LE NOZZE

DI M. TRIVELLO

FORANTI

E DI MADONNA LESINE

DE GLI APPUNTATI


Commedia

TACCONCELLO

SPAGHETTI

Fa il prologo


Sottilissimi, tiratissimi e plusquam aggrassatissimi signori, gli apparati che qui d'intorno vedete sono fatti per rappresentarvi una nuova e non più udita commedia, alla quale, se voi starete con quella attentione che merita un soggetto così nobile, udirete, vedrete ed intenderete cose che non solo vi daranno grato trattenimento a l'orecchio, ma vi saranno di giovamento ancora e di utile insieme, atteso che la detta commedia rappresentarà un vivere più tosto regolato che altramente, dove da essa l'huomo potrà imparare il modo di conservare le sue facoltà, e più tosto accrescerle che sminuirle, essendo questo lo sposalitio di madonna Lesine, mantenitrice e conservatrice di tutte le ricchezze, come giornalmente si vede essere in casa di coloro che seguono le vestigie di così gran signora, e che osservano inviolabilmente i suoi buoni e giovevoli precetti; da i quali colui che da essi si discosta vive povero e mendico, né mai si trova havere un soldo al suo comando, e conviene sempre essere soggetto ad altrui; ed andare, può dirsi, mendicando il pane, perché in somma chi non è lesinante non può far roba, e chi non ha roba, non ha parenti né amici, e va per le strade ramengo, che non vi è pure un cane che lo guardi; dove alla fine se ne muore miserabilmente. Qui dunque non si parlerà di crapolare, né di far lauti banchetti, né sontuosi conviti, né meno d'introdurre in campo illustri e valorosi campioni a far superbe giostre, bagordi o tornei, che scomodano le borse in comparire con superbe livree, e varie inventioni in campo, le quali, oltre che portano superflue ed insopportabili spese, bene spesso si dà da ridere alla brigata. Però qui si udirà solo parlare di regolare la sua casa, di conservare la roba, di tener stretto il suo, ed haver sempre in mano di quel d'altri, se sia possibile. E se qui non si vedono apparati superbi, né scene pompose, ciò viene perché i capitoli nostri non consentono che si faccia spese superflue, che nello spasso d'una sera non si deve spender tanto che si stenti poi un anno di lungo; e però l'apparato, la scena e i personaggi rappresentaranno tutti un'istessa livrea, state dunque attenti e fate silentio, che hor'hora si darà principio.

Personaggi dell'opera


Messere Agocchion de gl'Appuntati, padre della sposa

Madonna Tenaglia Strengiforte, madre della sposa

Messer Trivello Foranti e

Madonna Lesina Appuntata, sposi

Messer Pontiruolo, scalco

Messer Vantaggio, cuoco

Messer Stiracchiato, orefice

Messer Tiratutto Grattatosto e

Messer Spiloncion Brancatio, parenti ed altri

Tre ambasciatori: Mantellaccio, Scapigliati e Macinati

Fortuna

Ricchezza

Fama

Virtù

Rampino servo

Uncinello paggio della sposa

Scarpellino ballarino

Stringarotta serva

Griffagno bagatellisero

Messer Martino orbo

Il consumato Lesinante sforzato

Tacconcello Spaghetti fa il prologo

ATTO PRIMO


SCENA PRIMA


Rampino, servo di madonna Lesina e Messer Tiratutto Graffatosto.


RAMPINO

Oh, che festa grande, oh che allegrezza è hoggi in questa casa, oh quanto si ha da stare su gli spassi e su i piaceri, poiché la mia padrona è fatta la sposa; oh quanto contento n'hanno d'haver tutti i parenti del mio padrone, e gl'amici insieme, quando sentiranno questa buona nuova. Io voglio andarlo a dir' a tutti, perch'io so che buscherò la buona mano. Ma ecco qua Messer Tiratutto, amico grande del mio padrone, il qual credo non sappi nulla di questo, e però le voglio dar la nuova, ma non così tosto, voglio prima salutarlo. A Dio Messer Tiratutto.


M.TIRATUTTO

A Dio, Rampino galante, dove si va così in fretta? Tu mi pari molto allegro, hai tu qualche buona nuova?


RAMPINO

Cancaro s'io l'ho buona, sì e di che sorte!


M.TIRATUTTO

Feramti, di gratia, e fa me ancora partecipe di queste tue allegreze.


RAMPINO

Io non mi posso fermare, perdonatemi, perché fa di bisogno ch'io vada a far' un servigio d'importanza per il mio padrone.


M.TIRATUTTO

Fermati, ch'io ti prometto, se tu mi dì, che buona nuova è questa, io ti voglio prestare un osso di susino da tenere in bocca per cavar la sete (con patto, però, che me lo rendi), che mi pare che tu habbi molto secca la lingua.


RAMPINO

Guarda che stracavata è questa. Horsù, io non mi voglio scomodare, a Dio.


M.TIRATUTTO

Vien qui, toh, piglialo e mettitelo un poco in bocca e vedrai l'effetto che ti farà; avvertendo bene a non lo ammaccare, perché io me ne servo ogni giorno, egli è di tanta virtù che, mettendomelo in bocca su l'hora del desinare me la passo così, ruminandolo per fino alla sera, e talhora addormentandomi con esso in bocca, avanzo bene spesso la cena.


RAMPINO

Buona notte, son vostro. Oh che gentil lesinante, e che cosa gli potete voi cavar di dentro?


M.TIRATUTTO

Sentilo un poco, po' far il mondo, piglialo e mettilo in bocca. Oh, tu sei molto ostinato.


RAMPINO

Io lo piglio per farvi piacere, ma non già perché io creda ch'esso mi dia gusto nessuno, e per la prima ei mi par molto duro.


M.TIRATUTTO

Tienilo così un pochetto, e vedrai quanto ti gioverà.


RAMPINO

A fè, ch'ei mi piace così a menarmelo per bocca, e par che mi dia non so che di sostanza, e non ho più tanta sete com'io haveo. In somma, voi havete trovato una bella inventione per sparagnare il vino, horsù, pigliate, gran mercè a voi, io vi darò poi la nuova un'altra volta, come più v'incontro.


M.TIRATUTTO

Eh, dammela adesso, fraschetta, e non me la far bramare tanto.


RAMPINO

Horsù, io non voglio più tenervi su la stanga. Voi dovete sapere che la mia padrona è fatta la sposa.


M.TIRATUTTO

Diavol ti voglia!


RAMPINO

Mo diavol vi porti!


M.TIRATUTTO

Di gratia, dimmi la verità, caro Rampino.


RAMPINO

Se nol volete credere, lassate stare, a me poco importa.


M.TIRATUTTO

E in chi l'ha maritata?


RAMPINO

In Messer Trivello Foranti


M.TIRATUTTO

Eh, va' via, canchero ti mangi!


RAMPINO

Mo andate via voi, canchero vi scanni! Perché? Non vi par questo un nobil parentado?


M.TIRATUTTO

Sì, a fè, ma chi ha guidato questo negotio?


RAMPINO

Messer Taccagnin Grifagno, e s'hanno a fare nozze stupendissime. Orsù, volete voi altro da me?


M.TIRATUTTO

Non altro, se non che domani, se ti farà comodo, t'invito a casa mia a nasare un pomo cotogno, ch'io tengo su la cornice del camino, qual rende un odore tanto mirabile che si sente per tutta la casa.


RAMPINO

Gran mercè a voi, non voglio darvi tanta spesa in una volta, voi sete troppo liberale, a Dio, son tutto vostro dalle suola delle scarpe in giù; oh che strusciare di roba, guardatevi da questi disordini, del certo in poco tempo voi andarete a male. Horsù, mi raccomando.


M.TIRATUTTO

Va' in pace. Oh quanto mi piace che si sia fatto parentato fra queste due famiglie tanto honorate. Horsù, io voglio andare a farmi dare un poco di tinta alla barretta ed alle scarpe, acciò che l'uno e l'altro paia nuovo, se a sorte io andassi a nozze come spero andarvi, perché tanto faranno, né più né meno, e non starò a fare altra spesa per adesso, e poi siamo in un tempo ch'ella non si guarda più così in sottile, basta sapere che l'huomo habbia il modo a spendere, se bene poi non spende non importa. Io non voglio più trattenermi qua, ma quanto prima voglio andare un poco a rappattumarmi.


