LAMENTO

SOPRA LA MORTE

DI M. PIETRO DA

PALERMO SICILIANO


e di madonna Giovanna, sua consorte, mor-

ta gravida e della Marina ed Alessandro

detto Cacamuschio, lor figliuoli

morti in un istesso tempo


E sopra il resto della sua sconsolata

famiglia.

GIULIO CESARE CROCE


ALLI LETTORI


Quanto dispiacere habbia sentito ciascuno che conosceva M. Pietro da Palermo con la sua fiorita famiglia, malamente si può esprimere, perché la virtù, la modestia e la cortesia di tutti loro havea talmente legato i cori di chiunque andava a vedere i loro honestissimi trattenimenti, che non v'era alcuno che non gli portasse grandissima affettione, e che non bramasse fargli ogni sorte di servitio, come s'è veduto all'occasione, che molti gentil'huomini ed altri, non hanno mancato in questa sua strana ed improvvisa malattia e morte di andare a pigliare quelle povere creature e portarle alle case loro, e fargli curare, pagando medici e medicine, ed usar loro gran servitù e mill'altre sorte di cortesie, come benissimo si sa. Ed al fine, havendone (come si può sperare) chiamato il Signore a l'altra vita fino a quest'hora a cinque, è prima la Marina, ch'era stupendissima in simil esercitio, e non giongeva anchora al sesto anno, poi Alessandro detto Cacamoschio, di dieci anni in circa, destrissimo in sua età quanto esser si possi; dietro a questi Madonna Giovanna, loro madre, ch'era un vaso di bontà, e di cortesia, savia, prudente ed honestissima; e quello che porge più dolore è stato l'esser gravida di quattro o cinque mesi, ed è morta con la creaturina in corpo, caso in vero di gran compassione. Poi, dietro a lei, M. Piero, huomo di fresca età, gagliardo, forte, robusto, grande e grosso, huomo di buona vita e fama, il qual teneva la sua famiglia sotto buona custodia, con honestissimi costumi, ed in timor d'Iddio, come sempre s'è veduto. E due altre figliuole ammalate, ed un altro puttino, e quello che tanto ben saltava, nomato Tartaglia: tutti, a un tempo istesso postosi in letto, dove non ben sicuri anchora della vita, se ne stanno languendo. Io, come affettionatissimo a tutti i virtuosi ed alle sue buone qualità, considerando in quanta miseria siano cascate a un tratto queste povere persone, non potendo soccorrergli d'altro che di quello che ancho malamente mi porge la natura, per soddisfare in parte a chi mi può comandare, non ho potuto mancare di non fare un lamento sopra l'improvvisa sua miseria. E prego quelli che lo leggeranno, che non voglino tassar me, che son huomo dozzinale e di poco conto, ma haver pietà e compassione di quelli per cui è stato fatto, e pregar il Sig. Iddio per l'anime loro.

Se già cantai con dilettoso stile

Di Pietro Sicilian la degna prole,

Tant'honorata, nobile e gentile.


Se le belle maniere al mondo sole

Fei note intorno con soavi accenti,

Alzando la sua fama fin al sole.


Hor di rime mestissime e dolenti

Spargerò un tristo e doloroso suono,

Ch'io farò pianger fin alli elementi,


Perché quanto dal ciel favore e dono,

Hebbe in haver famiglia sì fiorita,

Hor tutto è perso, e posto in abbandono.


Ma chi in tal punto può donarmi aita,

Chi mi farà nel pianto compagnia,

E com'io sentirà doglia infinita?


Begnina Euterpe, e tu, dotta Talia,

Lasciate in tutto del Parnaso Monte

I dolci canti, e l'alta melodia,


E in vece di portar cinta la fronte

Di verde alloro, hor funeral cipresso

Cinga le chiome vostre altere e conte,


Poi che mancar si vede a un tempo istesso

Così rara progenie e virtuosa,

A cui parea ogni ben qua giù concesso,


Una stirpe sì bella e generosa

In un momento a gli occhi nostri spare

Oh che memoria eterna, e lacrimosa.


Nissuno al mondo si dovrìa fidare

In favori, in ricchezze, in cosa alcuna,

Che tutto è fumo il nostro van sperare.


E quando par tal'hor che la fortuna

Ti voglia su nel ciel porre a sedere,

E fatti con le man toccar la luna,


Tutto ad un tempo ti lascia cadere,

E quanto in alto più t'havea levato

Ti precipita al basso a più potere.


