INNAMORAMENTO

DI GIULIO

CESARE

CROCE


E da lui medesimo composto in

ottava rima;


nel quale si contiene di bellissimi concetti, come ve-

drà il curioso lettore. di novo posto in luce

Poi che donna gentil m’ha tolt’ il core,

Con dui begl’occhi e con nobil sembiante,

Io, che ferito son per lei d’amore,

Ragion’ è ben che le sue laude canti,

Ma ben m’accorgo, ahimè, che faccio errore

Perché ‘l bel viso e suoi costumi santi

L’aspetto suo, gentil, unico e degno,

Merta scrittor di più elevato ingegno.


Ma pur sì inermo e basso ch’io mi sia,

Spero far sì, se’l ciel mi porge aita,

Con i miei carmi e con la penna mia

Che dopo morte havrà perpetua vita,

Ch’amor, ch’a me mi toglie e a sè m’invia,

Farà la mano a tanta impresa ardita,

Che sol ch’esso m’accenni o mi governe,

Passarà di gran lunga le moderne.


Non invoco in mio aiuto Euterpe o Clio,

Né alcun di quei de l’onda pegasea,

Ma per mia scorta sol bramo e desìo

Il lume sol di questa semidea:

Dunque, donna regal, a voi m’invio

Ch’in voi sola il mio cor si nutre e crea,

Datemi un sguardo solo e poi lasciate

Cantar a me la vostra gran beltate.


So ben che la mia rima non è tale

Che giunger possa a tant’alto soggetto

Che da voi stessa vi fate regale,

Per virtù, per beltà, per casto petto,

Ma per mostrarvi un minimo segnale,

Ch’io v’amo, e ch’io v’honoro, e ch’in effetto

D’altrui esser non posso, se non vostro,

Il foglio vergo di purgato inchiostro.


Però chieggio perdon, ch’a ciò mi tira

Il faretrato Dio, chiamato Amore,

Che fa che sol per voi piange e sospira

Questo mio caldo, anzi infocato core,

E s’io potessi haver la dolce lira

Che placò già di Cerbero il furore,

Formarei tali accenti e cotal suono,

Che havrei da voi pietà, non che perdono.


Nobile spirto pien d’alta beltade,

Ch’un altro tal mai hebbe il secol nostro,

Né credo ancor per la futura etade

Ne vediate, oh posteri, al tempo vostro;

Questo pien di vaghezza e di beltade

Ornato di rubin, perle, oro ed ostro,

Di senno, di beltà, di gratia pieno

Abbellisce ed indora il nostro RENO.


Quinci la nobiltà, la gentilezza,

In ogni loco gli fan comapgnia,

La scienza, la virtude e la ricchezza,

La castità, l’honor, la cortesia,

Il costume, il sembiante e la vaghezza

La memoria, il saper, l’ingegno e l’altre

E Amor da gli occhi suoi mai non si parte.


Se più dal ciel venisse il pomo d’oro

Col motto che dicesse “A la più bella”,

Voi saresti patrona del tesoro,

E non l’harebbe l’amorosa stella,

Ma perché più non è l’età de l’oro,

E che questa d’adesso è assai più fella,

Sol per il vostro merto il gran Motore

Vi dà tra l’altre il pomo de l’honore.


Quest’è quel pomo, che servar vi deve

Chi vuol star dopo morte in vita sempre,

Il succo d’honestà, chi ‘l gusta o beve,

Non può gustar nel cor più dolci tempre;

E se ben candido è come la neve,

Né vi pensate mai che si distempre

Simil dolcezza, né sì buon sapore

Per consumar di tempo, o girar d’hore.


Oh, voi felice mille volte mille,

C’havete questo don dal sommo Iddio,

Ch’ancor, ch’Amor in voi sparga faville,

Non può piegarvi ad atto iniquo e rio,

E qui avverrà che più sonore squille

Del vostr’habito honesto, cast’ e pio

Udransi risonar del vostro nome

Per tutto dov’il sol spiega le chiome.


Sono gli amanti come l’erbe e i fiori,

Che son dipinti per i verdi prati,

Che se le nubi a lor mancan d’homori,

Restan dal secco lanquidi e bassati,

Ma se una dolce pioggia i suoi favori

Gli porge, tornan più che mai pregiati,

Tal io tal volta ho la virtù smarrita,

E un vostro sguardo mi ritorna in vita.


