PALAZZO

FANTASTICO

E BIZZARRO

DEL CROCE

PER DARE RICETTO A TUTTI I MISERI,

AFFLITTI, FALLITI, FRUSTI, CON-

SUMATI E MAL CONDUTTI


Con l'arguta risposta fattagli dall'architetto sopra tal disegno.


Capriccio curioso e novo.

AL MOLTO MAG.

E rev. sig. Don Altobello Manfredi della

collegiata della terra di San Giovanni in Persiceto

Preposito meritiss.


Non è cosa al parer mio, molto Maggiore. e Reverendissimo Signore, la quale obblighi e facci debitore l'huomo all'altr'huomo, quanto la cortesia e chi quella dal suo amico, riceve e non ne mostra segno di recognitione, se non in fatti almeno in parole, quello merita grandissimo biasmo, e castigo fra le genti, onde io, che sempre sono andato e di continuo vado scrivendo ne' durissimi marmi le cortesie le quali ho ricevute e vado ricevendo ogn'hora da' miei signori e patroni, havendo preso in mano il giornale de' miei creditori, mi son trovato debitore a lei d'una grossa partita per l'infinite cortesie ricevute nella casa sua, insieme con la famiglia mia; onde, essendo quasi transcorso il termine del pagamento, mi sono arrossito in volto ch'io sia tardato tanto a comparire al foro della gratitudine, se non per fare l'intiero pagamento, per dare almeno alquanto di soddisfazione al creditore, e cercare di prorogare il tempo della ragione a pagare il restante, con più mia comodità. Però, per mostrarle, come ho detto, un poco di segno di recognitione di quel tanto ch'io gli devo, non mi trovando havere altro che parole, poi che i fatti hanno rotte le gambe, vengo riverentemente a donarle questo mio nuovo capriccio da me composto uguale alla stagione nella quale al presente ci troviamo, pregando Vostra Signoria degnarsi di accettarlo con quella serena fronte ch'ella suole fare tutte l'altre mie piacevoli compositioni, tenendosi certa che, se mai, come spero, il tempo tornarà più allegro, che io la salutarò con rime assai più liete. In tanto Vostra Signoria mi favorisca leggere questa per hora, e si degni conservarmi nella gratia sua, che desiderandogli da nostro Signor Iddio ogni suo compìto deisderio, gli bacio riverentemente le mani. Di Bologna il dì 24 Ottobre 1607


Di Vostra Signoria molto Maggiore e Reverendissimo

Affetionatissimo Servitore

Giulio Cesare dalla Croce

A

I CORTESI

LETTORI


Questo non è obelisco o mausoleo,

Non colosso o piramide d'Egitto,

Né 'l gran tempio ch'eresse, com'è scritto,

A Giuno già la moglie di Sicheo,


Non l'antico teatro o Coliseo

De la famosa Roma, ove l'invitto

Cesar, dopo l'haver rotto e sconfitto

La stuol nimico alzò più d'un trofeo,


Non è d'Alcina il favoloso hostello,

Né men d'Atlante l'incantate mura,

O di Circe l'albergo iniquo e fello,


Ma un palazzo, la cui architettura

Farìa a Vetruvio perdere il cervello,

Nel trovare il disegno e la misura,


Che tanto a chi pon cura

Fantastico e bizzarro è l'artificio,

Ch'huom mai non vide o intese tal capriccio.

PALAZZO

FANTASTICO

DEL CROCE


Vorrei, eccellentissimo architetto,

Far un palazzo di sublime altezza,

Con tal capacitade e tal larghezza

Ch'a' miei amici anchor desse ricetto.


In Isola sia il quadro, ch'in effetto

Ha più magnificenza e più grandezza,

E sian le mura con giusta grossezza

Tirate, da la pianta fin al tetto,


Però com' huomo esperto e pien d'ingegno

Udite, prego, questa fantasia,

E se vi piace fatene in disegno.


Prima il suo fondamento vo' che sia

D'oppio e cicuta in un mortar di legno,

Pesta per man de la Melanconia.


Poi vo' che se gli dia

Sopra una man di grasso d'appestato,

Stemprato con il fiel d'un opilato.


E tutto il mattonato

Vo' che sia di malitie di villani,

La loggia di bugie di cerretani.


Le sale ed i mezzani

Fian di sospir d'amanti appassionati,

E doglie di meschini infranciosati.


Di furia di soldati

Saran le porte, gli usci ed i balconi,

Tutti di sfacciataggin di buffoni.


