LE GLORIOSISSIME IMPRESE

DELL’ARCANGELO

GABRIELE.


POEMA

Canto l’eccelse e gloriose imprese

Di quel gran messaggier divino e santo,

Che l’alta incarnation fece palese

Del Verbo eterno nel virgineo manto,

Ciò ch’egli oprò per noi e quanto prese

Il patrocinio nostro, e in somma quanto

Ha di noi cura, e come ne protegge

Innanti a quel che ‘l tutto affrena e regge.


Ben converrebbe haver plettro sonoro

O non trovarsi alcuna voce impura,

O tener l’ali inargentate o d’oro,

O d’esser Cigno, ovver colomba pura,

Ch’a por le mani in sì degno lavoro

Opra non è d’humana creatura,

Ma da quell’alme angeliche Camene

Della sacra celeste alta Hippocrene.


Oh Santo Spirto, che ne i petti nostri

Lo stile infondi peregrino e santo,

Il verso purga, e li miei bassi inchiostri

Tempra, e faconda questo rozzo canto:

E tu, Signor, che le bellezze inostri,

Porta al mio dir un soprahumano vanto,

perch’altamente in questa mia fatica

Di GABRIEL l’heroiche imprese io dica.


Fin dal principio, quando il mondo nacque,

Dall’alta man di quel Divin Fattore,

Pria che la terra distinguesse, e l’acque,

E desse a l’aria e al fuoco il suo vigore,

Con la luce e col tempo a crear piacque

Gli angeli, e porgli in eminente honore,

Onde le sedie in ciel furon ripiene

D’angeli, quasi stelle alme e serene.


Stavano ascesi nel trono superno

Questi felici, qual gemme lucenti,

Facean corona al gran teatro eterno,

Dove soggiorna il padre de’ viventi.

Era spoliato e vedovo l’inferno,

Pria che cadesser l’anime dolenti

Nel cieco abisso, e di ciò fu inventrice

L’empia superbia, d’ogni mal radice.


Perché le corna e il temerario ardire

Levò il più bello, e avvampò in fasto, e dalse (? forse da leggersi ‘false’)

Ch’esso era il Sommo Dio osò di dire,

E al gran seggio di lui superbo salse,

Sorse in lui Michael con sdegno ed ire,

E coi seguaci l’espugnò, e prevalse,

Onde con sua superbia iniqua, prava

Fu rilegato in parte oscura e cava.


Così private fur dal Paradiso

L’alme perverse al suo fattor ingrate,

E sì com’eran belli e vaghi in viso,

In strani mostri e bestie fur cangiate,

E là ‘ve mai s’udì canto né riso

In sempiterno furon confinate,

Senza speme, e sì a Dio sono in disgratia,

Di mai più racquistar l’eterna gratia.


Poi che restò l’Arcangel vittorioso

Contro l’empio Lucifer velenato,

Restò nel ciel un numer glorioso

D’angeli santi, in gloria confirmati,

L’altro ne l’aria atro e tenebroso

Fu nel profondo centro condannato,

Dove poi nacque eterna emulatione

E tra lor e tra noi guerra e tenzone.


Perché l’empio e crudel, havendo perso

Per sua colpa quel regno alto e giocondo,

E dal bell’aer luminoso e terso

Sendo caduto nel tartareo fondo,

Quel ruggente leon, nel duol immerso,

Di strage e di ruine furibondo,

Sovente intuona l’orrida caverna,

Legato di catena sempiterna.


Vedendo il sommo Padre in ciel restare

Vuoti i seggi, da cui cader quei tanti,

Decretò in vece lor l’huomo creare,

Ed elevarlo al numer de’ suoi santi,

E lo creò con gratie sì preclare,

Che la sua somiglianza tolse innanti,

E disse: “facciam l’huom simile a noi”,

Lasciandol sciolto dalli arbitri suoi.


