LA

FARINELLA

INGANNO

PIACEVOLE


Commedia nova

PERSONAGGI


Lelio, amante d’Ardelia, detto la Farinella


Flavio, amante di Silvia


Ardelia, amata da Lelio


Silvia, amata da Flavio


M.Zenobio, padre di Lelio


M. Pancratio, padre d’Ardelia


Burrasca, servo di M. Zenobio


Giannettina, serva di M.Semplicia


M.. Semplicia, vedova


Chiappino, ragazzo del signor Flavio


Stramazzo, facchino grosso bergamasco

PROLOGO


Varii e diversi sono gli accidenti e le stratagemme, nobilissimi spettatori, le quali succedono in amore, e di queste già ne sono piene tutte le carte; onde di qui nasce che nelle commedie vengono concessi gl’innamoramenti, l’avaritia de’ vecchi, i furtivi amori de’ giovani, le frodi delle meretrici, gl’inganni de’ servi, l’ingordigia de’ parassiti, la fedeltà de gli amici, le bravure de’ capitani, e le falsità de’ ruffiani, e in somma tutto quello che si vede appresentare nelle scene, essendo la commedia un abbracciamento della condition privata e civile, sì come per lo contrario la tragedia è un abbracciamento della condition eroica in istato di disavventura, il cui oggetto e materia sono odij, ire, sdegni, occisioni, spargimento di sangue, veleni, incendi, sbranamenti di membra, pianti, lagrime, sospiri, singulti, tradimenti, sventure, armi, violenze, furore, rovine, desolation di case, e distrutione di città, province e regni, ed in somma tutte cose le quali a presentarle vengono più tosto a porgere mestitia e tristezza a chi le mira. Questa dunque che hora questi spiriti sono in procinto per rappresentarvi, sarà una commedia tutta burlevole e piena di piacevolezze, dove dopo molte stratagemme ridicole, al fine viene gabbato un vecchio innamorato dal proprio suo figliuolo, con un piacevole inganno, dove si verrà a scorgere quanto sia disconvenevole a un vecchio rimbambito voler domesticarsi con Amore, quando è tempo di pensare alla fossa, ma parmi di sentire i recitanti che vengono fuori, io mi voglio ritirar dentro, in tanto voi fate grato silentio, e state attenti, che, oltre che il soggetto è molto esemplare, ne trarrete insieme grandissimo piacere, a Dio.


ATTO PRIMO


Scena prima


Flavio , Lelio e Burrasca


Flavio:

Voi mi date una cattivissima nuova, Signor Lelio, a dirmi che vostro padre vuole che voi andiate a Padova allo Studio, perché mi parerà certo di restar senza vita, restando senza di voi, che sete mio tanto caro amico e compagno; e quando ha egli fatto questa risolutione?


Lelio:

Dui giorni sono, né perché io gli habbia detto che io non sono dedito agli studi, e che ancora per qualche amico suo gli habbia fatto parlare per me, e raccordargli che, non havendo altri figliuoli che me, doveria tenermi appresso di sè, per più cause, nondimeno nessuno non ha potuto impetrare gratia ch’io non vada, ed in somma, la sua resolutione è questa, né vuole udire più parole da nissuno.


Flavio:

Ohimè, che cosa è questa ch’io odo? Oh, quanto mi date dolore, poi che partendo voi non havrò più con chi possa conferire i miei pensieri, e tanto più sento affanno, Quanto che trovandovi voi innamorato della signorina Ardelia, e io della signorina Silvia, ci andavamo consolando l’uno e l’altro insieme, participando hora dell’allegrezze, hora delle passioni, le quali se ci andavano appresentando d’hora in hora, né succedeva accidente alcuno che non ne fossimo consapevoli insieme, come cari e fidati compagni, e parimente ell’erano considerate insieme, e gli amori nostri erano reciprochi, ma hora che voi vi partite, ogni cosa andrà in conquasso, tanto dal lato di esse, quanto dal nostro.


Lelio:

Quanto mi rincresce il dover lasciar voi, signor Flavio, che mi sete amico tanto fidele, il cielo lo dica per me, e potete pensarvi che lasciando la mia cara e da me tanto ardentemente amata Ardelia, ch’io lascio il cor istesso, e s’io non muoio di dolore in questa mia partenza, non credo di morir mai più. Ahi, dura sorte, come mi perseguiti tu? Come sarà possibile ch’io possa vivere lontano da colei la quale con il suo vago e sopr’human sembiante mi solea dar spirito e vita? Come farete, occhi miei lassi, quando sarete lontani dal vostro chiaro sole? Deh, foss’io più tosto nato cieco, che mai havere mirato quell’angelica beltà, dalla quale hora, allontanandomi, posso dire ch’io m’allontano dalla mia vita istessa. Oh, Ardelia, dolcissimo mio bene, quanto ti vuoi tu affliggere, quando ti sarà noto la partita del tuo caro Lelio, quanto resterai tu dolente e sonsolata, quante lagrime e sospiri getterai da gl’occhi per me, se pur è vero che tu m’ami, sì come sempre hai dimostrato d’amarmi. Deh, signor Flavio, se voi mi sete quel caro amico, il quale a più d’un chiaro segno ho visto che voi sete, pregovi che qualche volta, mentre passate dalla casa della mia cara donna, raccordarli il misero e sconsolato Lelio, ed esortarla insieme a mantenermi la fede data, sì com’io ho fatto e farò a lei sempre; che tantosto che saranno finiti questi tre anni di Studio, i quali mi pareranno essere dieci milla, io ritornerò alla patria, e farò quel tanto ch’io ho promesso di fare, e quello che comporta la mia pura ed inviolabil fede, e di ciò ve ne prego caldissimamente, e con tutto il cuore.


Flavio:

Voi m’havete tanto intenerito il cuore, signor Lelio, con questo vostro rammarico, che m’havete fatto più volte venire le lachrime a gl’occhi. Ma ditemi, per vostra fe’, non si potrebbe egli trovare qualche scusa, acciò che non andassi?


Lelio:

Che scusa volete voi ch’io trovi, se mio padre è risoluto ch’io vada per ogni modo, né lo moverebbe di proposito quanta gente che è al mondo?


Flavio:

Dite che voi vi sentite male.


Lelio:

Non mi crederà.


Flavio:

Perché non volete ch’ei vi creda?


Lelio:

Perché sa ch’io amo costei, e crederà ch’io finga così, perché esso non mi manda via, ed io so che esso non fa questo se non per levarmi da questa impresa, e non perché io vada a studiare.


Flavio:

Oh, vecchio del diavolo! Possa egli esser scorticato.


Lelio:

Horsù, signor Flavio, io mi vi racomando, fate quello per me che vorresti ch’io facessi per voi, cioè tenermi in gratia della mia cara Ardelia, e consolatela al più che si può, e che non dubiti che, se bene io sarò lontano con la presenza, ch’io gli sarò sempre vicino con il cuore, anzi pur ch’io lo lascio nel suo petto, e me ne vado senza.


Flavio

Io non mancherò di fare quel tanto che comporta l’amicitia nostra, ma pur vorrei che noi trovassimo qualche modo e strada da dare ad intendere al vecchio che voi fusti andato via, e che restasti qua.


Lelio:

Io non saprei immaginarmi mai che strada io potessi trovare da finger questo, perché mio padre è troppo astuto, ed il servitore, il quale ha da venir con me, gli scoprirebbe il tutto.


Flavio:

Io vi terrò nascosto in casa mia, che nissuno non lo saprà


Lelio:

Io non voglio in modo alcuno contraddire al comandamento di mio padre, vada come si voglia.


Flavio:

Io lodo ogni cosa, e so che voi fate bene, Ma so ancora che voi non potete studiare, perché sempre havrete il cervello e la fantasia vostra volta in Ardelia, fate, fate a modo mio, che farete meglio: lasciate andare i studij a spasso, ed attendente all’amore.


Burrasca:

Oh, bel consiglio che voi gli date, signor Flavio, a fe’ che voi sete un galante gentilhuomo, io son stato un pezzetto qua di dietro ad ascoltarvi, ed in iscambio d’esortarlo andare allo Studio, voi l’esortate a star qui a far l’amore, e stare sulle baie tutto il giorno, oh bella profession di cavaliero, vi si doveria dar bere in una ciavatta.


Flavio:

Se non fosse ch’io porto rispetto qui al signor Lelio tuo padrone, io t’insegnarei di procedere in altra maniera, insolente furfante, haver’ ardimento di strapazzare un gentil’huomo par mio con tanta arroganza.


Lelio:

Habbiatelo per scuso, signor Flavio, perché costui delle tre le quattro è alterato al vino, e adesso appunto ei deve essere imbriaco, vedete che occhi son quelli.


Burrasca:

Si, si, io son bene imbriaco, eh signor Lelio, voi non la pigliate dal buon capo, voi ben sapete che vostro padre vi ama, e desidera che vi fate un valent’huomo, anzi, se fosse possibile, che voi fosti il primo huomo del mondo.


Lelio:

Perché dici tu questo? Non voglio forsi io andare dov’egli mi manda, sciagurato?


Burrasca:

Ho bene udito ogni cosa sì, ch’io non son mica sordo.


Flavio:

O tu fai il diligente servitore può far il cielo, ma s’io fossi tuo padrone, io ti darei ogni giorno cinquanta bastonate di tua provvisione.


Burrasca:

Da una volta in su voi non mi ci coglieresti più, e forsi che quella volta ancora vi sarebbe da fare per l’asino, e per chi lo menasse.


Lelio:

Orsù, taci, bestia e non volere essere tanto importuno.


Burrasca:

Io voglio parlare quanto mi pare e piace, ch’io son stato alla guerra, e son soldato e huomo da bene, e non voglio essere strapazzato da nessuno, e se bene costui ha la spada al fianco, ch’esso facci il pennacchino ed il bizzarro, io gli caverò i grilli dal capo s’io mi ci metto.


Flavio:

Orsù, io me la voglio pigliare da burla, perché non ci sarebbe l’honor mio a mettermi teco.


Burrasca:

Eh, io burlo così con voi il mio signore, non sapete voi ch’io vi son servitore? Ed ho fatto così a posta, per veder quello che voi volevate dire.


Flavio:

A fe’ da gentil’huomo, che tu m’hai quasi messo in obbligo di darti quattro piattonate e un poco più che tu m’attizzavi, io te ne davo una mostra.


Burrasca:

Piano con quelle stoccate, il mio signore: horsù signor Lelio, andiamo a casa che già le bagaglie sono all’ordine, ed i cavalli hanno già mangiata la biada, su venite via.


Lelio:

Va là, ch’io ti seguito; horsù signor Flavio, a Dio, raccordatevi di me.


Flavio:

Io non mancherò di fare quanto sono obbligato per ‘amico, andate allegramente, e non dubitate ch’io terrò la vostra protetione, e la difenderò fin con la vita istessa.


Lelio:

Così tengo per fermo, e mi raccomando, a Dio.


Flavio:

Andate in pace. Oh povero giovane, adesso ch’esso incominciava haver un poco buon tempo, il padre lo vuole mandare allo Studio, ma non credo ch’esso glielo mandi tanto per desiderio che egli habbia ch’esso impari lettere, quanto per levarlo da quest’impresa, cioè dell’amare Ardelia, ch’il vecchio cerca dargli una moglie la quale habbia maggior dote. Ma se ‘l giovane sta in cervello, come credo che starà, il vecchio l’haverà in barba. Ma io voglio andare a dare un altro assalto, innanzi ch’ei si parta, e voglio fare ogni sforzo perché egli resta; andarò fuor della porta ad aspettarlo, qualche cosa sarà.

SCENA SECONDA


M. Zenobio, padre di Lelio

M. Pancratio, padre d’Ardelia


Zenobio:

Horsù, messer Pancrazio, voi non vi dorrete più meco per conto di Lelio mio figliuolo, che venghi la notte a far delle serenate sotto i vostri balconi, perché io l’ho mandato in parte ov’egli starà tre o quattr’anni almeno a tornare alla patria, sì che voi potrete dormire hora i vostri sonni, ch’esso non v’intronerà più il capo.


Pancratio:

Io non mi son mai lamentato di lui, ch’io mi ricorda, né voi potete dire d’haver udito da me simil cosa, perché non so ch’esso mai habbi usato alcuna insolenza alla casa mia, ma sempre gli ha portato honore e rispetto, e sempre ha trattato con ogni sorte di creanza e di modestia, come giovane da bene e costumato; e se bene, come so che voi dovete sapere, esso voleva bene ad Ardelia mia figliuola, nondimeno sempre è andato con quei debiti termini che devono andare tutti i giovani honesti e ben creati, havendo fermo pensiero di volerla per moglie, come più volte m’ha fatto parlare, e già esso l’havrebbe presa, s’io, che non voglio fare nulla senza il vostro consenso, glie l’havesse voluta concedere.


Zenobio:

Glie l’havete voi forsi promessa?


Pancratio:

Messer no.


Zenobio:

Havete fatto molto saviamente.


Pancratio:

Perché, messer Zenobio, non è ella forsi meritevole di Lelio vostro figliuolo, se ben ella non ha tanta dote quanto voi desiderate? Per questo ella è nata di buon sangue, ed è virtuosa e costumata.


Zenobio:

Ci vogliono altro che virtù, al tempo d’adesso, vi vuol de la roba, il mio messer Pancratio.


Pancratio:

Voi dite bene il vero, pur la virtù è la vera dote dell’huomo, perché i beni della fortuna vanno e vengono, ma le doti dell’animo sempre sono ferme e stabili.


Zenobio:

Horsù, dunque, spendete di quelle.


Pancratio:

Ancora di quelle io spenderò, all’occasione.


Zenobio:

Con me non già, che a chi vorrà mio figliuolo, vorrò altro che queste cerimonie.