Dunque, s’un sguardo vostro ha tal possanza,

Di trar un miserel di doglia amara,

Se voi non gli comparte, anzi v’avanza

In essi luce assai del sol più chiara,

Dove havete imparata questa usanza

Ad esserne ad ogn’hor cotanta avara

Ditemi almeno, ahimè, per qual cagione

Non havete di me compassione.


Son certo ch’io non sono a voi uguale,

Questo lo veggio e lo conosco aperto,

E conosco la vena del mio male,

E so la mia bellezza e ‘l vostro merto,

Ma chi schivar può l’amoroso strale

Chi può fuggir d’Amor l’inganno certo?

Nullo è, che vincer lui si pregi o vanti,

Oh, sconsolata vita de gli amanti.


Ed io, quando più salvo esser credea

Da la lusinghe sue, dal crudo rostro,

Mentre felice e lieto mi godea

Mia dolce quiete, il cieco ed empio mostro

Mi fece in mezzo il cor piaga sì rea

E volto a voi vi disse: “Questo è vostro”,

Ond’io restai legato a l’improvviso

Dal chiaro lampeggiar del vostro viso.


Da l’hora in qua son divenuto tale

Ch’io non so conversar più con la gente,

Chiamo la morte, ed il chiamar non vale

Che lei, sorda a i miei preghi, non mi sente;

Son venuto in fastidio a ogni mortale,

Privo di senno, infermo de la mente,

E se crescendo va questo furore,

Uscirò di ragion in tutto fuore.


Presemi amor in una valle in villa,

E fu tra monti il mio dolor primiero

Dove sotto il Vergato si distilla

Il RENO e tiene FELSINA il sentiero,

Né havria sperato mai ch’una scintilla

D’amor fusse in quel luogo alpestro e fero,

Né temendo di lui poco né assai

Incautamente e disarmato andai.


Quivi, mentr’io in libertà cantando

Me’n giva, e tasteggiando i dolci nerbi

De la mia lira, hor con Febo parlando

Hor con le Muse, ahimè, tra i nodi acerbi

Mi trovai stretto, in atto miserando,

Sotto i suoi colpi perfidi e superbi,

E da tal visco son preso sì forte

Che scior non mi potrà tempo né morte.


E chi fu, chi mi prese? Dillo Amore,

Tu che fusti cagion del mio disastro?

Due lumi, che ’l sol passan di splendore,

Ed una gola fatta d’alabastro,

Due belle guancie di vermiglio colore,

Fabbricate per man del sommo Mastro,

Da due labbra rosate, e un dolce riso

E da una fronte, ohimè, che m’ha conquiso.


Una presenza altissima e reale

Da governar e reggere un impero,

Un aspetto virile, e forsi tale

Ch’ovunque gira, allegra l’emispero,

Un bel parlar d’una Sibilla uguale,

Da placar Minos, Pluto e Caron nero,

Due man di bianca neve, e un casto petto

Fu che mi prese, e che mi fè soggetto.


Ahimè, che solo a rimembrar io moro,

Considerando a quelle belle braccia,

Cinte di ricchi e bei manigli d’oro,

Co i quali questo mio cor stringe ed allaccia;

Due grosse perle d’immortal lavoro

Pendan da i lati de la bella faccia,

E i crini, che traean tra ‘l biondo e ‘l nero,

Due grosse trezze con gran magistero.


Due dappi indosso havea, un verde, un bianco,

Il verde sotto, il bianco era di sopra,

La larghe spalle, il rilevato fianco

Coprian, tessuti con mirabil opra,

S’Amor mi fere dunque il lato manco,

Maraviglia non è, che qui mi scopra,

Che qui apparivan la sue membra intatte,

Qual mattutine rose in puro latte.


Il drappo bianco mi promise pace,

E l’altro verde mi promise speme,

Ma l’ primo fin’ adhor stat’ è fallace,

E l’altro par che si concordi insieme:

E qui cresce la doglia, e ‘l cor si sface,

E son’homai vinc’a l’hore estreme,

E se non vien soccorso al mio martire

Privo d’aita mi vedrò morire.


Oh, quante volte quand’erano al loco

Che fu principio al mio duro martire,

Per mirar voi pregai Febo, ch’un poco

Frenass’il corso, e mai mi volse udire,

Anzi, di Dafne l’amoroso gioco

Seguendo più veloce parea dire:

“Seguitar la mia dama voglio anch’io,

Ch’assai più del tuo caso mi prem’ il mio.”


