IL MONDO

ALLA ROVERSA


Dove, con una minutissima ricercata sopra le at-

tioni humane si viene a dimostrare in

che stato hoggi sia ridotta

la povera virtù.


Non s'ammiri nissun, se roversato


Il mondo vede, che gli human difetti


Il discorde voler de' nostri petti


Hoggi l'han sottosopra rivoltato.

ALLI MOLTO ILLUSTRI

SIGNORI DELLA NOBILISSIMA

ACCADEMIA DE GLI ARDENTI

DI BOLOGNA

GIULIO CESARE DALLA CROCE


Degno d'eterna memoria, invero, fu il detto di quel savio quando disse la virtù esser ferma possessione dell'huomo, la quale ben che tal'hora ella venghi sbattuta e sfrondata dall'impetuose tempeste della Discortesia, alla fine si scopre un chiaro sole, il quale la ristaura, ritornandola nella sua pristina fecondità. Chiaro e lucido sole adunque posso dir' io con verità che sia la lor nobilissima ACCADEMIA (oh CAVALIERI DEGNI ED ILLUSTRI) meritatamente detta de gli ARDENTI, poscia che con gli ardenti raggi della loro magnanimità hanno posto gratissimo ristoro alla sterilissima possessione del mio basso e debole intelletto, ed inaffiandola con la rugiada della splendidezza loro, hanno dato occasione alla povera Musa mia di cantar per sempre le degne lodi loro. Ed obbligo grandissimo, certo, e render sempre devo gratie al cielo prima, e poi al Reverendo. Signor Don Girolamo Giacobi, musico eccellentissimo e precettor loro nella scienza musicale, essendo stato mezzano, per sua bontà e cortesia, ad introdurmi a prendeer servitù di così illustre e nobil comitiva, la quale, esercitandosi nell'eccelse virtudi, sotto la disciplina del molto Reverendo Signor Giovanni Domenico Lappi, a questa etade per dottrina e per bontà di vita huomo chiarissimo, non può se non riuscire chiara e famosa in ogni sorte di scienza, e parimente ornata d'honestissimi costumi. Per le cause suddette dunque son forzato mostrarle un picciol segno di gratitudine, quale sarà questo mio “Mondo alla roversa”, nel quale con chiari esempi si dimostra quanto siano poco prezzate le virtù al dì d'hoggi da tale e quale, non dissuadendole però, ma esortandole a seguir quale, come strade, le quali conducono l'huomo a perfetto fine, e riverentemente inchinandomi, le bacio l'honorate mani.


Di Bologna, il dì 17 di Giugno 1605


Nomi e cognomi de gl'Illustri Signori che al

presente si trovano nella nobilissima

Accademia de gli Ardenti


S.M. Lodovico Gonzaga

S.C. Cosimo Medici

S.C. Lodovico Trissini

S.C. Franc. Maria Carpegni

S.C. Pietro Carpegni

S.C. Lutio Malvezzi

S.C. Virgilio Malvezzi

S.C. Franc. Agnelli

Sig. Aurelio Guidotti

Sig. Andrea Ghisilardi

Sig. Ruggiero Tritonio

Sig. Gio. Antonio Costa

Sig. Arnoldo Arnoldi

Sig. Gio. Alfonso Berlinghen.

Sig. Alessandro Pfyffer

Sig. Pier Maria Sangiorgi

Sig. Lodovico Sangiorgi

Sig. Clemente Leoni

Sig. Annibale Garzoni

Sig. Franc. Maria Fabretti

Sig. Fulvio Testi

Sig. Alessandro Guidotti

Sig. Tommaso Taschi

Sig. Prospero Taschi




A GL'ISTESSI

SIGNORI ACCADEMICI

ARDENTI


Voi, i cui bei pensier, le voglie ardenti

A le sante virtù fisse tenete,

E che spesso v'andate a trar la sete

Del bel Castalio a i rivi alti e lucenti,


E sollevando al ciel le vostre menti

Al tempio de la gloria il piè volgete,

Onde non sia che i nomi vostri in Lete

Dal cieco oblìo mai sian sommersi o spenti,


Per quel caldo desìo che 'l cor v'accende

E a le scienze vi sprona, ornate e belle,

Ch'ergon gl'huomin da terra e gli fan Divi,


Il foglio ch'io vi porgo, in cui si stende

Il viver rio di questo mondo imbelle

Non sia chi d'accettar si sdegni o schivi.

IL MONDO ALLA

ROVERSA


Ogn'un mi dice, tu sei sì barbuto,

Pallido in faccia, magro e scolorito,

E sempre vai d'un habito vestito,

Pensoso, solo, sconsolato e muto.


Un'Heraclito hormai sei divenuto,

Nel duolo immerso; hor chi ti tien supito

In tal miseria? Che pur sei gradito

In ogni parte ove sei conosciuto?


