LIVREA

NOBILISSIMA

DEL CROCE


Nell'occasione delle nozze del gran

Prencipe di Toscana


Dove in vestire,ed adornare i suoi paggi

e staffieri si trova havere speso e spanto

tanto che non gli è restato nulla da

vestire se stesso, per andare a

quelle nobilissime feste.


Opera artificiosa e di molto spasso.

ALL'ILLUSTRE

SIGNOR DIONIGI

BUONAVIA


Mio Signore e patron osservandissimo.


Ho sempre udito dire la buona via non esser mai lunga né noiosa, e che l'huomo che cammina per Buonavia fa sempre felice viaggio, perché dove si trova Vostra Signoria. sempre v'è Buonavia, e chi cammina con essa sempre va per Buonavia, né può inciampare, io dunque mentre è Buonavia le invio questa mia piacevole fatica, la quale in vero è bassa, ed indegna d'essere illustrata del chiaro nome di Vostra Signoria. Ma che può dare un povero ingegno, com'è il mio, il quale se gli trova debitore di tante cortesie ricevute da lei? Devo dunque serrare la borsa della recognitione affatto, e come mal pagatore scoprire la carta della difensione, e far sì che io sia pubblicato a suon di tromba per fallito, e farmi credere bonis, e che io venghi a perdere il credito in tutto? No, no, io non voglio mai che si possa dire questo di me, ma eccomi comparito innanzi al tribunale della sua benignità, per riconoscere il debito, ed isborsargli quella poca di moneta che io mi ritrovo, cioè questo picciol presente, il quale hora gli porgo, pregandola voler' accettare il buono animo ch'io tengo di servirla per resto dell'altro pagamento; questa dunque è una livrea piacevole, la quale mi son fatto a concorrenza dell'altre, che si fanno per le feste di Fiorenza, la quale Vostra Signoria dopo l'haver dato luogo alquanto a' suoi honorati negotij potrà prendersi alquanto di spasso in discorrerla, né starò a faticarmi in pregarla ch'ella si degni favorirmi d'accettarla, poiché io so quanto ella è benigna e cortese di natura, ed affabile verso i suoi affettionati servitori, de' quali io non mi tengo d'essere l'ultimo, che l'osservi e brami vederla accrescere ogni dì più in maggiori honori e dignità, come meritano le sue degni e nobili qualità, per le quali ella viene aggradita ed amata da tanti prencipi e signori, come fino al dì presente si vede. Viva dunque felice Vostra Signoria, mentre io gli prego dal cielo ogni sua compita contentezza, e me conservi in sua buona gratia, e gli bacio con ogni riverenza la mano.

Di Bologna, il dì 10 d'Ottobre 1608.


Di Vostra Signoria Illustrissima

Devotissimo servitore


Giulio Cesare dalla Croce.


Hor che da tanti prencipi e signori,

Duchi, marchesi, conti e cavalieri,

Fabbricar veggio d'alti e bei lavori

Tante livree superbe e i lor corsieri

Guarnir d'oro e di gemme e i tesori

Spendere in adornar paggi e staffieri,

Per comparir da quelle parti, e queste

Del gran prencipe etrusco a le gran feste.


Io ancor, per ben ch'appresso me non sia

Quell'oro e quell'argento che molt'hanno,

Né quella quantità che mi vorrìa

Di soldi, per far quel che gli altri fanno,

Pur nondimen vo' far la parte mia,

Che 'l proverbio suol dir, s'io non m'inganno,

Che chi fa quel che può, fa pur assai,

E 'l buon desir non si ricusa mai.


Mi porrò dunque a l'ordine, per gire

Con gli altri anch'io, a queste teste belle,

Né sian l'invention del mio vestire

Men vaghe, forsi, e di men prezzo anch'elle,

Di quant'altre vedransi comparire

Su l'Arno, anzi che quando fra di quelle

Comparirà la mia Livrea superba,

Più di due paia se n'handranno a l'herba.


