MASCHERATE

PIACEVOLISSIME

DI GIULIO CESARE

DALLA CROCE


dalle quali pigliandosi l'inventioni, si pos-

sono fare concerti dilettevoli e gra-

tiosi, per passa tempo il

Carnevale.

ALLA MOLTO ILLUSTRE

SIGNORA BEATRICE

Gozzadina Gozzadini.


Solevano gli antichi, quando volevano descrivere la Ingratitudine, pingere una pura e semplice pecorella, lattante un piccolo lupo, nutrendo ed allevando quello con l'istesso amore e affetto ch'essa suol nutrire ed allevare il proprio agnelletto, il qual lupo, cresciuto poi di età, in iscambio di guiderdonare il beneficio ricevuto da sì cara ed amorevole nutrice, non degenerando punto dalla sua fiera e crudel natura, cerca del continuo insanguinarsi i denti, ed empiersi l'ingordo ventre della carne di quella, alla quale esso era tanto tenuto, per haverlo con tanta cura nodrito ed allevato (esempio veramente degno da esser notato da tutti quelli i quali ricevono beneficio da chi si sia, a non scoprirsi lupi fieri e crudeli contra i loro benefattori, ma mostrarsi verso quelli grati riconoscitori delle cortesie e favori ricevuti, se non in fatti, almeno in parole, dando loro chiaro e palese segno d'animo cortese, e non villano od ingrato). Il qual vitio, essendo stato da me sempre lontano, sono andato ogn'hora e sempre vado pensando a cui io sia debitore per cortesie o favori ricevuti, ed hora l'uno, hora l'altro vado riconoscendo con qualche mia piacevole compositione, poiché con altro non posso soddisfargli: onde, conoscendomi tanto obbligato a Vostra Signoria molto illustre, per le molte cortesie e favori da lei ricevuti fuora d'ogni mio merito, le vengo hora appresentare queste mie giocose Mascherate, per picciol segno di gratitudine, dalle quali spero ch'ella sia per cavarne gustevole trattenimento, se non nella sufficienza del verso, almeno per le piacevoli e varie inventioni di esse. Ben so, che alla grandezza de' suoi meriti si converrebbono poemi alti ed eroichi, ma la mia scala, per essere debole, non può poggiar tant'alto quanto sarìa di mestieri, pur nientedimeno confidato nella gentilissima affabilità sua, ho preso animo ed ardire di ciò fare. Accetti dunque Vostra Signoria molto illustre, con allegra fronte il picciol dono quale a lei se ne viene, accompagnato dal sincero e puro animo mio, col quale, baciandole con ogni riverenza le mani, me le dedico perpetuo servitore.

Di Bologna, il dì 5 di gennaro 1604.


Di Vostra Signoria Molto Illustre


Devotissimo servitore



Giulio Cesare dalla Croce.

MASCHERATA

PRIMA

Vedove, che vanno piangendo i loro

mariti morti.


Vedove sconsolate, in bruna veste

Tutte dolenti e meste,

Sospirando d'intorno,

Andiam la notte e 'l giorno,

Pe' nostri fedelissimi mariti

Quai sono (ahi lasse noi) di vita usciti.


Perché, essendo da loro abbandonate,

In assai fresca etate,

Hora proviam ch'importe

Restar senza consorte:

Né creduto havriam mai che patir tanto

Dovesse chi non ha marito a canto.


Però voi, che dal ciel vi vien concesso

D'haver marito appresso,

Donne, fatene conto,

E con animo pronto

Siateli obbedienti a tutte l'hore,

Che perder' il marito è gran dolore.


Fede ne fanno i nostri pianti amari,

Che i nostri, a noi sì cari,

Misere, persi habbiamo,

Ond'oltre che patiamo

Mille disagi, più ci preme e duole

Dormir la notte in letto, fredde e sole.


Mascherata seconda.

Hortolane che portano insalate, frut-

ti e fiori d'ogni sorte.


Hortolane noi siamo,

Ch'a voi donne pregiate

Portiam fresche insalate da nostri horti.


Herbette di più sorti,

Lattuche tenerine,

Endivie molesine e pimpinella.


Spinaci ed herba stella,

Finocchi e petroselli,

Radici, ravanelli e pastinache,


Porri, agli e barbinache,

Dracon, cicorea e psillo,

Salvia, menta, serpillo e maggiorana.


Buglosa e valeriana,

Aspargi e fagiuoli,

Cipolle, citriuoli ed uva spina.


Bettonica e sabina,

Borragine e condrilla,

Melissa, camomilla e matricaria.


Basilico e fragaria,

Bietola e caoli fiori,

Origan pien d'odori e satoregia.


Hissopo, astula regia,

Aneti e scabiosa,

Papaveri, acetosa e chelidonia.