Io rispondo a ciascun che la stagione

Empia dove noi siamo a ciò mi tira,

E mi da di doler ampia cagione,


Però se 'l miser cor s'ange e sospira,

Vien che corrotte son l'usanze buone,

E ogn'un a l'util suo risguarda e mira


E ciascheduno aspira

Al guadagno, per dritta o torta strada,

E sol' attende a quel che più gli aggrada,


E più nissun non bada

A la virtù, ma ogn'un gli fa contrasto,

Che tutto il mondo è rovinato e guasto.


L'asin cavalca il basto,

Il rio villan ne la città si serra,

E 'l pover cittadin zappa la terra,


La pace da la guerra

E' stata uccisa, e da la crudeltade,

L'amicitia, l'amor e la pietade;


E da la falsitade

La fedeltà vien morta, e da l'inganno

E l'allegrezza estinta da l'affanno,


L'insolenza fa danno

A la modestia, e la discortesia

Scaccia la civiltà per ogni via.


E da la villania

La gentilezza è offesa, e la creanza

E la virtù sta sotto l'ignoranza.


La perfida arroganza

Conculca l'humiltade, e l'avaritia

Accieca e cava gli occhi a la giustitia,


La fraude e la malitia

Spent'hanno la bontà, l'odio e lo sdegno

A la benignitade han tolto il regno.


E con ira e disdegno

Vien morto e lacerato il beneficio

Da l'empia ingratitudine e dal vitio,


Giace estinto il giudicio,

Da l'importunitade e dal furore,

E la vergogna supera l'honore,


Da la viltà il valore

Vien' oscurato e l'obbedienza fugge,

Perché il poco timor le scaccia e strugge.


La riverenza rugge

Vedendosi insidiata dal dispregio,

E l'infamia a la gloria usurpa il pregio.


E 'l suo honorato fregio

Perso ha la pudicitia honesta e pia,

Che spenta vien da la ruffianeria,


Morta da la bugia

Giace la verità tutta stratiata,

E da l'adulation pesta e calcata.


La gioventù sfrenata

L'honestà sprezza, e segue l'adulterio,

La carne, il senso, il mondo e 'l vituperio.


Il biasmo e l'improperio

Supera la patienza e la confonde,

E la ragion dal torto si nasconde,


E più per queste sponde

La liberalità non fa dimora,

Perché l'empia ingordigia la divora;


La pigritia s'honora;

La gola, il sonno e l'otiose piume

Hanno bandito ogni gentil costume.


Il senno il suo bel lume

Ha perso, e la prudenza può più poco,

Che la pazzia gli ha tolto il primo loco.


La vanitade e 'l gioco

L'inertia, vile, e la mormoratione

Spent'hanno affatto la compassione,


E la discretione

Più non si trova in alcun luogo al mondo,

Perché la crudeltà l'ha posta al fondo.


A tal, che 'l mondo immondo

E' tutto guasto, rotto e fracassato,

Per esser malamente governato.


Voltatevi in che lato

Volete, per la dritta o la traversa,

Ogni cosa si regge a la roversa.


La buona usanza è persa,

Com'ho già detto, e vedo il servitore

Voler' esser da più del suo signore,


La serva fa romore

Con la madonna, e spesso sta affettata,

Mentre ch'essa patrona fa bucata;


E ogn'hor fra la brigata

S'ode quel che sa peggio ragionare

Non voler mai finir di cicalare,


E 'l zoppo camminare

Vuol più del dritto, e se gli mostra acerbo,

E più del ricco il povero è superbo.


Ancor non mi riserbo

Di dir ch'assai più brava uno stroppiato

Che non fa un valoroso e buon soldato,


E molto più trincato

E' un fanciul di quattr'anni, e assai più astuto

Che non è un huom d'età vecchio e canuto.


E par vi sia un statuto,

Che tutti quanti quei c'han bel tacere,

D'infamar sempre altrui han gran piacere.


Ancor certe mogliere

Vi son, di s'insatiabile appetito

Ch'esser voglion da più del lor marito,


E s'ei non è assentito,

E che a la prima si lasci squadrare,

Voglion portar le brache e governare;


E gli fanno lavare

Fin' a i piatti, i catini e le scodelle,

E fregar le caldaie e le padelle,


E ancor, se pare a quelle

Che faccino bucata, essi la fanno,

Ed esse a pancia tesa se ne stanno.


E molte, che gli danno

Di buone busse, e i poveri castroni

Stan lì, come bagnati cornacchioni.


E non san che i bastoni

Son la miglior ricetta che s'accatti

Per frenar questi humor bestiali e matti.


Ancor forz'è ch'io gratti

La pancia a la cicala, e andar scoprendo

I vitij, ch'ogni dì vedo e comprendo.