Pancratio:

Io so benissimo, che un vecchio avaro e ingordo come sete voi non fa cura di virtù, né manco di gentilezza, perché voi havete, come disse quel nobil poeta, posto nel fango ogni vostra cura, e sete come il rospo, il quale non mangia della terra per la gran paura ch’egli ha ch’ella non gli manchi, ma morirete nella vostra miseria, privo di parente e d’amici, e quando sarete morto, vi sarà posto indosso la più trista camicia che voi habbiate in casa, né vi sarà pur un cane che si ricordi di voi.


Zenobio:

No, no, queste son tutte parole, messer Pancratio, voi non v’havete a pigliare fastidio di questo, maritate pur vostra figliuola ad altri , perché, come si suol dire, la mia tavola è corta per lei.


Pancratio:

Io farò quel tanto che m’ispirerà il cielo, per questo io non la voglio mica gettare via, attendete pur voi alla vostra avidità, e lasciate a me la cura della casa mia, che se ben mia figliuola non verrà a casa vostra, io non me ne curo, in ogni modo, voi la faresti morir di fame.


Zenobio:

Orsù, voi m’havete inteso, mi raccomando, a Dio, messer Pancratio.


Pancratio:

Andate pur alla buon’hora. In vero ben dice il proverbio, che non è virtù, che povertà non guasti, per il mondo crudele, il quale in questi tempi ammira più all’oro ed all’argento che ad altro, né prezza costumi, né bontà; orsù, pur patienza, per me non è oscurato il sole ancora, e se bene io son povero cittadino, per questo io non debbo gettare via il mio sangue, né movermi a fare cosa indegna del grado mio; ma sopportare costantemente i colpi di fortuna, e se il signor Lelio sarà quel vero gentil’huomo ch’egli è, e ch’egli stia in cervello, come tengo per fermo, ch’egli starà, so ch’alla sua tornata non mancherà di fare quel tanto ch’egli ha promesso di fare; in ogni modo ogn’uno di loro è giovinetto, e due o tre anni di più ch’egli stia a tornare non passerà il termine, e forsi che il vecchio avaro potria crepare in questo tempo, né vi sarà poi intermedio alcuno. E se il cielo vorrà che Ardelia sia di Lelio, sarà forza ch’ella sia, se vi opponessero quanti Zenobi si trovano al mondo, e però io lascierò operare a quei di sopra, in questo caso. Oh, avaritia crudele.


SCENA TERZA


Messer Zenobio

Stramazzo, facchino


Zenobio:

Io son uscito fuor di casa nuovamente, perché io non mi fido che Lelio sia andato via, e voglio andarmene a chiarire alla posta, perché questi giovani, quando sono innamorati, difficilmente si possono levare da simil pratica. Ma io veggo venire in qua uno che all’habito mi pare un facchino di quelli di doana, e pare ch’egli habbia una lettera in mano. Io voglio stare a vedere un poco dov’egli va.


Stramazzo:

Oh, cancher, a su intrigat con sta lettra, a no so mo’ chi m’savrà dà indirizz dla chà dos stà sta segnura Rodela, o Bardela, a no so com’ diavol la s’habbia nom mi, un zuvenot, che ‘l dis che ‘l va a studià a Padova m’ha vedut, ch’a ira andat so’ della porta a por sa una valis a un zentilom’, m’ha dat sta polizza, ch’a la porta a la ditta segnura, che’l dis che l’è fiula s’un zentilom chiamat messir, al so nom comenza in Pan, messer Pancratij, ch’ades mo’ a me su arecordat al so nom, e cha ghe la daga in mà a lè propia, mo a no so mo dof la se staga, quest’è mo’ el chias.


Zenobio:

Costui nomina Ardelia, figliuola di messer Pancratio, io voglio un poco avvicinarmi a lui e intendere che cosa è questa; a Dio, galant’huomo!


Stramazzo:

Adè, adè, messer Marforio.


Zenobio:

Oh, tu sei treppeggiotto, hor dimmi, che cosa vai cercando?


Stramazzo:

Perquè, che vulif savir vu i fat mè?


Zenobio:

Per bene te l’addimando.


Stramazzo:

S’a mel domandè per bè, a vel dirò: a vag cercand la casa d’un messir Pancratij, e d’una so fiula che s’chiama la signura Rodella, o Bardella, ch’a no me recordi ol so nom.


Zenobio:

Chi è questa signora Rotella, o brocchiero, che tu dici?


Stramazzo:

No me stè a burlà, oh misser Bernardù, perquè questa è un apitella d’hunor, es è fiula de so pader, però s’a me savì insegnà la casa, insegnemela, e no me stè più a trattegni chi lò.


Zenobio:

Orsù, io t’intendo benissimo, fratello, tu vuoi dire la casa della signora Ardelia, figliuola di messer Pancratio, non è vero?


Stramazzo:

Segnur, messirsì, a dig be’ quella, me la savif insegnà?


Zenobio:

Fratello, non cercar altro, perché tu sei caduto in piedi, come un gatto: io sono il padre di quella gentildonna che tu vai cercando, io voglio un poco vedere che lettera è questa.


Stramazzo:

A sì vù so pader?


Zenobio:

Sì, sono.


Stramazzo:

E a me de’ la burla.


Zenobio:

Io ti dico, ch’io sono, in tua buon’hora, ed io mi chiamo Pancratio, ed essa Ardelia, non vuoi tu dir così?


Stramazzo:

Messirsì, a vuoi be’ dir ixi, mo zà, cha si vu lo pader, insegnem l’us dof a stè, che a ghe vuoi dà sta carta a lè, che m’ha dat un zentilom, ch’a ghe la porta.


Zenobio:

E che gentilhuomo è questo?


Stramazzo:

Un zuvenot de prima pelasù, che non ha amcur aun pel de barba al mostaz, biond, ixi de bona statura, gne alt, gne bas, un bel fiul in summa.


Zenobio:

Orsù, questa è la lettera che noi aspettavamo, dalla pur qua a me, ch’ella si contenta, anzi, io venivo a posta ad incontrarti, mi pareva ch’ella stesse molto tardi ad arrivare.


Stramazzo:

Mo za que a desì, cha si vù su peder, e ve la darò mi, mo a ve vuoi bè pregà a fà che la ghe capite in le mà quant prima, perquè a cred, chel sia on so moros che ghe la manda.


Zenobio:

Che dici tu che gliela manda?


Stramazzo:

Un so cusì, oh, cancher havivi salat.


Zenobio:

Un suo cugino, sì, orsù, sia come si voglia, la lettera havrà buon recapito, vuoi tu altro da me?


Stramazzo:

Paghem ol port de la lettira, ch’a noi voi po oter, mi.


Zenobio:

Tu hai molto ben ragione, ma hora non mi trovo moneta addosso, torna da me un’altra fiata, ch’io ti rimunerarò.


Stramazzo:

Menem almach a bif una botta, ch’a i ho una set ch’a no pos a pena parlà.


Zenobio:

Il canevaio non è in casa, ch’egli è ito alla piazza a comprare dell’insalata, e non verrà fin’a sera, ed ha con esso lui le chiavi di cantina.


Stramazzo:

Nona not, a la fe’, a si della compagnia della lesina, messir, osù a m’arecomand. Cancher se quel zoven no me dava sto carlì, ol pover Stramaz s’era stramazat per na gota, o vecch maledet, possitu esser mess in berlina.


Zenobio:

Orsù, da poi che costui è partito, voglio andare a casa e vedere che cosa si rinchiude in questa carta, perché certo questa è la lettera di Lelio, il quale in questa sua partita la mandava ad Ardelia. Ah, Lelio, Lelio, io troncarò ben questi vostri amori! Lassa pur fare a me, non m’è mai avviso d’intendere quello ch’ella dice, io voglio andare a leggerla adesso. Oh, che buona fortuna è stata la mia, ch’ella mi sia capitata nelle mani.


SCENA QUARTA


Silvia

Ardelia


Silvia:

Ho inteso con mio grandissimo dispiacere, signora Ardelia mia, che ‘l signor Lelio è gito allo Studio di Padova, e che esso starà fin’a tre anni al meno a tornare a casa, e dubito che ‘l signor Flavio ancora per sua compagnia non facci il simile, perché s’amano troppo cordialmente insieme.


Ardelia:

Hollo inteso ancor io da mio padre, e ne son restata addolorata tanto, che non v’è lingua humana che potesse narrarlo, ma quello che più m’affligge è che ‘l padre di lui ha detto non volere mai a tutta sua possanza ch’esso mi prenda per moglie, ancora ch’egli tornasse a casa di qui a cent’anni, e questo più mi dà tormento ch’ogni altra cosa. Ben so che ‘l signor Lelio è stato a me sempre fidelissimo, e che non mancherà d’amarmi, ma questo non mi basta, anzi mi dà più danno che utile, perché, essendo io povera, mi sono appresentati assai partiti per maritarmi, i quali tutti sono buoni; ma perché sanno che ‘l sig. Lelio m’ama, tutti voltano il piede in altra parte, perché molti n’ha minacciati, molti altri ancora percossi, di modo tale ch’io mi trovo nel più misero stato che possa essere una infelice giovane come son’io, e se non fosse che la speranza mi va portando innanzi, io credo certamente che già mi sarei data la morte, poi che io conosco ch’al mondo non è la più sfortunata giovane di me.


Silvia:

Non dite così, signora Ardelia, né vi disperate, ch’io tengo tanta fede nel signor Lelio, che se bene il padre suo fà questa repulsa, non però esso mancherà della promessa fede, e forsi più presto che voi non pensate lo vederete qui, né posso credere ch’egli gionga fin là, ma che esso torni addietro, perché il signor Flavio m’ha accennato che a tuto suo potere non vuole ch’ei vada innanzi, ma che torni addietro per ogni modo.


Ardelia:

Oh, se ciò fusse vero! Quanto mi troverei contenta. Ma esso non vorrà tornare, perché egli è troppo ubbidiente al padre.


Silvia:

Tornerà certo, state di buona voglia, perché io ho pregato il signor Flavio che, per quanto amor egli mi porta, facci sì ch’ei non vada innanz, ed esso m’ha promesso, che se dovesse spendere la roba e la vita, che vuol far di modo che tutto il suo Studio farà in questa città.


Ardelia:

Non posso credere ch’esso facci questo, perché il padre lo tiene troppo al segno, e se sapesse simil fatto, lo privarebbe dell’eredità paterna, e della sua gratia insieme.


Silvia:

Ad ogni cosa si trova rimedio, eccetto alla morte, lasciate pur far al signor Flavio.


Ardelia:

So che il signor Flavio mi vuol bene, e che farà tutto quello ch’esso possa per non lo lasciare allontanare da me, ma non mi si può partire questo dolor dal core.


Silvia:

Io ve lo credo, perché so e provo le pene d’amore ancor’io, e so quanta forza hanno gli suoi strali.


Ardelia:

Se lo sapete, donque habbiatemi compassione.


Silvia:

Io vi ho più che compassione, e vi prometto di fare tutto quello che far si può, acciò che voi habbiate il vostro desiderio, entratevene in casa, ch’io farò il simile, e lasciate fare a chi vi vuol bene.


Ardelia:

Orsù, io entro, e mi vi raccomando.


Silvia:

Andate in pace, e state allegramente. Questa povera giovane veramente ha ragione di lamentarsi, poi che, essendo amata da un giovanotto così vago e gratioso e ricco di beni di fortuna, si vede attraversare tanti intrichi alle sue felicità; ma non posso credere che ‘l signor Lelio vadi allo Studio e che la lassi, essendone così ardentemente acceso. Ma ecco il signor Flavio che viene in qua tutto allegro, deve portare buone nove certo per conto del negotio. Oh, il ciel volesse ch’egli havesse rimosso il signor Lelio dal suo viaggio! Ma io mi voglio retirare in casa, perché se esso mi vedesse qui fuori, mi riprenderebbe forte, ed havrebbe ragione: che non si conviene che le figlie da bene stiano per la strada; più adagio poi saprò ogni cosa.


SCENA QUINTA


Flavio solo


Flavio:

Io ho pur tanto martellato nel capo al signor Lelio, ch’io l’ho fatto tornare indietro, e l’ho occultato in casa d’un mio amico, fin tanto ch’io habbia trovato un vestimento da donna, perché io voglio farlo vestire in habito di fantesca, e porlo a stare in casa di messer Pancratio, perché l’altro giorno mi disse ch’egli haveva bisogno d’una serva, non tanto per servitio di casa, quanto per compagnia della signorina Ardelia, sua figliola, la quale è sola in casa, e se questa non sarà buona compagnia, suo danno. Io poi, per poter condurlo dentro, ho fatto imbriacare il suo servitore, il quale forsi deve ancora dormire, perché rocheggiava come un porco, ed ho lasciato l’ordine all’hoste che, come sarà svegliato, Gli dica che ‘l suo padrone è cavalcato innanzi, acciò che, seguendolo, non torni così presto indietro a disturbare i nostri negotij. Oh che bella inventione sarà questa, che se bene il vecchio incontrerà, non lo conoscerà, essendo in habito femminile, e sbarbato come egli è, non si penseria mai ch’esso havesse trovato tale astutia. Horsù, io voglio andare da madonna Simplicia, mia vicina, che mi presti uno dei suoi vestimenti, e quanto prima andar a far quel tanto che s’ha da fare. Oh, così si servono gli amici.


SCENA SESTA


Stramazzo

Burrasca


Stramazzo:

Oh, a su l’intrigat bamboz, pittana dol mond, a iho credut de dà quella lettira a un, e si a l’ho data a un oter. Oh, ve haverò servit quell zentil’hom in dol gombet. Oh, che vecch maledet è stat quel, me l’hal mo bè cargada, vat mo’ fidà ti de negù a stù mond; mo’ ol me par de vedì vegnì chi ol servidur de quel che m’ha dat la lettira, ol dì vegnì a vedì quel cha i ho fat, mo’ a me voi to dessot, perqué a no so quel ch’a m’habbia da responder.


Burrasca:

Oh, facchino, oh, facchino! Fermati, fermati!