Non andrò a Napoli, Genova o a Milano,

Drappia comprar di ricco, alto lavoro,

Né men condurrò Mastri di lontano,

I quai gli habiti miei di perle e d'oro

Venghino a ricamar con la lor mano,

Ma i mastri miei ho in casa, e sol di loro

Servir mi voglio, e a quei dat'ho l'assonto,

Quai notte e dì lavoran per mio conto.


Ho sul granaio cento e più telari,

I quai non cessan mai di lavorare,

Né i tessitor mi chiedon mai denari,

Né pan, né vin, né nulla da mangiare,

E fan lavori sì gentili e rari,

Ch'una mosca gli straccia nel passare,

E perché già fra lor fu guerra antica,

Essi l'uccidon come lor nemica.


E se d'havere udito havete in mente

La gran contesa, qual già fra la Dea

Minerva e Aragne fu, che più eccellente

L'una de l'altra in tesser si tenea,

Dove Aragne nel fin restò perdente,

E cangiò forma, ma però l'Idea

Non perse, se ben perse la sembianza,

Ch'alcun tor la virtù non ha possanza.


Da costei poi i suddetti maestri

Disceser, ma sarìa lungo a narrarlo,

Basta che tutti sono agili e destri

In arte tal, più ch'io non scrivo e parlo,

Né sia chi d'essi alcun mai si sequestri

Dal suo telar, né mai vedi lasciarlo,

Ma tanto a l'opra ogn'un di loro è intento,

Ch'in men d'un'hora fanno un paramento.


Questi le tele dunque mi faranno,

Da fodrar tutti gli habiti di sotto,

E fino ad hor ben mille braccia n'hanno,

Le quali in opra si porran di botto;

E mentre ch'essi lavorando vanno,

Le vo' levando, senza fargli motto,

Né vado mai per volta sul tassello

Che via non ne porti una col capello.


Molti ricamatori al mio servitio

Ho ancor, quasi tutti son perfetti e buoni,

E sì eccellenti in simile esercitio

Che pochi al mondo trovan parangoni,

E lavorano tutti di capritio,

E trovan sempre nuove inventioni,

E a quel che gli altri attorno un mese stanno,

Essi in un giorno solo e in manco, il fanno.


Messer Bisogno è il mastro, e gli altri poi

Suoi lavoranti sono, e quivi voglio

Parimente spiegare i nomi suoi,

Ch'ogn'un legger gli possa in questo foglio.

Il Disagio un si chiama, qual' ha duoi

Compagni seco: il Travaglio e 'l Cordoglio,

Poi l'Affanno e 'l Fastidio, il Danno e 'l Duolo,

Col Null'al mondo e 'l Stante, suo figliuolo.


Questi son dunque i Mastri, che la fanno

La mia Livrea, qual, come comparita

Con l'altre sia, gran meraviglia havranno

I fiorentin, vedendola guarnita

Sì riccamente, e assai si sentiranno

Punger d'invidia il cor d'aspra ferita,

E son sicur, ve ne sarà più d'uno

Che di Livrea vorrebbe esser digiuno.


Le ricche gemme e l'or, che ne la mia

Livrea vedransi, a l'Ocean nel seno

Nate non son, né in Damasco o in Sorìa,

Fra Trapobani over nel lido armeno,

Non ne la Mauritania o in Circassìa,

Non in Persia o in Egitto, o nel terreno

De la felice Arabia, o in Etiopia,

U' Natura ne porge in molta copia,


Ma ne la casa mia, nel proprio tetto,

L'ho tutte accolte, e n'ha custodia e cura

Madonna Povertà, né v'è sospetto

C'huomo alcun me l'involi o me le fura,

Ch'essa la notte tien da capo al letto

Le chiavi, e 'l dì attaccate a la cintura

E s'esce a sorte fuor de la sua cella,

Le tien Madonna Inopia, sua sorella.


Pria dunque fornir faccio a' miei staffieri

Le calze, col giuppon di tocca, e dalli

Con passaman di paglia da bicchieri,

E cannottiglia tolta ne le valli,

E acciò sian più vistosi i lavorieri,

Vo' far (se ben qualch'un dirà ch'io spalli)

Guarnirli tutti dinanzi, e da tergo,

D'ormesin fabbricato a Malalbergo.