Ma Cintia, più di lui assai pietosa,

Per mitigar alquanto il cor dolente,

Con lieto aspetto e faccia assai gioiosa

Si dimostrava al balcon d’oriente.

Onde, mirando voi, prendeva posa,

E godea lieto, essendo a voi presente,

E contemplando il vostro vago viso

Non mi curava d’altro campo Eliso.


Ma perch’ahimè, volubile e fallace

E’ il volgimento di ciascuna sfera,

Passando il tempo passò la mia pace,

E la mia luce si fè scura e nera,

Né d’altro che di pianto si compiace

Questa trist’alma, e di più ben non spera,

Anzi, vivendo in dolorose tempre,

Si va struggendo e teme pianger sempre.


Pianse ‘l mio cor, quando conobbe certo

Ch’a FELSINA volevamo venire,

Perché vedeva il suo dolor aperto,

E la sua gioia si vedea finire,

Ch’essendovisi dato e ‘n tutto offerto,

E nato al mondo sol per voi servire,

E prendendo da voi ogni conforto

Mancando il vostro lume, ei resta morto.


E ben sapete ch’io v’accompagnai

Per fin ch’entrasti a le paterne porte,

E nel viaggio mai v’abbandonai,

Tanto è ‘l ben che vi voglio e duro e forte,

E dopo, vita mia, ch’io vi lasciai,

Immagine son fatto de la morte,

E senza voi son fatto al tutto cieco,

E ogni tormento e doglia alberga meco.


Quel cibo così dolce e sì soave

Che prendevan quest’occhi, hor tristi e lassi,

Il vago riso, il parlar dolce e grave,

Da far innamorar le pietre e i sassi

Dove son giti? Ohimè, mi sa pur grave

Che così presto una dolcezza passi,

E s’uno vive in doloroso guai

Fermasi il tempo, e non si mova mai.


E gl’è assai tempo ch’io son senza sole,

Né so più dov’andar, poi ch’io non veggio

Privo son delle luci al mondo sole

Che mi tenean de l’allegrezze in seggio.

Tristo chi pon ne l’amorose scole

Il piè, ch’al mondo non si può far peggio,

E non sa che sia ben, né che sia pace,

Chi non prova d’Amor prima la face.


Ma di chi debbo lamentarmi solo,

Se non di me? Ch’il cor posi tant’alto

Che su per l’aria se ne gira a volo,

E temo faccia di Fetonte il salto,

Questo conosco, né il pensier m’involo.

Ma chi può star d’amor al crudo assalto,

Se tanti regi, in tormentosi mali

Hanno provato i colpi de’ suoi strali?


E gl’è pur merto amar una che merta,

Che sia di sangue nobile e gentile

E far la Fama sua nel mondo aperta,

E dedicar a lei l’ingegno e ‘l stile

Ch’amar una villana e una deserta,

Allevata tra’ boschi e ne l’ovile,

Ed esser da ciascun tenuto matto

E gettar via col senno il tempo a un tratto.


Quest’esser dunque deve il mio soggetto,

Questa sola sarà la Musa mia,

Questa porterò ogn’hor scolpita in petto,

Questa porterò sempre in fantasia,

Questa sarà il mio caro e fido oggetto,

Questa sia il lume di mia poesia,

Questa, benchè con verso rozzo e vile

Farò nomar ancor, dal Battro al Tile.


Amor m’ha fatto diventar poeta,

Sol perché io canti i suoi sublimi honori,

Ond’io, se ‘l gran dolor non me lo vieta,

Voglio ch’ancor col tempo ogn’un v’honori,

Ma sol mi duol non giungere a la meta

Di quei rari e dolcissimi scrittori

Ch’io mi vorrei farla, se mi fosse lice,

Più chiara assai che Laura e Beatrice.


Dunque, donna gentil, leggiadra e bella,

Sola conforto e speme del cor mio,

Poi che non vol la mia rauca favella

Ch’io vi possa innalzar quant’el desio,

Essendo a quest’etade sola quella

Ch’allegra il mondo con l’aspetto pio,

Accettate il buon animo, e pensate

Che ‘l merto vostro è di più dignitate.


Quest’è un principio per segnal d’amore

Ch’io faccio adesso, per mostrarvi quanto

Bramo la vostra fama e ‘l vostr’honore,

Io dico il vostro honor sincero tanto,

Né da voi bramo solo altro favore

Poi ch’il mirarvi sol mi lieva il pianto

Che qualche volta, quando mi vedete,

Per darmi vita un sguardo mi porgete.


IL FINE