Stramazzo:

Oh, cancher, ol m’ha vedut, hosù pur a sù in le pettoli; mo a me sù aradegat fardel, ch’a i ho pensat de darla a un, e si l’ho data a un oter.


Burrasca:

Che cosa?


Stramazzo:

La lettira che m’haviva dat quel zentil’hom.


Burrasca:

Che lettera vai tu letterando? Io bramo di sapere di che loco tu sei.


Stramazzo:

A sù da Voltolina, mo a servi ilò al gabella per hom da portada, perqué semper a porti de i carghi in spalla; mo’ dì ol vira, ti no cerchi de savì vergot per cont de lettira neguna?


Burrasca:

Non te l’ho detto? Io bramo sol sapere da che banda tu vieni.


Stramazzo:

A su vegnù per sta strada, perquè?


Burrasca:

Hai tu incontrato un gentil’huomo giovane, sbarbato, sopra un caval rosso?


Stramazzo:

A n’ho vedut nigù, e se bè al’ho vedut, a no ghe voi dì, perquè ol me l’ha comes quel zentil’hom.


Burrasca:

Tu non mel vuoi dire an bastaso, poltrone.


Stramazzo:

Guarda com’ che te parli, ch’a sù hom da bè.


Burrasca:

Ed io so che tu vieni per di qua, ch’io t’ho veduto fuor della porta, ed è forza che tu l’habbi incontrato e visto.


Stramazzo:

E mi te dig ch’a n’ho l’ho vedut. Oh quest’ sera ol bordel con costù, te dì esser imbriag, nevira?


Burrasca:

Doh, facchino, poltrone, guarda pur, ch’io non ti rompa un occhio.


Stramazzo:

Ve’ pur via, fradel.


Burrasca:

Aspettami.


Stramazzo:

Eh, be’, che’t penset de fà?


Burrasca:

Tu lo vedrai.


Stramazzo:

Mo ti el vedrà an ti.


Burrasca:

Pigliati questa.


Stramazzo:

Pia an ti questa, e questa, e po’ an quest’otra.


Burrasca:

Oh, facchin becco, tu m’hai rotto il naso.


Stramazzo:

A te romperò ben an ol co’, no se finis sta baiada.


Burrasca:

Metti giù quel bastone, e poi combattiamo del pari.


Stramazzo:

Vet chi lo, ch’a l’ho buttat via, ah traditur, assassì, ti m’ha dat questa, ch’a nome ne sù accort. Mo aspetta pur ch’a te la vuoi render.


Burrasca:

Non mi stracciar il collaro.


Stramazzo:

E ti, no me tirà per i bragù.


Burrasca:

Non mi mordere, cagnaccio.


Stramazzo:

E ti, no me dà de quei spintù in ti costi.


Burrasca:

Ohimè, la mia mano.


Stramazzo:

Ohimè, ol me occh’, al sangu’ del diavol, a te voi strangolà.


Burrasca:

Fermati, fermati, facchino poltrone, se non ch’io ti scannarò con sto coltello.


Stramazzo:

Ti me vol da’ co’ un cortel, mo’ aspetta pur ch’a te voi andà a fà una squaquarella, ah mariul, alla giustitia, alla giustitia.


Burrasca:

Horsù, vien qui, ch’io burlo così teco, andiamo a bere.


Stramazzo:

No, no, alla giustitia pur, con diavol volim dà con un cortel alla volta della trippa.


Burrasca:

Ah, spionaccio, tu mi vai a far la querela, eh? Ma s’io ti posso trovare un’altra volta, io voglio che tu me la facci per qualche cosa; ma andarò a provvedere a i fatti miei, perché costui del certo mi va a querelare, oh, povero Burrasca, veramente hoggi corre una gran burrasca per te.


ATTO SECONDO


SCENA PRIMA


Zenobio solo


Zenobio:

Io ho letto la lettera ed ho inteso quanto scrive Lelio ad Ardelia, e come la prega a portarsi in patienza fin al suo ritorno, che subito ch’esso havrà finito di studiare, non mancherà di fare quel tanto che lui gl’ha promesso, e molte altre belle paroline, come s’usa fra gli amanti innamorati. Ma certo egli s’inganna, perché io già ho fatto pratica per dargli moglie, quale è la figliola d’un mercante lucchese, che haverà di dote diece milla scudi e più; a tale che saranno altro che mille e duecento come ha questa sua signora Ardelia. E costei è poi herede del padre, dove che verranno ad essere circa venti milla scudi, di modo che, con il patrimonio ch’io gli lasciarò, e queste facoltà, Lelio verrà ad esser’ uno de’ primi di questa città per ricchezza, e ancora per nobiltà. E pero messer Pancratio può ben maritare sua figliola ad altri, senza havere speranza alcuna in mio figliolo, perché ogni suo disegno gli andarà fallato. Oh, questa è stata la buona cosa per me, a essere dato in quel balordo di Stramazzo, perché questa lettera sarà causa che quanto prima io cercarò di tirare a fine questo negotio. Voglio andare a casa a scrivere la lettera a Lucca, e quanto si può più presto dare risolutione a questa cosa, che io non vorrei che Lelio si risolvesse di non volere studiare, e che egli tornasse a casa e sposare costei; che se bene ella è di buon sangue, questo non basta, perché da questi tempi chi non ha moneta in casa viene sprezzato da tutti, che la povertà è un brutto mostro da vedere, però bisogna fuggirla a più non posso. Orsù, io non voglio più stare a perdere tempo, perché la posta si vuol partire, andarò a scrivere la lettera, e mandarla via quanto prima, perché non bisogna dormire sopra questo negotio, che la cosa importa troppo. A fe’, Ardelia, tu non mi verrai in casa, a tutto mio potere! Ma io veggio Stramazzo, che mi ha dato la lettera, io mi voglio retirare, che non mi veda, che la cosa non si scoprisse, perché ei si crede haver dato la lettera amesser Pancratio, e l’ha data a me.


SCENA SECONDA


Stramazzo

Chiappino, ragazzo di Flavio


Stramazzo:

A i ho fat una squaquarella a colù, mo ol noder m’ha dit ch’a faghi esaminà i testimoni, mo al no gh’ira mo nigù, oter che nù du, a tal, ch’al pens, ch’a n’havrò fat nagot. Horsù, pur a voi tornà in gabella, a vedi s’al ghe da fà per mi, perquè quant no se lavura, ol no se può mangià.


Chiappino:

Oh facchino, oh facchino!


Stramazzo:

Che cosa vuot mo an tì, dì.


Chiappino:

Havresti veduto per sorte una mula in groppa d’un pagliaio?


Stramazzo:

Becca su questa, te di esser imbriac an ti, com’ira quell’oter poc fà, ne vira?


Chiappino:

Io non burlo, io cerco un grillo che porta la lanterna di Genova a Milano.


Stramazzo:

Oh, che questa è la zornada de l’embriaghi, con cancher un gril che porta una lanterna, oh ti cot, vè, fradel.


Chiappino:

Tu non l’hai dunque veduto?


Stramazzo:

Mo no, mi.


Chiappino:

Dimmi dunque, quante miglia sono da Roma al primo dì d’agosto?


Stramazzo:

Oh, ch’l’è mat, l’è mat costù!


Chiappino:

Dì il vero, sei tu nato, o pur fosti piantato?


Stramazzo:

Si a dig esser un ravanel da esser piantat, oh poveraz, t’ha pers il cervel, ti, nevira?


Chiappino:

Horsù, io non burlo certo, hai tu veduto un huomo grande, lungo più di meggio braccio, a cavallo d’una cimice grande, con un fagotto alle spalle pieno di malitie di puttane, che le porta a Comacchio a barattare in tante anguille affumate?


Stramazzo:

Ah ah ah, oh sì che questa è da sgrignà, no’l dissi a mi che questa ira la zornata d’i mat’o de imbriaghi? Osù, a m’arcomand, fardel, và dorm’un sonet, và via, ti n’harà mal nigù; mo a me voi levà de chilò, che ‘l no fà per mi a sta a contrastà con imbriaghi, a de’.


Chiappino:

Fermati, fermati! Odi una parola, sì si, a Dio. El và che ‘l vento il porta; horsù io mi son preso un poco burla di costui, io voglio mo’ andar a casa di messer Sempronio, che ‘l signor Flavio mio padrone mi manda a dire al signor Lelio, il quale sta di nascosto in casa sua, che non debbia moversi di là fin ch’esso nonlo và a torre, o non gli manda a dire una parola; io voglio andar di qua, ch’io giongerò più presto là, e poi voglio passare dritto la casa di Giannettina, e s’io la posso vedere gli voglio donare questo bel mazzetto de fiori, e raccordargli ch’ io gli son servitore, e so ch’ella non lo sprezzerà, perch’ella mi vuol bene, e l’altro giorno ella mi mandò a donare un bel collaro, e certe galanterie, ch’io le tengo molto care; infin l’è una bella cosa l’essere innamorato, e massime di queste serve da cucina, ch’elle sono sempre pastose e morbide, per la lavatura delle scudelle, che le tiene sempre unte e grasse, onde gli traluce la pelle, come tanti specchi; horsù, io vado.


SCENA TERZA

Madonna Simplicia

Signor Flavio.


Semplicia:

Che mi comanda, Vostra Signoria, mio signore?


Flavio:

Vorrei ch'ella mi favorisce di prestarmi un vestimento d'una delle vostre serventi, ch'io me ne voglio servire a fare una burla a un vecchio balordo.


Semplicia:

Di grazia, ma perché non volete voi uno di quelli che porto io, ch'è molto piú honorevole?


Flavio:

Io voglio uno di quelli della servente, perché torna piú a proposito per me, ch'io voglio poi che voi ridiate quando saprete la burla.


Semplicia:

Io so che sempre il Signor Flavio sta su le burle, e che ne sa fare delle belle, e questa ancora è forza, che sia bella. Horsú, io vi darò uno di quelli di Gianettina mia serva.


Flavio:

Questo sarà la vita per fare quello ch'io voglio fare.


Semplicia:

Volete voi ch'io ve lo mandi adesso, o lo mandarete a pigliar voi per qualch’uno?


Flavio:

Lo manderò a pigliar io per Chiappino mio ragazzo, come sarà tornato d'un servizio, nel quale io l'ho mandato poco fa, e non può fare che non torni a casa.


Semplicia:

Venghi quando vuole, che sarà servito di quello, e di maggior cosa, ché ben sapete che potete comandarmi alla libera.


Flavio:

Io son piú che sicuro della vostra cortesia. Horsú, me le raccomando.


Semplicia:

Andate in pace. Che domin può voler fare costui d'uno vestimento della mia serva? Qualche stratagemma certo esso deve avere in animo di fare. Horsú, io non voglio stare a cercare piú oltre; io voglio entrar in casa, e preparare una tonica, e 'l grembiale, e la scuffia di Gianettina, e quando verrà il suo ragazzo gliele darò, ch'el Signor Flavio è gentil'huomo da servire.



SCENA QUARTA

Messer Pancratio solo.


Pancratio:

Io pregai a gli giorni passati il signor Flavio che se esso avesse saputo una qualche fantesca da comodarsi a patrone, che mi favorisce d'inviarmela, perché son senza moglie, e la serva ch'io avea se n'è gita, e ho Ardelia mia figliuola la quale sta sola e brama compagnia, e poi non sta bene che una giovane, com'è quella, stia sola in casa per piú rispetti. Però io voglio andare verso la piazza, che forse io lo trovarò al ridutto de gentilhuomini, che questa a punto è ora che vi siano, e come havrò questa servente, starò poi piú sicuro dell honor mio e andarò fuori di casa con manco dubbio che mi sia fatto qualche stravaganza alla casa, perché da questi tempi non vi mancano de gli insolenti al mondo, che portano poco rispetto a i cittadini, e loro pare havere fatto l'impresa di Costantinopoli quando hanno levato l'onore e la fama a un uomo da bene. Horsú, il mondo camina cosí al tempo d'adesso, e però bisogna aprire ben gli occhi. Horsú, io vado.



SCENA QUINTA

Chiappino

Gianettina.


Chiappino:

Oh che ventura, oh che ventura è stata questa per me! Il mio padrone m'ha incontrato ch'io tornavo di quel servitio dove esso mi havea mandato, ed hammi detto ch'io venghi a casa di Madonna Simplicia, ch'ella mi darà un vestimento di Gianettina. Hor mira se 'l formaggio m'è cascato (come si suol dire) suso i macheroni: io havevo fatto pensiero di passare per di qua per vederla e donargli questo mazzetto di fiori, ed hora mi si appresenta tal’ occasione, che molto piú havrò causa di parlargli e dirgli il fatto mio. Ma eccola, a fè, ch'ella vien in qua e ha il vestimento su’l braccio. Ah, Chiappino, adesso è tempo di stare in cervello. Io la voglio salutare. A Dio, bella Gianettina, dove si va?


Gianettina:

A Dio, Chiappino galante, io venivo a casa del tuo padrone a portargli quest'habito, che quando la madonna ha veduto che tu non venivi, ha comesso a me che glielo porti fin là.


Chiappino:

Ed io venivo hor hora a pigliarlo, però tu lo darai a me, e non passerai piú innanzi. Ma dimmi, Gianettina mi vuoi tu piú bene?


Gianettina:

Piú che mai, il mio dolce Chiappinetto, e adesso mi riputavo a gran ventura l'havere hora occasione di venir a casa del tuo padrone, solo per vederti.


Chiappino:

Ed io altro tanto mi reputo a favore del cielo, che io abbia avuto questa occasione di poterti parlare senza sospetto, e ti portavo a donare questo mazzetto di fiori, il quale tu lo porterai nel tuo bianco seno per amor mio, te, piglialo, ben mio.


Gianettina:

Ecco, io lo piglio; ma dimmi: che altro bel fiorino è quello, che tu hai nel capello?


Chiappino:

È un fiore, che io ho trovato per strada e me lo son posto qui, e te lo darò, se tu lo vuoi.