D'inertia di poltroni

Saran le volte, gli archi di creanze

Di mulattieri, con tute le stanze


Di fumo e di speranze,

Di cortegiani saranno i solari,

I travi di tumulti di scolari.


Di “Ceter” de' notari

I pilastri, le base e i capitelli,

Di ricette di medici i tasselli;


De le porte i martelli

Saran d'adulation di parassiti,

Il pian, di pentimento di falliti.


I muri stabiliti

Di miserie di pover litiganti,

Il pozzo di superbie di forfanti.


Di rase di calcanti

Sarà l'altana con la galleria,

Il tetto d'alchimistica pazzia.


Di nebbia e d'albasia

D'ambitiosi, sarà la cucina,

E di lusinghe d'hosti la cantina.


Il fregio che cammina

Intorno gli architravi e i cornicioni,

Di sete e d'ingordigia d'avaroni.


I gradi, ovver scaglioni

Di spergiuri saran di giocatori,

Di tratti ruffianeschi i corritori.


L'andito di rumori

Femminili, di ciancie, e di chimere,

D'intrichi sensaleschi le portiere.


La torre, al mio parere,

Sostentata sarà da tutti i canti,

D'ostination di sciocchi ed ignoranti.


Di puttaneschi pianti

Fia la fontana, la peschiera e l'orto,

Di birresca insolenza l'antiporto.


Hor credo essere in porto

Giunto col mio pensier, circa le mura.

Veniamo a ragionar de la pittura


Che farvi si procura.

Per ornamento de le stanze tutte,

Che così nude a l'occhio sarìan brutte,


Molte historie ridutte

Ho ne la mente, e ve le voglio dire,

Prìa che da me v'habbiate da partire.


E le vo' compartire

In tanti quadri: il primo sia Nerone,

Quando di Roma abbrucia ogni cantone,


Anchor del crapolone

Sardanapal la vita ci vo' drento,

E di Bruto, e di Cassio il tradimento.


Del tiran d'Agrigento

Le crudeltadi, anchor l'impudicitia

Di Biblis, e di Mida l'avaritia.


La frode e la malitia

Del rio Sinon, l'infidiltà di Sesto,

D'Elena il ratto, e di Thereo l'incesto.


Il caso aspro e molesto

Di Polissena, e quel di Polidoro

Ch'ucciso fu per ingordigia d'oro.


E insieme con costoro,

D'Ero e Leandro l'infelice amore,

E di Pasife il bestial humore.


Col subito furore

De la crudele e dispietata Althea,

E l'empio fratricidio di Medea.


Di Circe iniqua e rea

Gl'inganni, anchor d'Erisiton la fame,

E di Scilla empia il parricida infame.


Qui anchora convien ch'io brame

Del crudel Licaon il caso reo,

Di Tantalo, di Titio e di Tiseo.


Ancor, di Campaneo

Superbo il caso dispietato ed empio,

E del miser Fetonte il crudo scempio,


Achille entrò nel tempio

D'Apollo, di saetta trapassato,

Creso sul rogo, Seneca svenato,


Ettore strascinato

Da' fieri Greci, e la morte d'Aiace,

El fin di Sofonisba e di Siface.


Qui anchora mi compiace

Vedere il tristo fia di Mitridate,

E Foca strascinar per le contrate,


E l'empio Policrate

Tiran de Samij, in aere sospeso

E Decio, nel pantan morto e disteso.


Veder nel toro acceso

Perillo, anchor mi sarà molto grato,

Degna pena di lui che l'ha formato.


Pirro cader scannato

Per man d'Oreste, Erachlito da' cani

Mangiato, e Servio ucciso da' romani.


Qui tutti i casi strani

In somma voglio, e tutte le rovine

Del mondo, gli homicidi e le rapine


Ed il cattivo fine

Di re, duchi, e imperator passati,

Quai sian morti di ferro o strangolati,


Impesi o avvelenati,

Morti in cathena, in aria, in acqua e in foco:

Tutti li voglio pinti in questo loco.


Poi, per mio spasso e gioco,

De' libri un studio voglio farmi anchora,

Per meglio dispensare il tempo e l'hora.

E quante fin ad hora

Tragedie uscite sono in stampa tutte,

Nella mia stanza voglio, e belle e brutte,


Pur ch'in esse ridutte

Sian guerre, distrutioni e tradimenti,

D'eroi famosi ed huomini potenti.


Doglie, affanni e tormenti,

Casi crudeli, dispietate morti

Successe negli imperij e ne le corti.