Pietro il dimostra, ch'in sì lieto stato

Era, secondo la sua professione,

Da tutti riverito ed honorato,


Non ritrovava al mondo parangone

Nel suo esercitio, e a tutti sì grat'era

Che pianto vien da tutte le persone.


Né so se mai la più compita schiera

Di questa vedrà il sol dove s'aggira,

E volge attorno a l'una e l'altra sfera.


Deh, perché non poss'io con questa lira

Formar sì mesto e sì pietoso canto,

Che meco ogni mortal pianga e sospira?


Cercato havea l'Italia in ogni canto,

E dato di sè saggio a parte a parte,

Che in simil arte a ogn'un toglieva il vanto.


Al fin giongendo in le felsinee parte

Con la sua compagnia per far palese

Quanto in far forze havea destrezza ed arte,


E conosciuto a pien quanto cortese

E quanto sia da gl'altri differente,

La dolcezza del sangue bolognese,


Havea stabilito nella mente

Di non partirsi più, poi che vedea

Che tanto era gratissimo alla gente,


Ed in questa città più assai facea

Facendo che mai fesse in altro lato

E guadagnava più che non solea,


Ed era da ciascun tanto apprezzato,

E havuto in reverenza e tal rispetto,

Più assai che s'in Bologna fosse nato.


Ogn'un l'amava con sincero affetto,

Ogn'un gli havria donato l'alma e 'l core,

Tanto l'havea ciascun caro ed accetto.


Così di giorno in giorno ogn'hor l'amore

Crescea del popol verso simil gesta,

E gli facea ciascun pregio ed honore.


Ahi, che poco è durato la sua festa,

Perché quel ben s'è dileguato in fretta,

E gionto una grandissima tempesta,


E sì come suol folgore o saetta

A l'alte torri pria batter la cima,

Poi giù ne i fondamenti dar la stretta,


Così la morte con sua falce, prima

Ha tratto a terra la gentil Marina,

Qual era in tanto prezzo e tanta stima,


Perché, essendo leggiera e piccolina,

Sopra de tutti intrepida e sicura

Montava: ecco la cima che ruina.


Poi Cacamuschio, che senza paura

Sopra gli homeri suoi la sostentava,

Stato è il secondo andar in sepoltura.


La donna, ch'a l'aspetto rassembrava

Una matrona, e che di cortesia

Tutte l'altre vinceva e superava,


Estinta giace anch'ella, ahi sorte ria,

E seco estinto ne l'alvo materno

Un figliuolin, che quattro mesi havìa.


Pietro, che come padre havea il governo

Di tutti quanti, e con tal diligenza

Gli tenea uniti con amor paterno,


Anch'ei di vita (ohimè) rimasto è senza.

Ecco che cinque già ne sono in terra,

E darà bello andarvi la somenza (? forse darà per parrà ?).


A Tartaglia la febbre ogn'hor fa guerra,

Così a l'Antonio, ed anco a la Rossana,

E in dubbio sta Tizzon d'andar sotterra,


Oh, cosa certo inusitata e strana,

A dir ch'in sì pochissimo momento

Manchi una compagnia tanto soprana:


In quattro o cinque giorni resta spento

Il fior de' virtuosi, oh, quanto caro

A i miseri costò andar a Cento.


E tutti quanti quei che seco andaro,

Come se quel paese fosse infetto

Alla tornata tutti s'ammalaro.


E chi, languendo si torze nel letto,

Chi s'è levato con color di morte,

Chi s'è disteso sopra il cataletto.


Come ben s'è veduto, hai dura sorte

In Pietro, di cui parlo amaramente,

A i figli ed alla sua cara consorte.


Quai, da Cento tornati immantinente,

Si sentir aggravar tutti ad un tratto,

Da un'aspra febbre acuta e pestilente,


E così in letto, come fosse un patto

Tra di lor così far, si poser tutti,

Quasi presaghi di morir a fatto.


E così, dopo molti affanni e lutti,

La madre e 'l padre e tre figliuoli insieme

Fin hor son morti, e gl'altri mal condutti,


E già sarìano gionti a l'hore estreme,

Se da persone piene di bontade

A cui sì gran sciagura duole e preme


Non fosser stati, con gran caritade,

Fatti levar da casa ed a i lor tetti

Portar per compassion e per pietade.


E fattogli posar ne i propri letti

Come se del suo sangue fosser nati,

Fatti curar a medici perfetti.