Così, il sommo motor dell’alte stelle

Qua giù produsse i suoi primi parenti,

E fe’ lor alme esecutrici ancelle

A le virtudi splendide e lucenti,

E pose le lor reggie altere e belle

Nelle più nobil parti ed eccellenti,

E die’ lor d’ogni scienza intiera parte,

Come si nota nelle sacre carte.


Tentò, vinto d’invidia, il serpe altiero

Di spogliar l’huom di questa sua innocenza,

Con suaderli c’havrebbe impero

S’al precetto divin facea violenza,

E gonfio entro, e fatto il suo pensiero

Cascò la colpa, e sorse la sentenza,

E dando morso al pomo corse a morte

Dal ciel bandito in miserabil sorte.


Dal ciel bandito in miserabil sorte,

Fu l’infelice con sua moglie appresso,

Qual fu cagion che il semplice consorte

Della disubbidienza il grande eccesso

Commise, e fu il peccar sì grave e forte

Che mai più ritornar li fu concesso

Nel bel giardin, ma confinato fuore

A guadagnarsi il pan col suo sudore.


Fatto l’huom zappator di questa terra,

Soggetto al caldo, alla tempesta e al gielo,

Il rio non rallentò l’empia sua guerra,

Per traversargli l’alta via del cielo,

Quindi nuove arti e nuove insidie afferra

Ansio a sdrucire il fragile suo velo,

Per ridurlo al fin in duro stato,

E nel fuoco con lui farlo dannato.


E tutto d’ira gonfio e di disdegno,

Cercava far di lui crudel rapina,

E farlo traboccar nel cieco regno

A confusion della bontà divina,

E sarìa riuscito il suo disegno

Se l’alto re celeste a tal ruìna

Non provvedea per sua infinita ed alma

Pietà, n’havea il fellon trionfo e palma.


Ma, mosso a compassion, l’eterno padre,

Che l’huom creò perché beato fosse,

Dopo che con maniere alte e leggiadre

Quello dal vitio mille volte scosse,

Vedendo afflitte le viventi squadre

Rivolse il ciglio, ed a pietà si mosse,

E risolse mandare un capitano

Che li traesse un dì da le sue mani.


Ed Abram scelse da’ suoi miscredenti

Gli diè promessa, segno e giuramento

E lo fè patriarcha de’ viventi,

E al vero culto camminollo intento,

E col segno distinto i descendenti,

Di lui notò nel Vecchio Testamento

Poi che dal seme di quel semideo

Dato havrìa il Verbo al popolo giudeo.


Ma perché non devesse a tanto nume

Parlar con noi con la parola espressa,

Hebbe il Signor per solito costume

Trattar per Spirto questa gran promessa,

Membra non ha, come tal’un presume,

Ma spirto puro, come il ver confessa,

Che fan palese il nome e l’intentione

Nel ministerio e nella operatione.


Questi amici ministri del Signore,

Tolse per negotiare nostra salute,

Per questo spiegò al mondo il suo valore,

Donò per questo i doni e la virtute,

Per questo indusse il suo divin timore,

Dicalo il mondo a l’opre lor vedute,

Poi che questo adoprò, quasi instromento,

Dio, nel comporre il primo Testamento.


Questo Israel levar da l’empio Egitto,

Ch’in varie piaghe s’atterrì e percosse

Dei carri in quel re fecer conflitto,

Poi che tra sue durezze il cuor mai mosse,

Spinse in Canam con questi a cammin dritto,

Quelle genti che Dio salve riscosse

E per lor mezzo diede ancor la Legge,

Legame con che il mondo stringe e regge.


Parlò per questi ne i tempi primieri

A santi heroi, a patriarchi e vati,

Per deserti condusse a buon sentieri

Gl’israeliti in Cananea inviati,

E in varij modi, placidi ed altieri

Di colonna e di nubi circondati,

Fra le straniere nationi e nuove

Fecer prodigi, e segnalate prove.


