HORRIBIL

E TREMENDA

BARUFFA


Fatta nuovamente fra due vecchie per una

Gatta, l’una chiamata madonna Ni-

coletta, e l’altra M. Filistrata


Dove si sente la confusione di quaranta persone che

tutte vengono ferite e stroppiate nel-

l’istessa pugna.

Qui non vi canto d’Orlando paladino,

Non di Rinaldo, d’Astolfo o di Mambrino,

Di Ruggier, d’Agramante, di Gradasso o di Sobrino,

Che tutte son fandonie che non valgono un quattrino.


Ma se mi date udienza una mezz’hora,

Vi dirò cosa che fin’al tempo di hora

Udita non havete, e non vedrete forsi ancora

Perché mai la più bella non è in stampa uscito fuora.


Però vi prego lassare ogni faccenda,

E venir quivi a udir questa leggenda,

Ch’io vo’, che chi la sente, al fin la lodi e la commenda,

Poiché non v’è parola che nissun tocchi ed offenda.


Quel ch’io vi dico è un caso o un accidente

Fra due vicine successo novamente,

Che se voi l’ascoltate, riderete fortemente,

E molti son crepati a udir contarlo solamente.


L’una era detta madonna Nicoletta,

Losca da un occhio, ed era un po’ gobbetta,

E storto haveva il naso, come un becco di civetta,

E sempre quando andava strascinava una calcetta.


L’altra era detta madonna Filistrata,

Che sapea i fatti di tutta la contrata,

Picciola di statura e nel mostaccio ighignata,

Barbuta come capra, zoppa, storta e disdentata.


Hor, queste donne, di cui quivi si tratta,

Vennero a rissa per conto d’una gatta,

C’havea la Nicoletta al prender topi destra e atta,

Ma molto assai più destra a dare il lustro a una pignatta.


Volse la sorte che questa gattesina

Uscì di casa un lunedì mattina,

E quanto si presume fu per l’uscio di cantina,

E per una finestra, in casa entrò de la vicina.


La Nicoletta, che poco solea stare

Senza la gatta, ma seco a trastullare

Tutto il dì se ne stava, e seco a ridere e scherzare,

Come fan certe sciocche che non hanno altro che fare,


Quando s’accorse ch’ell’era uscita fuora,

Tutta dolente non stette a far dimora,

Ma tosto per cercarla uscì di casa all’hora all’hora,

Così da la mattina andò per fino a la bass’hora.


Al fin, indarno havendola cercata,

E per le strade tenendola chiamata,

Gli fu detto da un sarto che la gatta era saltata

Dentro d’una finestra di madonna Filistrata.


Udito questo, madonna Nicoletta

A la sua porta andar’ a batter in fretta,

E chiese la sua gatta, con gran furia, a la suddetta,

Tenendo pur squassato hora il martello, hora la merletta.


La Fisistrata, da donna risoluta,

Rispose tosto che non l’haveva havuta,

Dicendo: “La tuo gatta in casa mia non è venuta,

Però và, cerca altrove, perché qua non s’è veduta.”


La Nicoletta all’hor, tutta adirata,

Disse: “Fa presto ch’ella mi sia trovata,

Perché ne la tua casa, so di certo ch’ella è entrata,

Però spacciati presto se non vuoi esser grattata.”


La Fisistrata udendo tal parlare,

Ad alta voce incominciò a gridare:

“Chi sei tu che ti vanti di volermi far grattare,

Guarda pur, insolente di non farmi canzonare.”


“Che puoi tu dire”, disse la Nicoletta,

“Io son da bene, e come l’oro schietta,

E in me non regna macchia, e son di te molto più netta,

C’hai fatto d’ogni cosa ed hora fai la bocca stretta”.


“Se tu n’hai fatto”, disse la Filistrata,

“Vanne domandata a tutta la contrata,

Che per quattro baiocchi in preda a tutti ti sei data,

E adesso che sei vecchia, soni mo’ la ritirata.


Ma ben si sa che affocasti un fratello

A tuo marito, e desti su’l cervello

A tua sorella Riccia, che filava a Molinello,

E robasti una scuffia a la Marina da Castello.”


“Di questo bene ti menti per la gola,

Si tu robasti un’oca a la Viola,

E con il tuo Berton te la mangiasti su la tola,

E v’era la Filippa e la Barbona sua figliola.


“Aspetta un poco ch’io la voglio chiamare.”

“Chiamala pure, ch’io ti starò aspettare,

Ch’a lei, in tua presenza, qua farotel confermare,

Ch’ancor v’era presente la Costanza, mia comare.”


Tich toch, tich toch, “Chi batte a questa porta?”

“Correte giù, Viola, ch’io son smorta.”

“Ohimè, che cosa havete, che parete così smorta?”

“Io vo’ parlar con voi d’una faccenda che m’importa.”


“Ditemi un poco, c’ho io tolto niente

Mai in vita mia? Su, ditel prestamente”

“No, mai, ch’io mi ricorda, e chi vuol dirlo se ne mente,

Eccetto un’ocarella, ma i’ nol so precisamente.”