SCENA SECONDA


Madonna Parsimonia, dispensiera, e Messer Pontiruolo, scalco.


MADONNA PARSIMONIA

Horsù, messer Pontiruolo, che habbiamo noi da fare circa il farci honore in questa occasione?


MESSER PONTIRUOLO

Bisogna de primis trovar mastro Vantaggio cuoco, e domandargli, ovvero farsi dare la lista di tutto quello che bisogna comprare per la cucina, ed io quanto prima anderò alla piazza a pigliare quello che fa di bisogno. Voi, intanto ch'io lo vado a cercare, ponete all'ordine la dispensa, e fate che le tovaglie, i mantili ed i tovaglioli con le salviette siano preparate, perché mi pare che Messer Agocchione vogli spuntarsi del tutto a questa volta, e farsi un vituperoso honore.


MADONNA PARSIMONIA

Io non mancherò dal canto mio di fare quel tanto ch'è mio ufficio, e sapete, io tengo nelle casse le più belle tovaglie che si possano vedere, e tutte son nuove, se ben è tempo assai ch'esse sono in casa, perché sempre habbiamo posto in tavola di quelle da cucina, e spesse volte ancora mangiato sopra uno scanno con un burazzo solo, ed ancora tal volta ci siamo apparecchiato in mano, sì ch'io voglio dire che non s'è frusto né logorato niente (mercè mia), e tutti i nostri mobili sono così.


MESSER PONTIRUOLO

Io so, che sete diligentissima in questa professione, e che se stesse a voi non si adoparerebbe manco faccioletti da moccare il naso, non che le tovaglie per uso del mangiare.


MADONNA PARSIMONIA

Quante volte ho bisognato che M. Agocchione, mio padrone, si netti il naso alle maniche del saio? E quante volte gl'ho fatto portare una camicia tre settimane? E quante volte ho fatto levar' i servitori e la famiglia in anzi giorno, perché non stiano tanto in letto a frustare i lenzuoli? Ed altre simili cose ho fatto, che sarìa il superfluo il raccontarle, basta, si può dire, che dove io sono vi sia la regola istessa.


MESSER PONTIRUOLO

Orsù, in buon'hora sia, restate, ch'io vado a vedere s'io trovo il cuoco, e concluderemo il negotio, perché non bisogna dormire.


MADONNA PARSIMONIA

Andate pur via, che ancor'io andarò a preparar quello che fa bisogno, sì che come sarete tornato, sarà all'ordine ogni cosa, che non vi mancherà nulla. Orsù, io mi voglio ritirare in casa, e fare quel tanto che occore. Oh, quanta consolazione mi sento al cuore di questo maritaggio, perché in vero questa giovane oggi vien stimata da tutti, e per tutto il mondo s'è già divolgata la fama delle sue virtuose qualità; onde fino a i signori principali hanno procacciato d'havere il suo ritratto in casa, e si perdono talmente nel contemplarlo, che bene spesso si scordano di dar le paghe a' loro servitori, e ciò non viene se non che dove risuona il nome di questa gran donna, v'entra una certa riverenza che fa ritirare tutti gli huomini da ogni disordine, e regolar la vita e la casa insieme: si schivano di molti scandali, a seguitar i suoi costumi. Horsù, io non voglio più trattenermi qui, perché pare ch'io veda venir gente di qua; io voglio entrar in casa prima ch'essi mi vedano.


SCENA TERZA

La Fortuna, la Ricchezza, la Fama e la Virtù.


FORTUNA

Orsù, sorelle mie care, bisogna che noi ci poniamo in via per andare ad honorare questo nobilissimo connubio, perché un altro tale non s'è contratto fino ad hora. Tu, Ricchezza, sai in quanta altezza t'ha posto costei, che s'ella non si fusse adoperata per farti grande, tu saresti più giù che non sono i fondi de' pozzi, perché dov'è arrivata la punta di M. Lesine, è abbondato sempre la ricchezza e la divitia, sì che tu gli sei obbligata in perpetuo, havendoti ella, col suo lesinante procedere, procacciato honori, titoli, gradi e privilegi, come giornalmente di vede che tu possedi.


RICCHEZZA

Veramente, Fortuna, io mi chiamo debitrice di Sua Eccellenza Illustrissima, perché s'ella non m'havesse dato la norma del suo regolato vivere, io andarei hoggidì tapina pel mondo, e non mi troverei pure un bagattino. Per lei ho sempre pieni i granari di formento, le cantine di vino, gli scrigni di ducati, gl'armarij di vestimenti, e non mi mancano possessioni, ville, palazzi e giardini, e tutto quello insomma ch'io so e posso desiderare, perché s'io mi lasciavo guidare a M. Crapola, ed a M. Disordine, io non sarei più nominata al mondo, ma da poi ch'io tolsi M. Utile per fattore, e M. Strettezza per dispensiera, son sempre andata crescendo di grado, e di conditione, anzi, pur son venuta a tal grandezza, ch'ogn'huomo mi s'inchina, come a dea terrestre, per tanto io gli voglio donare questa ricca corona, perché tale è il suo merito e suo valore, ch'ella è degna d'esser honorata come regina in Terra.


FORTUNA

Tu farai quanto comporta il debito tuo, ed io la voglio porre in supremo grado di felicità, con far sì ch'ella sia sempre superiore ad ogni gente, e di più: che coloro che non l'honoreranno come si conviene, siano condannati a finir sua vita in casa di M.Miseria, e questi tali habbino sempre M.Povertà a i fianchi, e menino del continuo una vita affannata e dolente. E tu, Fama, dà fiato alla tua dorata tromba, facendo sentire in ogni parte il suono di tante allegrezze, sì che il mondo sappi che la Sig. Lesine è fatta sposa, e che la Fortuna e la Ricchezza hoggi la creano regina: una col dargli lo scettro della nobiltà, e l'altra la corona delle ricchezze. Non mancare adunque di far quel tanto ch'è tuo debito, perché a te sta a pubblicare il nome di questi generosi e lesinanti sposi.


FAMA

Io son qui prontissima per far quel tanto che da te mi vien commesso, e col suono della mia chiara tromba farò sì che tutte le nationi havranno notitia di questo nobilissimo sposalitio, e prima, spiegando l'ali, scorrerò tutta l'Italia, la Francia, la Spagna, l'Inghilterra, Portogallo, la Polonia, la moscovia, la Transilvania, la Croatia, la Boemia, la Dalmatia, la Rossia, la Fiandra, la Bossina, la Tartaria, la Macedonia, l'Egitto, l'Africa, la Persia, l'Arabia felice e la deserte, le due Indie, Orientale ed Occidentale, La Servia, la Grecia, l'Albania, la Frisia, la Morea, l'Epiro, la Sarmatia, la Carintia, la Sesia, la Scotia, l'Alemagna alta e bassa, la Siria, l'Armenia, la Cappadocia, la Fenicia, la Cilicia, la Panfilia, la Bitinia, la Boetia, la Media, la Lacedemonia, la Palestina, la Sericana, i ricchi Nabatei, la Calcedonia, la Stiria, la Danimarca, la Tingitania, la Bulgaria, la Brabantia, le Colonne d'Ercole, il Giappone, la China, il Perù, il paese de' pigmei, il mar Rosso, il mar Morto, il mar Negro, il mar Gelato, il Ligustico, il Leone, l'Eusino, il Tirreno, quello delle Molucche, il Pontico, il Persico, il mar Egeo, l'Ellespontico, l'Atlantico, e tutt'i mari della Terra; e poi volarò sopra tutt' i monti, e prima su 'l monte Olimpo, il Caucaso, quel d'Atlante, Ossa, Pelione, Pindo, Parnaso, l'Appennino, il Pireneo, l'Euganeo. Poi spiegarò il volo sopra tutt'i fiumi, ed intuonerò il Battro, il Nilo, il Gange, l'Ebro, il Danubio, l'Eufrate, il Tigre, l'Imano, Fisol, Patolo, Termoodonte, Acheloo, l'Ermo, il Po, li due Reni, il maggiore ed il minore, il Tebro, la Senna, la Sava, la Ghiava, l'Adice, il Mencio, l'Oglio, il Tanaro, il Tesino, l'Adda, la Trebbia, il Tarro, l'Arno, la Brenta, il Bacchiglione, il Sillo, il Tagliamento, la Parma, l'Enza, Sechio, Panaro, Santerno, Sellero, il Savio, il Montone, il Rubicone, il Serchio, Fiumicino, la Paglia, la Scrivia, la Pozzevera, la Magra, il Teverone, l'Idice, Lavino, Savena e Samoggia, ed in somma, non sarà Isola, Città, Mare, Porto, Monte o Fiume dov'io non facci noto questo regal connubio, e mi distenderò fin giù nel regno de gli Antipodi, ed hora mi pongo in cammino.


