di Colco

Tolse il bel vello, ch’io tanto desiro.


Cadmo non si degnò fare il bifolco,

Ma pose il giogo al collo a i fieri tori,

Arò la terra e seminò nel solco.


Chi si diletta di legger gli amori

Di Giove, troverà ch’Europa bella

Rapì in forma di bue, fra rose e fiori.


Quando il Petrarca di Laura favella,

Dice che Febo era su i corni al tauro,

Segno che fin nel cielo è fatto stella.


Che credete che fusse il Minotauro,

Di cui tanto si scrive? Era un bue grande,

Del quale ogn’un temea, da l’Indo al Mauro,


E serrato l’haveano in quelle bande,

Perch’egli havrebbe rovinato il mondo,

Tant’eran le sue forze alte e ammirande.


Hercole non fu mai così giocondo,

Fra tutte le sue vittorie ch’egli ottenne,

Che furon tante, e ogn’una di gran pondo,


Quanto fu all’hor che ‘l ricco corno venne

A trarre ad Acheloo, di ciò più gloria

Henne, che quando su gli homer sostenne


Il globo tutto, e mi torna in memoria

Quando gli antichi impetrare

Gratie a gli Dei, come parla ogni historia,


Un toro grasso solevan pigliare,

E ghirlandatol di fiori e di rose,

Al rogo lo veneano accompagnare.


Boetio Severino, il qual compose

Sì nobil carmi, non sdegnò quel nome,

E con mistero il padre glie lo pose.


Vitello e Vitalian ch’ornar le chiome

D’imperial diadema, l’hebber caro,

Più che se retto havesser mille Rome.


Torin, che studio sì famoso e raro

Tien, qual può star con tutti a la bilancia,

Hebbe origin da un toro, ed è pur chiaro.


Buovo d’Antona, paladin di Francia,

E Bovetto, figliuol del magno Carlo,

Sotto il nome di Bui corser la lancia.


Il primo re de la Polonia a trarlo

Andar di dietro a’ buoi, e fu prudente

Molto in regger quel regno e governarlo.


E quel gran Cincinnato parimente

Fu tolto da’ roman dietro a l’aratro

Qual fu poi capitan tanto eccellente.


Quanti saliti a l’imperial theatro

Ne son, che prima fur guardian de’ buoi,

C’hor sublimati son, da l’Indo al Batro.


In somma, non potrei dire quanti eroi

Son stati pria de’ campi agricoltori,

E seguito han per prati i greggi suoi.


Tanti prencipi, regi e imperatori,

Ed altri personaggi illustri e chiari

Che stati son de’ buoi governatori.


Ne la città Antenorea gli scolari

Che vanno addottorarsi o a far le loro

Conclusion, per farsi dotti e rari,


Si dice ei vanno al Bue, ch’ivi il decoro

De le scienze risiede, e tal è detto

Perché a le letter tira come il toro .


Dunque il bue un animal raro e perfetto

Ad esser vien, né sia ch’altri a lui possa

Agguagliarsi, o arrivare a tal concetto.


Ha il bue la pelle ferma, dura e grossa,

De la qual se ne trae, se ben discerno,

Mille utili, come ancor le corna e l’ossa,


Scarpe e stivai da cavalcare il verno

Fornimenti da cocchi e da carroccie,

Che son de l’huom ristoro e buon governo,


Le cantinelle da servar le boccie

Del vin, quando tal’hor si va in cammino,

Ch’insieme l’una e l’altra non s’accoccie,


Cuopronsi anch’esse di cuoio bovino,

Acciò, se ben di qua, di là si porta,

Stia forte e salda e non si spanda il vino.


Torno a dir de la carne, quanto importa,

Che meglio è del fagian, quando è ben frolla,

E che più del pastizzo assai conforta.


Questa dà forza all’huomo e lo satolla,

Né mai a nausea vien, ma come il pane,

Ogni giorno ne vuol sopra la tolla.