E dir com'io l'intendo,

Per dimostrar con ordine e misura

Quant'hoggi sia corrotta la natura.


Che più semplice e pura

E' una donna di tempo maritata

Che non è una fanciulla scapestrata,


E a una troia foiata

Son fatti mille inchini e sberrettate,

E le donne da ben non son stimate.


Ed hoggi più apprezzate

Son le lingue maligne e vitiose

Che non son le fideli e virtuose.


E tutte queste cose

Procedono che 'l nostro naturale

Ha l'habito d'ogn'un piegato al male,


Né più v'è un huom reale,

Ma ogn'un attende a l'utile e al guadagno,

E beato chi può farla al compagno.


La mosca piglia il ragno,

La lepre il cane, e la formica il tordo,

E tal la carca altrui, che par balordo.


Il nostro senso ingordo

Mai non si satia, e la ricchezza ria

Vorrebbe ogn'hor veder la carestia.


E tal va per la via

Che par Messer Schivoso nella ciera,

Qual poi ha in sen le carte da primiera,


E sta aspettar la sera

Per andar' a giocar a le baccane,

A le bettole, a i chiassi, a le puttane.


Quante persone vane,

Che si fanno conscienza d'un quattrino

E poi rubano la notte un magazzino?


Quanti fan l'indovino

E predicendo van l'altrui venture,

Che conoscer non san le lor sciagure,


Né lor disavventure?

E quanti vanno attorno pitoccando

Che sempre han cento scudi al lor comando?


E quanti passeggiando

Fanno il grande con habiti pomposi,

Che son scritti fra i pover vergognosi?


Quanti fan gli amorosi,

I belli e i profumati con le dame,

Che poi la sera crepan de la fame?


Quante vecchiette infame

A torto collo vanno, e a testa china,

Che poi portano i polli a la vicina?


Quanti sono in rovina

Andati, che non han speso un marchetto,

Per far un beneficio a un poveretto?


E tal fuori dal suo tetto

Fa il bell'humor, e tiene ogn'uno in spasso,

Che in casa sua poi sembra un Satanasso?


Quanti fanno il gradasso

E bravano a credenza tutto il giorno,

Che a l'occasion si caccerìan 'n un forno?


Quanti han bei panni intorno,

Danari e servi, e buon cavalli in stalla,

Che gli starebbe meglio un sacco in spalla?


E s'un di questi falla,

Non v'è chi lo riprenda di niente,

Che la roba fa l'huom parer prudente.


Quanti per accidente

Da la fortuna son fatti felici,

Che ingrossano la vista a i loro amici?


Quanti a quaglie e pernici

Sguazzano a mensa e s'empiono il budello,

Che non credon la fame al poverello?


Quanti sopra il cappello

Portan pennacchi e voglion parteggiare,

Che farìan meglio andare a lavorare?


Quanti vanno a comprare

Da i loro amici, per haver vantaggio,

Che spendon più, ed han più scarso saggio?


Quanti vanno in viaggio,

Pensando che si sguazzi in gli altrui lati,

Che a casa tornan frusti e consumati?


Quanti si fan soldati

Per viver su lo scoppio e su la spada,

Che lassan le reliquie per la strada?


E quanti dicon: “Vada

Il resto”, e san di tutti allegramente,

Che poi si van sbattendo fra la gente?


Quanti cortesemente

Prestano i lor denari a tali e quali,

Che gli son poi nemici capitali?


Quanti huomini bestiali

Senza giuditio alcun, senza ragione

Battono le mogli honeste e buone?


Quanti fan professione

Di rovinar' i figli di famiglia,

Col fargli far de i stocchi e tutta briglia?


E tale altrui consiglia,

Che se fosse suo conto, o fatto espresso,

Non lo farìa, per quanto val se stesso.


Quanti fanno un processo

De' fatti altrui, e sopra li banconi

Menan le gambe, e dan delle canzoni,


Che mentre su i cantoni

Tassano questo e quel di stolto e pazzo,

Ne le lor case altri si dà sollazzo?


Chi 'l taglia catenazzo

Fa con longhi mostacchi e faccia oscura,

Pensando che nel pel stia la bravura,


E mentre si procura

Far treccie, ricci, e transformarsi il viso,

Move per tal pazzie le genti a riso?


Quanti fanno il narciso

Che son pieni di cauteri e fontanelle,

E ammorban di pedane e san d'ascelle?


Quanti portan la pelle

D'agnello, e quando vengon maneggiati

Si scopron tanti lupi arrabbiati?


Quanti sono ingannati

Da certe dolci e belle paroline,

Sotto cui stan nascoste opre volpine?


Quanti aspettano al fine

A soccorrere un povero ammalato,

E quand'ei non ha più spirto né fiato?