Hor, ben che tutti quei sublimi chori,

Siano serventi nel divino aspetto,

Che tutti assorse in quei celesti ardori,

Hanno del sommo ben sommo diletto,

Alcuni han cura de’ mortali cori,

Poi che ciascun a servir l’huom fu eletto,

E chi a regi, e chi a regni è destinato,

Per sicurar qua giù l’humano stato.


Che non sarebbe franca la natura

A l’opre sante, senza la lor mano,

Perciò il Signor, che il nostro ben procura,

Di tai custodi fu cortese e humano,

Ché contro il rio Satan, poco è sicura:

La forza e il valor nostro sarìa vano,

Se non n’havesse d’angeli provvisto,

Che ripari ne son, mercè di Christo.


Fra questi tanti, quattro son famosi,

Tal hor nomati da le Sacre carte,

Rafael e Uriel son prodigiosi,

Dio, salvezze e secreti in quei comparte,

Michael e Gabriel son coraggiosi,

C’hanno di pugna e di difesa ogn’arte,

Poi che l’alta Deità per mezzo loro

Regge e conduce il mondo, e dà ristoro.


Poi che, se ben quel numero beato

Per servir al gran Verbo fosse eletto,

Fra gli altri Gabriel fosse ordinato

Per gir avanti all’alto suo cospetto,

Quando anco prima che fosse incarnato

Tratto di lui col popol benedetto,

La nascita d’Isac disse ad Abramo,

Per non rifarmi fin al padre Adamo.


Hebbe cura special, per ogni etade,

Manifestar con segni il Salvatore,

Quando hor la sua fortezza, hor la bontade

La gratia, la virtude, hora il valore,

E per farci veder l’humanitade

Di lui, per segno la mostrò di fuore,

Onde ciò ch’attendeva a tanto impero

Trattò con venerabil magistero.


Quand’Abram volle il suo figlio immolare,

Fu Gabriel ch’ el colpo gli trattenne,

Questo, con gli altri, venne a preservare

Loth dall’incendio che Gomor sostenne,

Le promesse di Dio fer note e chiare

A’ patriarchi ed a’ profeti santi,

Resse Giacob, e gli apparve in visione

E di lui fè lottando paragone.


Fu al seme d’Israel custode e duce,

Che nel deserto gli affidò il cammino,

Quando in ombre gli apparve, e quando in luce,

Quando spiegò l’alto valor divino,

Hor si mira ch’irradia e che traluce

A Manuè e ad Agar fassi vicino,

Apparve a Gedeòn, fè vittorioso

Giuda e Israel, ed Ezechia glorioso.


Questo fu nella penna de’ scrittori

E nella bocca de’ profeti tutti,

Fè dire ad Esaia gli eterni amori

E del Messia venuto il pregio e i frutti,

Fè ch’el buon Geremia disse i dolori

Dell’humanato Verbo, i pianti e i lutti

Spiegò a’ profeti sensi sovrahumani

E a Daniel rivelò gli eterni arcani.


Vero è che non esprime la scrittura

Di Gabriello il nome chiaro in tanto

Che del ufficio sol non di natura

Il nome d’angel benedetto e santo,

Ch’una così mirabil creatura

Intender senza questi non può tanto

Ma da quel ch’in mistero vien oprato

Dican, che Gabriel, o d’altro, è stato.


Ma quando non il corno d’Amalthea

A noi s’aperse, ma il tesor celeste,

Che Dio, secondo che promesso havea,

Mandò il Verbo a mantarsi in humil veste,

Spinse nella città di Galilea

Questo gran nuncio con maniere preste,

Per annuntiar e sciegliere Maria,

Per Vergine e per madre del Messia.


Per esequir del sempiterno duce

L'angelo santo il gran comandamento,

Partissi di là su, dove riluce

Ogni gioia, ogni bene, ogni contento,

A la sua chiara e inaccessibil luce

Suonavano d’angelico concento

Di dolci canti e di celesti note

Le sfere tutte, e le superne ruote.