Luppol , ruta e brionia,

Marubbio ed adiano,

Puleggio, zaffarano e sempreviva,


Ancor' in questa riva

Portati habbiam meloni,

Cocomeri, cedroni ed altri frutti,


E perché più construtti

Potiate haver da noi,

Ancor portiamo a voi giacinti e rose


Soavi ed odorose,

E bei margaritini,

Leandri e gelsimini per gli amanti.


Narcisi ed amaranthi

E mille sorte fiori,

Quai spiran grati odori d'ogn'intorno.


Però se farvi adorno

Volete il biondo crine,

O qualche insalatine fresche e belle,


Eccovi le cestelle,

Venite accomodarvi,

E di quelle a pigliarvi a piacer vostro.


Mascherata terza.

Balie di montagna che vanno cercando

bambini da lattare.


Chi ha bambini da lattare?

Gentildonne alme e cortesi,

Noi siam balie buone e rare,

Capitate in sti paesi

Sin da l'alpi pistoiesi,

Per fanciulli ritrovare,

Chi ha bambini da lattare?


Habbiam sì le poppe piene

Che piegar non ci possiamo,

Risguardate qua, che vene,

E che latte fuor stilliamo,

Vi so dir che gli facciamo

Grassi e belli diventare.

Chi ha bambini da lattare?


Fresco e sodo è il nostro latte,

Che poco è che siam levate,

Fuor del parto e ben rifatte,

Non smagrite o astenuate,

Che da noi l'impaiolate

Si fan molto governare.

Chi ha bambini da lattare?


Tanto più, state ad udire,

Fian migliori i nostri latti,

Poiché tutte al partorire

Figli maschi habbiamo fatti,

Che di femmina mal'atti

Son per maschi nutricare,

Chi ha bambini da lattare?


Di ber poco usate siamo,

Come s'usa in quel confino,

Né disordine facciamo,

Che dia danno al bambolino,

Come molte, che pel vino

Gli fan spesso smaniare.

Chi ha bambini da lattare?


Noi ancora siam modeste

Nel mangiar, come nel bere,

E se piangon, siamo preste

A far lor quel ch'è il dovere,

Né potiamo sostenere

Di sentirgli mai gridare.

Chi ha bambini da lattare?


Gli leviamo e gli fasciamo,

E tenghiam le pezze nette,

E quel tanto gli facciamo

Che san far balie perfette,

Né la pappa, né le tette

Gli lasciamo mai mancare.

Chi ha bambini da lattare?


Hor se voi, belle signore,

O se qualche vostra amica

Dar volesse un figlio fuore,

Noi farem simil fatica,

E chi è gravida lo dica,

Che staremo ad aspettare.

Chi ha bambini da lattare?


Quando a voi gli torneremo

Di la su da le montagne,

Grassi e bei li condurremo,

Schietti e san, senza magagne,

E a marron, pere e castagne

Gli faremo trionfare,

Chi ha bambini da lattare?


Del salario non occorre

A parlar, che già sapete

Quel che l'altre soglion torre,

Se mai fuor dati n'havete,

Però, tanto a noi darete

Quanto a l'altre si suol dare.

Chi ha bambini da lattare?


Mascherata quarta.

Todeschi fuggiti da' loro paesi

per sospetto de la guerra.


Got morghen companie,

Nu venir de nostre terre

Per fuzir quel aspre guerre

Che far là per l'Ungarie,

Got morghen companie.


Quand nu zunzer in Italie,

E che guster sto bon vin,

Nu lassar nostr quattrin

Prim zorn a l'hostarie.

Got morghen companie.


Se nu bever col bottaz,

Star aliegr not e zorn,

Trinch vaine và d'intorno

Con tribian e malvasie.

Got morghen companie.


Quattr, cinqu buccal de vaine,

Mai non basta a empir mie panze,

Botte piene n'è bastanze

Da gonfiar budelle mie.

Got morghen companie.


Quand po' nu star aliegr

Canter, rider, baller tant

Lassa pur Zorz galant

Per le strade far pazzie;

Got morghen companie.


Car Frau bell e zentil,

Edelman car e perfett,

Se vu impir nostr fiaschet

Nu tegnir per cortesie,

Got morghen companie.


Horsù nu voler pregar

Che vu empir nostr flascon,

Che nu star bon compagnon

E far brindes morghen frie,

Got morghen companie.


Mascherata quinta.

Donne mal maritate, che vanno

narrando le stranezze usate-

gli da lor mariti.


Oh che pena, oh che dolore,

Oh che affanno habbiamo al core,

Noi meschine sventurate,

Mal maritate.


Habbiam dato in certi humori

Bettolieri e giocatori,

Che i dì intier ci fanno stare

Senza mangiare.


Ci han giocato le collane,

E le vesti e le sottane,

I pendenti con le anelle,

Ahi meschinelle!


