LAMENTO

DE' BEVANTI

per la gran carestia del vino

e delle castellate di questo

anno

Sponga

Son disperato, Trippa, fratel caro,

Poi ch'odo dire a tutti in generale

Che 'l vin quest'anno sarà molto caro,


Onde noi, ch'usi siam, non un boccale,

Ma dieci e venti tracannarne il giorno,

Non siamo, ahimè, per farla se non male.


E girando son stato alquanto attorno,

Per saper quanto val le castellate,

E tutto mesto a casa fo ritorno:


Ch'inteso ho fir, ch'elle si son pagate

Sin a quest'hora, bem quaranta lire,

E molte che di prezzo son passate.


Ed un villan, che pur dovria arrossire,

M'ha domandato d'una ben cinquanta,

Guarda un po' tu se questa è da patire.


E a men di trenta non v'è chi si vanta

D'haverla, sia pur nata in tristo loco,

Perché a suo modo il contadin la canta.


Quivi meta non è nulla né poco,

Ma ciaschedun quanto gli par la vende,

E tutti son d'accordo a questo gioco,


Né darla punto a credito s'attende,

Ma voglion la moneta su la mano,

Che 'l villan col patron così s'intende.


E se denar non hai, ben puoi in vano

Cercare e domandare a posta tua,

Che non te ne sarebbe dato un grano.


Né il gran Sofì sta tanto su la sua

Quant'hoggi fa il villan, se ben' ei vede

Piover d'ogni hora, e che si marcia l'uva.


E s'una castellata alcun gli chiede,

Teneer bisogna in man la sua berretta,

E quasi quasi anchor baciargli il piede,


Che i sta col piè su l'astola, ed aspetta

Che di prezzo ella cresca, e si lamenta

Che ve n'è poca, e che 'l conto non getta.


E non te la vuol dare a men di trenta

Sei lire, e che ti fa a piacere anchora,

Dice, e se l'ha promessa, par si penta.


Hor, mira s'un meschino, il qual lavora

Dì e notte e non guadagna due carlini,

E stenta come un asino d'ogn'hora,


Può insieme accumular tanti quattrini

Che ne prenda una o dua, per non dir tre,

Se sol si parla a doble ad a zecchini.


Sì che, fratel, ti dico per mia fè,

Ch'io mi ritrovo mezzo spaventato,

A udir che su le vite uva non è.


Trippa

Oh, Sponga, fratel mio, tu m'hai passato

Il core adesso, a dirmi che sì cara

Sia l'uva quest'anno, ohimè, ch'io son spacciato.


Questa per noi è cosa molto amara,

Perché più non potremo far bombina,

Né traccannare i gotti a centinara,


Ch' a la taverna andar sera e mattina

Soleamo, e starvi tutto il giorno intiero,

Gustando il buon liquor de la cantina,


E, lassando da parte ogni pensiero,

Attendevamo a star' allegramente,

Con qualche boccon grasso sul tagliero.


Ed ivi spesso rinfrescando il dente,

Gustavamo nel core una dolcezza

Ch'altra maggior di quella non si sente.


E sì la gola haveamo al bere avezza,

E le nostre budelle usate al vino,

Che strana gli saprà tanta strettezza.


Ma s'altro non havrò che quel quattrino,

Non voglio che patisca la mia gola,

Più tosto nudo andrò, tristo e tapino.


Sponga

Né io, che sai che son de la tua scola,

Manco co' che patischin le budella,

Che 'l vin troppo m'allegra e mi consola


Quando ho bevuto, oh che buona loquella

Mi trovo haver, ma s'io non ho da bere,

Non posso haver né fiato né favella.


Sponga

Oh che dolcezza è il porsi lì a sedere,

A tavola, tre o quattro compagnoni,

Che tutti sian d'un genio e d'un volere,


E dir a l'hoste: “Porta de' capponi,

Porta galline, e buon vitello arrosto,

Torta, polpette, castrato e piccioni.


Ma sopra tutto fa che venghi tosto

Il vino in tola, e ch'ei sia del migliore,

Che se gli è tristo, nol vogliamo accosto”.


