Lettera portata da

GIANICCHO, AMBASCIATOR

del freddo a tutti i poverelli, che so-

no mal vestiti e peggio calzati,

e che sono sforniti d'ogni cosa. Ope-

ra ridicolosa del Croce.

Udite, poverelli,

Udite udite,

Nove non più sentite,

Sin ad hora.


Saltate tutti fuora,

E state ad ascoltare,

Che vi vengo a portare

Un'aspra nuova:


Ciascun di voi si mova

A farmi riverenza,

E prestar grata udienza

Al mio tenore.


Io son l'Ambasciatore

Del freddo e crudo Verno,

Qual tiene in suo governo

Il duro giaccio.


Da sua parte vi faccio

Intender chiaramente

Ch'udite la presente

Mia ambasciata,


Dover alla spiegata

Star tutti preparati,

E pronti e apparecchiati

Ad accettarlo.


E insieme ad honorarlo,

Come vostro padrone,

Poich'egli si dispone

Esser con voi


Con tutti quanti i suoi

Serventi e camerieri,

Cochi, guattar, staffieri,

E cortegiani,


E per farvi più piani

I suoi comandamenti,

Tutti i suoi andamenti

Vo' narrare,


Dice che vol entrare

Con tutti i suoi arnesi,

Per star con voi tre mesi

Con dolcezza.


Né vol con la ricchezza

Conversar nulla o poco,

Che essa con il fuoco

Si difende.


E però solo intende

Star con i mal vestiti,

E quei che son sforniti

D'ogni cosa.


Però con valorosa

Gente s'è post'in strada,

Non state dunqu'a bada

Né a guardare.


Perché non po' tardare

E venir il corriere,

Insieme col furiere

Viene innanti.


Acciò che tutti quanti

Conoser lo potiate,

Dirò le qualitade

Di costoro,


Prima che venghi loro

Vedrete più mattine

Venir le bianche brine

A visitarvi.


Al hora prepararvi

Dovete prest' e tosto,

Ch'ei non sarà discosto

Un trar di mano.


E non havrà lontano

Da lui la compagnia,

E se qualcun desìa

Saper il come,


Ei vien con le sue some

E tutti i carriaggi,

Carichi di disaggi

E di sospiri,


Sopra un car di martìri,

Fodrato di dolori,

Tirato da tremori

E da gli affanni.


Da mille pen' e danni

Intorno circondato,

E d'un humor gelato

Ha la corona.


Dietro la sua persona

Vi è, per farli honore,

Le tenebre, l'horrore,

E la pigritia,


Il pianto e la mestitia,

Non l'abbandonan mai,

E una schiera di guai

Sec' ha per guida.


E con lamenti e strida

Vengon i suoi ministri,

Sonando su i registri

I tremolanti.


E li cammina innanti

La tosse, la buganza,

La qual vien per usanza

A i più gagliardi.


Né a venir faran tardi

Le pioggie, e la bruina,

E la neve vicina

Già si sente.


Né vi saran presente

Né mosche né tafani,

Che volan sopra i cani

Fin ne gli occhi.


Non vi saran pedocchi,

Né cimici schifose,

Né pulci fastidiose

Ed insolenti.


Né men noiosi accenti

Di grilli e di cicale

Di vespe e di zenzale

Empie e scortesi.


Non s'udiran civette,

Non cucchi né fanelli,

Nottole e pipistrelli,

O cardellini,


Chi n'havrà bon scapini,

Bon manti e bon cappelli

Pigliaranno i franguelli

A la ragnola.


E senza camiciola

Batterà la diana

Quando la tramontana

Entrerà in campo.


Non trarrà tuoni o lampi

Né cascherà rugiade,

Ma pioggie congelate

E giacci e nevi.


Saranno i giorni brevi,

Né come April' o Maggio

Vedrasi il dolce raggio

Alto e lucente,


Ma a pena in oriente

Ei si vedrà levare,

Che lo vedrai calare

In grembo a Teti.


E i tempi allegri e lieti

Pieni di festa e gioia,

Di fastidio e di noia

Diverranno,


E quei che non havranno

Né legna né fasine,

Né stufe, né cucine

O letti boni,


Né calze, né gipponi,

Zamarre né pellizze,

Né guanti, né manizze,

O gibellini,


A guisa di mastini

Involti nella paglia

Staranno alla sbaraia

Tremolando.


Bramando e desiando

Che torni Primavera,

Che da stagion sì fiera

Gli difenda,


Ma prima ch' s'estenda

Il Vern' in altro loco,

Chi haverà da far foco

Starà bene,


Adunqu' poi che viene,

Non fate l'ochio losco,

Con dir ' I' nol conosco'

Che vi avviso


Quand' il vedrete in viso

E lo conoserete,

E che lo temerete

Fortemente.


Ma più l'havran a mente

I poveri rognosi

E vecchi catarrosi

Havranno strette.


Le povere vecchiette,

Che sotto le gonnelle

Tengon le pignatelle

Con del fuoco,


S'andran a poco a poco

Le cosie abbrostolando,

E tutte affumicando

Co' i carboni,


E poi così tentoni,

Senza lume, meschine!,

Andran le poverine

Al lor covile.


E qui, come lor stile,

Terran le gamb'involte

Entr' i lor straz avvolte,

O ne' grembiali.


Tenendo da Natale

I piedi in gelatina,

Acciò che la mattina

Sia più frescha.


Battendo la moresca

Su l'alba a son de' denti,

Da mill'affanni e stenti

Accompagnata.


Hor dunque, a la spiega

Dico a tutti quanti

Che state vigilanti

E non dormite,


E che ben vi fornite

Di quanto vi bisogna,

Ch'ei sarà in Bologna

Tosto tosto.


Horsù, i' v'ho proposto

Di lui tutto il suggetto,

Abbiateli rispetto,

E riverenza.


E se di mia eccellenza

Saper volete il nome,

Vi faccio saper come:

I' son Gianiccho.


Horsù, da voi mi spicco,

Restate a la bon'hora,

Che senz'altra dimora

Vado via.


E per mia cortesia

Poi che son' tutt'humano,

Verrò di man in mano

A rinfrustarvi.


E le mosche scacciarvi

Se vi verran sul naso,

Che me per simil caso

Son eletto.


E so che con affetto

Non vi daran impazzo,

Che son quel che le scazzo

Del paese.


IL FINE


Di là dagli agghiacciati mari, sotto la più fredda e gelata zona che sia, vien la presente lettera scritta per man de l'impetuoso Borea, con consenso de i più horribili e spaventosi venti che siano nella soffiante corte d'Eolo.


Il dì non mi ricordo, notte seguente su l'hora del rugnir del porco, de l'anno val cerca.