Sdegn', ire, inside e torti

Effusion di sangue, e tutti i mali

Che fin qui son occorsi fra mortali.


Ma qui, da tali e quali

Potrei, e da voi ancho, esser richiesto

Che fantasia, che strano humore è questo


Che ad atto sì funesto

M'induce, poi che cosa qui non voglio

Che non sia mesta, e piena di cordoglio.


E che pur esser soglio

Allegro di natura, a cui rispondo

Ch'io vissi un tempo già lieto e giocondo,


Mentre regnava al mondo

La cortesia, ma poi ch'ell'è partita

E l'Avaritia in campo compartita,


Ho sì in odio la vita

Che, qual novo Timon, bramo lontano

Ritirarmi in tutto dal commercio humano.


E però non è vano

Questo pensier, se dentro il mio palazzo

Non voglio cosa che porga sollazzo,


Poscia che 'l mondo pazzo

Hoggi più apprezza i tristi e vitiosi,

Che non fa gli huomini saggi e virtuosi.


E però i curiosi

Non s'ammirin, se sol di cose meste

Bramo ornar le mie stanze, e se sol queste


Historie aspre e moleste

Cerco d'haver, perché in esse mirando,

E le sciagure altrui considerando,


Alquanto consolando,

Anderò del mio cor la grave pena,

Che quasi a disperato fin mi mena.


Perché la mia Camena,

Che si vede seccar l'acqua del fonte,

Più non ha, com'havea, le rime pronte,


Ma sta con mesta fronte

Sola e pensosa, a un pioppo secco sotto,

Con la lira stemprata, e 'l plettro rotto.


E tace e non fa motto,

Tutta bramosa di veder quel giorno

Ch'a noi Zethe e Calai faccian ritorno,


E che scaccian d'intorno

La mensa di Fieno, lo stuol fetente

De l'arpie, come fero anticamente,


Quali, oltre che col dente

Lor famelico e ingordo, tran de' vasi

I cibi, forza è d'atturare i nasi


Al puzzo lor, che quasi

Il fiato toglie, tanto è crudo e rio

Intendami chi può, che m'intend'io.


E però, mastro mio,

Fate, prego, il disegno quanto pria,

Fin che simil pensiero ho in fantasia.


Che da la parte mia

Anch'io farò quel tanto che va fatto

E da me a pien sarete soddisfatto.


Horsù, venghisi all'atto,

Né per spesa si stia, che già di quanto

Fa di mestieri, ho preparato in tanto


E ridotta in un canto

Ho tutta la materia che vi vuole,

A edificar questa superba mole


Tal ch'ove gira il sole

Non voglio che si trovi in altro sito

Palazzo alcun di questo il più compìto.


Poi, come stabilito

Fia il muro, e dentro e fuora biancheggiato,

E d'ogni intorno di tai quadri ornato,


Voglio che sia invitato

Tutto lo stuol de' miseri ed afflitti,

Falliti, consumati e derelitti,


Frusti, lesi e sconfitti,

E in somma, tutti quei c'han poca sorte,

A venir habitar ne le mie porte.


Ch'ivi, fin a la morte

Insieme albergarem, da veri amici,

In questi tempi tristi ed infelici.


E pensando a i felici

E lieti giorni del tempo passato,

Piangeran meco il lor dolente stato,


E vo' che sia chiamato

Il Palazzo de' Miseri, ove tutti

Ricetto havran gli afflitti e mal condutti,


Quai non pria saran ridutti

Entro le porte del mio degno hospicio,

Che varie genti havranno al lor servicio.


Quai tal esercitio

Hanno imparato già molt'anni pria,

In casa di madonna Carestia.


Sì che d'uopo non sia

Lor insegnar di quanto hanno avvertire,

Ch'esperti sono, e pratichi in servire.


E gli farò venire

Quando saran le stanze accomodate,

E fin ad hora già l'ho preparate.


Madonna Povertate

Sarà la dispensiera, e 'l spenditore

Il Distrutto, e 'l Sconfitto il mio fattore.


Il camerier maggiore

Il Travaglio, e 'l Tormento il credenziero,

Scalco il Bisogno, il Frusto il bottighiero.


Il Languido il coppiero,

Il Cordoglio il trinciante, e 'l canevaro

Il Fastidio, e il cuoco mastro Amaro;


Il Suppplicio il fornaro,

L'Affanno il burattin, ed il garzone

Da stalla il Mesto, e 'l Dolor il cozzone.


