Nel tempo che la luna buratava,

OPERETTA

BELLISSIMA


dove s'intendono alcune

stantie ridicolose


con la tramutatione di quelle.

Nel tempo che la luna buratava,

E che Mercurio faceva il spetiale,

Quell'anno proprio che Berta filava,

Che fu fatto la bocca alle zenzale,

Levossi un gran di miglio, e un fior di fava,

Per mover guerra contra le cigale,

E tale fu il conflitto e tal il danno

Che non si vide rondine quell'anno.


Un passarin gridava “Guerra! Guerra”,

Contr'una mosca, ch'era in un boccale,

Ma una gallina lo gittò per terra,

E li fece in un tratto un servitiale

In tanto un cucco addosso se li serra,

Ma quella si salvò ne l'orinale,

E se non era un grillo di Toscana

Quel giorno si gloriava in la quintana.


Havea la tortorella teso un laccio

Per prender quattro luzzi marinati,

Ma un mercante bresian li rompè un braccio

Ed hebbe gionta dui porci fallati,

Poi scrisse a quattro versi del Boccaccio

Che nove fiaschi a tutta botta armati

Devessero mandar senza seggiorno,

'Nanti che 'l sole entrasse in capricorno.


Partissi dalla musicha due note

Per andar a frontare Anfimitone,

Ma quando furno al carro di Beote

Si spezzorno la testa nel timone,

Venere corse in fretta quanto puote,

E fe' sua scusa con il bel Adone,

Ed intender lasciossi a buona ciera

Che facea bucata quella sera.


Proserpina lavava una camisa,

Una mattina, ne l'acqua gelata,

Ma Giove, con le brache a la divisa

Faceva a son di piva una ballata,

Pallade si scoppiava dalle risa,

Sopra un lavezzo di fava menata,

Vedendo che le muse eran sospese,

D'andar in far polpette in ferrarese.


Corse un formaggio fresco di montagna,

Avviluppato in un tabar francese,

E con una cipolla di Romagna

Viene ammazzare un grillo in bolognese,

Ma un bardocheto che venìa di Spagna

Menò un franguel a tutte le sue spese,

E quivi gionti lor feron consiglio,

Di far bandir la nebbia da Virgilio.


Nato innanti tra questo era un caso

Tra un poetutio e la lira d'Orfeo,

E ne è stato cagion l'orto e l'occaso,

Di dar la fuga a Tirso e Melibeo,

Ma Bacco non vuol acqua nel suo naso,

Per amor della figlia di Peneo,

Qual, per la mala sua complessione,

Prezza le bestie più che le persone.


Sì che si può salvar, tosto si salva

Nanti che giunga un lucerton francese,

Che sotto un capitan tinto di malva

Vien per far con le gatte aspra contesa,

Ma perché la fortuna è troppo in calma,

Mi vo' tirar indietro ad altrui spese,

Intendo voler fare il fatto mio

Chi m'ha inteso bon, però son vostr', a Dio.

Trasmutatione delle dette stanze


Quando le mosche per il mondo andavan

Con le cicale mostrando le tette,

E quando le galline s'ammazzavan,

E che il cervel cascava in fette,

All'hor con furia si levò una rana,

Per mover guerra contro le civette,

E tale fu il rumor e la pazzia,

Che Tabarin s'ascose a l'hostaria.


E Zan Taier gridava “Guerra! Guerra!”

Contra un lavezzo da lasagne cotte,

Ma Gradella e Catul, ch'era in la terra,

Con molta gran prestezza le percotte,

Ed era in tanta furia quella sera

Che non si ricordò di far ballotte,

E se non era un fruttarol di piazza,

Tabarin si moriva in la vernazza.


Nell'apparir del giorno, a gran furore

La massare dell'hoste era levata,

E tese un laccio di molto di vigore,

Per prender quattro lodole e una gatta,

Ma quando il Tabarin sentì il tenore,

Tolse il leuto e fece una sonata,

E poi di fatto comandò a Catullo

Che si dovesse inmascherar da bullo.


Partissi poi d'accordo la mattina

Per andarsi a informar con Zan Piattello

Ma quando fu per mezzo a la berlina

Vide per buona sorte un pollastrello,

Ch'era in contrasto con una gallina,

Per mandargli la testa al capitello,

E il franco Tabarin, veloce e presto,

Prese il pollastro, la gallina e il cesto.


Per questo le ortolane assai rideano

Vedendo Tabarin tanto disposto,

E Gradella e Catul con lui correano

Con appetito di mangiar del rosto,

E tantò camminò perché vedeano

Che gionser sul confin di montin osto,

E Tabarin dimandò al suo gastaldo

Se parecchiato havea niente di caldo.


Intanto Zan Piatel fu qui arrivato,

Ed a sedersi si pose a mano a mano,

Col Cieco da Forlino e 'l Fortunato,

E poi la compagnia del gran toscano,

E Zan Taier, che cava i denti affatto

Venne anco lui, con un casoto in mano,

Ma se non era un can da beccaria

Simon dal sacco la portava via.


Nacque tra questi una confusione,

Hora sentite come essa fu brava,

L'hosto presentò in tavola un castrone,

Il qual per sua grassezza tremolava,

Ma perché Tabarin volea il rognone,

Catul e Zan Gradella brontolava,

Il toscan disse: “Se mangiar lo vuoi,

Bisogna prima far costion con noi.”


Sentendo questo, il franco Tabarino,

Che non havea manopola, né spada,

In piedi si levò da paladino,

E fe' del suo lauto una celada,

Zan Tagier corse, e il Cieco da Forlino

Sol per tenir quella question a bada,

Ma Tabarin, ch'havea del luoco l'uso,

Tolse il rognone, e corse fuor da l'uso.


Lassò il buon Catul e Zan Gradella

Con tutti gli altri a far il pagamento,

Guarda se questa fu polita e bella!

Che Tabarin andava come il vento,

Ma quando fu arrivato in cittadella,

Che si credea di far il mangiamento,

Venne la gatta di mastro Salvestro,

E via portò il rognon senz'il canestro.


Tabarino, magnanimo e cortese,

Era rimasto tutto in confusione,

E con tanto furor la gatta prese

Che al fin per forza gli tolse il rognone,

All'hora, senza far altre contese,

Lo mangiò tutto quanto in un boccone,

Hor, viva Tabarin, in mar e in via,

In piazza sopra il banco e a l'hostaria!


Altro per hora non ho da trattare,

Se non por fine a la novella mia,

E Tabarin magnanimo lasciare

Con Zangradella e l'altra compagnia,

E voi, che sete stati ad ascoltare

Ne rendo gratie a vostra cortesia:

Chi si diletta haver questa mia rasa,

Per un marchetto se la porti a casa.


IL FINE