OTTAVE

MORALI, ESEMPLARI E

RIDICOLOSE


Di Giulio Cesare Croce, cioè sopra


La Vittoria e la Pace,

Immagine dell'ira,

Ignoranza,

Giovine nobile,

Giovane nobile,

Fede del marito o della moglie

Ambitione della donna vana,

Per l'Ingratitudine,

Ruffiana bastonata,

Barcha di topino

Questione delle pulci e la vecchia.

SOPRA LA VITORIA E LA PACE


In dolce nodo caramente avvinte

Stan le due vaghe e gratiose dive,

La Vittorie e la Pace, ivi distinte

Come si vede, in man le verde olive,

E di leggiadri fior le chiome avvinte,

In atto trionfal, come le vive

Carte vi mostran, posto havendo a terra

L'ira, l'odio, il furor, l'armi e la guerra.


A' piedi lor i bellici strumenti

Tengon, né comparir il fiero Marte

Più in campo ardisce con i suoi cruenti

Ferri infestar il mondo in ogni parte,

Ma con dolci, giocondi, almi contenti

Ogni alma gode, e gioia in sè comparte,

Ride il ciel, cant'Apollo, e le vagheggia

E di sì bel trionfo Amor festeggia.


SOPRA L'IMMAGINE DELL'IRA


Questo mostr' infernal, con l'empia face

Arder vorrebbe e consumar il mondo,

Nemica eterna della santa pace,

Nata con l'odio nel Tartareo fondo,

Qual di veder si gode e si compiace

Danni, strage e ruine a tondo a tondo,

E quanto accender pò più fiamme e foco

Tanto più gode, e n'ha sollazzo e gioco.


Avversaria del bene, amica al male,

Avida e ingorda sol di sangue humano,

Crudel, empia, spietata e micidiale,

Che per ferir tien sempr' il ferro in mano,

Nodrita da Tesifone infernale,

Allevata da Cerbero inhumano,

Horrenda in vista, spaventosa e fiera,

Più ria d'Aletto assai, più di Megera.


SOPRA IL GIOVINE NOBILE


Il giovin, qual'è nobil di natura,

Deve esser grato, affabile e cortese,

E ogni pensier, ogni suo studio e cura

Haver rivolto ad honorate imprese,

Gentil nel conversar, e con misura

L'entrate dispensar, sì che palese

Non faccino alla borsa tanto danno

Che se n'habbi a dolere in cap' a l'anno.


Esser giusto nel dar l'altrui mercede,

Né mai piegarsi ad alcun brutto vitio,

A ciascun osservar la data fede,

E reggersi con senno, e con giuditio,

E quella facoltà che 'l ciel gli diede,

Usarla sempre a l'altrui benefitio,

Ami ed apprezzi gli amici di lui,

Né mai si penta haver giovato altrui.


Scacci gli adulatori e parassiti,

Che come mosche attorno van volando,

A le tavole sempre, ed a i conviti

E come arpie le mense depredando;

Quanto più fuggir può, fuga le liti,

Ch'a la roba e l'honor dan spesso bando,

Non brami quel d'altrui, goda il suo in pace,

Che quest'è il giovin che mi gusta e piace.


SOPRA LA GIOVANE NOBILE


La giovan che sia nobil, haver vole

Senno, bontà, valor e cortesia,

Ne' gesti e ne' sembianti, e in le parole

Affabile e modesta ovunque sia,

E se si trova figli, ovver figliuole,

Di sè mai tristo esempio a quei non dia,

Né con persone mai, per quant'essa ama,

Gli lassi conversar di trista fama.


Habbi della sua casa buona cura,

E cerchi di star desta e vigilante,

Ch'alcun la roba sua non prenda o fura,

E rade vuolte fuor mova le piante

De la sua casa, che troppo sicura

Non è che donna di gentil sembiante

Col spesso comparir vaga ed ornata

Non sia da qualche d'un desiderata.


Sarà dunque la bella e nobil donna

Honesta e saggia, e di virtude amica,

Salda di fede come una colonna,

E al marito di lei casta e pudica,

E di provveder unque non assonna

Alla famiglia sua, come nemica

De l'otio, ch'osservando in tal maniera

Di nobiltade havrà la lode vera.


SOPRA LA FEDE DEL MARITO E LA MOGLIE


La Fede unqua non deve esser corrotta

Fra il marito e la moglie, in tempo alcuno,

Ma ogn'hor servata intera ed incorrotta,

E quel che l'altro vol, consenta l'uno,

Che se per sorte vien spezzata e rotta

Ogni ben si diparte da ciascuno,

Ch'oltre che rintegrar non si pò mai,

Vivon scontenti in dolorosi guai.


Dov'è la fede, ivi è la pace vera,

Dov'è la pace, ivi ogni ben dimora,

Dov'è ogni ben, ogni piacer si spera,

Dov'è piacer, si sta giocondo ogn'hora,

Né tanti fiori porta Primavera,

Che i prati di sua man pinge e colora,

Quante gratie dal ciel a vader vanno

Sopra quei che con Fede uniti stanno.