FORTUNA

Va' via allegramente. Horsù, Ricchezza, ritiriamoci alle nostre stanze, per fino a tanto che sia tempo di far quel tanto c'habbiamo terminato, che, dipoi che noi habbiamo posto le mani in pasta, io voglio che facciamo stupire il mondo.


RICCHEZZA

Andiamo per di qua, perché questa strada è quella che ne guida al monte della giocondità; vien via ancor tu, povera Virtù, che seguitando noi sei più tosto per guadagnare qualche cosa che perdere nulla del tuo.


VIRTU'

Si, si, andate pur là. In fin, chi vuol essere felice in questo mondo non bisogna scostarsi dalla Fortuna, perch'essa è quella che cava l'huomo dal fango, e lo pon' a sedere sopra i seggi d'oro, né occore studiare tante virtù, perché hoggi dì, se un ricco parla, par che parli un Platone, un Demostene, o vero un Cicerone, e se 'l povero virtuoso sputasse fuora sentenze, sempre vien beffato e deriso, e per questo bisogna cercar di cumular ricchezze, perché l'huom ricco par c'habbi in sè tutte le perfetioni. Hor sù, io voglio seguitar la Fortuna, perché la ricchezza, al fine, senza virtù è come gemma orientale legata in vil piombo; e chi non ha qualche comodità in questo mondo, difficilmente si può esercitare nelli studi; a tale, che in questi tempi bisogna che la Virtù corra dietro alla Ricchezza, e però non voglio lassare questa occasione: chi sa che la Fortuna non provveda ancora alla mia necessità? E poi si dice che 'l tentar non nuoce. Voglio seguitarle, e tanto più che la Ricchezza m'ha accennata ch'io gli vada dietro, e forsi si vorranno servir di me in questa occasione, ma difficilmente un virtuoso può doventar lesinante. Pur, io voglio vedere il fine di questa cosa, e vada come si voglia.


SCENA QUARTA

Messer Pontaruolo, scalco e Messer Vantaggio, cuoco.


MESSER PONTARUOLO

Vedete, M. Vantaggio, voi sarete pagato benissimo, ma bisogna in questo banchetto servirvi del vostro nome, cioè lavorare con tutti quei vantaggi che si può, perché voi altri cuochi volete far stropiccio della roba, essendo che a voi non duole il capo se ben si spendesse assai; e però vi ricordo andar destramente, acciò non facciamo ridere il volgo, perché il proverbio dice che la roba del pazzo è prima a andare a guazzo. Io bramo bene che noi ci facciamo honore, ma però con quella misura che si conviene.


MESSER VANTAGGIO

Per altro non mi fu posto nome Vantaggio, se non perché fra tutti gli altri cuochi io lavoro avvantaggiosamente, e mi basta l'animo di farvi un banchetto sontuosissimo, con pochissima spesa, lassate pur fare a me. Che diresti voi, se di dieci scudi che havesti da spendere, non ne spendesti se non dua, e che ogn'uno restasse soddisfatto?


MESSER PONTARUOLO

Io direi che voi fosti il primo huomo del mondo, ma come farete voi a far questo?


MESSER VANTAGGIO

Io andrò in primis alla piazza su l'hora del desinare, quando tutti gl'altri hanno comprato, e perché sempre vi resta polli, oche, galline, anatre ed altri uccelli, e che i villani si vorrìano sbrigare per andar' a casa, all'hora io farò mercato di quello ch'io vorrò comprare, che così soglio fare, ed essi per ispedirsi me gli danno a tutti i patti ch'io voglio, e poi tutti mi conoscono, e quello che a gli altri vendono un carlino, a me lo danno per un grosso; hor guardate s'io spendo vantaggiosamente.


MESSER PONTARUOLO

Sì, certo. Orsù, andiamo dunque alla volta della piazza, perché adesso proprio è l'hora e compraremo quello che fa bisogno, perché domani si fa 'l pasto, e bisogna cominciare a lavorare.


MESSER VANTAGGIO

Andiamo prima in beccaria, ch'io voglio che pigliamo dui o tre polmoni di bue.


MESSER PONTARUOLO

Da che fare di tanti polmoni?


MESSER VANTAGGIO

Lassate fare a me, ch'io li voglio acconciare in pastizzi, in potaggi, in guazzetto, ed anco in minestra, con certe herbettine ed alquanto di spetierie, che al gusto saranno differenti, né vi sarà nessuno che non si creda che non siano di fegato di vitello, ed in cambio di tordi voglio pigliare tanti storni, in luogo d'ortolani pigliare tanti passerini, in vece di pernici tante cornacchie, in cambio di quaglie tanti gazzotti, in cambio di fagiani tanti morgoni di valle, in cambio di tortore tante ghiandaie, in cambio di rondoni tanti gavinelli, ed in cambio di pavoni tanti oconi magri e vecchi; e voglio cucinar simili uccellami di tal maniera che niuno non s'accorgerà di niente, e si leccheranno le dita. Hor che vi pare del mio ingegno?


MESSER PONTARUOLO

Buono, a fè. Voi sete appunto l'huomo ch'io cercavo. Orsù, andiamo quanto prima a far quest'ufficio. Venite via, M. Vantaggio.


MESSER VANTAGGIO

Andate innanzi, ch'io vi seguo.


SCENA QUINTA

M. Trivello sposo, M. Agocchione padre della sposa, M. Stiracchiato orefice.


MESSER TRIVELLO

Orsù, signor suocero, io mi contento di sposarla quando pare a Vostra Signoria, ma pur mi pare che la mattina sia più conveniente, e questo acciò non paia alle genti ch'io l'habbia tolta con qualche difetto e che non vadino poi canzonando. Pur, come ho detto, io mi rimetto al parer vostro.


MESSER AGOCCHIONE

Lo sposarla di sera mi par meglio, ed è usanza nova, trovata da' nostri lesinanti, i quali, co'l lor giuditio hanno penetrato e visto ch'a sposar la sera torna più comodo, e v'è più utile assai per due cause: l'una perché al lume di torza la sposa par più bella e comparisce meglio; l'altra perché ogni poco ch'ella sia addobbata pare assai, e se ben l'oro ch'esse hanno su le vesti fusse falso, niuno però può giudicare s'ei sia del buono o no, onde la cosa passa molto meglio. E poi, la sera pochi lo sanno, onde non vi corre a casa tanti mangiatori, perché, come sapete, alle nozze ogn'uno si fa di casa, ogn'un viene a fare il buffone per haver della torta.


MESSER TRIVELLO

Quest'è la verità, ed è stato una buona pensata, e mi contento, perché la mattina, come dite voi, molti vengono a fare il bell'humore ed a stimare il mobile della sposa, e gli danno il suo libello a tutt'i passi; e se l'è grande, dicono ch'è una giraffa, se è piccola, uno scanello da bucata, se è magra, una lanterna, se è grassa, un capezzale, se la ride, che è troppo viva, se la tien chiusa la bocca, che si stima troppo: ogn'uno vuol dir la sua, di modo tale ch'adesso bisogna quasi tor moglie più a gusto d'altri che al suo, però facciamo di sera, che sarà meglio.


MESSER AGOCCHIONE

Andiamo un poco fin da messer Stiracchiato orefice, a veder se esso havesse ornamenti a proposito per la sposa, perché io voglio che la sia addobbata da sua pari. Ma eccolo qua appunto. A dio, messer Stiracchiato.


MESSER STIRACCHIATO

Buon giorno, buon giorno, i miei signori, io mi rallegro infinitamente delle vostre contentezze, e ne sento tanto gaudio al cuore quanto potete immaginarvi, sapendo ch'io vi sono amico, com'io vi sono.