Non stè l’angiolo santo a contemplare

De i cieli l’ordinato magistero,

Né stupor hebbe di veder girare

Saturno, Marte, Giove e l’emispero,

Né il bel carro di Febo riscaldare

Il mondo tutto, col suo raggio altero,

Vener, Mercurio e la gelata Luna

Né quante stelle il globo in sè raduna.


Perché l’alta custodia delle sfere

Tocca solo a l’angelica natura,

Esse servono a questi, essi in potere

L’hanno, e in particolar dominio e cura,

E però non si ferma per vedere

Gabriel, ma calarsi sol procura

A la città fra l’altre destinata,

A ritrovar la vergine beata.


E come il sol, col raggio suo reflette

Dentro le nubi ad illustrar il mondo,

Viene, e ben che in sè sian rinchiuse e strette,

Le passa col suo lume almo, giocondo,

Tal Gabriello sopra Nazarette,

Passato havendo l’aer più fecondo,

Fermossi per far quel per cui lo scelse

L’alto Motor delle corone eccelse.


E presa humana ed elegante forma

Apparve a questa pura pargoletta,

Questa era di candor vivace norma,

Favorita da Dio, casta e diletta;

Giunto, sciolse gli accenti n questa forma:

“Ave, piena di gratia e benedetta,

Il Signor mi ti manda, e per me dice

Ch’esser dei di suo figlio genitrice.”


Turbossi intanto la pura donzella,

E tinto il volto di honesto rossore

Vergognosetta stassi, e non favella,

E col fren d’humiltade immerse il core;

Gabriello per nome all’hor l’appella,

“Non haver”, disse “Donna alcun timore,

La sicurezza sei per partorire,

Che quieterà di Dio gli sdegni e l’ire”.


Stupisce la fanciulla, e il come ignora,

Che a Dio in castità s’era votata,

E disse: “Angiol celest’ io ti dic’hora

Che per vergine a Dio mi son donata.

Trammi tu sol di questo dubbio fuora:

Che concepisca, e intatta sia chiamata.”

Cui Gabriello: “Oh verginella pura,

Di sì gran fatto a Dio lascia la cura,


Spiegar non ti potrei a pien tal cosa,

Non m’è ancor noto così gran mistero,

Con l’alta sua virtù maravigliosa

Verrà in te Dio, dal suo supremo impero,

E come la rugiada apre la rosa

Così aprirassi il ventre tuo sincero,

Sì che quel, che nel nascer vedrassi

Vero Figlio di Dio Santo dirassi.


Ed ecco la canuta tua parente

Per segno già nel sesto mese entrata,

Ch’appresso quel gran nume onnipotente

Impossibil non è cosa creata”

E così, fatta chiara pienamente

Da Gabriello, e del tutto informata,

“Ecco”, disse l’ancilla, “Ecco il mio core,

Sia fatto in me quel che vuole il Signore.”


Non sì tosto finite furon queste

Parole, onde ella venne a humiliarsi,

Che già da l’alto impero il re celeste

Nel sacro ventre scese ad incarnarsi,

E di Spirito Santo, in fragil veste

L’humanità col verbo accompagnarsi,

E a patir fame, sete, caldo e gielo

Qual huom terren, non come re del cielo.


Pria che in casa Giosef poi la tenesse,

Stava esso in dubbio ciò c’havea da fare,

Parea che sempre sconsolato stesse,

Vedendo in quella il ventre augumentare,

Non era ch’illustrato ancor l’havesse

Di quel che Dio doveva in lui mostrare,

Ed ecco in sogno Gabriel li dice:

“Non ti turbar, Cioseffo almo e felice.


Prendi sicur la sposa tua diletta,

Ch’el Signor del suo Spirto l‘ha ripiena,

Essa gli è figlia, e l’ha per madre eletta,

Però l’alma e la mente rasserena,

Sappi che nel suo ventre è gia concetta

La sapienza di Dio, pura e serena,

GIESU’ nato il dirai, che questo poi

Salverà da gli errori i cari suoi.