Dov'è la Fede, quivi è una sol alma,

Per esser in due corpi compartita,

Quivi discordia mai suoi rami incalma,

Né litigi, né risse ivi s'addita,

Ma fin che si depon la mortal salma,

Si vive in gioia, e poscia ad altra vita,

Dato gli vien per l'osservata fede

Con degno premio e non minor mercede.


PER L'AMBITIONE DELLE DONNE VANE


Oh, donna vana, che nel specchio miri

E che tanto ti godi d'esser bella,

Per il crin d'or, e per dolci rimiri

Le bianche perle e l'una e l'altra stella,

E che posto hai le voglie e tuoi desiri

Tutta in ornarti, acciò la facella

D'Amor chiunque ti mira o che ti guarda

Che la bellezza tua l'accenda ed arda.


Deh, non ti gloriar, né gir altiera,

Perch'hai la guancia bella e colorita,

Che presto passerà la primavera

Della tua bella età verd' e fiorita,

La fronte diverrà rugosa e nera,

C'hor a mirarti ogn'un chiama ed invita,

E quei bei lumi, vaghi e gratiosi,

Oscuri, neri, schivi e dispettosi.


Però non ti fidar di tua bellezza,

Che il tempo come un'ombra fugg' e passa,

Ed in un tratto giunge la vecchiezza,

Qual sol affanni, stenti e pene lassa,

Cangia in argento la dorata trezza,

Le forze toglie ed ogni cosa abbassa,

E s'in mirarti hor hai gioia e diletto,

Al'hor doglia n'havrai, noia e dispetto.


PER IL RITRATTO DE L'IGNORANZA


Non è mostro peggior, né più infecondo

Quant'è la brutta ed horrida Ignoranza:

Questa leva ogni ben e infetta il mondo

E d'offuscar l'ingegno ha per usanza,

L'intelletto fa lieve e pone al fondo

La virtude, il costume e la creanza,

E chi la segue a guisa d'animale

Al mondo vive, ed è a le bestie uguale.


Faccia di donna tien, piume d'augello,

E tenta di volar, ma non sa dove,

I piedi di leon, ma in tutto a quello

E' differente, e sol mostra sue prove

Con l'ostination, ch ein un drappello

Seco cammina, e mai in lei non piove

Bontade alcuna, ma a guisa di peste

Sparge contagio in quelle parti e in queste.


Però fugga ciascun quest'empio mostro,

E segua di virtù la nobil via,

Che l'ignoranza, nel tartareo chiostro

Ne tira, e la virtude al cielo invia.

Crudel è l'ignoranza, e 'l fiero rostro

Contra noi opra, e ogn'hor si mostra ria,

Benigna è la virtude e la sapienza,

Né hom' è quel, che di lor viva senza.


SOPRA L'INGRATITUDINE


Non si ritrova, in questo basso stato,

Huomo più scellerato, iniquo e rio

Quant'è colui che si dimostri ingrato

A chi stato è ver lui benigno e pio,

Per questo giù dal ciel fu discacciato

L'angel più bel, già tant'in gratia a Dio,

Che per vitio sì iniquo e horrendo tanto,

Cadde nel centro a sempiterno pianto.


Fuggi dunque fratel, sì gran peccato,

E s'avvien ch'un ti facci beneficio,

Mostrati sempr' a lui cortese e grato,

E rendi lode a chi ti fa servitio,

E non far com' il lupo empio e spietato

Qual a la grue, che sì pietoso officio

Fa verso lui, non sol gratia gli rende,

Ma stima carità se non l'offende.


SOPRA LA RUFFIANA BASTONATA


Ruffiana:

Ohimè, madonna, non mi bastonate,

Deh, no, vi prego, che perdon vi chiegio,

Che più d'amor non portarò ambasciate,

A voi, che tutta honesta esser vi vegio.

Fermatevi, di gratia, non mi date,

Che de l'error c'ho fatt', hora m'avegio

E son per predicarvi in ogni via

Per la più casta c'hoggi al mondo sia.


Donna:

Impara, maladetta, empia ruffalda,

I pollastri portar a le mie pari,

Che pensi tu ch'io sia, vecchia ribalda,

A venir qui con polli e con denari?

Vatti con Dio, né far che mi rinscalda

L'ira di più, sì ch'a tue spalle impari

Ogn'altra iniqua veccia e scellerata

Degna pria che nasesti esser brugiata.


SOPRA LA BARCHA CHE VA A TOPINO'


Io voglio andar a star' a Topinò,

E farmi una casetta, e stamin' lì,

Meco la mia signora condurrò,

Senza la qual non posso stare un dì.

E a galline e a capponi sguazzerò,

E là non stentarò com'io fo qui,

La barca è di già in porto e se ne va,

Voga, voga, nocchier, voga pur là.


Là si canta, si ride, e non si sta

Mai in malenconia, com'io fo qui,

Chi vuol mangiar, a l'hosteria sen va,

E a tavola si sta la notte e 'l dì.