Quei de' paggi saran d' “Aspetta un poco,

Ch'io vengo adesso”, tutti ricamati

Di “Va' fa i fatti tuoi, che questo loco

Per i bassi non è, ma pe' primati”.

E di più, voglio per mio spasso e gioco

Che i lor cappotti tutti sian fodrati

Tanto dissopra, quanto giù dabbasso

Di “Verde indugio” e “Tienti, ch'io ti lasso”.


I bavari saran tutti guarniti

Di “S'hai del tuo, fratel, vivrai giocondo,

Che del mio non havrai”, tutti forniti

Di “Non sperar in huom che viva al mondo”,

E acciò meglio compaiano a i conviti,

E sian leggiadri nel porgere il tondo,

Vo' c'habbino un collar vago e polito,

Con la sua bianca falda d'appetito.


I capelli saran di “Chiama indarno

Aiuto”, che non v'è chi ti sovvenga

A un tuo bisogno, ben ch'afflitto e scarno

Ti veggia, né chi un bene a far ti venga,

Ch'io voglio, quando su la riva d'Arno

Comparira, ch'ogni toscan gli tenga

Dietro, e che dican tutti ad una voce:

Non v'è chi agguagli la Livrea del Croce.”


Le gioie ch'entro quei s'han da comporre

Saran d' “Amico non mi domandare

Nulla del mio”, perché ciascuno abhorre

Il dar del suo, ma de l'altrui pigliare,

E le piume ch'in essi farò porre

Fian di “Fratel mio car, non mi toccare

La borsa, poi domanda ciò che sai,

Che pur ch'io possa, servito sarai”.


La sella che far faccio al mio corsiero,

Fia tutta ricamata di profferte

Di varie genti, che pien un forciero

Ne tengo, e tutta di speranza incerte,

Fia la valdrappa adorna, in atto altiero,

E due besos la man, con mille offerte

C'hebbi da un cavalier di Castiglia

Saran da far le redin della briglia.


Del freno i fornimenti si faranno,

Di “Vi ringratio” che da un forestiero

Nobil dati mi furo, hoggi fa l'anno,

E meco di portò, per dire il vero,

Da mecenate, e le cinghie saranno

Di “Virtù per virtù”, che un cavaliero

Da Napol diemi, a conto d'un libretto

Con corbette cinquanta d'un Gianetto.


Di cento inchini, ch'un signor francese

Mi fece, sarà fatto il pettorale,

E dui “Son vostro”, c'hebbi da un inglese,

Faran staffili e staffe a la ducale,

E d'un “A rivederci”, ch'un sanese

Mi die' per paraguanti un carnevale

Fia la goppiera, e l'altro resto poi

Di “Ci ricordaremo ben di voi”.


In somma, non sarà chi vada al paro

Di questa mia Livrea superba tanto,

E tutte queste robe ch'io dichiaro,

Acquistate mi son col suono e 'l canto,

Che molti, in cambio di darmi il danaro,

E premiar le mie fatiche in tanto,

M'hanno pasciuto di fumo e di vento,

E dato cerimonie in pagamento.


Hor dunque havete udito de la mia

Livrea la pompa, e come al comparire

Sarà ammirata, quant'altre che sia,

E so ch'al guarnimento ed al vestire

Pochi vi giongeranno, ed a la via

E' già del tutto, e come di partire

Fia gionto il tempo, ella sarà fornita,

Se ben fuss'hoggi il dì de la partita.


Miei paggi poi il Debile e l'Afflitto

Saranno, e 'l Magro, il Secco e l'Affannato,

Il Misero, il Mendico, il Derelitto,

Il Scarno, il Leso, il Frusto e 'l Consumato,

E per staffieri piglierò il Sconfitto,

Il Tapin, l'Angustioso e 'l Sconsolato,

L'Abhorrito, il Sprezzato e 'l mal condotto,

Quai saran tutti a l'ordine di botto.