MESSER AGOCCHIONE

Noi vi ringratiamo, messer Stiracchiato, e sappiamo che sempre ci sete stato amico carissimo, anzi per l'amicitia quale è fra voi e noi, veniamo adesso a ritrovarvi alla bottega vostra, perché vorressimo anelle, gioie e perle, con altri ricchi ornamenti per la nostra sposa, perché sappiamo ci servirete da amico, e che non vorrete straguadagnare con essi noi; assicurandovi che dalla nostra parte non si mancherà di darvi ogni honesta soddisfatione, ed in modo che non potrete lamentarvi.


MESSER STIRACCHIATO

Non occorre a dire queste cose fra noi, venite pur' alla bottega mia, che sete padroni di tutto quello che v'è, e credo c'havrò il modo da potervi servire bene, perché adesso m'è venuto alle mani certe gioie d'una gentildonna, il marito della quale, non havendo voluto entrare nella compagnia nostra de' lesinanti, è stato forzato di vender tutti gli ornamenti della moglie, e sapete, io gli ho havuti, si può dire, per un pezzo di pane, e sono alla moderna; sì che andiamo, che vedrete se essi vi accomodano e saranno al comando vostro, pur ch'io non ci perda sopra, perché si sapesse da gli ufficiali della nostra compagnia, essi mi farìano pagare il dacio de' corrivi.


MESSER AGOCCHIONE

No, no, non dubitate di questo, ben è vero, ch'ancor noi vorressimo alquanto di vantaggio, pur se le gioie saranno come voi dite, non la guarderemo su quattro soldi, andiamo pur quanto prima a vederle, perché il tempo è breve.


MESSER STIRACCHIATO

Venite pur via.


SCENA SESTA

Scarpellino, ballerino e Stringa rotta, serva


SCARPELLINO

Ho udito dire che messer Agocchione de gli Appuntati ha fatto sposa madama Lesine, sua figliuola, in messer Trivello Foranti, uno de i primi cittadini di questa città, e perché io so che quando queste gentildonne si fanno spose, i loro sposi vogliono ch'elle imparino di ballare, io mi son partito di casa col mio liuto per andar fin là a vedere se volessero ch'io fussi quello che gl'insegnasse, perch?io so fare tutt'i balli che s'usano adesso, cioè barriera, tordiglione, spagnoletto, il ballo del re, l'appassionato, la corrente, la nizzarda, ruggiero, le canarie, e cent'altri balletti bellissimi; e però io voglio vedere s'io posso trovar'uno di questi di casa, e dirgli una parola; ch'io so, come sapranno, ch'egli è Scarpellino, havranno caro ch'io mi lassi vedere. Ma ecco Stringa rotta, sua serva, io la voglio salutare. A Dio, Stringa rotta, dove si va così di fretta? Tu sei molto in calda.


STRINGA ROTTA

A Dio, Scarpellino rivolto. Io vado alla spetiaria di messer Enoch, per comprar due quattrini di pepe ed uno di cannella da mettere in opera per le nozze che si fanno in casa nostra. E tu, dove sei inviato da quest'hora?


SCARPELLINO

Io venivo, a dirti il vero, a vedere se ancora io potevo capire fra queste allegrezze con il mio liutino galante, ed insegnare quattro balletti alla signora sposa.


STRINGA ROTTA

Io non credo che tu ne facci altro, perché lo sposo è geloso dell'honor suo, e tu sei uso di arruffianarti alquanto, e per questo io credo che tu non sia per profitto alcuno in questo negotio.


SCARPELLINO

Io adunque son ruffiano?


STRINGA ROTTA

Non dico ruffiano, ma ambasciatore di amore.


SCARPELLINO

Ah, sfacciata, guarda come tu parli, ch'io non feci mai simil professione, e posso andare per tutto con la berrett'alta su gli occhi.


STRINGA ROTTA

Tu me'l volesti pur far' a me l'altro giorno.


SCARPELLINO

Tu menti mille volte per la gola, guarda pur s'io ti piglio per le treccie, ch'io non t'insegni di parlare.


STRINGA ROTTA

Lo vuoi tu forse negare?


SCARPELLINO

Se non è vero, vuoi forse tu ch'io lo confermi? Dì, bugiarda! Ma che sì, ch'io ti batto questo liuto su la testa, che sì.


STRINGA ROTTA

Oh, chi havesse paura di brutto mostaccio, và, seppellisci prima quelli che tu hai morti, e poi vieni e ammazza me.


SCARPELLINO

Aspetta un poco, deh, può fare il mondo che sì, ch'io ti cavo i grilli della testa, che sì.


STRINGA ROTTA

Orsù, fermati, ch'io burlo così teco, io so ben che sei galant'huomo, ma a dirtela come io l'intendo, non credo che tu habbi opera in questa casa, attento che 'l ballare fa frustare le scarpe e le pianelle; e poi la compagnia non vuole che si facci cosa che porga danno alcuno, sì ch'io t'esorto a tornartene alla tua scola, e non andar più avanti.


SCARPELLINO

Per queste tue parole non voglio restar di non tentare l'util mio, va' pur tu, e compra il pepe e la cannella, ch'io voglio andare in quella casa, e poi se non le aggradiranno le mie virtù, me ne tornerò per di dove io son venuto, in tanto non voglio mancare a me stesso.


STRINGA ROTTA

Va' pur via, fratello, io son più che certo che tu pesterai acqua in mortaro, perché la nostra casa non è corriva, come tu ti pensi.


ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Messer Agocchione, padre della sposa; messer Trivello, sposo; madonna Tenaglia, madre della sposa; madonna Lesine, sposa; Fortuna e Ricchezza.


MESSER AGOCCHIONE

Che ti par, Lesine, figliuola mia, non t'ho io trovato un garbato sposo? Non ti chiami tu contenta di lui?


MESSER TRIVELLO

E sarebbe pur buono che la non si contentasse, havendo un huomo di questa qualità!


MESSER AGOCCHIONE

E voi, messer Trivello, non v'ho io fornito d'una bella sposa? Dategli un poco un'occhiata e mirate che presenza è questa: non ha ella aspetto d'una gran signora? Ma chi son queste due donne così riccamente ornate, che vengono in qua, delle quali una ve n'è che tiene un crine nella fronte, ed ha uno scettro regale in mano; l'altra tiene una corona. Teniamoci da un lato e guardiamo quello che esse vanno facendo in queste parti.


FORTUNA

Non vi movete, illustri signori, perché a voi ne veniamo ambedue per dar felice compimento alle vostre feste, e se voi non ci conoscete, vi diremo il nostro nome. Io mi chiamo la Fortuna, dominatrice di tutti gl' imperi, gli scettri e le corone. Io son quella che da la dignità, i gradi e i titoli mondani, quella che tanto vien chiamata da' mortali, e quella in somma che son ministra delle gemme e de' tesori tanto bramati e desiderati qua giù in terra. E questa qui è la Ricchezza, dispensatrice de' miei doni, le quali di comun volere siamo venute qua per dar questo scettro d'oro in mano alla degnissima e meritissima d'imperio, la signora Lesine, vostra hora novella sposa e ornargli le chiome con questa regal corona, come a quella la quale con ordinata regola ha moderato il mondo di modo e maniera tale che più non si vedono né sentono tanti disordini né superfluità di pompe, né di crapole, né più si sente che nessun muoia per mangiar troppo, né meno per il soverchio bere, né più si vedono le genti strafoggiar nel vestire, né meno tener in casa tanti mangiapani, ma ogn'uno s'è ritirato e và misurando l'entrata con la spesa, di modo che in capo dell'anno, se non hanno avanzato molto, non però hanno scapitalato di nulla, dunque ben si convien honorare e porre nel supremo grado l'inventrice di tanto bene, e se non in tutto, almeno in parte rimunerarla delle sue honorate fatiche; però madonna Ricchezza, fatevi innanzi, e fate quel tanto che sete venuta per fare.


RICCHEZZA

A voi, nobilissima, e sopr'ogn'altra felicissima sposa, pongo questa corona regale in capo, e ti faccio regina, con l'autorità e consenso però della gran madre Fortuna, ch'è qui presente. Oh, come gli sta bene, oh quanto gli porge maestà!


FORTUNA

Ed io v'appresento quest'aurato scettro, e do ampla autorità e potestà di poter a voler vostro trovar nuove inventioni ed imponer nuove leggi e nuovi statuti alle genti, acciò che 'l mondo non vada deteriorando, ma che sempre vada crescendo di roba e di facoltà, acciò venendo occasione a i prencipi e a i gentilhuomini di spendere, che essi non siano trovati sprovvisti, perché chi l'oro serra, al vicin può muover guerra. Accettate dunque questi nostri doni con faccia lieta, e conservateci sempre nella memoria.