Gianettina:

Io non lo voglio altramente; tienlo pur per te.


Chiappino:

Perché non lo vuoi?


Gianettina:

Perché te lo deve haver donato qualche tua innamorata, e non te lo voglio levare, che 'l dovere non lo vuole.


Chiappino:

Non me l'ha dato nissuna certo, ma io l'ho trovato, se tu credi ch’io ti sia servitore.


Gianettina:

Io credo che tu sij servitore di quante donne tu vedi, e che tutte le servi a un modo, e credo che questo fiore e ancora questo mazzetto, ti sia stato donato da qualcuna di quelle che tu vai berlocchiando e che poi l'habbi portato a me per darmi la madre d'Orlando.


Chiappino:

Se io l'ho avuto da nissuna, che poss'io perdere la gratia del mio padrone e la tua insieme, la quale io apprezzo piú che tutto l'oro del mondo, e hai gran torto a dirmi queste parole, che pur sai s'io ti son fidelissimo servitore.


Gianettina:

Horsú, quanto piú me ne dici, tanto manco io te ne credo. Piglia pur questi panni e portagli al tuo padrone, e non mi venire mai piú inanzi, né sotto i balconi, che a fè io ti roversarò una caldaia d'acqua calda o di brodo sul capello e ti adaquerò quel bel fiorino, che v'hai dentro.


Chiappino:

Se io credessi che tu dicessi da dovero, io mi risentirei alquanto, ma io vedo che tu ti prendi spasso di darmi la burla, e per questo io me ne rido.


Gianettina:

Horsù, piglia pur questi panni e non mi star qui a fare il buffone, che non v’è torta, e va su le forche, frasca che sei.


Chiappino:

Vacci tu su le forche, massaraccia, guataraccia, sporca, unta, bisunta, lordaccia, puzzolente; da' qua questi panni, lavascodelle che tu sei.


Gianettina:

Se io lavo le scodelle, e tu lavi il cantaro del tuo padrone.


Chiappino:

Horsú, per hora io non ti voglio dare altra risposta, ma come piú ti trovo, ti voglio rompere la testa.


Gianettina:

Ohimè, la mia testa, lascia prima guarire quelli che hai morti; oh, ch'avesse paura! Guarda chi vuol fare il bravo, e non darebbe a una puina.


Chiappino:

Aspetta, ch'io ti voglio rompere la testa con questo sasso.


Gianettina:

Horsú, fermati, Chiappino, che io mi sono preso spasso di burlare cosí teco per provarti, e so che tu mi vuoi bene, e io ancora a te, e so che tu non mi diresti una bugia per tutto l'oro del mondo e che tu non ami altra che la tua cara Gianettina, sí come io amo il mio caro Chiappino. Facciamo dunque la pace insieme; su, toccami la mano.


Chiappino:

Io non la voglio fare, anzi mai piú non voglio passare per di qua per non ti vedere.


Gianettina:

Horsú, non far mo’ il crudele, Chiappinetto mio bello, Chiappinetto mio caro, Chiappinetto mio d'oro, su, porgi la mano alla tua cara Gianettina.


Chiappino:

Tu m'hai fatto tanto alterare, che io duro fatica a fare la pace teco; pur non posso stare, che io non ti porga la mano.


Gianettina:

Horsú, la pace è fatta, hor quando tornerai piú a vedermi?


Chiappino:

Come ti porterò i tuoi panni, se non piú presto; intanto conservami nella tua buona gratia e non mi dar piú tanta passione. A Dio.


Gianettina:

A Dio, va' in pace. Io mi son preso spasso di far venire in collera questo ragazzo, per vedere se quel fiore gli era stato donato da qualche donna, ma mi son chiarita che egli l'ha trovato, come m'ha detto; ma buono è stato che egli non m'ha rotto la testa con quel sasso, perché egli è stizzoso, come un serpente. Horsú, io mi voglio retirare in casa, che io son stata un pezzetto qui fuora, e Dio sa che la gatta non m'abbi fatto qualche burla, perché l'altra mattina mi cavò la carne fuora della pignatta e se l'andò a mangiare suso il granaio, che la piú ingorda bestia non è al mondo. Horsú, io vado.



SCENA SESTA

Burrasca solo


Burrasca:

Cancaro, colui m'era andato a fare la querela lui, ed era bella e caricata s'egli haveva testimoni, ma buono per me, che non v'era altro che lui e me in questa baruffa, e ho fatto dare un mezzo scudo al notaro ed ho accomodato ogni cosa. Oh, che fachino traditore! Ei mi menava certe pugna, che le havriano accoppato un bue. Horsú pur, la cosa è passata bene; ma io non so quello che mi dire. Per conto del signor Lelio, io temo di qualche stratagemma e dubito ch'egli non sia andato innanzi altramente, ma che egli sia tornato indietro, perché essendo innamorato di costei so ch'ei si partiva da casa mal volontieri; ma io starò ben tanto su l'avviso, che se esso sarà tornato, io saprò dov'egli è, lassa pur fare a Burrasca. Io voglio andare per di qua, perché tutti quei che vengono da Padova passano per questa strada, e andarò addimandando a tutti se l'hanno visto. Gran fatto se egli sarà andato a Padova, che qualcuno non l'habbi incontrato! Oh, malanno venga a quel oste con quel suo vino, perché è stato causa, con tanto bere e quel vino cosí grande, che io mi addormentai in iscambio di cavalcar via con il padrone. Horsú pur, quello che è fatto non può essere non fatto; sono ancora un poco travagliato, però io voglio andare a dormire un sonetto e poi io farò quel tanto che s'ha da fare.



SCENA SETTIMA

Lelio in abito di serva

Flavio

Messer Pancratio


Lelio:

Voi m'havete fatto porre in questo abito, signor Flavio, e il cielo voglia che la cosa riuscisca in bene, che io non sia conosciuto e che facciamo qualche farfallone.


Flavio:

Non dubitate, che voi state tanto bene in quest'habito che parete proprio una giovinetta, e se io non v'havessi veduto vestire, certo non vi conoscerei.


Lelio:

Hor come vogliamo noi fare?


Flavio:

Faremo a questo modo, che, come già vi dissi, messer Pancratio, havendo bisogno di una fantesca e havendomi già pregato a volere far opera di trovargliene una, voi andarete a stare con esso lui, il quale vi crederà essere una serva; e con simile occasione voi vi potrete scoprire ad Ardelia e fare le vostre cose comodissimamente. Lasciate pur operare a me, che io tirerò bene a buon fine questo negotio.


Lelio:

Ma credete voi ch'ella l'havrà per male?


Flavio:

Per male, eh? Anzi n'havrà sommo contento, portandovi ella tanto amore, come fa.


Lelio:

Horsú pur, quanto prima veniamo al quia, che un'hora mi par mill'anni di essere con lei.


Flavio:

Oh, ecco a punto messer Pancratio. Tiratevi da banda e lassatemi negotiare il fatto a me. Buon giorno, messer Pancratio.


Pancratio:

Ben trovato, il mio signor Flavio; che si fa?


Flavio:

Bene, per servirla. Io veniva a punto a ritrovarla, perché Vostra Signoria sa che già mi parlò d'una serva, che n'havea bisogno, e io gliene havevo condotto qua una, la quale stava già con mia sorella, buona memoria; e perché io so ch'ell'è fidata, mi è parso di condurla a voi che sete gentil'huomo da bene, e so ch'ella sarà sicura dell'honore, che questo importa piú che altro, e per questo ve la pongo in casa a voi. La giovane è sofficiente e sa attender alla camera, e cucinare, e fare in somma quel tanto che va fatto in una casa, sí che non havrete briga di dire: fa' cosí, fa' colà; ed è gagliarda, e so ch'ella vi darà grandissima soddisfattione, ed eccola qua.


Pancratio:

Mi piace assai la sua presenza e credo che saremo d'accordo. E come si chiama il nome di questa giovane?


Flavio:

Farinella, Signore, nome da bandito.


Pancratio:

Mi piace questo nome di Farinella, perché si vede ch'ella ha appunto una faccia da farinello.


Flavio:

E tali saranno i fatti ancora se occorrerà.


Pancratio:

Horsú, Farinella, ti basta l'animo di fare quel tanto che dice il signor Flavio?


Farinella:

Signorsí, e s'io non facessi cosí bene nel principio, io m'andarò accomodando a poco a poco, sí che io spero col tempo darvi soddisfattione del fatto mio.


Flavio:

Non dubitate di questo, ch'ella è pratichissima, e ogni giorno sarete piú contento d'haverla pigliata e piú nell'ultimo, che nel principio.


Farinella:

Ma in quanto a me, poca fatica sono per dargli, basta solo ch'ella sodisfaccia ad Ardelia mia figliuola, e fargli buona compagnia, ch'io faccio piú per questo che per altro.


Flavio:

Ed ella brama piú di servire la signorina Ardelia che altro, e so ch'essa la servirà benissimo; non dubitate piú di questo.


Farinella:

Non habbiate dubbio alcuno ch'io non la sodisfaccia, che per tutto ov'io son stata, mi son portata in maniera, che quando mi son partita, ho lasciato buon odore del fatto mio.


Pancratio:

Horsú, entriamo in casa, Farinella, che non mi è mai avviso che Ardelia ti veda. Signor Flavio, io vi ringrazio della fatica che avete fatta per me, in avermi trovato questa fantesca, e la prendo sotto la vostra parola, ch'io so che voi sete un gentilhuomo da bene e che, s'ella non fusse cosa che non fusse buona, non me l'havresti inviata.


Flavio:

Il Cielo me ne scampi, pigliatela pur sicuramente; e tu, Farinella, portati bene come hai fatto per il passato, e servi la signorina Ardelia di quanto ella ti comandarà, e portagli honore e riverenza.


Farinella:

Tanto farò, signor Flavio, e m'ingegnerò per dare sodisfattione a tutti, e dove io non saprò, havrò caro che mi sia insegnato.


Pancratio:

Horsú, entra là in quella porta, che fin a quest'hora io resto molto soddisfatto, e se i fatti corrisponderanno alle parole, spero che le cose passeranno benissimo. Signor Flavio, a Dio.


Flavio:

A Dio, messer Pancratio; horsú, io vi raccomando Farinella.


Pancratio:

Non dubitate ch'ella starà nel latte, come si suol dire, e s'ella saprà reggersi, felice lei. A Dio.


Flavio:

S'ella non si saprà governare, suo danno. Horsú, io ho accommodato l'ova nel bacile; hor vedi che messer Zenobio havrà un eccellente dottore. Hor cosí si fa a questi vecchi avari, che non lasciano mai havere bene ai lor figliuoli. A fè che esso l'havrà in barba a questa volta. Horsú, io voglio un poco andare a vedere la signora Silvia e dargli la nuova di quanto ho fatto, ché ciò gli sarà di grande allegrezza e consolatione al cuore, essendo elle anima e corpo insieme, come elle sono.



ATTO TERZO



SCENA PRIMA

Messer Zenobio

Burrasca


Zenobio:

Tu hai dunque perduto Lelio?


Burrasca:

Signor sí.


Zenobio:

E come hai fatto a perderlo?


Burrasca:

Che so io; quell’hoste aveva un certo vino, ch'io credo che fusse alloppiato, perché non ne bevei piú che dieci o dodeci bicchieri, che m'incominciaro a salire certi vapori al capo, ch'io fui forzato gettarmi sul letto e fare un sonetto di ventiquattro hore, e quando mi son svegliato, l’hoste m'ha detto che Lelio è cavalcato innanzi, onde me gli son messo a correre dietro, né mai l'ho potuto giungere, né manco ho mai incontrato nissuno che mi dica di averlo veduto, a tale che io non so come si possa star questa cosa.


Zenobio:

Ah, forfante, sciagurato, in cambio d'haver custodia del tuo padrone tu ti vai a imbriacare; ah, ma io ti castigherò del certo, ribaldo: và, rimonta a cavallo adesso adesso, e vattene a Padova, perché egli vi deve esser andato del certo, ché, non avendoti potuto svegliare, si deve essere risoluto di andare al suo viaggio; e già l'hoste t'ha detto ch'egli è cavalcato innanzi, e tu, in cambio di andare in là, sei tornato a casa. Oh, povero pane, a chi ti lassi tu mangiare! A fè che tu sei un diligente servitore.


Burrasca:

S'ognuno mi dice che non l'ha incontrato.


Zenobio:

Per qual strada sei gito tu?


Burrasca:

Per la strada ordinaria.


Zenobio:

Ed esso forsi sarà andato per la strada disotto, che traversa quei campi, e mette capo su quel argine poi arriva su la strada Romea.


Burrasca:

Potrebbe essere questo facilmente. Oh cancaro, e io mi sono lasciato voltare il cervello e sono tornato indietro.


Zenobio:

Horsú, va' via quanto prima, imbriacone; e come sei là, fa' il debito tuo e non andare ogni giorno all'hosteria, e servi come hai da servire, che, a fè, a fè, se non ti porti bene, io mi lamentarò di te.


Burrasca:

Non dubitate ch'io facci piú simil pazzia; siatene pur sicuro.


Zenobio:

Non stare dunque a perder piú tempo in chiacchiare; ma va' via, su presto, levati di qua.


Burrasca:

Io vado hor hora a montare a cavallo. Restate in pace.


Zenobio:

Va' in buon'ora. Oh, che goffo è costui: tornar indietro in cambio d'andare innanzi. Horsú, io voglio andare a portare questa lettera alla posta, e dare una volta fin’ in piazza a vedere che nuova vi è. Poi tornarò a casa, che presto sarà hora di pranzo.



SCENA SECONDA

Ardelia

Farinella, cioè Lelio.