Ma di più, le doti anchora

Sono andate in la mal'hora,

Deh, mirate per pietade

Che crudeltade.


Ei sen van, co i loro amici,

A cavarsi i lor capricci,

E se noi pur guardiamo fuori

Oh che rumori.


E mentr'essi co i fiasconi

Bevon vin perfetti e buoni,

Noi beviamo, ahi sorte amara,

De l'acqua chiara.


Quando tornano la sera,

Cotti son di tal maniera,

Che bisogna porli a letto.

Oh che diletto.


Mille sorti di stranezze

Poi ne fanno, e mille asprezze:

Tal ch'ogn'una per tal sorte

Chiama la morte.


Tutto il mobile è finito,

E siam gionte a tal partito

Che 'l star vive habbiamo a nausa

Per tal causa.


Quante volte, oh che gran pena,

Senz'haver' un pan da cena

Con i picciol figli al petto

Siam gite a letto?


Chi vuol dir la sua ragione,

Tosto corrono al bastone,

E ci dan busse infinite

Hor, che ne dite?


Donne, voi che buon gli havete,

Date gratia al ciel, che sete

Più di noi avventurate,

E fortunate.


Ma perché potrian trovarci

Qui per strada a lamentarci

Sarà ben ci andiam con Dio,

Siam vostre. A Dio.


Mascherata sesta.

Fanciulli che menano Amore le-

gato per la città e cantano

le sue frodi.


Ecco quel che 'l biondo Apollo

Per la figlia di Peneo

Erse, e fece il dotto Orfeo

Gir fra l'alme empie e rubelle:

Ecco Amore!


Ecco quel, ch'al fiero Marte

Depor fè l'asta e lo scudo,

E ridursi al dolce ludo

Con la Dea delle procelle:

Ecco Amore!


Ecco quel, che 'l messaggiero

Degli Dei arse per Herse,

E Saturno si coperse

Di giumento anch'ei la pelle:

Ecco Amore!


Ecco quel, ch'al forte Alcide

Lasciar fece il viril uso,

E adoprar la rocca e 'l fuso

Come fan le femminelle:

Ecco Amore!


Ecco quel, che fece Troia

Arder fin ne i fondamenti,

Onde i pianti ed i lamenti

Ne andar già fino a le stelle:

Ecco Amore!


Ecco quel, che tanti savi,

E filosofi e poeti,

Ha tirati a le sue reti,

Com'ogn'hor par si favelle:

Ecco Amore!


Ecco quello, in conclusione,

Che più volte ha posto il mondo

Sottosopra, e tratto al fondo

Monarchie, regni e castelle.

Ecco Amore!


Spennacchiangli dunque l'ali,

Che volar non possa intorno

A far più danno né scorno

Con l'acute sue quadrelle.

Ecco Amore!


Spezziam l'arco e la faretra,

E spuntiangli le saette,

E mettiangli le manette,

Sì ch'a voi il cor non svelle.

Ecco Amore!


Questa fia vendetta giusta,

De l'offese ricevute,

Siate dunque risolute

Di grattargli un po' la pelle.

Ecco Amore!


Non guardate ch'egli stia

Con i lumi lagrimosi,

Che gl'inganni in lui nascosi

Non potrìa pingere Apelle.

Ecco Amore!


L'habbiam preso ch'ei dormiva

In un fresco e verde prato,

A l'habbiamo a voi guidato

Perché ogn'una lo flagelle.

Ecco Amore!


Ma di voi ne paion molte

Che si movono a pietade

Della puerile etade

E le membra tenerelle,

Ecco Amore!


Ma se lo lasciate gire,

E ch'ei torni in libertade,

Farà in voi la crudeltade

Che fa il lupo fra l'agnelle.

Ecco Amore!


Horsù, pur qui vediamo chiaro

Che pietà di lui havete,

E che dentro accese sete

De le calde sue fiammelle.

Ecco Amore!


E però lo torneremo

In quel loco u' l'habbiam tolto,

Onde tosto sia disciolto

Da quest'aspre e rie cordelle.

Ecco Amore!


Ma vi diam questo raccordo:

Che s'ei torna a tormentarvi,

Non vogliate lamentarvi,

Né far pianti né querelle.

Ecco Amore!


Hor'andiamo a dislegarlo,

Che gridar 'Gratia!' si sente,

E le donne finalmente

Di costui son tutte ancelle.

Ecco Amor, oh donne belle!


Mascherata settima.

Le spose contente, che vanno nar-

rando la bontà de' lor mariti.


Noi siam spose contente,

Donne, come vedete,

Ch'andiam vezzosamente

Cantando allegre e liete

Poiché la buona sorte

N'ha dato a tutte quante un buon consorte.


La miglior compagnia

Che donna poss'havere

Gabbiamo, e tuttavia

Ci dan spasso e piacere

Né cosa desiamo

Da lor, che in un momento noi l'habbiamo.


