IL

PARLAMENTO

DE GL'ANIMALI


ed altre cose insensibili, che

parlano.

ANIMALI

che parlano.


Messer Asino

Il gallo

Il bue

Il grillo

Il gatto

Il rossignuolo

Il cane

La pecora

Il porco

La spipola

La rana

La ranella verde

La cicala

La chioccia

Il cucco

La rondina

L'anitra

L'oca

Il chiù avvero allocco

La grue

La tortora

Lo smerlo

L'upupa

Il pulcino

La gazza

Il pappagallo

La quaglia

La zenzala

Il calabrone

La vespe

L'ape

Il colombo


Cose insensibili che parlano


Il buratto del fornaio

Le campane

Il tamburo

Il frullo del mangano

La botte del vino

La piva

Il liuto

La tromba

Il fiasco

La musica

Al cortese lettore.


Il Croce


Se gl'huomini ragionano, Natura

Quando formolli lor tal gratia diede

Che così chi del tutto ha somma cura,

Volse, per mantener il Mondo in piede,

Perché l'huomo parlando, si procura

Di quanto gli bisogna, e si richiede

Ode, parla, discorre, opra ed intende

E co'l parlar il tutto al fin comprende.


Ma gl'uccelli e i quadrupedi a quai dono

Tal concesso non venne, hor che diranno

Le genti, udendo di lor voci il suono,

E ch'essi parlar schietti sentiranno?

Né ciò gran stupore fia, che dov'io sono,

Opre di maraviglie ogn'hor si fanno,

E se le piante già parlar tal'hora,

Perché parlar non puon le bestie ancora?


Qui dunque se n'udiranno una gran parte,

Venute a me da lochi ermi e selvaggi,

Per esortarmi a dover por da parte

La Poesia, mostrandomi con saggi

Avvisi, che s'io seguo simil arte,

Ch'in premio al fin n'havrò pene ed oltraggi,

Prendila dunque, e leggela e vedrai

Ch'un tal capriccio non udisti mai.

Cancar venghi a quel dì, che mastr'Apollo

Mi menò seco a ber là su in Parnaso,

Che mi foss'io annegato nel suo vaso

O caduta dal monte a fiaccacollo.


O quando tolsi questa lira in collo,

Nel manico mi foss'io rotto il naso,

O con un piede l'asin del Pegaso

M'havesse dato un calcio e fatto frollo.


C'hor non sarei a sì crudel partito

Com'io son, che far voglio anch'io il poeta

E son hormai da ogn'un mostrato a dito;


Ch'ancor ch'a ciò m'inviti il mio pianeta,

Potrei da me scacciar tal appetito,

E menar la mia vita assai più lieta,


E non v'è chi mi vieta

Di lasciar star da parte il poetare,

E trovar altra via da trastullare;


Ch'io mi sento gridare

Con dirmi: “Se dinar vuoi nel carniero,

Co, co, co, corri al tuo primo mestiero.”


Il cucco in atto altiero

Par dirmi: “Se le rime seguirai,

Cu, cu, cu, cu, un cucumer resterai.”


La rondinella mai

Cessa di dir: “Se segui quest'humore,

Debit, debit, havrai l'anima e 'l core.”


L'anitra con amore

Par dir: “T'accorgerai poi del tuo male,

Quan, quan, quando sarai a l'hospitale”.


L'oca, sbattendo l'ale,

Par dir: “Se seguir vuoi simil sentiero,

Go, go, go, goffo sei a dire il vero.”


Il chiù, per l'aer nero,

Crida qual alma o spirito disperso:

Chiù, chiù chiudi le tue orecchie al verso.”


Quando in questo traverso

Passa la grue, par dirmi schiettamente:

Cru, cru, cruda hoggidì troppo è la gente.”


Ed il pulcin saccente

Par dir: “Se vuoi dal mondo esser gradito,

Pi, pi, pi, piglia tosto altro partito.”


La gazza, con spedito

Canto, par dir: “S'al verso havrò la mente

Cra, cra, che d'hoggi in crai andrò in niente.”