Ardelia:

Mio padre mai non fece cosa, ch'a me fusse piú grata, quanto havermi data te per compagna, Farinella mia galante, e per due cause ti voglio bene: la prima perché tu sei sofficientissima in tutte le cose, la seconda perché tu hai l'effigie propria d'un mio caro innamorato, e tanto a lui t'assomigli nel volto, che, se non fosti donna, io di certo crederei che tu fosti quel d'esso, perché non v'è differenza alcuna dal tuo volto al suo.


Farinella:

Gran favore m'ha dunque concesso il cielo, mia signora, avendomi fatto rassomigliare a un vostro caro amante, perché tanto piú vi sarò grata e cara. Ma ditemi, vi prego, chi è questo vostro innamorato?


Ardelia:

Io te lo dirò poi un'altra volta.


Farinella:

Di gratia, ditemelo adesso.


Ardelia:

T'importa tanto di saperlo?


Farinella:

S'io fossi buona da servirvi in qualche cosa, che so io.


Ardelia:

Tu non puoi servirmi in nulla.


Farinella:

Perché, che ne sapete voi?


Ardelia:

Perché quel tale non è in questa città.


Farinella:

E dove si ritrova egli?


Ardelia:

È gito allo Studio di Padova, e Dio sa quando tornerà.


Farinella:

Oh, povera gentildonna, e come si chiama questo gentilhuomo che voi tanto amate?


Ardelia:

Lelio s'addimanda, figliuolo di messer Zenobio Barbadoro.


Farinella:

Oh, io lo conosco bene. Eh, lasciatelo gire, ch'egli è una frasca e gli gira il cervello come un molino, e non gli darei credenza d'un mezzo soldo. Oh, io so che vi sete innamorata di qualche cosa di buono a esser vi innamorata di lui, ch'egli è un pennacchino, che fa il Ganimede, il bello, il profumato, e fa professione d'invaghirsi di quante gentildonne sono in questa città e di gabbarle tutte. Deh, non vi mettete affanno di costui, che felice voi ch'egli sia andato via.


Ardelia:

Tu m'hai fatto una gran spiegata di parole sopra questo fatto; ma che sai tu, ch'egli facci tal professione?


Farinella:

Io lo so, perché io stavo con una gentildonna, ch'era similmente innamorata di lui, e dopo molte promesse fattegli e ciance, ei gli ha mancato, e la meschina è restata in asso, ed è quasi stato la rovina sua.


Ardelia:

E chi è questa gentildonna?


Farinella:

Io non ve lo posso dire per buon rispetto.


Ardelia:

Horsú, se tu non hai altro che dire, io crederò che tu te l'habbi ordita da te, e non ne credo nulla, perché so quanto egli è gentile e costumato, e sin ad hora egli s'è portato verso di me tanto nobilmente e con tal creanza, ch'io non posso non solo cadere in sospetto della sua fede, ma né anche averne un minimo pensiero; sí che parlami d'altro e non mi biasimare il signor Lelio, se vuoi starmi in gratia.


Farinella:

Eh, signora, io burlo cosí con voi, e so molto bene che 'l signor Lelio è un gentilhuomo d'onore, e se bene egli è giovane, è però saggio e prudente, e che ciò sia la verità, l'esperienza ne fa fede, avendo egli eletto voi per sua donna, come quello il quale ha conosciuto le rare qualità che regnano in voi, che veramente sete un vaso di grazie e di virtú, e degna de' piú nobili cavalieri del mondo. Voi sete bella, anzi bellissima, e con le vostre gentilissime maniere sareste atta a far innamorare di voi Amor istesso. E qual sarebbe quel core tanto aspro e villano ch'a un sguardo solo de' vostri begli occhi non divenisse tutto amabile e cortese? Io per me, se fussi uomo sí come son donna, non vorrei porre il mio core ad amare altro soggetto che voi, perché in voi ha posto la natura tutte quelle doti che pònno adornare gentildonna nobile e bella come sete voi.


Ardelia:

Tu mi poni troppo in alto con queste tue parole, Farinella mia, e so ch'io non sono del merito che tu mi vai descrivendo, ma so bene ch'io son degna d'essere amata dal signor Lelio, perché di fede e di sincerità non voglio ch'altra mi ponga il piede innanzi, e questo mi basta. Ma quanto piú ti miro, piú ti rassomiglio a lui, e mi viene una voglia d'abbracciarti e baciarti ch'io muoio, e a pena posso trattenermi.


Farinella:

Oh, questa sí sarebbe galante, ch'io vi servissi per trattenimento in questo vostro amore! Ma ditemi, se 'l signor Lelio fosse qui alla vostra presenza, lo baciaresti voi dunque?


Ardelia:

Non lo farei per l'onestà mia, ma bene n'avrei grandissimo desiderio; ma tu che sei donna perché non posso io baciarti cosí per ischerzo in iscambio di lui?


Farinella:

Perché con il pensiero ancora si viene a corrompere alquanto l'honestà.


Ardelia:

Di grazia, fatti in qua, ch'io ti baci una sol volta.


Farinella:

Eh, fermatevi, Signora, non so se dite da dovero io, o se burlate meco.


Ardelia:

Ahimè, ch'io sento mancarmi lo spirito, e non so quello ch'io mi faccia. Di grazia, habbimi compassione, cara Farinella, e fammi tanto servitio d'andare a trovare il signor Flavio e dimandargli se a sorte egli havesse qualche nova del signor Lelio, acciò, intendendo qualche nuova di lui, possa dare qualche refrigerio a questo mio misero ed affannato core.


Farinella:

Questo farò piú che volontieri, e mi rincresce che 'l signor Lelio non sia nella città, ché mi darebbe l'animo di tirare le cose a buon fine al dispetto di quel vecchio avaro di suo padre.


Ardelia:

Io ti ringrazio del tuo buon animo. Horsú, và, fa' quanto t'ho comandato, che io mi voglio entrare in casa, che mio padre non mi trovi qui in strada e non mi gridi. Va' via.


Farinella:

Io vado.



SCENA TERZA

Farinella

Messer Zenobio suo padre.


Farinella:

Oh che nobile, oh che rara, oh che degna inventione è stata questa! Oh me felice, oh me fortunato, poi ch'io vivo in compagnia della mia cara donna, la quale già m'ha assicurato della sua rara e inviolabil fede; oh che galante tiro è stato questo, poichè a mio modo posso mirare colei, la quale di rado potea vedere, e quando mi si appresentarà opportuna occasione, io mi scoprirò a lei con mio e suo sommo contento. Hor vada a spasso lo studio e le lettere, io non so lo piú bel studio di questo. Horsú, voglio andar a trovare il signor Flavio, e narrargli quanto è successo sin ad ora. Ma ecco mio padre che viene in qua. O Dio, come farò io s'a sorte egli mi conosce? Egli m'ha già veduto, io non posso piú nascondermi; pur non voglio perdermi punto, ma andare innanzi animosamente, forsi ch'esso non mi conoscerà.


Zenobio:

A Dio, bella massarina, con chi stai tu?


Farinella:

Che volete saper voi, buon vecchio? Andate a fare i fatti vostri.


Zenobio:

Po far il mondo, non si può parlare?


Farinella:

Parlate con chi vi vuole ascoltare, e non con me che ho bisogno d'andare a fare i fatti miei.


Zenobio:

Oh, tu sei rustica, potta di me!


Farinella:

Io son come mi pare, perché?


Zenobio:

E se tu sei bella, non essere scortese, odi una parola.


Farinella:

Horsú, voi m'havete inteso, lassatemi gire alla mia via.


Zenobio:

Io non ti trattengo qua per mal nessuno.


Farinella:

Perché mi trattenete voi dunque?


Zenobio:

Perché, mentre io ti miro nel volto, ti rassomiglio tutta a un mio figliuolo chiamato Lelio, il quale pochi giorni sono mandai allo Studio a Padova, e se tu non fossi femmina, io crederei certo che tu fussi quel d'esso.


Farinella:

II cielo volesse ch'io fussi maschio, ché non è la peggior cosa quanto esser femmina; perché noi femmine siamo soggette a mille tristi accidenti; se non fusse mai altro ch'essere nella bocca delle genti, che non potiamo fare tanto bene che non siamo tassate dell'honore, e adesso, come una povera fanciulla ragiona con un huomo, subito vien fatto cattivo giuditio sopra di lei.


Zenobio:

Tu dici la verità; ma fa' pur che tu sij da bene, e poi lassa dire alle male lingue quello ch'elle vogliono, che poco ti possono nocere.


Farinella:

Horsú, dite pur voi quello che volete, che bisogna fuggire l'occasione di non dare da canzonare, e però non mi trattenete piú qua, che non mi fate levare un capello, mentre io sto a ragionare qui con esso voi.


Zenobio:

Horsú, vattene in pace; ma pur bramo sapere dove tu stai innanzi che tu te ne vadi.


Farinella:

Lo saprete pur troppo quando sarà tempo.


Zenobio:

Perché pur troppo? Parlami chiaro.


Farinella:

Horsú, io non voglio piú darvi udienza. Mi raccomando, il mio vecchietto da bene.


Zenobio:

Vattene in bon'ora. Che domin può voler dir costei, ch'io “lo saprò pur troppo”? Ella si deve pensar forsi di farmi cadere alla rete e ch'io m'innamori di lei, ma ella s'inganna, ché la merla ha passato il Po, come si suol dire. Egli è ben vero che se ben son in questa etade, che qualche volta ancora mi risento, e credo s'io havessi commercio di questa bella fanciulla, ch'io tornarei giovinetto. Oh, la mi piace, può fare il cielo! Ma se bene ella non m'ha voluto dire ov'ella si stia, io cercarò ben tanto, e tanto m'ingegnarò, che troverò la casa; e come io l'haverò trovata, qualche cosa sarà. Io mi confido nella mia borsa che mi sarà adiutrice in questo negotio; in tanto io voglio andare a vedere se Burrasca è partito, e poi tornare qua dietro a vedere s'ella passasse un'altra volta.



SCENA QUARTA

Messer Pancratio

Farinella

Ardelia.


Pancratio:

E bene, Ardelia, come ti soddisfa la Farinella?


Ardelia:

Benissimo, mio padre. Mi riesce molto in ogni cosa.


Pancratio:

Chiamala un poco fuora, ch'io gli voglio ordinare certe cose che mi bisognano, e ancora dargli denari da spendere per il desinare di domattina.


Ardelia:

Ella non è in casa, io l'ho mandata da Madonna Cassandra a pigliare una mostra di quei lavorieri ch'ella ha, ch'io li voglio tórre giú, e non può fare ch'ella non giunga.


Pancratio:

Horsú, io andarò in questo tempo fin’ alla piazza, e tu intanto tornatene in casa, e com'ella è tornata, non la lasciar piú andar in nessun loco, perché me ne voglio servire in quello ch'io t'ho detto.


Ardelia:

Tanto farò, andate pure. O Dio, costei si rassomiglia pur tanto al signor Lelio; io non posso satiarmi di mirarla, e gli vado sopra la notte quando ella dorme e la contemplo a modo mio, e quanto piú gli affisso il guardo, tanto piú pare ch'io scorga la sua bella effigie. Deh, perché non intravviene a me, come si dice ch'intravenne alla bella Fiordispina, cioè che costei diventasse il mio caro e amato Lelio? Oh, che felicità sarebbe la mia! Ma io so bene che quelle sono favole e che ciò non può essere; però andarò godendo questa sua bella somiglianza, aspettando con speranza il vero ritratto del mio caro bene. Ma ecco che a punto ella ritorna a casa; oh, come è vaga, e quanto camina ella leggiadramente e quanto graziosamente porta ella la vita! Veramente ch'egli è un gran danno, ch'ella non sia un uomo, tanto ha ella del virile.


Farinella:

Il ciel vi salvi, la mia graziosissima Signora.


Ardelia:

Ben tornata per mille volte, la mia cara Farinella. E bene, mi porti tu buona nuova circa il negotio ch io ti dissi?


Farinella:

Eh, Signora, non troppo buona.


Ardelia:

Ohimè, perché?


Farinella:

Io non vorrei altrimenti, che mai m'havesti mandato in tal servitio.


Ardelia:

Dimmi la causa, ohimè! che sarà questo?


Farinella:

Io credea d'essere la colomba, e sono il corvo: il signor Lelio, da voi tanto amato e desiderato, il poveretto... ohimè, io non ve lo vorrei dire.


Ardelia:

È morto forsi il mio caro Lelio o gli è incontrato qualche gran disgratia? Dimelo, ti prego.


Farinella:

Poiché con tanta instanza mi pregate, io son sforzata a dirlo: voi dovete sapere che, ohimè, ch'io non lo posso dire, pure io ve lo dirò: il signor Flavio m'ha detto ch'esso ha havuto nuova ch'egli s'è annegato.


Ardelia:

Ohimè, che dici tu? E dove?


Farinella:

Volendo passare il Po sopra una barca, mentre ch'egli era grosso, e essendo carico il legno d'huomini e di cavalli, e volendosi movere un cavallo da una banda, ha fatto piegare il legno talmente, ch'egli s'è roversato, e tutti quelli che v'erano suso sono andati giú a seconda, e non ve n'è restato vivo pur uno, e dicono che 'l signor Lelio, mentre l'acqua con rapido corso lo tirava giú, disse queste parole: “ Oh, Ardelia, questi sono i fini de i nostri amori, ecco ch'io muoio, e piú non mi vedrai ”. E detto questo, venne un'onda crudele e lo sommerse, e non si vide piú. Io ve l'ho detto al mio dispetto, ma forza saria stato che l'avesti inteso da un altro, ed il signor Flavio è tanto addolorato per aver perduto un compagno tanto fidele, che non trova pace né loco. Ma queste sono cose che dà il cielo: bisogna far buon animo e sopportarle patientemente; in ogni modo a voi non sono per mancare altri amanti, e gratiosi quanto lui.


