LA

NOBILTA'

E TROFEI

DELL'ASINO


Opera dilettevole e curiosa,


data in luce da Giulio Cesare Croce


Dedicata all'altezza della Torre degli

Asinelli di Bologna

I gesti io canto e li trofei diversi

De l'asino, li nomi e lo valore,

Con disonori e mal purgati versi;


Materia grave, oggetto da scrittore,

A coturni versati in poesia,

E rilevato ingegno d'oratore.


Tal che contargli ancora un dì potrìa

Sopra l'alto Parnaso in Elicona

La citara d'Apollo, non la mia.


E se lo nome de l'oggetto intuona

Cosa vile a la plebe, rozza e sciocca,

A gli togati per contrario suona.


A voi dunque conviene aprir la bocca,

Alme ben nate e colme di sapere,

Difendetelo voi, perché a voi tocca.


Le prove ch'io farò sian prove vere,

L'autoritàdi ferme e rilevanti,

E le ragioni autentiche e sincere.


E dirò con esempi tali e tanti,

De gli somari la prosapia antica,

E quanto siano gli alti suoi pregi spanti.


Musa, ti prego, ch'a miei versi amica

Tu sii, Polinnia, Euterpe e l'altre suore,

Tal che a bastanza il mio concetto dica.


Ricorro a te, oh del Pieiro choro

Prencipe e padre, Apollo mio verace,

Dio di quanti poeti al mondo foro.


Concedimi favore, e fammi audace

A tanta impresa, e fa che volontiera

Ogn'ingegno m'intenda alto e sagace.


Non dirò cose vane, o di chimera,

Ma notande, stupende ed immortali,

De l'asinello mio, detto somiera.


Se lo cavallo pegaseo de l'ali

Si vanta, e tiene glorioso e degno,

Quanto, somaro mio, tanti più vali?


L'asino d'oro è giunto a certo segno,

Che tutti gli quadrupedi trapassa,

Come chi di natura è assai benegno.


L'asino d'ecellenza ogn'altro passa

Animale, e più lode ha ch'io non dico,

Onde di gloria ogn'altro priva e cassa.


L'asino è tanto di patienza amico

Ch'è specchio contra la tempesta e l'ira,

Atto al travaglio, e de l'otio nimico.


Chi la sua vita ben contempla e mira

Lo trova tutto d'eccellenza adorno,

Perché le cose a dritto senso tira.


Stenta di notte l'asino, ed il giorno,

Morale esempio di virtude a l'homo,

Ed a' poltroni vituperio e scorno.


L'asino è bel di vista, e se è domo

Cammina a passi lenti, saldo e piano,

Ed è ricchezza di ogni pover'huomo.


L'asino è tutto affabile ed humano,

Honore de' quadrupedi e corona,

Che gesti mai non fece da villano.


Animale non v'è di mente buona

Com'esso, e c'habbia più discretione,

E nato per servir' ogni persona.


E' senza fiele, e senza passione,

Semplice, puro, amabile e sincero,

Amplo ricetto, e nido d'opre buone.


L'asino eletto giudice severo

Fu già del cucco e de lo rosignuolo,

E saggio fe' giudicio vero.


Suona lo nome suo di polo in polo,

E celebrato d'huomini e da Dei,

E và senz'ali discorrendo a volo.


Fu grato un tempo a satrapi e giudei,

A prencipi ed a re giubilo e festa,

E spasso, si può dir, de' semidei.


Non c'è grand'huomo il quale non gli allesta

Sella, e l'adorni di freno e valdrappa,

Per gir per la cittade o a la foresta.


E senza tema ch'ei si sferri o scappa

Lo cavalca per spasso e per diletto,

Né camminando mai col piede incappa.


L'asino negro, di vivace aspetto,

C'ha orecchie longhe, e ben proportionato,

Merita più de gli altri assai rispetto.


E' nimico di spesa e d'apparato,

Ed ogni loco piccolo gli basta,

Come animal fra gli altri ben creato.