Quanti, che mai errato

Non han, vengon puniti? Quanti ladri

Sguazzan giocondamente a gli altrui quadri?


Quanti poveri padri

Prodotto hanno di figli una canaglia,

Che da lor mai non han quant'è una maglia?


Quanti vedon la paglia

Nell'occhio altrui, e gli par duro e grave,

Che ne' lor propri non vedon' il trave?


Quanti sotto la chiave

Tengon, né voglion dare il loro argento,

Se non ne cavan venti e più per cento?


Quanti per testamento

Lassan la roba a certi squaquaroni

Che poi tiran coreggie da poltroni


Privando spesso i buoni?

Onde i figli, i nipoti e le sorelle

Van poi tapini in queste parti e in quelle?


Quante fan le donzelle,

Le savie, le modeste, e le schivose,

Che pria chiamate son madri che spose?


E quante stomacose

Si scortican con lisci e con belletti,

C'han due spanne di cricca su i garretti?


Quanti caca zibetti

Fan l'amor di secreto, ch'in palese

Gli mangia poi il naso il mal francese?


Ed altri fa il cortese,

E il liberale con la roba altrui,

Che nol farìa, s'appartenesse a lui.


V'è ancor tal huomo a cui

Meglio fiorisce in bocca una bugia

Che mai parola dir che vera sia.


Quanti per mala via

Van, con le vesti lor fruste e stracciate,

Che son falliti per le sicurtate?


Quante mal maritate

S'odon rammaricar, quanti mariti

D'haver mai preso moglie son pentiti?


Quanti fan de' partiti

A questo e quello, e danno moglie a tale

Che sarìa meglio trarle in un canale?


Perché con tale e quale

Credon far parentado ed amicitia,

E fanno una perpetua inimicitia.


Quanti per avaritia

Portan più tosto i panni rotti indosso,

Che cavarsi di borsa un mezzo grosso?


E l'han tanto nell'osso,

Che quel ch'a i servi lor dovrìan donare,

Fin che pezzo ve n'è voglion portare,


E si fan rappezzare

Cento volte i giupponi e le calzette,

Roversar li cappelli e le berrette.


E se qualch'un le smette,

Che non sian troppo fruste o troppo rotte,

Ne cavano pantofole per la notte.


Queste non son carotte,

Ch'io vedo tal berretta, alcuna fiata,

Che dieci volte è stata rivoltata.


Oh, roba mal' usata,

Quante genti per te vanno in disperso,

Per seguirti pe'l dritto e pe'l traverso?


Il gallo fa un bel verso

Mentre fra le galline sta cantando,

Ma col pie' sempre indietro va raspando,


Così lo va imitando

L'amico finto, che bugie ti vende

Largo promette, e poi nulla t'attende.


Oh, quanti fan faccende

Con il cervello e con la fantasia,

Ch'in fatti poi non san trovar la via?


Quanti fan mercantia

Delle lor mogli e delle lor figliuole,

Lasciandone la cura a chi la vuole?


Quanti ti dan parole

E mentre tu gli attendi e che gli credi

Ti levano la borsa e non t'avvedi?


E quanti ganimedi,

Con que' suo bei collar' fatti a cannoni

Con l'amito, la falda e bei cresponi


Van facendo i pavoni

Portando il collo intiero a più non posso,

Che Dio sa poi s'hanno camicia indosso?


Quanti fanno all'ingrosso

Sguazzar le lor sgualdrine e le ruffiane,

Ed alle mogli mai non portan pane?


Quanti fan feste al cane,

Per amor del padrone, e dan covelle,

Che senza quel gli leverìan la pelle?


E quante artigianelle

Han quattro soldi in dote ed una cotta

Non crederiano alla regina Isotta?


E tal ti dà una botta

In testa, e tosto nasconde il coltello,

Che ti fa de l'amico e del fratello;


Chi ti fa bello bello,

E ride in bocca e par che t'accarezzi,

Che vorrebbe vederti in mille pezzi?


Altri par che ti prezzi

E ti lodi in presenza della gente,

Che poi dopo di te dice altrimente.


Altri ti fa il parente,

S'hai della roba, ma se sei mendico

Non ti conosce e non t'ha per amco.


Ma perché m'affatico

A voler dimostrar quel che si vede

S'ancora n'è di più che non si crede?


Basta ch'io facci fede

Che 'l mondo è guasto, e ch'ogn'un vuol' oprare

Al contrario di quel ch'ei dovrìa fare.


Però, s'io sto a penare

E s'ho d'ogni piacer perso la scrima,

Vien che 'l mondo non è com'era prima.


Perché più non si stima

Virtù, ma sol (ahi, che di duol' io scoppio)

Chi simula, chi finge e chi và doppio.


IL FINE