Ardelia:

Ahi, misera e infelice Ardelia, queste sono le tue speranze? Questo è il bene che tu aspettavi? Ahi, mondo fallace, come ne tratti noi miseri mortali? Deh, perché non sono morta nelle fascie, quando era picciola bambina, ch'hora non proverei tanto tormento? Oh quanto è crudele e aspra questa nuova: come possibil fia ch'io resti in vita in tante angoscie? Come puoi resistere, oh mio misero cuore, a cosí crudi e dispietati colpi? E tu, petto meschino, come non t'apri? E tu, anima mia dolente, come in tal caso non spiri? O cieli, o terra, o crudeli pianeti, perché sete tutti congiurati insieme contra la sfortunata Ardelia? Perché m'avete levato ogni mio bene? E tu, onda spietata, perché m'hai cosí ingordamente rubato il mio caro tesoro? Oh, Lelio mio dolcissimo, per me tu sei privo di vita, per me tu sei gionto all'ultimo fine nel piú bel fiore de gli anni tuoi; hora avrà il padre tuo ogni contento, hora sarà sicuro che tu non mi piglierai per moglie. Horsú, dapoi che per me piú non splende il sole e che la luna ha nascosto il suo lume, e che morte cruda m'ha spogliata d'ogni mio bene, che debbo io piú fare in questa vita? Venghi dunque la morte e tolga a me parimente questa terrena spoglia, acciò ch'io quanto prima possa accompagnare il mio caro Lelio. Ohimè, ch'io vengo manco; ohimè, Farinella, aiutami, ch'io non mi posso piú reggere in piedi, ohimè.


Farinella:

Horsú, signora mia, non piangete piú, né v'affliggete, ma state allegra, perché ho detto cosí per far fede al signor Flavio del sincero amore che voi portate al signor Lelio, e poiché ho veduto che l'amate di puro cuore e che sete di fede un saldo scoglio, vi voglio ora dare consolatione, la quale sarà altrettanta quanto è stato il dolore e l'affanno che avete avuto: voi dovete sapere dunque che non è vero che 'l signor Lelio sia morto, ma vive, ed è piú vicino a voi, che non pensate.


Ardelia:

Non è dunque morto il signor Lelio? E perché darmi tanto dolore? Ah, Farinella, tu sei quasi stata causa ch'io son morta; ohimè, che ancora dubito che tu non dica cosí per consolarmi, e che egli pur sia morto.


Farinella:

Non è morto certo, ma vive sano e allegro, ed è in questa città.


Ardelia:

Come può essere nella cittá, s'egli è gito allo Studio a Padova?


Farinella:

Io vi dico ch'egli è qua, e quando vi piacerà ch'io ve lo facci vedere, il farò volontieri. Che dite voi?


Ardelia:

Ohimè, tu mi fai tutta tramutare a dirmi tal cose. E quando me lo farai tu vedere?


Farinella:

Adesso adesso, se volete.


Ardelia:

Quanto prima tu farai questo, mi sarà piú caro e grato.


Farinella:

Fate conto di vederlo, mentre mirate me.


Ardelia:

Il mirar te mi fa bene ramembrare la bella imagine di lui, ma non essendo la sua, poca allegrezza m'apporta, Farinella mia cara.


Farinella:

Horsú, piú tempo non mi pare di tenere occulto quello che appalesar si deve; ah, signora Ardelia, sete voi cosí cieca e priva di lume, che non conosciate il vostro caro e amato Lelio? Non vedete s'io son quello che ragiono qua con voi? Quello il quale per amor vostro si è coperto di femminil gonna, e a guisa d'Ercole ha preso la conocchia in vece della spada, per venire a servirvi ed honorarvi come sua signora e singolar patrona. Ecco qua le treccie posticcie, ecco qua la viril faccia, e in somma ecco qua il vostro fidelissimo Lelio, non piú Farinella, non piú fantesca, ma vostro carissimo consorte, ché tale ho designato che voi siate, se da voi non manca, dolcissimo mio bene.


Ardelia:

Oh, Signor Lelio mio, quanta grazia mi concede oggi il cielo, avendomi fatto degna della sua cara e amata vista; hora sí ch'io sono in tutto chiara della sua data fede, benché mai non ho dubitato di mancamento alcuno. Eccovi dunque la vostra cara Ardelia, eccovi quella che v'ha dato l'anima e 'l core insieme, e che sempre sarà vostra humilissima servitrice, e in somma eccovi quella che sarà pronta e parata ad ogni vostro comandamento, mentre ella avrà vita, e dopo morte ancora, se possibil sarà.


Farinella:

Horsú, state di buona voglia, ed entriamo in casa che poi trattaremo fra noi il negotio, e vi dirò cosa che vi sarà di sommo contento. Entriamo, vita mia.


Ardelia:

Entriamo pur, dolcissimo mio bene. Oh, quanta contentezza sente il mio core! Adesso sí son sicura che le cose nostre avranno buon fine. O cielo, io ti ringratio.





ATTO QUARTO



SCENA PRIMA

Signor Flavio solo


Flavio:

Io non so quello che s'havrà fatto il signor Lelio; crederò bene ch'ei si sarà scoperto con la signora Ardelia, e ch'essi avranno dato principio alle loro contentezze. Oh, quando il vecchio saprà il fatto, che cosa dirà egli mai? So ch'egli braverà, ma, facci quello ch'ei vuole, non potrà vietare ch'Ardelia non sia di Lelio, né manco lo può privare per simil conto, essendo ella figliuola d'un gentilhuomo nobile, se ben ora si trova in bassa fortuna. Oh, quanto ho caro d'aver servito l'amico! Voglio andar ancor io a ritrovare la signora Silvia, ch'io non vorrei però perdermi tanto ne i fatti d'altri, che mi scordassi gli miei, perché ho dato ordine di parlar seco, e vedere di tirare a fine il nostro negotio; e già la madre si contenta di darmela, a tale che faremo le nozze ambidua in un istesso tempo, cioè il signor Lelio e io, esso sposando la signora Ardelia e io la signora Silvia. Oh, che belle feste s'hanno da fare! Ma io vedo venire in qua Messer Zenobio, ed è molto attillato. Che cosa sarà questa? Io voglio andarmene innanzi ch'egli mi veda, perché so ch'egli ha un poco d'ombra verso di me per conto del signor Lelio e mi potrebbe dire qualche cosa, che non fusse a proposito mio, e però voglio cercare di schivare i rumori fin ch'io posso, non mancherà mai tempo di gridare. Voglio voltare per di qua.



SCENA SECONDA

Messer Zenobio

Farinella.


Zenobio:

Io son pur stato tanto su la traccia per conto di quella serva, ch'io ho inteso ch'ella sta in casa di messer Pancratio e ch'ella si chiama Farinella; e però io voglio un poco andare verso la casa sua, forsi ch'io la potrei vedere un altro poco. Oh, chi avesse mai detto che Zenobio si fosse innamorato in sua vecchiezza? In fine si vede ch'Amore non porta rispetto a sesso né a etade alcuna; ma a sua posta, dica chi vuole, non voglio stare per questo, ch'io non cerchi il fatto mio; non sono il primo, né sarò l'ultimo che sia caduto in simil’ errore. Ma ecco la Farinella; a fè che vien fuori di casa, io mi voglio un poco tirare suso il collaro e accomodarmi la berretta per mettermi alla via di dargli l'assalto. Ah, Zenobio, sta' in cervello adesso che ti bisogna.


Farinella:

Ho veduto mio padre da stare alla finestra, e sono uscita fuori per fargli la burla, s'io potrò. Oh, che vecchietto! Mira un poco com'ei s'è ingalluzzato quando m'ha visto; voglio fare vista d'andare in piazza, e sentirò quello ch'egli vuol dire.


Zenobio:

Il cielo ti salvi, Farinella galante.


Farinella:

Ancor voi, bello Messere.


Zenobio:

Dove si va cosí in fretta?


Farinella:

Io vado dal merciaio a comperare degli aghi per la mia padrona.


Zenobio:

Fermati un poco, non andare cosí in furia.


Farinella:

Eh, signore, bisogna ch'io cammini, ch'ella li vuole adoprare adesso adesso, e poi non sta bene ch'io mi fermi a parlare con gli huomini, perché sono troppo da bene, e s'io fussi veduta ragionar con voi, io non potrei poi trovar marito.


Zenobio:

Tu hai dunque animo di maritarti?


Farinella:

Sì, s'io trovarò chi mi voglia. Credete voi che habbia a stare sempre alla servitú d'altri? E poi sono anch’io di carne come l'altre, sapete?


Zenobio:

Anzi sei di latte, e non di carne, la mia bella Farinella.


Farinella:

Orsú, messere, voi mi date la burla.


Zenobio:

Hai torto, Farinella, a dir questo, ch'io la darei a chi volesse darla a te; anzi di piú: ti dico ch'io ti voglio tanto bene, che non trovo loco, e se tu serai quella giovane che tu potrai essere, felice te.


Farinella:

Che parole sono queste, messer Zenobio, che voi vi lasciate uscir di bocca? Non vi vergognate in questa età di parlar cosí con una fanciulla semplice e pura, come son’ io? Oh, bello esempio che voi date a’ giovani! Andate, andate.


Zenobio:

Non ti turbare, di gratia, Farinella galante, perché non è in arbitrio mio il poter resistere a i colpi d'Amore, però contentati ch'io ti voglia bene, e domandami ciò che tu vuoi, ch'io son qui pronto e parato a servirti. Eccoti la borsa, pigliati che danari tu vuoi, e prendi ancora questa filza di coralli e portali al collo per amor mio.


Farinella:

Io vi ringratio della vostra cortesia, e gli accettarei quando io pensassi che voi andasti di buone gambe; ma veggio che voi cercate di macchiar l'honor mio, e però io non voglio nulla del vostro.


Zenobio:

Pigliali, di gratia, e piglia ancora queste scarpe e queste pianelle ch'io ti dono, e questi quattro scudi da comprarti da far delle camiscie e di quello che ti bisogna.


Farinella:

Voi sete tanto cortese e liberale verso di me, ch'io non posso mancare di non accettare il dono che voi mi proferite, e faccio conto che questa sia un'elemosina che voi mi fate, e son obbligata pregare sempre per voi fin ch'io sarò viva, e gran mercè a voi; il cielo vi dia cento per uno, e mi vi raccomando.


Zenobio:

Ohimè, dove vai? Fermati ancora un poco ch'io non t'ho ben mirata a mio modo.


Farinella:

E di gratia, Messere, non mi trattenete piú, ché la mia patrona mi criderà, ch'io sto troppo a tornare a casa.


Zenobio:

Non ti dubitar di questo, ché quando ben ella ti mandasse via, io ti darò sempre ricapito in casa mia, e sarai patrona della roba e di me stesso.


Farinella:

Oh, questo non credo io, perché se 'l signor Lelio vostro figliuolo tornasse dallo Studio e mi trovasse in casa vostra, mi cacciarebbe fuori vituperosamente, onde sarebbe vergogna a voi, e a me infamia e disonore.


Zenobio:

Non temer di questo, ch'io sono il padrone, e non esso; e poi egli ha da stare tre anni a tornare a casa, e in questo tempo si può fare di belle cose.


Farinella:

No, no, io son risoluta di non ne voler fare altro. Pure, per non esser villana verso di voi, voglio darvi alquanto di soddisfattione, la quale sarà questa: come son’ andati a letto i padroni di casa, io vi aprirò l'uscio pian piano e vi tirarò dentro, e ivi potrete discorrere e dirmi l'animo vostro, ch'io v'ascolterò. Ma non ci veniste se non havete buona intentione verso di me, perché voi saresti degno di gran castigo, s'ingannasti una donzella pura come son io, vedete.


Zenobio:

Io camino di buone gambe verso di te, e, a dirtelo alla libera, io voglio che tu sia mia moglie. Hor che dici, cerco io d'ingannarti, o no?


Farinella:

Quando havesti questo buon animo, io non voglio ricusare il dono che mi fa la mia buona sorte, e se bene io son povera serva, mi porterò di maniera tale, che se bene il signor Lelio tornarà, non gli sarà grave avere una matrigna come son’ io.


Zenobio:

Adesso conosco che tu sei prudente. Horsú, questa sera io verrò alle quattr'hore come m'hai detto; ma vedi non mi burlare.


FARINELLA– Non dubitate di niente, venite pur allegramente. Vero è che bisognarebbe che voi haveste un altro habito indosso, acciò ch'essendo incontrato a sorte da qualche vostro amico, non fusti conosciuto, ché questo sarebbe errore del doppio.


Zenobio:

Tu dici la verità; ma che habiti potrei io pormi indosso, ch'io non fussi conosciuto? Dimmelo, ti prego.


Farinella:

A non volere che nissuno vi conosca, il miglior habito che sia si è vestirsi da matrona, perché la gente incontrandovi non vi darà fantasia.


Zenobio:

Questo sarebbe buonissimo; ma il male è che le donne non sogliono andare in volta da quell'hora.


Farinella:

Vestitevi dunque da fornaio, e sarà piú sicura, perché domattina noi facciamo il pane, e se a sorte fossero levati quelli di casa, se vi sentissero, piglierò scusa che voi sete il fornaio, che sete venuto a portare l'asse, e cosí la cosa passerà benissimo.


Zenobio:

Oh buono, oh buono, oh questo mi piace! Orsú, io verrò vestito in abito di fornaio; ma che segno vuoi tu che ti dia, acciò che tu mi conosca?


Farinella:

Soffiatevi il naso forte due volte, e io subito verrò ad aprirvi l'uscio pian piano. Horsú, mi vi raccomando.


Zenobio:

A Dio, Farinella, chi sará il tuo caro sposo?


Farinella:

Il mio messer Zenobio.


Zenobio:

E la mia cara sposa?


Farinella:

La vostra Farinella.


Zenobio:

Horsú, a Dio.


Farinella:

Andate alla buon'ora. Oh, che vecchio balordo! Mira s'egli ha perso il cervello a innamorarsi d'una serva! Ma io lo voglio tirare in casa e scoprirmi per quello ch'io sono, e anco scoprire l'error suo. Come farà vedendosi scoperto a non fare a modo mio? Horsú, pur’ egli è fatto il becco all'oca. Alla fè, io gliela voglio caricare.