Madonna Passione

Con l'Inopia e l'Angustia sua massara

Ci verran poi a far la lavandara,


Le quali insieme a gara

Faranno a chi di lor manco può dare

Sapon a i panni, per non gli frustare,


Poi gli andranno a sciugare

Su la spinosa siepe, aspra e pungente,

Di madonna Patienza, lor parente.


Poi voglio finalmente

Mandar in piazza un bando generale

Che del palazzo mio montar le scale


Non osi alcuno, il quale

Non mostri chiaro e apparir facci in atto

D'esser fallito e consumato a fatto.


Ch'io voglio, ad ogni patto,

Ch'entrar non possa mai dentro il mio tetto,

Per temo alcun né gioia né diletto.


E chi vorrà soletto

Tal hora star, e ritirarsi alquanto,

Havrà una stanza a posta, ove da un canto


Accomodare in tanto

Farò un lambicco, con il suo fornello,

Acciò, se voglia viene a questo o quello


Lambiccarsi il cervello,

Sel possino a lor voglia distillare,

E far castelli in aria a tutto andare.


E se vorran pigliare

Tal hora qualche grillo o parpaglione,

Non gli mancarà gabbia né zuccone.


Né voglio, in conclusione,

Che manchi, a chi con me farà dimora,

Cosa alcuna, che sia da bene in fuora.


Ciò mantener ogn'hora

M'obbligo, e chi il mio dir tenesse vano,

Un scritto gli farò di propria mano.


Qual farà chiaro e piano

Chiunque albergarà nel tetto mio,

Mai nulla havrà conforme al suo desìo.


E l'impresa qual io

Mi son pensato por sopra l'entrata,

Fia una Fortuna tutta stroppiata,


Magra ed astenuata,

Che co 'l suo aspetto scopra a' viandanti

Qual fia il ritratto ver de gli habitanti;


Né s'udran dolci canti

Di rosignuol, ma corvi, quai gracchiando

Mai buone nuove attorno andran portando,


A tal che 'l miserando

Stuol ch'ivi albergarà, sarà sicuro

Di sempre haver un viver aspro e duro.


Di più: farvi procuro

Un echo, qual s'io dico: “Havran giammai

Fin le mie pene?” Esso risponda: “Mai”.


Hor ho parlato assai,

So che capito havete il mio soggetto,

A Dio, vi lasso, e quanti pria v'aspetto.


IL FINE

RISPOSTA

BELLA E ARGUTA

DELL'ARCHITETTO

A L'AUTORE


Croci gentil, ho inteso il tuo pensiero

Intieramente, e la tua fantasia,

Né mi dispiace questa bizzarria,

Se come amico t'ho da dire il vero.


E son pronto e parato a far l'intiero

Disegno, e in breve lo porrò a la via,

Pur ch'io non getti l'opra, e 'l tempo via,

Ch'ogn'un per premio al fin fa il suo mestiero.


E per mostrarti ch'io son huom d'ingegno,

E ch'a Vitruvio o ad altri inferiore

Non son, del mio saper ti darò segno,


E, acciò meglio conosci il mio valore,

Eccoti d'una fabbrica il disegno,

Ch'in parte della tua va sul tenore.


Questa a l'imperatore

De' pappagalli fei l'anno passato,

Ch'el fondamento havea di pan pepato;


E tutto 'l mattonato

Di zenzer, di garofolo e cannella,

Il portico, di colla caravella,


Gli usci di pimpinella,

La sala di pomata, e la cucina

Di sapon nero, in carta bergamina,


Il pozzo e la cantina

Di salsa verde pesta in un mortaio,

Per un cugin del mese di gennaio,


I travi del solaio

Di tuti ed il cortil d'oglio di Saffo,

La colombaia di tasso barbasso.


Le mura son di grasso

Di talpa morta a suon di campanelli,

E di bave di mula i chiavistelli.


De le porte i martelli

D'alga, i pilastri di cirusa mostra,

I capitei di salti di marmotta.


L'andito di ricotta,

Fresca, la galleria di tramontana,

I cornicion di testa di gallana,


Tutto il resto è di lana

Succida, pettinata a poco a poco,

Da un babbuin di cera appresso il foco.


Molti altri, in questo loco,

Disegni ti potrei mostrare anchora,

Ma più con te non posso far dimora,


Ch'andar convienmi hor hora

La pianta a designar d'un hospitale,

Per gli alchimisti, che van tutti a male.


IL FINE