Poco si cura se non gusta o attasta

Tetti regali, quanto la persona

Del mulo o del cavallo, a gran catasta,


E quando sopra le sue coste intuona

Qualche legnata, patientemente

Cala la schiena, e trotta e va a la buona.


E con tai gesti ei se ne va, humilmente,

E mostra quanto è forte e pien di vaglia

Né mai a far vendetta si risente.


Soffre le pontature e tace e caglia,

Con gli occhi bassi, e volta il viso a terra,

E vive d'orzo, di fieno e di paglia.


E quando è necessario ara la terra,

E 'l sacco pien di gran porta al molino,

Né per la gran fatica mai s'atterra.


Resiste a ogni travaglio, e per cammino

E' sempre, né si cura posar mai,

E su la gamba va da paladino.


Tienilo caro, tu, ch'un asin hai

A gli comandi e a gli servici tuoi,

Poiché ti costa poco, e serve assai.


Come gli altri animali è antico poi,

Che tutti furo in un istesso giorno

Creati al mondo, se saper lo vuoi,


L'asino dunque va di lungo attorno

Apprezzato da i minimi e i maggiori

Come animale d'ogni gratia adorno.


Non è nel mondo prencipi o signori

Che l'asino non habbia in riverenza,

Ed è lodato da tutti i scrittori,


Concorre lo somaro a competenza

D'esser' atto in battaglia e far gran prove,

Con lo raggiare solo, e la presenza.


Ecco a la guerra in Flegra contra Giove

Sbarattò gli giganti, e mise a sacco

L'esercito, né ciò son cose nuove,


Quando sotto Vulcano e sotto Bacco

Oprava ogni sua forza, e 'l gran valore

Non si mostrando mai debile o stracco.


Scrive Plutarco, historico d'honore,

Che fu da un calcio d'asino ammazzato

Un leon fiero, con pena e dolore.


Con un osso Sanson tre' morti al prato

Tre o quattro mila de gli suoi nimici,

Che d'asin era, morto in un fossato.


Svetonio e Plinio, di lui veri amici,

Scrivon che la moglier del gran Nerone

Pompea, di schiatti pur d'imperatrici,


Di somari e somare havea un squadrone

Di cinquecento, ond'essa con tai latti

Si facea bella ad ogni paragone.


Di maraviglia son gl'illustri fatti

De st'animale degno di memoria,

A gli accenti, a li modi, a l'opre, a gli atti.


De le sue lodi è già piena ogn'historia,

E di lui ci sarebbe larghi campi

Da scrivere i suoi vanti e la sua gloria.


E gli romani, risplendenti lampi

In guerra, havìano a fausto ed a decoro

Gli asini, tutto foco e tutti vampi.


In ogni etade gli somari foro

Ornamento d'illustri antichi eroi,

Massimamente ne l'età de l'oro.


Questo sol basta gli alti merti suoi,

Scriver' a ogni alto ed elevato ingegno

Acciò sia sublimato ogn'hor fra noi.


L'asino è appoggio nobile e sostegno

Di quella casa dove fa ricetto,

Ed è apprezzato in qual si voglia regno.


Esso è nel campo da' soldati eletto

Per porre in ordinanza la battaglia,

E porge ardire al militante petto.


Adunque quanto possa e quanto vaglia

L'esercito lo mostra a la rassegna,

Che spianar l'alte torri e ogni muraglia.


Si gloria Malta, l'Arcadia e Sardegna

Pianosa e Formentera, e ricca d'asini

E la Marca per lor si chiama degna.


Terra non v'è che non vi sian de gli asini,

E dove non ne son, non si può peggio

Star, e a gli huomini tocca a far poi gli asini.


Ecco quel gran filosofo Apuleggio

D'huom ch'era, si cangia in asin d'oro,

Perch'esso è un animal alto ed egregio.


Gli asini buoni in ogni etade sono,

Sussidio in vita, e dopo morte ancora,

A chi non cerca o brama altro tesoro.