SCENA TERZA

Burrasca

Gianettina

Chiappino.


Burrasca:

In somma io mi son chiarito che 'l signor Lelio non è andato altrimenti a Padova; ma è stato veduto tornare indietro. Diàncene, dove può egli essersi fitto? Sarà in casa del signor Flavio certo, perché so che sono compagni intrinsechi, e l'uno e l'altro sono innamorati, e l'uno si tiene con l'altro, onde facilmente sarà vero quanto mi vado pensando. Ma con che animo tornerò innanzi al vecchio e che cosa gli dirò io? Del certo non ci voglio piú tornare, ma me n'andarò a stare in casa d'un mio cugino, e ivi dimorerò fin’ a tanto ch'io sappia quello che sia avvenuto di costui. Ma chi è questa che viene in qua con questi secchi in mano? O potta di me, ell'è Gianettina, serva di madonna Simplicia, quella ch'io amo tanto, e mai non ho potuto havere una parola buona; pur si suol dire che tanto dà una goccia d'acqua su la pietra, ch'ella si spezza; però io non voglio abbandonar l'impresa. Chi sa ch'ella non si sia mutata di proposito? La voglio un poco salutare e dirgli due parole, s'ella mi vorrà ascoltare. Io ho sempre udito dire, che tentare non nocet, e ch'audaces fortuna iuvat, e sfacciato cacciati innanzi: cosí farò ancor’ io, e vada come si voglia. A Dio, Gianettina bella: dove si va cosí in fretta? Fermati un poco.


Gianettina:

O fermatevi, che la spesa importa di fermarsi, poiché l'ha detto questo bel giovine.


Burrasca:

S'io non son bello, io son buono.


Gianettina:

Sì, d’abbrugiare.


Burrasca:

E per te abbrugio di continuo, cor mio.


Gianettina:

Aspetta com'io torno dal pozzo da pigliar acqua, che ti rovesciarò addosso questi due secchi e ti smorzerò.


Burrasca:

Alla fiamma d'amor acqua non giova.


Gianettina:

Oh, tu ne sai tanta.


Burrasca:

Amor m'ha fatto cosí dotto.


Gianettina:

Meglio sarebbe che tu fusti di sette, e non d'otto.


Burrasca:

Horsú, lassiamo andar le burle da parte, e dimmi quanto starai a farti benigna e amorevole verso di me?


Gianettina:

Quando le oche faranno la cresta.


Burrasca:

Tu sei su le burle, tu.


Gianettina:

E tu su le canzoni.


Burrasca:

Tu non mi vuoi dunque bene.


Gianettina:

L'esperienza te ne fà chiaro.


Burrasca:

Tu hai un core molto duro.


Gianettina:

Signal è che non è di cera, come il tuo.


Burrasca:

Tu dici il vero che 'l mio cuore è di cera, che per te si strugge e consuma.


Gianettina:

Quando io ti vederò consumato del tutto, allhora poi ti crederò.


Burrasca:

Tu brami dunque di vedermi morto.


Gianettina:

Che importa a me se tu mori o se tu vivi? Perché se tu mori, non tocca a me a farti seppellire, e se tu vivi, non tocca a me a farti le spese; sí che fa' quello che ti pare, e lassami andare al mio viaggio, se non ti batterò uno di questi secchi su la testa.


Burrasca:

Io ti prego a non mi lasciar cosí presto. Vieni un poco qui.


Gianettina:

O tu sei insolente, par a me. Tu dei haver bevuto, non è vero, imbriacone?


Burrasca:

Potta del mondo, tu sei così ruvida; fermati.


Gianettina:

E lassa qua sto secchio, se non che io gridarò e mi farò sentire. Oh vicini, oh gente, venite aiutarmi.


Chiappino:

Ho sentito gridare, e mi pare la voce di Gianettina. Oh là, chi è quello che ti dà impaccio, Gianettina?


Gianettina:

Ohimè, egli è Burrasca, che m'ha fatto venire tutta in sudore, e volea trattenermi qui al mio dispetto.


Chiappino:

Aspetta un poco, o potta di me, io ti farò ben venire una burrasca adosso, io. Che vai cercando? Poltrone, gaglioffo, insolente, vatti, domestica con i pari tuoi imbriachi e lascia star costei, ch'ella non è carne per i tuoi denti; mira che mostazzo da berlina, che vuole sforzar le donne qui su la strada. Tira via e va' alle forche.


Burrasca:

Deh, forfantello, sfacciato, sciaguratino che sei, se non fusse ch'io mi vergogno a pormi con una frasca par tuo, io mi scingerei la correggia e ti darei venticinque correggiate; mira che mi vuol fare adosso il rodomonte. Va', lecca le pignatte, che gli è tuo mestiero, e levatimi di qua.


Gianettina:

Sì, tu lecchi le pignatte e i tegami di cucina, e non lui, e sei un famigliaccio da stalla, che puzzi di succidume discosto cinquanta miglia. Quant'è che tu non hai cantato la girometta nella streglia?.


Burrasca:

Io non parlo teco; parlo con lui.


Chiappino:

Ed io parlo con te, e farò teco una menata di pugna; e eccomi all'ordine, vientene via.


Burrasca:

Oh, il cielo m'aiuti hoggi con questo disgraziatello! Almeno fussi tu par mio, che vorrei cavarti i grilli del capo.


Chiappino:

Fa' conto ch'io sia par tuo. Te', piglia questa.


Burrasca:

Ah puttana, ch'io non dico del mondo, aspetta un poco. Bisogna che metta la discrettione da banda con questo furbaccio.


Gianettina:

Lassalo stare, vedi, e non lo sguardar quant'egli è lungo, che la faremo in tre a duoi per parte.


Burrasca:

Io lo voglio pestare a mio modo, aspetta ch'io ti piglia pe’l collo. Oh, adesso brava, se tu puoi.


Gianettina:

Lassalo, ti dico, manigoldaccio, se non ch’ io ti mangierò questa spalla.


Burrasca:

Ohimè la mia spalla! O cagna arrabbiata, a questa foggia, eh, mordermi le spalle.


Gianettina:

Ti spiccarò ben anco il naso con i denti. Ah, ah, tu l'hai lasciato.


Chiappino:

Aspetta ch'io ti voglio rompere la testa con questo sasso.


Gianettina:

Orsú, metti giú quel sasso e non gli dare impaccio, e vieni con me a pigliare dell'acqua, ch'io ti voglio parlare da te e me, e lascia gracchiare questo barbagianni. Vien via.


Chiappino:

Andiamo, vita mia. Hor di' in che modo costui voleva domesticarsi. Va' alla stalla, cialtrone.


Burrasca:

No no, io ti trovarò bene da te e me. Sí, disgraziatino, tu non serai sempre con quella massaraccia.


Chiappino:

Ohimè, chi avesse paura? Guarda pure se tu ne vuoi fare un'altra menata.


Burrasca:

Io non voglio far altro, perché non v'è l'honor mio, ma voglio far sapere al signor Flavio e a madonna Simplicia questo fatto. Andate pur via e lasciate fare a me, ch'io voglio che lo sappiano del certo.


Chiappino:

Dilli quello che tu vuoi, in ogni modo tu non sei mai per essere amato da costei. Uh, dàlli dàlli a bernardone!


Burrasca:

Horsú, andate pur via, voi non riderete sempre. Oh, poveraccio me, ogni cosa mi va bene alla roversa hora; ma io lo voglio dire a i lor padroni che se essi faranno cura d'honore, gli caccieranno alle forche ambidue. Ohimè, la mia spalla! Oh, ti venga il cancaro ne i denti. Io credo ch'ella m'abbia tirato via una libbra di carne, ella deve avere lunghi i denti come una cagna levriera, tanto ella mi ha passato in dentro. E quel furbo giotto di quel ragazzo m'ha quasi anch'esso rotto la testa con quel sasso. Horsú, io voglio ritirarmi in qualche loco fin ch'io posso sapere quello che sia avvenuto del signor Lelio. Oh, infelice Burrasca, so che tutte le burrasche si sfogano oggi sopra di te. Horsú, pazienza, il cielo vuol così.





ATTO QUINTO



SCENA PRIMA

Flavio

Lelio.


Flavio:

Io ho parlato con la madre della signora Silvia e ho concluso seco quanto si deve, cioè ch'ella sia mia moglie, e la madre si contenta, con sommo gaudio della figliuola, né altro piú ci resta a fare che le nozze. Ma innanzi ch'io venghi a questo, vorrei ancor che 'l signor Lelio concludesse di far le sue; e a punto mi son partito di casa, per intendere quanto è successo fra esso e la signora Ardelia, perché mi pare ch'essi abbino avuto grandissima comodità di negotiare il fatto fra di loro. Ma eccolo qua: forsi mi deve aver veduto dalla finestra, e mi viene incontro. Io saprò qualche cosa del certo.


Lelio:

A Dio, signor Flavio.


Flavio:

A Dio, signor Lelio, volsi dire Farinella galante. Come state, e come passa il vostro negotio?


Lelio:

Benissimo, signor mio. Voi dovete sapere che mio padre mi ha veduto, e credendomi femmina s'è innamorato di me, e questa sera ho dato ordine ch'esso venghi alle quattr'ore in abito di fornaro, che io gli aprirò l'uscio, e che trattaremo insieme de i nostri amori, e m'ha promesso di sposarmi e farmi padrona di casa, e mill'altre balorderie, secondo il poco cervello ch'egli ha. Ma lo voglio chiarire del certo, venghi pur via, e mi sono scoperto con Ardelia, e siamo d'accordo, e già ci siamo data la mano, sí che fra noi la cosa è conclusa; e però con l'occasione di tirare il vecchio questa sera in casa, mi scoprirò a lui per quello ch'io sono, ed esso trovandosi in quell’habito alla mia presenza, avrà di grazia di fare a modo mio. Hor che ne dite?


Flavio:

Oh buono, oh buono, a fè; oh, la verrà pur bene!


Lelio:

Tutto quello, che voglio da voi si è che questa sera alle quattr'hore vi ritroviate qui d'intorno, e, udendoci gridare insieme, verrete innanzi e sarete presente a quanto s'ha da fare e servirete per testimonio in simil negotio.


Flavio:

Ma che dirà Messer Pancratio di questo?


Lelio:

Messer Pancratio sarà piú che contento. Trovatevi pur voi qua a l'hora ch'io v'ho detto.


Flavio:

Orsú, io anderò dunque fino a casa a pigliar la mia lanterna ed il mio mantello dalla notte, e allhora impostami sarò qua. A Dio.


Lelio:

A Dio. Horsú, io voglio tornare in casa, ché non può fare che messer Pancrazio non venghi, perché hormai è sera e vuol cenar presto, e come ha cenato ei se ne va a dormire, e cosí avrò comodo di fare il fatto mio con il vecchio. Oh che burla, oh che burla!



SCENA SECONDA

Messer Pancratio solo.


Pancratio:

Io son stato tanto a ragionare con messer Demetrio mio compare, ch'io ho fatto venir sera, e perché non son uso a stare fuora da quest'hora, par che quest'aria m'habbi fatto venire un poco di catarro. Però me ne voglio gire a casa e cenare quanto prima e andarmene a letto. Oh, povera vecchiaia, io so che tu vieni con tutti i difetti. Io mi ricordo quand’ero giovane, che non m'havriano fatto male le saette, ed adesso ogni poco di cosa mi nuoce. Horsú pur, patienza, il mondo va cosí. Io voglio entrare dentro, ché quanto piú io sto qui fuora, tanto piú sto peggio; non so se ho la chiave della porta adosso. Ma l'uscio è aperto, mi dénno forsi haver veduto da stare al balcone, e hanno tirato la corda, tal che io non havrò briga d'aprirlo. Ohimè il catarro! Dentro dentro, oh che aria fredda!



SCENA TERZA E ULTIMA

Messer Zenobio

Farinella cioè Lelio

Flavio

Messer Pancrazio

Ardelia

Burrasca

Silvia

e tutti.



Zenobio:

Io credo, se non son sordo, d'haver udito sonare le tre ore, e però mi voglio venire riducendo verso la casa di messer Pancratio per trattenermi dolcemente con la mia cara Farinella. Oh, quanta allegrezza sente il mio cuore hora, perché cosí in quest'habito ognuno mi terrebbe per il garzon del fornaio di certo. Oh, che bella invenzione è stata questa! Oh, Zenobio avventurato, che giocondità sarà la tua quando ti troverai cosí bella fanciulla a lato! Io non credo che trovar si possa al mondo huomo piú felice di te. Io voglio dare il cenno secondo che siamo d'accordo, cioè di soffiarmi il naso due volte. Eh, eh.


Farinella:

Sete voi, messer Zenobio?


Zenobio:

Sí sono, dolce mia vita.


Farinella:

Aspettate, che hor hora vengo a basso.


Zenobio:

T'aspetto, cor mio. Oh, che felice notte sarà questa per me! Oh, s'io vi posso arrivare, la voglio pur ben burattare questa farina.


Farinella:

Dove sete?


Zenobio:

Io son qua.


Farinella:

Horsú, venite dentro e andate piano, ché 'l messer non vi sentisse, ch'egli è poco ch'io l'ho messo a letto. Attaccatevi a me e non citite; eccoci a l'uscio, entriamo dentro.


Zenobio:

Va' pur là, ch'io ti seguito.


Flavio:

Io son stato qua di dietro e ho visto Messer Zenobio entrare in casa con il signor Lelio. Oh, che bella burla sarà questa quando si conosceranno insieme! Certo non si poteva ritrovare la piú nobile invenzione di questa da gabbar questo vecchio balordo; ma io voglio accostarmi alla porta con l'orecchio e stare a sentire come passa il negotio. Ma mi pare già di sentire un gran strepito per casa; horsú, la rasa è scoperta.