Che se a la stanza sua fosser restati

Tutti morean, se Dio con la sua mano

Non gli havesse soccorsi ed aiutati.


Morti tutti sarìan di mano in mano

Senza haver un c'havesse lor la bocca

Bagnata a passo sì dolente e strano.


Oh quanto sarà greve a chi la tocca,

Se chi non gli conosce tanto o quanto

In tanto affanno, in tal dolor trabocca.


Che dirai miser'Anna, tu che tanto

Amavi l'un e l'altro caldamente,

So che per lor farai amaro pianto.


E tu, Antonia infelice, e tu dolente

Rossana, quanto forte gridarete

Quando saprete il tutto intieramente?


Oh, povere fanciulle, che direte

Vedendovi mancar tante persone

E che cercando non le trovarete?


Ma pur vi resta una consolatione,

Tra tanti guai, che non andrete a male,

Che v'è già chi v'ha tolto in protetione,


E raccolte sarete in modo tale

Che salvarete la roba e la vita,

E l'honor, di cui più vi preme e cale,


Perché in questa città tanto gradita,

Huomo non v'è che non vi porti amore,

E che non sia parato a darvi aita.


Che la vostra honestà, l'alto valore

La virtù, la bontà, la fama vostra

Ha incatenato a tutti quanti il core.


E se ben la fortuna vi si mostra

Contraria, state pur forte e costante,

Ch'in breve vincerete questa giostra.


Vostra fia questa patria, e tutte quante

Le genti per servirvi saran pronte,

E verdi torneran le vostre piante,


Però, in vece di pianger le defonte

Persone vostre, con devotione

Pregate Dio per lor con le man gionte,


Che doni a l'alme lor remissione,

E a sè le tiri ben nette e purgate,

Nell'alta sua celestial magione.


Acciò ch'in sempiterno consolare

Restino a contemplar l'eterna gloria

Nel numer de l'altr'anime beate.


Poi che tra noi lassata han tal memoria

Della lor vita tanto regolata,

Che possian farne cronica ed historia,


Tant'era di buon' opre accompagnata

Che quasi si può dir chiaro e palese

Ch'ei sian volati al cielo alla spiegata,


Perché si confessavano ogni mese,

E pigliavan la Santa Comunione

Tenendo sempre in Dio le menti intese.


Tal che per la sua buona operatione

Sperar si può ch'Iddio gli habbia chiamati

A goder la sua santa habitatione.


Però noi che qua giù siamo restati

Cerchiamo d'imitar i lor vestigi,

E i bei costumi di virtude ornati.


Lascian l'odio, i rancori e i litigi

E rivoltiamo al cielo i pensier nostri,

Che sicuri saren da i regni Stigi,


Né temeremo i dispietati rostri

De i spirti bassi, tenebrosi e scuri,

Ma lieti ce n'andrem ne gli alti chiostri.


Dunque la vita sua ciascun misuri,

Che sempre stiamo con la morte inante,

Né quando ella si venga sian sicuri,


Miriamo in Pietro, che parea un gigante,

Grande, grosso, robusto, destro e forte,

Che rassembrava un Ercole o un Atlante,


Che assalito in un tratto dalla morte

Nella più bella età ch'esser si puote,

Fè del corso vital l'hore più corte,


Ma perché 'l pianto m'irriga le gote,

Né mi lassa veder quel ch'io mi scriva,

Qui porran fin le mie noiose note,


E serbando di lor memoria viva,

Farò palese a tutti al caldo e al gielo

I bei costumi suoi di riva in riva.


E prego quel Signor che fece il cielo,

La terra e ciò ch'in essa alberga e giace,

Ch'accoglia sotto il suo celeste velo

Le felic' alme e requiescant in pace.


IL FINE


SONETTO DELLA MARINA

Alle sue sconsolate sorelle

nella sua morte.


Sorelle mie dolcissime, ch'in vita

Rimaste sete a pianger la mia morte,

Non sospirate più, che questa morte

Morte non è, ma una gioconda vita.


E quella che pensate esser la vita,

Altro non è che spaventosa morte,

Ove sempre si scorge ombra di morte,

E soverchio timor d'uscir di vita.


Oh quante volte in braccio de la morte

Mi ritrovavo, stando in quella vita

Con continuo pericol della morte?


Ma poi ch'uscita son di quella vita,

Tutta lieta quassù sprezzo la morte,

Godendo il ben de la celeste vita.


Però s'a questa vita

Giunger volete e non sentir la morte,

Temete e amate Dio fin alla morte.


IL FINE