Per qualche voglie inusitate e strane,

Si mangian le pernici ed i pavoni,

Ma di ciò presto satio si rimane,


Ma il bue si mangia in tutte le stagioni,

Ed empie la pignatta, e fa buon brodo,

Più assai che non fan l’anitre o i capponi.


Io mai, pur il vo’ dir, mangio a mio modo

Se non all’hor c’ho una minestra buona,

Cotta col manzo, all’hor m’ingrasso e godo.


Un gentilhuomo nobile in Cremona

Sendo a un convito, dove a dir si venne,

Come dopo del pranso si ragiona,


De le carni, e lodarle; e chi si tenne

Al pavon, chi a la starna, chi al cinghiale,

Chi a l’anitra, o al cappon altri s’attenne,


Ed esso, quando ben d’ogni animale

Secondo i gusti loro havean lodate

Le carni, esso proruppe in parlar tale:


“Signori, queste carni delicate

Io ancor le lodo, ma ditemi un poco,

Un buon pezzo di manzo, ove lasciate?


Che sia ben frollo, e tolto allhor dal foco,

Mangiandol così caldo, le pernici

Passa, ed ha sopra gli altri il primo loco.


Questo a parenti puossi ed a gli amici

Dar con la sua minestra grassa innanti,

Che passa di sapor le coturnici.”


All’hora i convitati tutti quanti

Concorser ne l’istessa sua opinione,

E diero al bue fra tutti i primi vanti.


E però mi son mosso con ragione

A lodare animal di tanto merto,

Pieno di qualità sì rare e buone.


Quand’ei cammina, voi vedete aperto

Con quanta gravitade il piede move,

Che mostra in le grandezze esser’esperto.


Non ha malitia alcuna in petto il bove,

Com’ha il mulaccio, o l’asino poltrone,

Che van pensando ogn’hor tristitie nove.


Dieci anni il mulo sta col suo padrone,

E quando a piena pancia l’ha pasciuto,

De’ calci al fin gli dà per guiderone,


L’asino anch’esso è tristo, e molto astuto,

E invece di pagar chi lo governa,

Gli dà tante correggie per tributo.


A tal, che qui convien ch’ogn’un discerna

Che ‘l bue non ha nessun di questi vici,

Ma a chi lo pugne, ancor d’amor s’interna.


Ogni gran peso tira, e a le pendici

E al piano il puoi guidar, ch’egli ci viene,

Dietro per tutto con forze adiutrici.


Fin’il fiele del bue, se noti bene,

E’ buon per quei che l’acqua a i rafi danno,

E appresso quelli in gran pezzo si tiene.


De le sue corna manichi si fanno

Da coltelli, e corone, e calamari,

Ed altri bei lavor, ch’attorno vanno.


Per far vogar si sà quanto son rari

I nervi, e l’ossa, e le midolla e ‘l pelo

Quant’han virtute Plinio te ‘l dichiari.


In somma, non cred’io che sotto al cielo

Animal sia ch' in vita e dopo morte

Venghi a giovar a l’huomo, al caldo e al gielo.


Ma quivi ancor convien ch’io vi rapporte

Le parti ch’a far vanno un bue perfetto,

Pria ch’al soggetto mio chiuda le porte:


Prima, grosso havrà il collo, e largo il petto,

E ‘l manto tirerà fra ‘l nero e ‘l rosso,

Che più l’adorna e fa più bello effetto.


Picciolo il capo, il corno lungo e grosso,

Corta e grossa la gamba, e largo il piede,

L’unghia alta e dura vuole a un tal colosso.


L’occhio rotondo, d’allegrezza herede,

La bocca alquanto larga, spessi i denti,

La coda grossa, u’ con la groppa fiede.


Larga la schiena, e ‘l corpo parimenti,

Tonda la coscia e giusta di giontura,

La narici in larghezza condecenti.


Porti il capo alto, e mostri sua bravura,

Cammini grave, né troppo alto o basso

Sia, ma composto d’honesta statura.


Se in lui sian parte tali e ch’ei sia grasso,

Vantar ti puoi d’havere un bue compito

Molto più havrei da dir, ma qui non passo,

Perché i suoi merti vanno in infinito.


IL FINE