Fu di gran stima un tempo e ancor s'honora,

Che 'l latte e l'unghia, chi ben nota a pieno,

Han gran virtude, e voglio dirlo hor' hora,


E' contro la podagra ed il veleno

Polverizzata e bevuta d'alcuno,

E di ciò Plinio ha scritto un foglio pieno.


E 'l fegato di lui, quando a digiuno

Si mangia, è gran rimedio al mal caduco,

Antidoto supremo ed opportuno.


Ma mentre qui le sue virtudi adduco,

Io m'atterrisco, e mi confondo, come

Chi poco cerca e trova roba e suco.


Il latte di smiera mille Rome

Val, perché giova, come Plinio scrive,

A la dissenteria, che tal' è il nome


Di quel mal ch'ei guarisce, e torna vive

Le forze a l'huomo indebolito, e 'l latte

Fa le guancie leggiadre, bianche e dive.


Il latte, misto con l'ugna disfatte

E ben polverizzate, sana gli occhi

Cioè quel mal nomato cataratte.


Senza oprar' acqua rosa o di finocchi,

Li segreti de l'ugna torno, e dico

Che sono rari, e non li sanno i sciocchi.


E perché l'huomo è a lo somaro amico,

Non mangia la sua carne per pietade,

E per mostrargli che non gli è nimico.


Ma essendo in qualche estrema povertate,

Ovvero in guerra, il mangia chi n 'ha pane,

Che non ha legge la necessitate,


All'hor si perde lo rispetto, e vane

Sono le leggi, e la carne in Sorìa

Mangian di gatto, d'asino e di cane.


Fu in Palestina una tal carestia

Ch'ottocento reali un'huomo offerse

A chi la testa d'un somaro havìa.


Scrive Plutarco al tempo d'Artaserse

Ch'un'altra si vende' dramme sessanta,

Tanto di fame eran sue genti immerse.


Chi è colui dunque, che di lui non canta,

E celebra epitaffi e statue d'oro,

Poscia ch'ei tiene in sè gratia cotanta?


Tu merti, asinel mio, mio car tesoro,

Teatri, archi, colossi, bronzi e marmi,

Dal Borea a l'Ostro, e dal mar Indo al Moro.


Se non son tali i miei rozzi carmi,

Qual son gli merti tuoi, né così gravi

Ti prego fratel mio voler scusarmi.


Sono le carni tue dolci e soavi,

E l'usano i fiammenghi a' lor banchetti,

E in pregio furo a' lor avi e bisavi.


Per tutto hai loco, e par ch'a ogn'un diletti

E la presenza tua letitia apporta,

A gli ricchi ugualmente e a i poveretti.


Adunque la tua carne viva e morta

E' grata ad ogni sorte di persone,

Perché d'ogni virtù sei guida e scorta.


Scrive Lucano, Seneca e Strabone

C'hai dato nome a cittadi e castelli,

In varie parti, in varie regione.


L'alta e famosa tor de gli Asinelli

Dal tuo nome fu eretta tanto in alto

Qual pira, degna pe' tuoi membri belli.


E Plauto, il qual per la sua scienza esalto,

L'Asinaria per te fece e compose,

Per darti fama in questo basso smalto.


Plinio scrive di te mirabil cose,

E Iginio dice che fra tutti gli astri

Lucido splendi u' Giove già ti pose.


E non pensando a i passati disastri

C'havevi carreggiando, Fico e Pira,

Non hai uopo più d'unti né d'impiastri.


E mentre Febo attorno il Carro gira,

E lo splendor comparte in questa sfera,

Tu stai giocondo, né più il dolor t'aggira.


Tu non vai più con l'altre bestie in schiera,

Cacciato innanzi a furia di bastone,

E tormentato da mattina e sera,


Ed io, scontento e misero patrone,

Morto che fusti, ahimè, brugiai la paglia

E 'l basto che portavi a ogni stagione.


E s'io non porto corotto o gramaglia,

E' l'affronto e di vergogna mi ritiro,

Ma quando sento un asino che raglia

Abbasso il viso a terra e poi sospiro.


IL FINE