Di quanto chieder sai, l'hoste ti dà,

Poi al partire ti dà dei soldi a ti,

Però mi parto, e non tornarò più:

Voga, voga, nocchier, voga pur su.


Là di continuo fan feste e balletti,

E sonar s'odon cetre e chitarroni,

E marzapani, torte, e buon confetti,

Attorno vanno, a tutte le stagioni.

Ivi fansi ogni dì pasti e banchetti,

E volan cotti in tavola i pavoni,

E sol si beve greco e malvagìa,

Voga, voga, nocchier, voga pur via.


Là per quattro quattrin sa un vitel grasso,

Poi ti vien dato indietro una gazzetta,

Gli huomini giorno e notte van al passo,

E giocan di polpette alla bassetta,

Le donne ti salutano a ogni passo,

Né v'è nissun che per ragion le metta,

E commedie si fan, la notte e 'l dì,

Voga, voga, nocchier, non stiam più qui.


Là si legan i can con le salcizze,

E gli asin portan d'oro la bastina,

I fagiani e le quaglie grasse e mizze

Ti volano sul letto ogni mattina;

là non si portan guanti, né manizze,

Che non vi casca mai giaccio né brina,

Né si sta a disputar del sì e del no,

Voga, voga, nocchier, voga pur mo'.


Là non si vedon mai sbirri né spie,

Né s'usa funi, né si dà tortura,

Né vi son febbre od altre malattie,

Né in alcun tempo mai l'aria s'oscura,

Là non si trovan sassi per le vie,

Ma ricotte, formaggi e gattafuora,

E nascon fegatelli ove tu vai,

Voga, voga, nocchier, voga hormai.


Là corron pien di latte i ruscelletti,

Gli arbor producon miele e zuccar fino,

E di carne salata sono i tetti,

E senza vendemmiar si coglie il vino;

Di penne di fenice sono i letti,

Di spoglie di lasagne ogni confino,

Di salamo le scale e tutto il resto,

Voga, voga, nocchier, voga su, presto.


QUESTIONE TRA LE PULCI E LE FEMMINE, E LA VECHCIA CHE SI SPULICAVA.


Un pulce saggio antico, qual con morso

Pieno di sangue human non offendeva,

Ebbe ad un alto tribunal ricorso,

Per molti torti ch'egli pretendeva

Contra le donne, e poi c'hebbe discorso

De l'ampia autorità che scritto haveva,

Dal pulcesimo suo fatta citare

La parte, osò primier così parlare:


Non produce Natura hoggi animale,

Signor, che più di noi misero sia,

Colpa del sesso femminil, ch'un male

Leggier, di poca offesa a noi natìa

Castiga con tre morti, ove non vale

Che d'una indegni sian, nel sputo pria

Verenose, e le tal, poi che ci ha presi,

Tempra li diti infami e discortesi,


Fra cui ci fa morir, poi ci dimena

Tanto, che quindi habbiamo un'altra morte.

Giunge la terz' all'hor ch'uscite appena

Da l'empie man co' piè ci pesta forte,

Sententia tu, se triplicata pena

Di picciol fallo è giusto ch'altri porte.”

Sorge una vecchia a dir: “Mille, signore,

Sono i morsi de' pulci a tutte l'ore.


Peggie l'haudacia lor, ch'osan intrare

La........................................................

Tre morti e più convien a queste dare.

Sassel ognun, né qui dir altro occorre,

Ch'alle tre morti ancor solion scappare.”

Cotal querele il giudice a disciorrer

Rispose: “Ho ben vostre ragioni udite,

Ma più tempo bisogna a tante lite.”


Ohimè, gran caso a non poter filare

Mezz'hora, che bisogna spulicarmi

S'han prese queste pulci a scorticare

Mia vita tutto il giorno e tormentarmi.

Le sento a centinaia a corseggiare

Su per le gambe e coscie a picicarmi,

Forz'è de por la rocca, fin che slacci

Le calze, ed altre prenda, altre discacci.


Sia maledetto chi li vol più bene

Di me, che mi trafiggon come un'ape,

Guarda Catarinetta, s'alcun viene

Fatti su l'uscio, mentre queste rape

Vo tutti aprir, e dentro cercar bene.

Ohimè, questa pieghetta sei ne cape,

Chi sì di sei, che non n'havrò nissuna.

Ah, ribalde assassine, io n'ho pur una.


Oh com'è grossa, ah, cerchi fuggire,

Aspetta, che fra l'unge t'habbia colta,

Se non saltella via, poss'io morire:

Su con l'altre a le coscie si è raccolta.

Va' pur su quanto voi, che per seguire

Ti vo' senza vergogna questa volta.

L'orlo della camicia n'ha seicento,

Non meravillo se scannar mi sento.


Corri, vien qua, la mia figliola, sputa

Su la tua man ben ben, poi la distendi

Giù per le spalle mie, che divenuta

Son un crivello, e ve n'ho mille. Attendi

Al fatto tuo, bestiola, e lo saluta,

Che ti vo' dar do noci, se le prendi.

Calca, calca ben, l'ungie, che ti possa

Venir la febbra, che mi fori l'ossa.


IL FINE