I nostri buon mariti,

Mai non ci dan tormento,

Ma son pronti ed uniti

A darci ogni contento,

E quel ch'aggrada e piace

A noi, ad essi ancor giova e compiace.


Se vogliamo una veste

Di ricchi e bei lavori,

O per ornar le teste

Varie sorti di fiori,

O collana o pendente,

Siamo servite, vista la presente.


Noi le governatrici

Di casa siamo, e noi

Le lor custoditrici,

Né mai prima, né poi

Facciam quel che vogliamo,

Da lor riprese in alcun tempo siamo.


Se volessimo in fatto

Trar via la roba tutta,

Ogni cosa è ben fatto,

Né alcun mai ci ributta,

Mirate che bontade

Donne gentil, dentro i lor petti cade.


Essi poi non han vitio,

Né una brutta creanza,

Né fin qui habbiamo inditio

Ch'ei guidan, com'è usanza,

La nave in altro porto,

Che questo, donne, in vero è un gran conforto.


Però cantando andiamo

In questa e in quella parte,

Che 'l buon tempo c'habbiamo

Tal gioia ne comparte,

E la nostra allegrezza

Provede solo e vien da morbidezza.


Hor ci voglian partire,

Da i vostri aspetti grati,

E tornar' a gioire

Co i nostri sposi amati,

Dove, fin a ch'al ciel piace

Vivremo insieme, con amore e pace.


Mascherata ottava.

La Creanza, legata da' villani e con-

dotta per la città, va facendo

questo lamento.


Ohimè Dio, chi mi soccorre

Da quest' empi e rei villani?

Chi mi vien', ahi lassa, a sciorre

Questi lacci iniqui e strani?

Correte, oh genti,

A' miei lamenti,

E prendete pietà de' miei tormenti.


Son la povera Creanza,

Figlia già de la Modestia,

La qual, priva di baldanza,

patisce hor tanta molestia,

E son spedita,

Morta e finita,

Se man pietosa non mi porge aìta.


Ero gita per diporto

Questi giorni alquanto in villa,

Non pensando al simil torto

Ma per star lieta e tranquilla,

Ma son restata,

Ahimè gabbata

Come vedete, e tutta mal trattata.


Ch'io non fui sì tosto entrata

Fra le mandre e fra gli ovili,

Che da lor fui assaltata

Con zappon, vanghe e badili,

Ed altri ordegni

Vili ed indegni,

Come fan fede i villaneschi sdegni.


Poi fui presa e con le funi

Randellata strettamente,

E per tutti quei comuni

Per spettacol de la gente,

Guidata intorno,

Con beffe e scorno.

Ahi per me crudo e dispietato giorno!


Dopo havermi per villaggi

Strascinata e per le vie,

E usati mille oltraggi,

Mille stratij e villanìe,

Così legata

M'han qui guidata,

Da rustici instromenti circondata.


Ma s'avvien che da gli artigli

Possa uscir di queste reti,

Mai più torno in tai perigli,

Ne habitar vo' fra plebei,

Ne gir più fuori,

Ma fra signori,

Onde n'ho mille pregi e mille honori.


E fra voi, donne gentili,

Vo' tener la mia nobil stanza,

Non fra genti inerme e vili,

Che non san che sia creanza,

Né pur han lume

D'un buon costume,

Send' usi fra le greggi e 'l sucidume.


Horsù, fatemi slegare,

Ch'io vi prego in cortesia

Che con voi voglio restare

Pur che grata io vi sia,

E lor scacciate,

De la cittate,

Né mi lasciate usar tal crudeltate.


Poiché l'alma mia presenza

Dal villan poco si prezza,

Perché ha poca conoscenza

Di virtù, di gentilezza,

Ma i studij suoi

Son capre e buoi,

E s'indiscreti son, mirate voi.


Mascherata nona.

Donne imitatrici di fiori di seta, di

oro, di talco, e di diversi colori.


Chi vuol comprar de' fiori

Di seta e di fin' oro,

D'ogni sorte colori,

Con sì nobil lavoro

Fatti, e con tanta industria e tanta cura,

Che l'arte toglie il pregio a la natura.


Non si pon far più belli,

Sì al fior han del simìle,

Ch'a paragon di quelli

Che suole il vago Aprile

Portar, v'è nulla o poca differenza,

Tanto imitati son per eccellenza.


Venitene a comprare

Donne leggiadre e belle,

E fatevi adornare

A le vostre donzelle

Le crespe chiome, e la dorata trezza,

Ch'assai più gratia havrete, e più bellezza.


Che, sì come talhora

Suol la beltà un bel manto

Crescer, tal voi anchora

Il biondo crine intanto

ornandovi gli amanti tirerete

A mille, a mille a l'amorosa rete.


Mascherata decima.