“Ah an, che dici” disse la Nicoletta,

“L’hai mo’ robata, ladrona maladetta!”

All’hor la Filistrata corse in casa con gran fretta,

E con un legno in man tornò per far di ciò vendetta.


E senza più parole replicare

Con quel stanghetto incominciò a menare

Hor a l’una, hor a l’altra su le spalle a tempestare,

E quivi una gran rissa cominciossi ad attaccare.


La Nicoletta, che sente il duro legno

A lei si getta, con collera e con sdegno,

Il simil fa quell’altra, non potendo star’al segno,

E gli tolser la stanga, per guastargli il suo disegno.


Poi tutte due gli avventaro addosso,

Dandogli pugna e calci a più non posso:

Chi havea rotto la fronte, chi portava grosso un occhio,

E ‘l sangue fuor del naso, già faceva il terren rosso.


Al gran rumore, a l’horribil tenzone

Che fan ste donne, per tal’occasione,

Corse per dipartirle un numer grande di persone,

Dicendo: “State ferme, oh là, che poca discretione!”


Fu il primo a giunger maestro Filotheo,

Poi mastro Euforbio, e mastro Timotheo,

Con mastro Simplitian, mastro Martin, mastro Eliseo,

Mastro Orso, mastro Curtio, mastro Eustachio, mastro Orfeo.


Ci venne ancora madonna Trabisonda,

Madonna Bianca, sorella de la Bionda,

Madonna Rossa secca, con madonna Sitibonda,

Madonna Tientibona, la Letitia e la Gioconda.


Così costoro, volendole partire,

Cortesemente gli’incominciaro a dire:

“Fermatevi, sorelle, e date loco a le vostr’ire,

E di pestarvi insieme homai vogliatela finire.”


“Mi fermerò”, disse la Nicoletta,

“Se la mia gatta, chiamata Pelosetta,

da costei mi fia resa, perché in casa la tien stretta,

Se la non me la rende, non sia mai chi mi rimetta.”


“Non ho tua gatta, e non so che tu dica,

E non farei saltarne una formica,

Pigliala come vuoi, perché tu havrai doppia fatica,

E te darò d’un spin, se mi darai con un’ortica.”


All’hor in mezzo si trasse sier Manfronio,

Ch’era cugin di mastro Possidonio,

E cominciò a tirarle, e ‘l simil fè mastro Antimonio,

Ma l’una e l’altra insieme parea proprio un fier demonio.


Ma mentre insieme la pace far si tratta,

Acciò più insieme nessuna non si batta,

Eccoti ne la strada comparì la detta gatta,

Con un salame in bocca, tolto fuor d’una pignatta.


All’hora a lei madonna Filistrata

“Ecco la gatta!” le disse “Scellerata!

Che come te a robar l’hai tutto il giorno esercitata,

Valla mo’ a festeggiar, che la merenda t’ha portata!”


La Nicoletta all’hor, senza tardare,

Lasciò la zuffa, e corse per pigliare

La gatta col salame, con speranza di cenare

La sera a costo d’altri, ma gli fu vietato fare.


Perché al salame ogn’un si trette in fretta,

E sotto sopra andò la Nicoletta,

E fu tanta la furia che si fece in quella stretta

Che schiacciaron la testa a quella gatta poveretta.


Eran fra donne e huomini in un monte

Più di quaranta, e tutti havevan pronte

Le voglie a quel salame, e si facean oltraggi ed onte,

Chi cridava: Ohimè il collo, ohimè la testa, ohimè la fronte!


E ‘l peggio fu, ch’essendo tutti intorno

A quel salame, talmente lo tritorno

Che, tirandol l’un l’altro sì minuto lo spezzorno

Che, senza punto haverne, tutti quanti si spiccorno.


Chi andava zoppo, chi haveva rotto un occhio,

Chi mosso un braccio, chi a guisa di ranocchio

Havea schiacciato il muso, chi una storta ad un ginocchio,

Chi haveva il naso grosso, che parea proprio un batocchio.


Al fin’a casa, dolenti e mal condutte,

Andaron tosto queste persone tutte,

Bestemmiando la gatta, e quelle vecchie ranze e brutte

Che a stroppiarsi insieme in modo tal le havea ridutte.


La Nicoletta, soletta e mal trattata,

Con la sua gatta, che in tutto era spirata,

Restò sopra la strada, tutta quanta addolorata,

Dicendo: “Ohimè meschina, ch’io son stata assassinata!”


Così cridando, a guisa di una matta,

Se n’andò a casa, e sotterrò la gatta,

Al piede d’una stalla, in una buca c’havea fatta,

E ogni giorno la piange, tal che hormai ell’è disfatta.


Hebbe tal fin questa terribil guerra,

Qual fu sì grande, che se ‘l mio dir non erra,

Non fu più mai fra donne tal baruffa vista in terra,

Più oltre non trapasso, e la mia bocca qui si serra.


IL FINE