Il sacro vecchiarel, di dubbio uscito

Per le parole del divin messaggio,

Restò assai consolato, havendo udito

La buona nova di sì gran presaggio,

E qual fido custode, in tal partito

La vergine servìa di buon coraggio,

Vedendosi per gratia esser eletto

Per guardian del Santo pargoletto.


Venne il tempo del parto in Galilea,

E nel presepio partorì il bambino,

Nel punto che le genti descriveva

Comandato d’Augusto il gran Cirino,

Il cieco mondo gusto alcuno havea

Né scienza di tal parto almo e divino,

Stavano esposti all’hor a l’aria e a i venti,

Certi pastori a pascolar gli armenti.


E con lor sibie rustiche ed humili,

Fatte di legno o di stridenti canne,

Facevan risonar i loro ovili,

Ravvolti in le loro mandre o in le capanne,

Mandando a l’aria, in disusati stili,

Boscareccie canzon, come a lor danno

Non l’arte, perché ognuno n’era privo,

Ma l’instinto natural semplice e vivo.


Ed ecco Gabriel, che in quegli horrori

De la notte del ciel lieto l’intuona:

“A voi annuntio giubilo e favori,

Che il Signor fa pel mondo a ogni persona:

Nato è quel re di tutti i re e signori,

Che noi di gloria in ciel premia e corona,

Gite in Betlem, che a voi si fà vedere

Fra gli giumenti in vil fieno a giacere.”


Tosto sentissi in gratiosi accenti

Celesti cori per l’aria cantare

“Gloria nel ciel, e pace tra i viventi!

Giosica il mondo e ciò ch’in esso appare!”

Echo sonava, e sen portava i venti,

Queste liete canzon novelle e rare,

Che lascia l’aria lucida e serena,

Di concenti e contenti e colma e piena.


Corser tre venerandi semidei

Atratti al segno di una nuova stella,

Questi lasciar gli Eoi lidi e i Sabei,

Vagando il mondo in questa parte, in quella,

Ridutti al fin nel regno de gli Hebrei

Cercarno dove un re nato s’appella.

Turbossi Herode e la cittade insieme,

E della vita e del suo seggio teme.


E’ fatto per gli oracoli trovare

Dove fusse per nascere il Messia,

A’ maggi fece il luoco dimostrare,

E col lume v’andar, per poca via,

Qui si poser con doni ad adorare

L’eterno verbo nato di Maria,

Ma Herode, che d’invidia il cor si tinse,

Nel lor partirsi a ritornar gli astrinse,


Promettendo ancor esso andar di poi

Ad adorarlo, e fargli riverenza,

Poi ch’essi havranno offerto i doni suoi

Per cui da i regni havean fatto partenza,

Ma mentiva, il crudel, ch’ai santi heroi

Al lor ritorno danno e violenza

Voleva far col cor di venen misto,

Poi gir, l’empio malvagio, a uccider Christo.


Ecco, l’angelo insogno gli dà avviso

Che per tal via non debban più venire,

Perché l’alto Rettor del Paradiso

Pensa Herode ammazzar (ahi, che severo!)

Poscia in un tratto, e in punto tal preciso,

Venne in sogno a Gioseffo, e disse il vero:

“Ti dico: col Bambin passa in Egitto,

Ch’a darli morte Herode havea prescritto.”


Fugge Gioseffo, e fa condurre il figlio

Con la sua madre sopra l’asinello,

Cascano i falsi Dei col loro artiglio,

All’arrivar del gran Messia novello,

Intanto Herode fa il terren vermiglio

Del sangue d’innocenti, e gran macello,

Pensando che fra tanti ancor vi sia

Compreso dentro il Figlio di Maria.