Soldati che vengono d'Ungaria

svaligiati da i turchi.


Siam soldati svaligiati

Che veniam da l'Ungaria

E siam stati per la via

Da nemici assassinati.

Siam soldati svaligiati.


Con lo scoppio e con la spada

Fatto habbiam molte prodezze,

E pigliato assai fortezze

Di quei turchi rinnegati.

Siam soldati svaligiati.


Presi habbiamo molti lochi

Ch'eran prima de' christiani,

E levati da le mani

Di quei cani arrabbiati.

Siam soldati svaligiati.


Acquistata habbiam Strigonia,

Buda, Pappa, e Ghiavarino,

E levato un gran bottino

D'oro, perle e di ducati.

Siam soldati svaligiati.


Onde ogn'un di noi giocondo

Ritornava a i suoi paesi,

Con danari e buoni arnesi

Ch'in più terre havean buscati.

Siam soldati svaligiati.


Ma siam stati in certi boschi

Assaltati da' ladroni,

Quai con grossi e gran squadroni

N'aspettavano a gli agguati,

Siam soldati svaligiati.


E se ben difesa grande

Habbiam fatto, e mostro i volti,

Sendo pochi ed essi molti

Fummo vinti e superati,

Siam soldati svaligiati.


E n'han tolto, quei crudeli,

Non sol l'arme ed i borselli,

Ma giuppon, scarpe e cappelli,

E del tutto dispogliati.

Siam soldati svaligiati.


E per darci miglior segno

De la lor spietata vita,

N'han poi anche alla partita

Stranamente bastonati,

Siam soldati svaligiati.


Pur siam, dopo assai disagi,

Gionti in questa alma cittade,

U' speriamo, per pietade

Da voi esser' aiutati,

Siam soldati svaligiati.


Non siam furbi, né guidoni,

Né a la fursa andar sogliamo,

Anzi, gran vergogna habbiamo

Ma far ciò siamo forzati,

Siam soldati svaligiati.


Però sol vi si domanda

Tanto bene in questo giorno

Che potiamo far ritorno

Al paese ove siam nati,

Siam soldati svaligiati.


Perché quando sarem gionti

A le patrie nostre poi,

Star potiamo ancora noi

Con gli altr'huomini honorati,

Siam soldati svaligiati.


Horsù, dunque, almi signori,

E voi, dame ornate e belle,

Allargate le scarselle

Che siam mezzo desperati,

Siam soldati svaligiati.


E con pronta e larga mano

Trate fuori giulij e carlini,

Soccorrendo noi meschini

Che siam qui tutti affamati,

Siam soldati svaligiati.


E quel poco che darete,

Pigliarem per caritade,

E a la vostra nobiltade

Restarem sempre obbligati,

Siam soldati svaligiati.


Mascherata undecima.

Le Virtù che vanno cercando la

Cortesia.


S'alcun sa la Cortesia,

D'insegnarla sia contento,

Perché a l'acqua, a l'aria, al vento,

La cerchiam per ogni via,

S'alcun sa la Cortesia.


Son più giorni ch'ella è persa,

Né si sa dove sia gita,

S'ella è morta o seppellita,

O in che loco essa si sia,

S'alcun sa la Cortesia.


Ban sappiam che l'Ignoranza

E la perfid'Avaritia

L'Ocio, il Gioco e la Malitia

L'infestavan tutta via.

S'alcun sa la Cortesia.


E però temiamo molto

Che accordate insieme a un tratto

A la misera habbian fatto

Qualche oltraggio e villania.

S'alcun sa la Cortesia.


Perché pur con la sorella,

Gratitudine chiamata,

Si vedeva alcuna fiata

Camminare in compagnia,

S'alcun sa la Cortesia.


Hor, né questa pur, né quella

Non si vede in alcun loco,

E di lor nulla, né poco

Non habbiam messo né spia,

S'alcun sa la Cortesia.


Onde, tutte le virtudi

Van mancando in ogni lato,

Poi ch'a quelle il mondo ingrato

Par ch'udienza più non dia.

S'alcun sa la Cortesia.


E le scienze tutte quante

Che rendean tanto splendore,

Hoggi meste con dolore

Van languendo per la via,

S'alcun sa la Cortesia.


E ciò vien perché madonna

Parsimonia, in tal strettezza

Posto ha il mondo, e in tale asprezza,

Che sol l'oro ogn'un desìa,

S'alcun sa la Cortesia.


Né più vivon quegli Augusti,

Quei gran Titi, i Mecenati,

O i Traian tanto lodati,

Né gli heroi dell'età pria,

S'alcun sa la Cortesia.


All'hor sì che si potea

Gir' a bere al chiaro fonte

U' sta il padre di Fetonte

Con le muse in compagnia,

S'alcun sa la Cortesia.