E, mentre che coi denti fai rumore,

Ogn quattro boccon levare un tratto

L'orcio, e gustar di Bacco il buon liquore.


Trippa

Con questo tuo discorso, tu m'hai fatto

Saltar l'humor di gire a l'hosteria,

Ma sol non voglio andarvi, a nissun patto.


Ma ecco Bacialorcio, in fede mia,

Quel famoso bevante, hor se tu vuoi

Venir, tutti tre andrem di compagnia.


Sponga

Capi, ch'io vo' venir, ch' ove van doi,

Il terzo vi può ben capire anch'esso,

E non mi tiro indietro mai con voi.


Trippa

Vedi, vo' che pigliamo un cappon lesso

E un poco di vitella ben stufata,

Con qualch'altra cosetta poi appresso.


E perché Bacialorcio già mi guata,

Vo' salutarlo: Bacialorcio, a Dio,

Che cosa hai tu da far questa giornata?


Bacialorcio

Perchè? Che vuoi saper del fatto mio?


Trippa

Pian, car compagno, ohimè, non t'alterare,

Che pochi t'hanno amor com'ho fors' io.


Basalorcio

A dirti il vero, e non ti stangheggiare,

Vo gir' a bere un poco, ch'io mi sento

Dentro una sete ch'io son per crepare.


S'ancor tu vuoi venire, i' mi contento,

Quivi con Sponga, che sai quanto v'amo,

E ci gonfiarem d'altro che di vento.


Ed ho comprato un pezzo di salamo

Per poter meglio bere, eccol fratello,

Però non perdiam ptempo, andiamo, andiamo.


Trippa

Ma dove andremo?


Sponga

Al Falcone o al Cappello,

E andiamo a le Due Spade, ovvero al Sole,

Ch'ivi è buon vino, e vi si sta in cervello.


Trippa

Non stiam dunque più quivi a far parole,

Ma quanto prima acceleriamo il passo,

Perché il star tanto a ber, troppo mi duole.


Basalorcio

Va' pur là, compagnon, ch'io stimo un asso

Tutti gli altri piacer dal bere in poi,

Che quel sol mi diletta e mi dà spasso.


Né mai ho ben', a dirlo qua fra noi,

Se non quando il boccal miro ed adocchio,

Ché troppo dolci sono i spassi suoi.


E s'io dovessi ben comprarlo un occhio,

Il gotto, vo' più tosto restar guerzo

Che, chi non gusta il vino ha del capocchio.


Colui che 'l vin gli spiace, non da scehrzo,

Ma da dovero si dovrìa punire,

Ed a l'accusator donar' il terzo.


Il ber mi piace, e non posso patire

Di veder l'acqua, ch'ell amarcia i pali,

Sì come per proverbio si suol dire.


E piacemi veder dentro i boccali,

Quei vin saltanti, somiglianti a l'oro,

Che m'allegrano i spiriti vitali.


Quei mi confortan, quei mi dan ristoro,

Quei mi van mantenendo d'anno in anno,

E lascerei per essi ogni tesoro.


Hor, vendano i villan care, se sanno,

Le castellate, che malenconia

Di ciò non voglio, né sentirne affanno.


Basta a me che la bettola vi sia,

E ch'io vi possa andar mattina e sera,

E star sovente in festa e in allegria.


E posso dir' a l'hoste a buona ciera,

Se non mi piace un vin: ”Vammene, tira

D'un altro”, ch'ei mi serve, e volontiera.


Ed hora una viola, hora una lira

Sentir sonare, hor far venir le carte,

C'ha giocar qui non è chi si ritira.


Hor a far' a la morra a due per parte,

Un boccale a le cinque, una foietta,

Che questa de' bevanti è la ver'arte.


In somma, a la taverna mi diletta

Per le cause suddette, e perché siamo

Ad essa giunti, entriamo dentro in fretta,

Che l'hora è già passata.


Trippa

Entriamo.


Sponga

Entriamo.


IL FINE