MADONNA LESINE

Mille gratie rendo all'una e l'altra di voi, mie singolarissime signore, di questi regali presenti donatimi da voi, oltre ogni mio merito, assicurandole ch'io non son per preterire d'un punto di fare quanto da esse mi vien comandato, ed in breve mostrerò che questo scettro e questa corona non saranno collocati in animo vile, ma sì bene generoso e nobile. Se per il passato ho trovato sottili inventioni per mantenermi, né decader dal grado mio, non mancherò per l'avvenire di ingegnarmi con tutte le mie forze d'ampliarlo, e farò sì che la tanto celebrata Compagnia de' Lesinanti risplenderà a guisa di piropo, né sarà prencipe né signore, per grande che sia, che non si degni d'abbracciarla e frequentarla, e sottoporsi alle sue regole, essendo che già la più parte di loro ha visto e conosciuto l'utile e comodo grandissimo che da ella si cava; sì che non dubitate ch'io sia per far vergogna a così pretioso e nobile presente.


FORTUNA

Orsù, restate in pace, coppia felice e bella, e se ben io mi parto di qui, non pensate però ch'io mi scosti troppo da voi, perché la Fortuna è nume de' lesinanti.


RICCHEZZA

Ed io, né più né meno vi starò sempre al fianco, tuttavolta che da voi non venghi fatto qualche disordine, ma che si seguiti l'ordine principiato.


MESSER AGOCCHIONE

Non dubitate punto che si passino i termini in che siamo posti, anzi che si và consultando di ristringere nuovamente i capitoli, né vogliamo che un gentil'huomo, qual sia della nostra compagnia, possa donar' a un suo servitore, ancor che vecchio in casa sua, né calze, né giubbone, né berretta, ancorchè fossero frusti e consumati fino in su l'osso, ma gli debbano renontiare alle lor consorti, le quali poi gli debbano barattare in tanti solfanelli, ovvero pignatte, perché ogni cosa fa per la casa; e s'hanno anco da riformar le borse da certe superflue spese, che inutilmente si fanno, ed in conclusione, havrete sempre buon richiamo di noi.


FORTUNA

Così speriamo d'havere, perché conosciamo qual e quanta sia la vostra lesinesca complessione. Orsù, Ricchezza, torniamo all'albergo nostro.


RICCHEZZA

Andiamo. A Dio, signori sposi galanti.


MESSER AGOCCHIONE

Andate alla buon'hora, cortesissime signore. Orsù, entriamo ancor noi in casa, poichè queste due nobilissime donne ci hanno favorito di questi pretiosi tesori, e guidiamo in casa la nostra reina a riposarsi, ché voglio poi andiamo un poco a spasso fin' a hora di cena, e che si passi il giorno allegramente, e si tenga corte bandita per quindici giorni, con patto però che tutti quelli che verranno a casa nostra per mangiare, portino con loro pane, vino e companatico, avvisandogli che potranno ballare, senza spendere un sol quattrino, pur che paghino i sonatori. Nel resto, poi, si piglino tanto spasso quanto vogliono, sendo che la casa sarà aperta per ogn'uno, come anco la cisterna.


MESSER TRIVELLO

Questo s'intende, e non sarà anco poco.


MESSER AGOCCHIONE

Orsù, Lesine, figliuola mia, entra in casa, che tutti noi entraremo poi di mano in mano.


MADONNA LESINE

Che vuol dire “Lesine”? “Regina Lesine”, Imperatrice Lesine” m'havete a dire, poi ch'io sono stata coronata come regina, e voglio essere chiamata regina da mo' innanti.


MESSER TRIVELLO

Voi havete una gran ragione. Orsù, serenissima regina, vostra maestà vada dentro. Alza quella portiera, Rampino.


MADONNA LESINE

Seguitatemi, ch'io vado innanti.


MESSER AGOCCHIONE

Orsù, seguitiamola tutti, come nostra regina. Entrate dentro, signor genero.


MESSER TRIVELLO

Andate pur là, signor suocero, ch'io vi son dietro.


MESSER AGOCCHIONE

Orsù, andate innanzi.


MESSER TRIVELLO

Io non lo farò mai, entri pure vostra signoria prima.


MESSER AGOCCHIONE

Signor genero, io entro per non far cerimonie.


MESSER TRIVELLO

Ed io hor hora vi seguito.



SCENA SECONDA

Gli ambasciatori del Mantellaccio, de gli Scapigliati, e de' Macinati, mandati da parte delle loro compagnie alla signora Lesine, per offerirsegli servitori, e Rampino, ragazzo.


AMBASCIATORE DEL MANTELLACCIO

Io credo che questa sia la casa di messer Agocchione de gli Appuntati, per quanto posso comprendere, pur havrei caro di vedere qualch'uno qui d'intorno, che me ne facesse certo, perch'io son mandato dall'honorata Compagnia del Mantellaccio a far riverenza alla signora Lesine, havendo inteso dalla Fama che la Fortuna e la Ricchezza le hanno posto la corona in testa, e fattala regina; ond'essi vogliono, se ad essa piacerà, entrare sotto la sua bandiera, e vivere sotto la sua protetione, sperando, sotto così nobile insegna, esser sicuri e rispettati da tutti, sendo c'hoggi tutte le genti a lei s'inchinano. Ma io vedo appunto qui uno che dev'esser servitore di casa, costui forsi mi darà notizie del tutto.


RAMPINO

Che uccellaccio è questo, che va girando qui d'intorno? Oh, galant'huomo, che andate voi facendo intorno a questo palazzo? Sete voi forse uno de' referendarij della corte?


AMBASCIATORE DEL MANTELLACCIO

Io non son referendario altrimente, ed hai un gran torto a oltraggiarmi di questa maniera, non sapendo ancora quello ch'io mi sia.


RAMPINO

Perdonatemi, fratello, perché quest'habito non mi par troppo legittimo, essendo un mantello tutto frusto e rappezzato, e per questo io ho fatto non troppo giuditio sopra i casi vostri.


AMBASCIATORE DEL MANTELLACCIO

E perché? Adunque, quand'uno è mal vestito, ei non può esser' huomo da bene? Oh, mondo fallace, a che termine sei tu ridotto, che tutta la prudenza e 'l sapere sia rinchiuso ne' ricchi panni, e che sotto un povero manto non vi possa albergare né virtù né gentilezza; oh, misera ed infelice povertà.


RAMPINO

Non v'alterate, galant'huomo, di gratia, se ben' io ho detto così, perché ogn'uno che vi vedesse vi terrìa per il priore de' barbagianni.


AMBASCIATORE DEL MANTELLACCIO

Orsù, pigliami per quello che ti pare, ch'io non me ne curo, pur che tu mi dica se questa è la casa di messer Agocchione de gli Appuntati.


RAMPINO

E se la fusse, che vorresti poi?


AMBASCIATORE DEL MANTELLACCIO

Vorrei fargli un'ambasciata da parte de i miei signori.


RAMPINO

Ah, ah, ah, sete voi forse ambasciatore?


AMBASCIATORE DEL MANTELLACCIO

Sì, sono, perché? Non ho io forse presenza d'ambasciatore?


RAMPINO

Sì, di castratore e non d'ambasciatore.


AMBASCIATORE DEL MANTELLACCIO

Ed anco di questo ti servirò, se t'occorrerà.


RAMPINO

Gran mercè, fratello. Orsù, questa è la casa del signor Agocchione che voi andate cercando, entrate dentro, ma scossate prima il mantello qui fuori dalla porta, che non si può entrare con tanta brigata.


AMBASCIATORE DEL MANTELLACCIO

Oh, tu hai buon tempo, ogni parola non vuol risposta.

RAMPINO

Entrate pur dentro, e camminate per quella loggia, e passate la corte, che trovarete un salotto, e quivi vedrete la guardia del signore, e fatevi condurre innanti a sua signoria illustrissima, che da esso havrete grandissima audienza.


AMBASCIATORE DEL MANTELLACCIO

Io entro, con tua buona licenza.


RAMPINO

Va' pur là, mastro Martino. Che diavol d'ambasciatore è questo, io non vidi mai il più ridicolo animale di questo. Ma ecco un altro, il qual' è poco dissimile da lui, chi sì, che questo sarà un altro ambasciatore, chi sì.