All'hor sì che nel suo seggio

La virtù lieta sedea,

E ogni giorno si vedea

Più fiorir la poesia,

S'alcun sa la Cortesia.


All'hor sì potea Marone

E Tibullo, e Giuvenale

E Catullo, e Martiale

Esalar la fantasia,

S'alcun sa la Cortesia.


Ché le genti di quei tempi

Eran forsi men svogliate

Ond'havean più chiare e grate

De le rime l'armonia.

S'alcun sa la Cortesia.


Ed adesso gli poeti

Quasi tutti van tapini

Poi che fin' ai ciabattini

Fan de' versi anatomia,

S'alcun sa la Cortesia.


Ed Apollo già confuso

Nudo al lauro sta legato,

E da Marsia scorticato

Con dolor' e pena ria,

S'alcun sa la Cortesia.


Mida, sciocco ed ignorante,

Con l'orecchie di somaro

Più che mai stretto ed avaro

Lieto siede in signoria,

S'alcun sa la Cortesia.


Bacco e Vener' sono in campo

E spiegato han la bandiera,

E con lor menano in schiera

La Sciocchezza e la Pazzia,

S'alcun sa la Cortesia.


E però le Virtù tutte

Son scacciate in ogni loco,

Che la crapola, col gioco,

Fan biscazza ed hosteria,

S'alcun sa la Cortesia.


Onde, siamo più che certe

Che la nostra guida è morta,

Che di lei non v'è che porta

Nuova o avviso ce ne dia,

S'alcun sa la Cortesia.


Hor torniamo, alme sorelle,

Dolorose al nostro albergo,

Poi ch'ov'ella volge il tergo

Ogni ben par che s'oblìa,

S'alcun sa la Cortesia.


Mascherata duodecima.

Pantaloni innamorati, i quali nar-

rano il loro amore.


Vecchietti innamorai

Nu semo, care fie,

Quai semo qua arrivai

Da vostre signorie,

Per narrarve el brusor

C'havemo drento al cuor.


Al dirè la cason

Del nostro vegnir qua,

E co havè la rason

Sentìa, vu co se fa,

Ne darè la sentenza

Di questa differenza.


Nu amemo caldamente,

Certi visetti d'or,

E brusemo talmente

Nel petto per so amor,

Che semo tutti fuogo

E no trovemo liogo.


Gh' usemo servitute,

Ghe femo sberretate,

E le havemo tegnue

G'ogn'hora appresentae,

E in pè de guiderdon,

Le ne dà di murlon.


E ne dise chilosi,

Balordi ed insensai,

E vecchi catarrosi,

E ne tien strapazzai,

Ce se fossemo al fin

Tanti aseni o fachin.


Nu ghe volemo ben,

Né podemo lassar

L'impresa, e ne sconven

Per forza seguitar,

Se ne crepasse el cuor

Che così vuol' amor.


No podemo magnar,

Vardè se havemo strette,

Chel ne sconven pensar

Sempre a ste mariolette,

E farghe drio el corrier

Tiò tiò, che bel piaser.


Ghe femo, in conclusion,

Tutto quel che se puol,

E ste lare al balcon

De nu spasso se tiol,

E si ne tien fusai,

Meschini amartellai.


E se ben ve paremo

Cusì bianchi e canui,

Per questo se sentemo

In gambe e ben forzui,

Da star' al paragon

Sel vien l'occasion.


E no semo fraschette

Co' s'è sti sbarbatei,

Che sora le berrette

I porta i so zervei,

E ad ogni ventesel

I suol voltar mantel.


Nu semo in una etae

Che no podem fallar,

Più d'instabilitae,

E ghe podemo dar

Conseio de parol,

E aiuto, si le vol.


Mo le s'è sì ostinae

E senza compassion,

Che le sta retirae

Né vuol, in conclusion,

Al dirne a nominar

Vardè vu che bel far.


Donca, fie care e belle,

De' la sentenza vu,

Se in questo le ha tort' elle

O veramente nu,

Elle a starne a soiar,

E nu a volerle amar.


Pensèghe un poco fora,

Vu, c'havè 'l cervel san,

E spendè una mezz'hora

Per nu, perché doman

Tornarem, se 'l ve par,

A udirne sententiar.


Mascherata decimaterza.

Ciechi guidati da amore cantano

i sottoscritti versetti.


Poveri ciechi siamo,

Che 'l lume perso habbiamo,

Sol per voler mirare

Troppo le luci chiare,

Donne gentil, de' vostri raggi ardenti

Ch'acciecan, non ch'abbagliano le genti.


Ahi, che ben troppo arditi

Fussimo, ma invaghiti

Di quell'alma bellezza

Ch'a Febo di chiarezza

Il pregio toglie, fummo tratti a forza

Che contra Amor non val humana forza.