Ma, folle, i' non m'accorgo che per fare

Questa superba, ricca e gran Livrea,

Per voler tutti gl' altri trapassare,

E per l'ambition malvagia e rea,

Io non mi son saputo misurare,

Ond'ho fatto più assai ch'io non dovea,

E tanto in essa ho speso e spanto, ch'io

Nulla (miser) non ho pel vestir mio.


Nulla non m'ho servato per vestire

(mira che pazzo!) e son tutto stratiato,

A tal ch'io non potrò più comparire

A quei trionfi, come havea ordinato,

E non ho più ardimento d'apparire

Là 've sol ricevuto ed honorato

Sarà, ed accolto con maggior decoro

Chi più risplenderà di gemme e d'oro.


Restarò dunque a casa con la mia

Livrea maravigliosa, e dar licenza

A i paggi converrami quanto prima,

Ma temo che non voglian far partenza,

Che tanto cara han la mia compagnia,

Che mai si scostan da la mia presenza,

E ognun d'essi è sì saggio e così accorto,

Ch'abbandonargli in vero havrei gran torto.


E mi riputerei a gran vergogna

Hora, ch'el verno vien, mandargli via,

E però trattenergli mi bisogna,

Che mai non gli userei tal scortesia,

Ed a le nobil dame di Bologna

Ne farò mostra, e crederò le sia

Caro il veder Livrea tanto pomposa

Ch'una tal non vedrà la regia sposa.


Andate dunque, oh generosi eroi,

Allegri e lieti a la città del Fiore,

Che ben m'incresce non poter con voi

Anch'io venire, e sentone dolore,

Ma quella e spietata, qual dapoi

Ch'io nacqui, dilettossi a tutte l'hore

Di travagliarmi e di tenermi a basso,

Al mio nobil disegno ha tronco il passo.


Ho la famiglia grave, e de la mia

Virtù la pasco, e chi mi vuole o chiama

Cerco servir, ovunque vada o stia,

E come augello vivo su la rama

Di giorno in giorno, o vite a cui non sia

Appoggio alcuno, e che soccorso brama,

Che fa la brusca marza sul terreno,

Tal è la vita mia, né più né meno.


Io m'affatico e sudo, notte e giorno,

Per dar diletto al mondo tutto quanto,

E ogn'hor novi concetti mando attorno,

E forsi alcun non ha mai scritto tanto

In simil genio, e pur (ahimè, che scorno!)

Tanto non ho, ch'io possa farmi un manto,

E vo' per strada ogn'hor, solo e smarrito,

Ch'io paio proprio un Badanai fallito.


Horsù, patienza, così vuole il cielo,

E a me convien voler quel ch'a lui piace,

E se ben mi lamento e mi querelo,

Per questo il petto mio non trova pace,

Pur vo' seguir quel che s'honora in Delo,

Poi che la mente mia se ne compiace,

Né fin qui parmi haver poco acquistato,

Mentre a la patria mia son caro e grato.


Itene, dunque, cavalier pregiati,

A le sublime nozze, alte e regali,

U' già son tutti i prencipi adunati

Di Italia, e i personaggi principali

Che comparir al par di quei primati

Potrete, e pochi forsi a voi eguali

Saran, poi che mostrar l'alma Bologna

Sa le grandezze sue, quando bisogna.


Ma ben vi prego che per cortesia

Poich'ogni cosa là vedrete a pieno,

Che ragguagli da voi dato ci sia,

Se non in tutto, in qualche parte almeno,

Perché naturalmente ogn'un desìa

D'intender cose nuove, onde non meno

Quei che venir non ponno al tosco lito,

Godendo andran tal feste con l'udito.


Di più vi prego ancor, s'alcun vi chiede

Perché comparso a quelle nobil feste

Non son con gli altri anch'io, di fargli fede

De la cagion, qual mi trattiene in queste

Parti, e come il mio stato no'l concede,

Per le ragion qui note, e manifeste,

Che volontier venìa con la mia schiera,

Ma mi mancan danari a far primiera.


IL FINE