AMBASCIATORE DEGLI SCAPIGLIATI

Olà, oh fratello, oh compagno, oh amico, sei tu di questo luogo?


RAMPINO

Perché? Che cosa vuoi tu saper da' fatti miei?


AMBASCIATORE DEGLI SCAPIGLIATI

Per bene, e non per altro, su, dimmelo, presto.


RAMPINO

Adagio un poco, o tu hai la gran fretta, e chi sei tu?


AMBASCIATORE DEGLI SCAPIGLIATI

Che vuoi tu sapere ch'io mi sia, io son' ambasciatore e cerco la casa del signor Agocchione de gli Appuntati, hora insegnamela presto, ed ispedisciti.


RAMPINO

Piano, di gratia, non tanta furia. E di chi sete voi ambasciatore, se però è lecito il saperlo?


AMBASCIATORE DEGLI SCAPIGLIATI

De gli Scapigliati, al tuo servitio, qual'è una compagnia d'huomini diabolici, fieri, tremendi, che per quattro soldi ammazzerìano cinquecento persone. E tu chi sei?


RAMPINO

Io sono il secretario dell'anticamera, della retrocamera, della camera dove sta il cantaro del mio padrone.


AMBASCIATORE DEGLI SCAPIGLIATI

Oh che gentile humore è questo. Orsù, spediscimi, ti prego.


RAMPINO

Poi che tu sei ambasciatore (la qual cosa mal posso credere, perché l'habito bizzarro ch'io ti veggio indosso mostra più tosto che tu sia ambasciatore de' disperati, che degli scapigliati) pur' io ti manderò dove n'ho mandato un altro adesso adesso; entra dunque per quella loggia, e passa la corte, ch'ivi troverai chi t'introdurrà dal signore.


AMBASCIATORE DEGLI SCAPIGLIATI

Io ti ringratio, e se tu hai qualche inimicitia, lasciati intendere, che ammazzerò cento huomini per te.


RAMPINO

Si, cento pedocchi. Io ti ringratio, non m'occorre per hora questo servitio, và pure al tuo negotio. Mo che razza d'ambasciatori è questa? Ma ecco un altro che viene in qua, e par forastiero, ed alla ciera mostra d'essere molto affannato, il cielo me la mandi buona, chi sì, ch'ei sarà un altro ambasciatore?


AMBASCIATORE DE' MACINATI

Buon giorno, quel giovane.


RAMPINO

Buon giorno, ed un'oca e lo spiedo ne' fianchi, che domandate voi?


AMBASCIATORE DE' MACINATI

La casa del signor Agocchione de gli Appuntati.


RAMPINO

E chi sete voi, se è lecito il saperlo?


AMBASCIATORE DE' MACINATI

Io sono ambasciatore.


RAMPINO

No te 'l diss' io? Oh cancaro venga a gl'ambasciatori così fatti; io credo c'hoggi sia la giornata de gli ambasciatori. E chi è quello che vi manda?


AMBASCIATORE DE' MACINATI

I signori Macinati, miei padroni.


RAMPINO

A che fare?


AMBASCIATORE DE' MACINATI

A me non sta il dirlo, né a te sta il volerlo sapere da me.


RAMPINO

Voi havete ragione. Forz'è che questa sia qualche gran cosa: tre ambasciatori in un giorno vuol significare qualche gran misterio.


AMBASCIATORE DE' MACINATI

Orsù, dimmi, dove ho d'andare a trovare la casa di questo signore?


RAMPINO

Entrate per quella porta, che troverete una loggia, e dopo quella una corte, e poi una sala grande, dove vedrete la guardia del signore, la quale vi guiderà da sua signoria illustrissima.


AMBASCIATORE DE' MACINATI

Tanto farò, quanto m'imponi, restandoti per sempre obbligato di tanta cortesia.


RAMPINO

Non occorre. Va' pur là tu ancora, testa di Monachiotto. Che cosa sarà questa, con tanti ambasciatori? Io ancora voglio entrare un poco in corte per intendere quello che bolle in pignatta. Questi son ambasciatori di tre compagnie, cioè Mantellaccio, Scapigliati e Macinati, costoro voglion forsi venire a stare in corte della nostra regina, havendo inteso la sua grandezza, per haver la pagnotta di sicuro, attento che tutti sono gente più tosto odiose al mondo che altro, per esser di certe professioni non troppo praticabili. Hor, sia come si voglia: se la sarà rosa, la fiorirà. Io non voglio far più dimora qui fuora, perché egli è finito di passare gli ambasciatori.


SCENA TERZA

Scarpellino, Strenga rotta, Rampino


SCARPELLINO

Tu non volevi poi ch'io entrasse in questa casa, e pur sono stato molto accetto alla signora sposa, alla qual' ho imparato quattro balletti galanti, co' quali ella si farà honore, certo, quand'ella sarà in ballo con qualche cavaliero. Vero è ch'essa si è cavato le scarpe e le calzette per esser più leggiera nel ballare.


STRENGA ROTTA

Sì, per non le frustare! Va', insegna alla mia padrona di consumare il suo; e poi la compagnia comanda così, e lei, come regina e capo di tutti, bisogna ch'ella dia buon esempio di sè, perché secondo il capo sono i membri. Orsù, io l'ho molto caro, ma certo io credevo che tu non facessi nulla.


SCARPELLINO

Egli è pur, che voi altre massaraccie volete sempre sapere più che non sanno le padrone, e volete far le sufficienti, ma io ne voglio un giorno resentar' una a mio modo.


STRENGA ROTTA

Oh, e mi pare che tu facci il bravo, po' fare il mondo, che vuol dir “massare”? Massaro vuol dire il mio presso, che non me l'hai fatto dire. Guarda che bello humore è questo, che vuol fare il quam quam, ei pare, che tu non sij conosciuto. Di gratia, non mi grattare, perch'io canterò più che non canta una cicala.


SCARPELLINO

E che puoi tu dire del fatto mio, bestia insolente? Dì su, ch'io te ne dispregio, e te n'in, se tu non dì tutto quello che sai di me.


STRENGA ROTTA

Io t'ho inteso, tu vorresti ch'io dicessi di quella sera che tu fusti fatto correre, e quando ti fu dato quelle ferite su 'l mostaccio, con quel polmon di bue, ed altre cose ch'io non voglio dire per adesso.


SCARPELLINO

Io, fatto correre? A me battuto un polmone su 'l viso? Ah, sfacciata, tu non te ne vanterai a questa volta, ch'io ti voglio spezzare questo liuto su la testa, toh, toh, toh, furfanta!


STRENGA ROTTA

Oimè, oimè, la mia testa! Ah, traditore, a questa foggia, ah, a una povera donna, ah! Rampino: aiuto, aiuto, salta fuora, aiuto!


RAMPINO

Che rumore è questo? Chi t'ha dato?


SCARPELLINO

Son stato io, perché ella m'ha detto villania: e dice ch'io son stato fatto correre, e che m'è stato battuto un polmone su 'l viso, e mill'altre parole ingiuriose.

RAMPINO

Ah, sta sì bene a dire simili parole a un galant'huomo e virtuoso com'è questo?


STRENGA ROTTA

E lui m'ha detto ch'io son' una massaraccia.

RAMPINO

Ei t'ha fatto il tuo dovere. E che ti pensaresti mai d'essere, manigolda? Non lavi tu le scodelle, e freghi le caldaie, e sempre sei unta e bisunta? Levati di qua, e vai in casa, ch'io non te le baratti, sguattaraccia!


STRENGA ROTTA

S'io sono una sguattara, e tu sei un vuota cantari, ed un famiglio da stalla, che mena ogni mattina i cani a cacare. Senti un poco come quest'altro mi vuol strapazzare: io lo vo' dire a la signora, o ch'io non starò in questa casa, o che non ci starai tu. Io me ne voglio entrare adesso in casa, e scoprire alla padrona le belle bugate che tu sai fare, lecca taglieri, guidonaccio furbo e tristo, che tu sei. E tu, ballarino di cartone, io ti voglio cavare gl'occhi con le dita.


SCARPELLINO

Guarda pur, ch'io non finisca di romperti questo liuto su 'l capo, prima ch'io mi parta di qua, bestia importuna.


STRENGA ROTTA

Vientene via, rodamonte, guarda pur ch'io non ti rompa il mostaccio con questa pianella.