Spirato il corso di sua vita infame

Il re homicida, Gabriel ritorna,

Gioseffo avvisa che del gran reame

Lo successor d’Herode oggi s’appella,

E di lui più non tema l’empie trame,

Ma nelle parti di Giudea si torna,

Dove poi sempre Gabriel procura

D’haver di Christo diligente cura.


Gli ministrò con gli altri nel deserto,

Lo servì e lo seguì fin che fu morto,

Vedi, ch’avanti il Padre in luogo aperto

Orante il trova Gabriel nell’orto,

E nel dolor e nel sudor coperto

Gli apporta servitù, porge conforto,

E alla sua morte e a la sua passione

Fa con gli altri lugubre processione.


Non appar poi sì tosto suscitato

Che alla Vergine porta la novella,

E, stando dal sepolcro al destro lato,

A le meste Marie parla e favella,

Mostra l’avello vuoto ov’era stato

E il nome del risorto annuntia e appella,

Gli dice ch’a gli apostoli e a Simone

Narrino il ver di questa lor visione.


Quando il Signor, qual mitica Fenice,

Col glorioso corpo in cielo ascese,

Gabriel con quel choro almo e felice

D’angeli santi a giocondar si prese,

E d’hora in ciel, se dir il ver mi lice,

Stassene, accinto a le divine imprese,

Certo c’habbiam con Dio questo custode,

Che le nostr’opre a lui presenta ed ode.


Oh, felice e celeste tutelare,

Di Dio suprema e nobile fortezza,

Di noi non ti voler unqua scordare,

Né dispregiar la nostra vil bassezza,

Ti vogliam sempre mai raccomandare

La nostra humana e fragil debolezza,

Prendine cura, perché un giorno ancora

Teco sagliam dov’è perpetua aurora.


E se non come a quella imperatrice

E Regina del ciel qua giù facesti,

Che nel dì del suo transito felice

La palma santa e trionfante desti,

Di noi in questo secolo infelice

Bramiamo che in custodia almen n’havesti,

Acciò che il senso e ‘l mondo superati

Nei favori del ciel siam consolati.


Alto Signor, che l’universo miri,

Manda Raffael, che i nostri morbi curi,

Manda Uriel, ch’a le virtù n’inspiri,

E la salute nostra anco procuri.

Manda il gran Michael, che il Serpe aggiri,

E ne renda al morir franchi e sicuri,

Aiuta, oh Gabriel, la nostra vita,

Che senza te n’appar mesta e smarrita.


Tu, Gabriel, presenta i nostri preghi

Al sommo Iddio, e per noi prega ancora,

Fa che l’alte tue gratie a noi non nieghi,

Ben ch’offeso da noi si trovi ogn’hora,

E che la sua bontà verso noi spieghi

E dia salute salute a chi con fè l’adora,

Aiuta l’angel ch’è custode a noi

Perché obbediam gli alti consigli suoi.


Ti raccomando il pio nostro Pastore,

E di nome e di vita a te simile,

Soccorri col tuo ardir al grande ardore

Che tiene al caro suo diletto ovile,

Portal un giorno a quel supremo honore

Che porrà il mondo in un perfetto stile,

E Felsina, città tanto famosa,

Vive per lui felice e gloriosa.


Hor voi, CESAR illustre, che con l’opre

Seguite l’orme dell’heroe ch’io canto,

Gran BIANCHETTI, e che la via ne scopre

Per salir di Sion il monte santo,

Pregovi acciò la penna i’ non adopre

In vano hoggi voler poner da canto

I vostri alti pensieri, e dar ricetto

Cortesemente a questo mio concetto.


A voi lo rappresento, ch’osservate

Gli egregi fatti, l’alto suo valore,

E che le sue vestigie seguitate

Come l’aurora il mattutino albore,

E però questi versi non sdegnate

Quali dedico a voi con tutto il core,

E se poco a voi do, facci la scusa

Del mio poco poter la debita Musa.


IL FINE