Però, da lui guidati

A i vostri aspetti grati,

Vi chiediam per pietade

Un po' di caritade,

Che miseria maggior non ha l'huom vivo

Che trovarsi di lume in tutto privo.


Moneta non vogliamo,

Né men pan vi chiediamo,

Che del nostro martire

Qualche dolor sentiate, che ciò grato

Ristor sia al nostro miserabil stato.


Mascherata decimaquarta.

Facchini di Valbrembana.


Cinque fachì nu sem,

Cegnut chi lo segnur,

Per si dol bel pais de Valbrambana

Che l'amur ch'a portem

Al voster gran valur,

N'ha trat chi lo si da la nostra tana,

E perquè drè la via

Ol tep e l'hostaria

N'ha tolt tug i quattrì,

A ve volem pregà

Ch'an dè qualche vergot da lavorà,

Perqué nos po' lu vif

Sel no se mangia e bif.

Nu sem po' fort de schena,

Da portà i somi in spalla,

E far' oter servis,

Segond ch'a sem usat ne i nostr pais,

Donca no stè a guardà

Mo' den da guadagnà,

Tat soldi, ch'av preghem, cara brigada,

Che podema tornà a la vallada.


Mascherata decimaquinta.

Gli steccalegni, che vanno cercan-

do da lavorare.


Ch'a zocchi da stellare, oh là, c'ha zocchi?

Noi siamo steccalegni,

Che co i maglij e le biette e le mannare

Vi verremo a stellare.

Però, chi ha legni o groppi

Che disutili sian da por sul foco,

Noi gli farem minuti in tempo poco,

E basta che troviamo

La vena, che col maglio

Gli diamo colpo tal' e così fatto,

Che vi cacciam la bietta al primo tratto.

Verò è che nel mestiero

Son certi steccalegni

C'han le biette stemprate,

Onde son sempre in ponta rivoltate,

Ma quelle c'habbiam noi son di tal tempre

Che dentro al primo colpo entrano sempre.


Mascherata decimasesta.

Scardassini da lana.


Chi ha della lana, oh là, da scardassare?

Noi siamo scardassini,

Ch'andiamo d'ogn'intorno scardassando,

Con le nostre scardasse,

E vi scardasseremo

Le lane, oh donne, e se ben scardassate

Non saran, torneremo a scardassare,

E tanto gli darem con la scardassa,

Che lana non fu mai sì scardassata

Quanto la vostra, e meglio scardassata.


Mascherata decimasettima.

Le ministre di Vvenere, le quali van-

no cercando Amore.


Di Venere serve siamo,

Donne, che 'l figlio suo cercando andiamo,

Qual'è da lei fuggito,

Per venir' habitar' in questo sito,

Onde intendendo come

Ne' bei vostr' occhi e ne l'aurate chiome

Nascosto lo tenente,

Preghiamovi di core

Dàrnel, ch'ella ne sente aspro dolore.

E se pur lo volete

tener presso di voi, donne pregiate,

Di lui non vi fidate,

Né mirate al bel viso,

Né al vago e dolce riso,

Che sotto finta gioia e grati ardori

Accende l'alme ed avvelena i cori.


Mascherata decimaottava.

Gratiani.


Av stranvden sgnur,

A sen, sa n'al savidi, Gratian,

E tut bon duttur

Che con le lonz e con i libr in man

Vlen dichiararv' un passo

Descrit d'Aristotl,

Tamen al fu Platon,

Sovra de chiacchiaron

Scrivand a porc grasso

Gallina e vien di cena,

Dov in sut e per sut i voln ufrir

Cun srè a dir herba grassa,

Un videl in le cest

Ch'al savor non è bon sal non è pest,

Sì ch'io, s'havidij intes,

E perché andar atorn' havè la mira,

Av lassen con la barbona sira.


Mascherata decimanona.

Cuciniere che vanno cercando pa-

drone


Noi siamo cuciniere,

Donne, come ciascuno può vedere,

Quali per cucinare

Non ritroviamo pare,

E sappiam far brodetti,

Intingoli, potaggi e buon guazzetti,

Bonissime crostate,

Allessi, arrosti, e torte delicate,

Saporetti esquisiti,

Ch'aguzzan gli appetiti,

E teniamo forbite

le nostre massaritie,

A tal che come specchi

Lucer facciam le pentole e i piattelli,

Né mai lasciam la salsa su i pistelli,

Però, chi ha di bisogno

Di serve da cucina pigli noi,

Che del salario parleremo poi.


Mascherata vigesima.

Spazzacamini


Oh' ohi, spazzacamì,

Chi vuol oh belle donne, spazzà ol camì?