SCARPELLINO

Aspettami, puttana, ch'io non dico di me.


RAMPINO

Orsù, andate per la via vostra, e non date orecchie alle parole di costei, perché ella è un poco leggiera di cervello, e credo ancora ch'essa sia alquanto alterata dal vino. Va' in casa, imbriacona, e va' a dormire un sonno.


STRENGA ROTTA

Io ci vado, ma me ne vendicherò del certo.


SCARPELLINO

Tu mi darai dove si comincia le sporte.


RAMPINO

Orsù, finitel' ancor voi, e andatevi con Dio.


SCARPELLINO

Io ci vado, ma voglio un giorno pettinarla a modo mio.


RAMPINO

Piano, quel giovane, perché la vi passerà. Veramente queste serve son' un poco insolenti, ed hanno lingua per sette, ed alla prima danno su l'honor del compagno, e però è ben fatto il rifrustarle tal volta, e massime costei, c'ha una lingua del diavolo, né porta rispetto a nessuno. Io ho caro che costui gl'habbia battuto quel liuto su la testa, ma il mal' è che gliel'havesse rotta, cancaro la mangi, che gli stava molto bene. Io voglio andare un poco in casa, a vedere che male gli ha fatto, perch'io so che le femmine soglion sempre far d'una mosca un elefante.


ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Messer Agocchione con i tre ambasciatori


MESSER AGOCCHIONE

Voi sete accettati dalla signora nostra, ed havrete recapito nella sua corte, e sarete sicuri che la vostra provvisione non mancherà mai, però potrete rispondere a' vostri signori che venghino allegramente, e quanto prima, con le loro compagnie. Ma perché la corte di qua è occupata dalla famiglia di casa, essi potranno venire per di dietro, ed entrare in quell'altra di là, qual'è molto più capace di questa, ed ivi gli saranno consegnati i loro alloggiamenti dove staranno comodissimamente tutti. Ma ditemi, li signori scapigliati, che arme portano nella loro bandiera?


AMBASCIATORE DEGLI SCAPIGLIATI

Essi portano un pallone, il quale, quant'è più gonfio, tanto manco trova luogo, perché la terra non lo vuole, l'aria lo scaccia, gl'huomini lo battono e ribattono, di modo che sempre va' girando, hor' alto, hor basso, né trova luogo dove possa fermarsi.


MESSER AGOCCHIONE

Buono, a fè, ma qui sotto vi dev'essere qualche occulto misterio.


AMBASCIATORE DEGLI SCAPIGLIATI

Il misterio è questo: che noi ancora, a guisa di pallone, non troviamo luogo che ci capisca, perché, havendo fatto sempre professione di scavezza colli, e di maneggiare carte, dadi e tal volta ancora far di notte qualche servitio ad un amico, come sarebbe a dire dar delle bastonate, sfregiare o stroppiar qualch'uno, ed omnia propter pecuniam, e per questo da tutti siamo espulsi e discacciati, e però portiamo il pallone per nostra impresa.


MESSER AGOCCHIONE

Veramente questo mi piace, ed ha molto del verisimile. E voi, signor ambasciatore Macinato, che impresa porta la compagnia vostra?


AMBASCIATORE DE' MACINATI

La nostra impresa è un pipistrello in aria, un rondone in terra ed un molino da vento, essendo noi conformi a tutte queste tre cose, cioè al pipistrello, perché quello non va attorno mai se non di notte, così noi raro o on mai usciamo fuori di casa, se non di notte, perché havendo consumato su l'hosterie e su 'l gioco le nostre facoltà, non siamo arditi di comparir di giorno fra le genti; e sì come il rondone, quand'è in terra non si può levar' in alto, per la gravezza sua, così noi per la gravezza de' debiti non possiamo levarci dalla povertà; ed a guisa di molino da vento andiamo girando e macinando i nostri cervelli, e com'è giunta la sera non habbiam fatto nulla: però siam ricorsi a quest'illustrissima signora, come a quella la qual può levarci da questi travagli, e darci grata consolatione.


MESSER AGOCCHIONE

Questa vostra impresa grandemente mi soddisfa, ed ha molto del vivo, e voi, signor ambasciator del Mantellaccio, che insegna è la vostra?


AMBASCIATORE DEL MANTELLACCIO

La nostr'impresa è un mantellaccio, ch'oltre all'esser' unto e bisunto, è tutto frusto e rappezzato, com'è quello ch'io tengo su le spalle.


MESSER AGOCCHIONE

E perché così un mantellaccio?


AMBASCIATORE DEL MANTELLACCIO

Perché la nostra Compagnia ha sempre fatto professione d'anticaglie, e per questo noi non portiam' intorno se non panni vecchi, e vecchi bene; e chi di noi fusse trovato con un buon mantello intorno, sarìa ipso facto privato di tutti gl'ufficij, gradi, honori ed utili della nostra Compagnia, né mai più potrìa entrare in consiglio, né ballottare, né mettere fave: in somma, egli sarìa spinto e discacciato fuori del corporale della nostra congregatione.


MESSER AGOCCHIONE

Anco questa non mi dispiace. Orsù, andate e date avviso a' vostri capi di tutto quello che v'è stato risposto, e che quanto prima si ponghino in cammino, se voglion giungere a tempo di vedere i trionfi e le feste che s'hanno a fare in queste felicissime nozze.


AMBASCIATORE DEGLI SCAPIGLIATI

Non mancheremo di fare quanto da lei ne vien comandato e gli baciamo le mani.


MESSER AGOCCHIONE

Andate felici. Orsù, io mi voglio ritirare in casa, perché i parenti forse potrìano esser'entrati per la porta del giardino; pur' essi havevano a venire per di qua: anderò a vedere se fossero venuti, gli tornerò poi ad incontrare, ma credo certo che mi devono aspettare, passeggiando sotto la pergola, però non voglio trattenermi più qui, acciò ch'io non gli facessi stare a disagio.


SCENA SECONDA

Messer Pontiruolo scalco e Rampino.


MESSER PONTIRUOLO

Che ti pare, Rampino, di questo nostro cuoco? Non ha egli fatto pulito?


RAMPINO

Messersì, e di che sorte, ma quando si va egli a tavola?


MESSER PONTIRUOLO

Fra un poco, vedi come saranno cotte quelle cornacchie che sono alquanto durotte.


RAMPINO

Che cornacchie? Quelle tortore volete dir voi.


MESSER PONTIRUOLO

Eh, balordo, qui non ci cantano né tortore, né pernici, né fagiani, né pavoni, né quaglie, né ortolani, né tordi, né altra carne di valuta a questo banchetto.


RAMPINO

Ma che uccellacci sono quelli c'ho veduto in quello spiedo?


MESSER PONTIRUOLO

Sono mulacchie, stornelli, passere, ghiandaie, morgoni di valle ed altri uccelli di poco pregio, e que' pasticci, intingoli, potaggi e guazzetti tutti son fatti di polmon di bue; ma l'eccellenza di mastro Vantaggio fa parere ogni cosa delicata, perché egli è un huomo che sempre ha consumato la sua vita co' lesinanti, e conosce la loro complessione.


RAMPINO

Veramente, ch'esso è un eccellente cuoco, a far parere pernici le cornacchie, ortolani i passerini, piccioni le ghiandaie, e va discorrendo: ei meriterebbe d'essere inchiodato sopra l'uscio della cucina a perpetua memoria delle sue rare virtù.


MESSER PONTIRUOLO

Tu dici il vero. Orsù, toh, piglia questo soldo, va' alla piazza, e spendilo in tanti finocchi, e piglia di quelli piccoli, che n'haverai più: in ogni modo, e' si mettono in tavola per cerimonia. Va' via, presto, ch'io vado a mettere all'ordine il tutto, e torna volando, s'è possibile.


RAMPINO

Io vado, ed hor hora sarò qui.


SCENA TERZA

Messer Agocchione ed i suoi parenti.


MESSER AGOCCHIONE

Io credevo che i parenti fossero in casa, e non sono ancora giunti, e già l'hora della cena comincia a appressarsi, e non so quello che mi debba pensare; ma eccogli qui, per mia fe'. Oh, che nobil compagnia, ei sono fin' a dodici, e quel dinnanzi è messer Spilorcione de' Brancatij, mio cugino, l'altro messer Ungiento de' Cancheri, poi dietro loro v'è messer Pitocco Rastelli, messer Lesiniero Finetti, messer Coticone de' Coticoni, messer Taccagna Scarpinelli, messer Tanghero Villani, messer Graffa Gatteschi, messer Scroccon Buona limosina, messer Tiratutto Graffatosto, messer Graffagnino de gl'Uncinati, messer Frontino de' Fatt'innanzi, tutti huomini di gravità e di lesinante conscienza.