Zenobio:

Ah questa foggia, Lelio, ah Zenobio tuo padre, an?


Lelio:

Ah questa foggia, ah, mio padre, ah Lelio vostro figliuolo, an?


Zenobio:

Porti in habito di femina per avere costei per moglie.


Lelio:

Porti in abito di fornaio per prendere una serva per moglie. Ma non gridate voi, che non gridarò ancor’ io.


Zenobio:

Ch'io non gridi an, ribaldo? Haver fatto questo smacco a tuo padre?


Lelio:

Chi merita piú castigo di noi dua? Io, che son giovane, a essermi innamorato di una giovane bella e nobile, o voi, che sete vecchio, a esservi innamorato di una massara da cucina? Date la sentenza voi, ch'io mi contento.


Zenobio:

Tu hai ragione in parte, ma non in tutto.


Lelio:

Io ho ragione in tutto, perché quello che ho fatto, l'ho fatto con giudicio, e sarò sempre lodato appresso a tutti, essendo cosa naturale l'innamorarsi in gioventú e cercare di conseguire il suo amore con stratagemme honeste, come hora ho cercato di far’ io, che avendo già data la fede alla signora Ardelia di pigliarla per moglie, e essendomi vietato da voi, ho cercato con tal’ inventione di conseguire l'intento mio. Ma che dirà il mondo di voi, se si saprà mai che habbiate commesso simil fallo che sete vecchio e tenuto in tanta riputatione in questa città, e aver fatto un farfallone di questa maniera? Però non state piú a dir altro, ma concedetemi Ardelia per mia consorte, se non che gridarò e farò correr i vicini a vedere questa bella festa, e restarete svergognato a fatto.


Flavio:

Horsú, egli è tempo che io mi scuopra. Che rumor è questo, che voi fate qua, Messer Zenobio, da quest'ora a gridare con questa serva?


Zenobio:

Ah, signor Flavio, signor Flavio, voi sete stati d'accordo, eh? A questo modo, eh? Voi sete stato l'inventore di questo fatto, e poi ancora l'ignorate. Questa è una serva, eh?


Flavio:

Horsú, Messer Zenobio, il mondo dà cosí, la gioventú vuol far suo corso, questa non è tanto gran cosa, che non habbiate da acconsentire ancor voi. Il signor Lelio era innamorato di questa giovane, e sapendo che voi non eravate contento ch'ei la pigliasse per moglie, s'è ingegnato di porsi in questa guisa con il mezzo mio, e ha fatto quello che voi vedete. Però contentatevi ch'esso la pigli per moglie, che non ne sarà altro.


Lelio:

Sì, sì, mio padre, fate quello che dice qui il signor Flavio.


Zenobio:

Adagio un poco, non corriamo cosí a furia. Messer Pancratio sa egli questo fatto?


Lelio:

Messer no, ma so che esso si contenterà, come sete contento voi.


Zenobio:

Quando ei si contenterà, mi contenterò ancor io, ma lo voglio saper da lui.


Pancratio:

Io ho sentito un gran ragionar di persone qui dritto la mia porta, e son uscito fuori per vedere che parlamenti sono questi, che si fanno innanzi alla mia casa da quest'hora. Oh là, Farinella, che fai qua in strada di notte con costoro? Ah, ribalda, tu gli volevi tirar in casa, eh? Ma s'io piglio un legno ti fiaccarò le braccia, forfante, disgraziata. Entra in quella casa, e voi andate a fare i fatti vostri, e non venite a isviare le serve de' cittadini, ché ve ne pentirete.


Lelio:

Eh, padrone, non sono genti che mi voglino isviare, no. Egli è il garzon del fornaio, ch'era venuto a comandare che noi facessimo il pane a bon'hora domattina.


Pancratio:

Dov'è questo fornaio? Fatti innanzi, ch'io ti veda. Perché ti copri tu il volto?


Flavio:

Horsú, Messer Pancratio, non cercate piú innanzi per hora, ché quando sarà tempo saprete chi è il fornaio, e ogni cosa. Voi dovete sapere, che tutti quelli che son qui, son vostri amici, e ogni cosa è fatto per util vostro.


Pancratio:

Perché per util mio?


Flavio:

Perché questo che voi credete che sia una donna, è il signor Lelio, figliuolo di messer Zenobio, il quale io acconciai a stare con voi per serva, perché, portando egli grandissimo amore alla signora Ardelia vostra figliuola, e volendo suo padre ch'esso andasse allo Studio di Padova per levarlo da questa impresa, egli, che ardeva dell'amor di lei, come vi ho detto, e che bramava d'averla in legittimo matrimonio, s'è posto in quest'habito che vedete, e io gli son stato sensale a porlo in casa vostra, dove s'è scoperto alla signora Ardelia per quello che egli è, e si sono dati la fede l'uno e l'altro di prendersi insieme per marito e moglie, sí che dovete aver caro questo, essendo passato il negotio sotto honesta maniera, e non in altro modo.


Pancratio:

Questa dunque non è femmina?


Flavio:

Signor no.


Pancratio:

Ed è stato in casa mia, e praticato con Ardelia? Oh, poveretto me!


Lelio:

Non vi date tanto affanno, messer Pancratio, perché s'io son stato nella casa vostra, ho conversato e trattato con vostra figliuola con quella honestà e modestia, che deve usare un vero gentilhuomo par mio, e sono qui prontissimo per fare quanto è mio debito e quanto comporta l'honor vostro e mio insieme, cioè di prenderla per moglie, se me la volete dare.


Flavio:

Questa è la piú breve strada, che in tal caso si ha da prendere, poiché con tanta sincerità viene il signor Lelio a chiedervela per consorte.


Pancratio:

Ma, ditemi un poco, signor Lelio: vostro padre sarà egli contento di questo?


Lelio:

Non occorre a parlare se mio padre sarà contento: basta a me che sia contento questo fornaio, ch'è qua.


Pancratio:

Io non voglio che quel fornaio s'intromette in questo negotio; io voglio ch'ei sia vostro padre che dica di sí, ché allhora noi serraremo il negotio.


Flavio:

Fate conto che quel fornaio sia suo padre, e come havete la parola da lui, non cercate poi altro.


Pancratio:

Fatelo un poco venire innanzi. Che domin de fornaio può essere questo, il quale ha tanta autorità?


Lelio:

Fatevi innanzi, signor fornaio, e dite di sí.


Zenobio:

Io dirò di sì, poiché io non posso far di manco. Dategliela pure, ch'io mi contento.


Pancratio:

O potta del mondo, questo è messer Zenobio. Ma da quanto tempo in qua sete doventato fornaio, messer Zenobio? Oh sí che questa è da ridere da buon senno.


Zenobio:

Sí per voi, ma non per me; horsú, fate pur quello che voi avete da fare, e non state a cercare altro del fatto mio, né perché io mi sia in quest'habito; basta che ogni cosa torni a proposito vostro e a beneficio di vostra figliuola.


Flavio:

Horsú, quello ch'è fatto sia fatto, e non si facci piú parole. Su, messer Pancrazio, chiamate la signora Ardelia, e che se gli dia questa buona nuova.


Lelio:

Eccola qui, che la vien fuora.


Ardelia:

Ohimè, che gridar è questo, che si fa qui tutta questa notte?


Pancratio:

Sí si, venite innanzi, bella madonna. Che gridar è questo che si fa qua, an? Voi non lo sapete, no? Ah, Ardelia, Ardelia.


Ardelia:

Io non ne so nulla; che volete ch'io sappia, s'io ero in letto?


Pancratio:

Horsú, poiché la cosa si risolve in bene, non voglio interrompere il negotio; ma ben meritaresti ch'io ti dessi un gran castigo.


Flavio:

Horsú, Messer Pancratio, non state a replicare altro, di gratia, ma quanto prima concludemo il fatto, perché oramai comincia apparir l'alba, e staremo tanto qui, che si farà giorno chiaro.


Pancratio:

Fatti innanzi dunque, e dimmi se ti piace di prendere qui il signor Lelio, non piú la Farinella, per tuo sposo e marito.


Ardelia:

Signor sì.


Pancratio:

Forsi che tu hai detto di no?


Flavio:

Perché volete ch'ella dica di no, se già essi sono d'accordo insieme?


Pancratio:

E voi, signor Lelio, vi piace di prendere qui Ardelia mia figliuola per vostra sposa e consorte?


Lelio:

Ohimè, non m'è mai avviso.


Pancratio:

Horsú dunque, toccatevi novamente la mano; il negotio è concluso; tocca ancora la mano a questo fornaio, ch'è qua.


Ardelia:

Non mi curo di toccare la mano a quel fornaio io, ché lui non ha a essere mio marito.


Pancratio:

Fa' quello che ti dico io, che non puoi fallare, e falli honore e riverenza quanto s'ei fusse tuo suocero; m'hai inteso?


Ardelia:

Il mio suocero è messer Zenobio, e a quello porterò honore e riverenza, e sarò sempre parata ad ubidirlo, non come nuora, ma come sua figliuola propria.


Zenobio:

Horsú, io voglio ch'ella mi conosca: io sono Zenobio vostro suocero, posto in quest'habito per fare un certo mio negotio, che qui non occorre a dirlo per hora, e vi accetto per nuora e per figliuola. Toccatemi la mano e che si dia principio alle allegrezze.


Flavio:

Le nozze si faranno doppiamente, poiché ancor io ho preso per moglie la signora Silvia, e faremo tutti un banchetto insieme, se vi contentate.


Ardelia:

Sì, di grazia, signor Flavio, acciocché, sí come siamo state compagne ne i nostri affanni, siamo parimente compagne nelle allegrezze nostre. Andatela a pigliare e conducetela qua.


Flavio:

Hor hora vado. Non vi partite, ché saremo qui in un tratto ambidui.


Lelio:

Horsú, andate via, che vi aspettiamo. Ma chi è questo, che viene in qua cosí gobbo? Egli è Burrasca, che mi deve aver cercato per tutto e non mi ha trovato. Oh, poveraccio! Ei sarà giunto a hora delle nostre nozze. Oh, Burrasca, tu sia il ben venuto.


Burrasca:

Cancaro, io potea ben cercarvi, an, i miei gentilhuomini; andate pure che sete galanti, e che non m'hanno fatto andare fino a Padova a cercarlo, e essi son stati qua a darsi buon tempo sotto habiti feminili. Io ho ben saputo ogni cosa, sí; horsú pur, buon pro vi faccia. Buon è stato per me ch'io sia giunto a tempo di questi trionfi, ché ancor io mi potrò ungere fino alli gombiti. Ma chi è questo fornaio? Oh, egli è il messere, ah ah; oh, che diavolo fate voi vestito in quest'habito?


Zenobio:

Horsú taci, bestia, e non voler sapere quello che a te non tocca.


Burrasca:

Io non dico piú nulla per conto vostro, ma parlo con il signor Lelio. A Dio, signor Lelio, voi mi fésti dar da bere a l'hosto di quel vino alloppiato, accioché dormessi, come io feci, e in cambio di cavalcare innanzi, voi tornasti indietro per venire a fare quello che avete fatto, e io poveraccio vi ho cercato per tutto; e mentre io tapinava per il mondo, e voi stavate qui a lavare le scodelle della signora Ardelia. Ma il dover vuole che, se 'l pagliaio abbruccia, che ancor io mi scaldi.


Lelio:

Il dovere e la ragione il vuole, e se tu hai durato fatica per me io ti ristorerò. Ma che cosa hai a quella spalla, che 'l pare che tu vadi gobbo?


Burrasca:

Ell'è stata la serva di Madonna Simplicia, la quale mi ha morsicato.


Lelio:

E perché?


Burrasca:

Perché io ero venuto alle mani con Chiappino, ragazzo del signor Flavio, del quale ella è innamorata; e mentre eravamo attaccati insieme, ella mi si è tratta con i denti e m'ha tirato via un pezzo di carne. Ma io voglio rompere la testa a quel furbo di paggio, come lo trovo.


Lelio:

Horsú, io voglio che tu facci pace seco; vedilo che esso vien qua innanzi alla signora Silvia, la quale è fatta sposa ancor essa del signor Flavio, e le nozze si faranno doppiamente, perché e esso e io le facciamo insieme, e si ha da tenere corte bandita per otto giorni continui.


Burrasca:

Cancaro, la va doppia di figure! Horsú, poiché sete gionti al fine de i vostri desideri, io non voglio stare piú a ricordarmi d'alcuna offesa, ma che si facci allegrezza e festa, né si parli piú di noia, né d'affanno passato, e in segno di ciò io faccio la pace con tutti.


Flavio:

Venite innanzi, signora Silvia: ecco la signora Ardelia, che vi aspetta.


Silvia:

Oh, ben trovata, la mia signora Ardelia; io mi rallegro infinitamente delle vostre allegrezze.


Ardelia:

Ed io altro tanto delle vostre, signora Silvia, e ne sento un contento grandissimo al cuore.


Pancratio:

Horsú, entriamo tutti in casa mia, e che domattina s'invitino i sonatori, i cuochi e i ballarini e i musici, e che si dia principio alle nostre feste ed a i trionfi. Venite via tutti, che io vado innanzi.


Zenobio:

Entrate dentro, signori sposi, che noi vi seguiremo di mano in mano.


Burrasca:

Oh, sia lodato il cielo, che una volta si sono finiti questi garbugli, che io non sentirò piú sospirare nissuno di costoro, che mai non facevano altro che gracchiare e lamentarsi, che sempre parea che gli dogliesse nel corpo. Ma io voglio entrare ancor io e mangiar tanto in queste nozze, che mi crepi la pancia, per refarmi dei danni passati. Or sí che questa è la volta che mi voglio far lucere il pelo. E vadino in chiasso tutti gl'innamorati, e la prima sia Gianettina, che m'ha storpiato di questa spalla e mi ha concio di modo, che chi mi vede andare con una spalla alta e una bassa mi toglie per il gobbo di Rialto. Horsú, io entro.




IL FINE