Nu sem quatter fradei,

Che co' i nos osavei

I lo sem per servif,

Mi me chiam Beltram,

E mi sù Mengolì,

E mi Zampidr, e mi sù Bartolì,

S'havì brutta la fuga,

Laghef intender per que dit e fat,

A montarem de sus a rampegù,

Es ve la spazzerem co' i smozzegù,

Né guardè chei sia grossi,

Che se la canna è stretta,

Spinzerem sus Beltram,

Ol pi' dester de tut,

Chev ghe darà sì fatta recercada

Cha no l'havvisev me' sì ben spazzada.


Mascherata vigesimaprima.

Donne bucatare.


Bucatare noi siamo,

Che di lavar bucate sol viviamo,

E sappiam' smollicare

I panni e poi gettare

Sopr'essi la lessiva,

Dar l'amito e la salda a i drappicelli,

Colari e pannicelli,

Però, donne gentili,

S'avvien che voi habbiate

Di noi bisogno, eccoci leste e pronte

Pur che giusto salario a noi si conte,

Ma ben vi si propone

Che vogliam' di sapone

Un pezzo grosso e duro,

Perché ve n'è di quel che si consuma,

Quando s'ha in mano, e si risolve in schiuma.


Mascherata vigesimaseconda.

I corrieri d'amore.


Donne, corrieri siamo,

Che di Cupido lettere portiamo,

Qual son di tal tenore,

Che chi in sua gioventù non segue Amore

Seguir lo debba poi

Nell'estrema vecchiezza,

Dove danno ne havrà, pena e tristezza,

Però mentr'ei v'invita

In questa fresca etade verde e fiorita,

Non disprezzate i doni

Di tanta alta ventura,

Che 'l tempo passa, e la beltà non dura.


Mascherata vigesimaterza.

Formaggiari.


Del formaggio vendiam, come vedete

A l'habito e a le forme,

E come egli s'informe

Non occor di narrare,

Basta che vi si dica

Ch'ei sia del piacentino,

Del buono e di quel fino,

Di fuori è duro e sodo,

Morbido dentro, e delicato al gusto,

E dà buon bere, e fa l'huomo robusto,

Però venite via

Donne, che 'l saggio ne farete pria,

E se lo gustarete

Come si deve, certi siam che voi

Un pezzo grande ne vorrete poi.


Mascherata vigesimaquarta.

Artigiani falliti, con i loro cappelli verdi

in capo, all'uso di Bologna.


Chi per suo mal governo o per sciagura

Al tristo passo di miseria incorre,

Il cappel verde anch'ei si degni torre,

Che vergogna non è se ciò procura.


E con noi se ne venghi a la sicura,

Quai preparati già siamo per porre

Il piede in barca, e gircene a la Torre

Del fondo, u' va chi qui non ha ventura.


Là starem, fin che la benigna Dea

De' campi torni con suoi ricchi manti

A consolarne come far solea.


Che fuori poi di tante angoscie e pianti

Tutti usciremo, e 'l corno d'Amalthea

Spargerà le sue gratie in tutti i canti.


Mascherata vigesimaquinta.

Le ministre d'amore alle gentildonne.


Dal lucid' oriente

S'è dipartito Amore,

Dov'ha i dominij suoi,

Per venir' habitar, donne, con voi.

Eccolo qui presente,

Che non più in Pafo o in Gnido

Tener vuole il suo nido,

Ma nel lume sereno

De' vostri occhi lucenti e nel bel seno.

Noi sue ministre siamo,

Che l'armi sempre dietro gli portiamo;

Eccovi le catene

L'arco, gli strali, le saette e 'l foco

Con ch'ei consuma i cori a poco a poco.


Mascherata vigesimasesta.

Pentolari.


Pentole, pentolette e pentolini,

Larghi, panciuti, grandi e picciolini,

Venitene a comprare

Su, donne belle, homai che state a fare?

Ch'elle han quella virtude,

Che la carne ch'in esse si rinchiude

Quanto più va bollendo,

Invece di calar, più va crescendo,

E s'alcuna desìa

Di cucinar' in fretta,

Pigli di queste da la bocca stretta,

Che quelle che l'han larga,

Oltre che bollon tardi,

Par ch'anche al maneggiar porghino impacci,

Né mai coperchio v'è che vi s'affacci.


Mascherata vigesimasettima.

Contadini innamorati, cantano il pre-

sente sonetto.


Se ben siam ne le ville e fra gli aratri

Nasciuti, fra le zappe ed i badili,

Nudriti ne le mandre e ne gli ovili,

Per lochi inermi, e boschi inculti ad atri,


Nondimen pur d'Amor ne' gran teatri

Osiamo comparir, donne gentili,

Ch'in noi opra non meno i suoi fucili

Che i fesse già ne gli avi nostri e i patri.


E di qui può vedersi chiaramente,

Ch'Amor può far gentile un cor villano,

E non far di un gentil contrario effetto,


Però se noi andiam soavemente

Cantando, ei n'è cagion che dal sovrano

Suo voler sol dipende il nostro oggetto.


IL FINE