MESSER SPILORCIONE

Buona sera, signor cugino.


MESSER AGOCCHIONE

Siate i ben venuti, signori parenti miei amorevoli.


MESSER SPILORCIONE

V'habbiamo noi fatto aspettare?


MESSER AGOCCHIONE

Eh, un pochetto, ma però l'hora non è ancor passata.


MESSER SPILORCIONE

Io mi rallegro delle vostre consolationi, sì come fanno anco tutti questi altri nostri parenti ed amici, e tutti ne sentiamo gran contento.


MESSER AGOCCHIONE

Ma io ne son più che certo, ma faremo poi le belle parole in casa, entriamo pure, perché io sento i topi che saltano per la trappola; venite via tutti, ch'io sarò il primo andare innanzi, per non perdere il tempo nel far le cerimonie.


MESSER SPILORCIONE

Andate pur là, che tutti vi seguiremo, venite via, signori parenti.


SCENA QUARTA

Uncinello, paggio della sposa e Rampino servo.


UNCINELLO

Messer Pontiruolo scalco mi manda per vedere s'io veggio venire Rampino co' finocchi, che quei signori vanno a tavola, ed esso non comparisce: guarda che diligente servitore! Ei sa tuttavia che bisogna che ogni cosa sia a ordine, e lui si trattien per le strade: ma eccolo, cammina Rampino! Che ti sia rampinata la gola, io so che ti fai aspettare, eh?


RAMPINO

E bene, che vuoi tu dire, tignantello? Vorresti forse fare il maiordomo di casa?


UNCINELLO

Io non voglio far nulla, se non che lo scalco m'ha commesso ch'io venghi a sollecitarti acciò tu cammini co' finocchi, perché quei signori sono hormai giunti alle frutte. Voglio dir così per farlo camminare più presto, se bene hor hora si son messi a tavola.


RAMPINO

Se vi sono, vi stiano: ei non doveva aspettare a quest'hora a mandarli a comperare: guarda qua che bella razza di finocchi ha bisognato ch'io pigli, e mi costano cari un occhio.


UNCINELLO

Dì 'l vero, Rampino, quant'hai tu speso?


RAMPINO

Da vero, i costano un buon soldo.


UNCINELLO

Oh, che spesa intollerabile, e sono almanco belli, cammina pure, e siano come si vogliono.


SCENA QUINTA

Grifagno bagatelliero, mastro Martino orbo e Uncino paggio


GRIFAGNO

Ho inteso che in questa casa si fanno un paio di nozze sontuosissime, e perché a queste feste sempre vi vuol qualche trattenimento, io son comparso qui con la mia scarsella e con le mie ballotte e bussoli, ed anco le carte da far stravedere, per tentare se ancor' io potesse intravvenirvi a far quattro giochi di mano, e buscar qualche soldo da poter' andare a stibbiare alla Cerchiosa, o havere da intappare il fusto; ma ecco qua mastro Martino cieco, che ancor' esso dee venire per fare il simile. Buon giorno, mastro Martino.


MASTRO MARTINO

Buon giorno e buon anno, chi sete voi?


GRIFAGNO

Io son Grifagno, vostro amico, che son venuto qua per vedere s'io potessi havere entratura qua dentro, e fare quattro giuochi per buscarmi la cena.


MASTRO MARTINO

Ancora io sono qui per questo, ma vi è qui nessuno di casa?


GRIFAGNO

Non si vede nessuno, e la porta è serrata, ma toccate un pochetto la lira, che gli farete saltar fuora.


MASTRO MARTINO

Voi dite il vero. Liròn, liròn, si fa fuora nissun?


GRIFAGNO

Nessuno ancora, ma cantate un poco, che non può fare che non ci chiamin dentro al certo.


MASTRO MARTINO

E che canzone volete voi ch'io canti?


GRIFAGNO

Quella che pare a voi, che so ne sapete le migliaia.


MASTRO MARTINO

Io canterò quella della mal maritata, che va su l'aria della dridon, in lingua bolognese.


GRIFAGNO

Cantate quella che vi pare, perché tutte sono belle.


MASTRO MARTINO

Donne mie, l'è un gran impaz

Quando a fadi un maritaz

In t'un qualch' zovenaz

Che n'ha pel' in sal mustaz

Perché al se stufa prest, la la dridon.


GRIFAGNO

Oh buono, oh buono.


UNCINO

Oh sonatori, venite in casa, che sete arrivati a hora, entrate mastro Martino, e tenetevi a mano manca, che non andiate nel pozzo; vieni innanzi ancor tu, Grifagno, hai tu le tue ballotte all'ordine?


GRIFAGNO

Si, ho, ed ogni cosa alla via; hanno ancora mangiato, questi signori?


UNCINO

Adesso danno l'acqua alle mani, e sarete arrivati a l'hora de i stecca denti.


GRIFAGNO

Buona nuova dunque, ma per noi non vi sarà niente da sbattere.


UNCINO

Non dubitate, che vi faremo mangiare, se bene vi dovessimo far mangiare a i cani.


GRIFAGNO

Gran mercè, fratello, quest'è troppo cortesia.


UNCINO

Orsù, entrate, che non vi mancherà fastidio.


SCENA SESTA

Il consumato lesinante sforzato


CONSUMATO LESINANTE

Oh, che gran pasto, oh che sontuoso banchetto è stato questo, io non so se mai a' giorni miei ho veduto la più lauta mensa, né tirata con più ordine, in somma: un buon cuoco, un buono scalco honorano un gentil'huomo, sì come s'è veduto in questo convito, ch'io giurarei che non hanno speso dieci lire di moneta venetiana, ed hanno imbandito roba (così a vedere) per più di cinquanta scudi; perché sono andati con vantaggio in ogni cosa, hanno affagianato fino de' mulacchiotti e delle ghiandaie. Basta, ei si son portati bene, e savio è colui che sa regolarsi e vivere con misura: hor così si mantengono le facoltà, così si lasciano dell'heredità a' figliuoli, io non ho mai saputo trovar la strada d'avanzar nulla in questo mondo, ma un anno per l'altro ho mangiato il capitale e la vera sorte ancora. Però felice è colui che si sa reggere, perché l'huomo che ha giuditio prevede e provvede insieme a quello c'ha da venire, per non cader nel profondo delle calamità, e colui che getta vi ala sua roba con le mani la va cercando co' piedi, come fa il povero Consumato, che ben' i fatti s'accomodano col nome, poiché, essendomi fidato del tempo, son restato ingannato, e la nave de' miei capricci, la qual solcava pe'l mare delle sensualità, ha urtato nel scoglio della povertà, ed è restata su la spiaggia delle miserie, prova di tutte le sostanze; ma sia come si voglia, ogn'uno non è nato per esser lesinante, vi voglion ancora di quelli che gettino via la roba, perché in somma, questi poi che la tirano così sottile ingrassano il porco, ed altri poi se lo mangiano; orsù, io voglio ritirarmi verso il mio povero tugurio, dove meno vita lesinantissima, ma però sforzatamente, che s'io mi trovasse havere il modo, sarei più galant'huomo che mai, in ogni modo questi avaroni lassano poi la roba a tali che tirano coreggie alle barbe loro di ventiquattro carati l'una, ed anco più.


SCENA SETTIMA

Tacconcello Spaghetti da commiato al popolo


TACCONCELLO

Havete inteso, piattonissimi e spilorcissimi audienti, tutto il successo di questa nobilissima sposa, ed havete veduto come la Fortuna e la Ricchezza l'hanno posta nel maggior grado ch'ottener si possa, ed havete anco veduto le tre Compagnie che gli son venute a rendere tributo, e come in somma ogn'huomo se gl'inchina. Però non sia di voi chi sia restio o pigro in seguir le sue vestigie, che ciò facendo, sarete ogni giorno più contenti, e perché il banchetto è finito, e gli sposi si sono ritirati in camera, andatevi con Dio, perché fino a domani non sete più per vederli, ed io intanto me vobis commendo, a Dio.


IL FINE