La tortora consente

Con dir: “Sempre serai per simil strade,

Tur, tur, turbato da la povertade.”


Lo smerlo, per pietade

Vuol dir col suo cantar: “Fi, fi, fi, fio,

Che d'humor tale al fin pagherò il fio.”


E l'upupe con pio

Verso mi dice: “Se servendo vai

Pu, pu, pu, pu, purgando ogn'hor andrai.”


Il pappagallo mai

Cessa di dir: “Se 'l verso seguir vuoi,

Pappagà, pappa e gaffa, se tu puoi.”


La quaglia i detti suoi

Conferma: “A chi ti viene a comandare,

Fat pagà, fat pagà, fatti pagare.”


Mentre corre a giostrare,

La zenzara fa stridere il cornetto:

Così, così farai come t'è detto.”


Il calabron inetto,

La vespe e l'ape, gridan con furore:

Sur, sur, sur, surgi hormai da quest'humore.”


Il colombo trà fuore

La voce e dice: “Se non lassi stare

Tu, tu, tu, tu, tu sempre hai da penare.”


Ma troppo havrei che fare

S'io volessi allegar tutti gl'uccelli

E starne, e storni, e lodole, e fringuelli,


E tordi e gavinelli,

Cigni, calandre e aquile e falconi,

Gheppi, mulacchie, corvi e cornacchioni,


Ceici ed alcioni,

Con ghiandaie, cicogne e lucherini,

E gufi, e picchi, e nibbi e cardellini,


Petrossi e reatini,

Sparvier, smerigli, gracchie ed avvoltori,

Girifalchi, fagian, polle ed astori,


Quai tutti gran clamori

In diversi idiomi van formando

Acciò ch'io lassi andar le rime in bando;


E ogn'un mi va allegando

Qualche sentenza, con sommo desìo,

Ch'io lassi quest'humor gire in oblio.


A tal, ch'al parer mio,

Se gl'animali, co'l suo naturale

Conoscono la vena del mio male,


Debb'io dunqu'esser tale

Che per dar spasso ad altri i' voglia fare

La mia famiglia tutto 'l dì stentare?


Né solo ho da pigliare

Esempio da le bestie, che ragione

In sé non han, ma a dirlo in conclusione


Mi dan simil cagione

Altre cose ch'io sento, a dire il vero,

A seguir altra strada, altro sentiero.


Che s'io volgo il pensiero,

A le cose insensate, odo ch'ancora

Par che tutte mi dican: “Va' , lavora.”


Ch'io mi volgo tal'hora

A sentir burattar il mio fornaro,

E qual buratto par che dica chiaro:


Odi, fratel mio caro,

Io vo d'intorno anch'io come un molino,

Fo tich e tach, e mai rocco un quattrino.


Così ancor tu, meschino,

Fai tich e tacho, e tocchi co'l tuo archetto

Né credo accatti che ti dia un marchetto.”


Ma con più chiaro effetto

Se tal'hor noto le campane al suono,

Non ne cavo da quelle augurio buono:


Perché quel far din, dono,

Vuol dir: “Dinar in don non aspettare,

Però bisogna andartene a trovare”.


Il tambur nel sonare

Fa, ta, pa, ta, che vuol dir: “Tal patto hai

Co'l verseggiar, che mai un soldo havrai.”


Il frullone, i miei guai

Conosce, e par che dica: “Car fratello,

Fru, fru, fru, frusto havrai sempre il mantello.”


Se si dà in un vascello

O botte, s'ode il colpo risonare,

Tuf, tuf, qual mi par dir: “Che vuoi tu fare?”


La piva, nel sonare

Fa, to, no, no, che vuol dir: “Tu non odi,

Lassa ti prego i versi in tutti i modi.”


Se del liuto i nodi

O tasti tocco, par che voglian dire:

Tronc, tronc, tronca la speme al tuo desire.”


La tromba al tintinnire

Fa tantarà tantarà, che mostrare

Vuol che s'io scrivo, tanto havrò da fare,


Ch'io non potrò durare.

E 'l fiasco a far clò, clò, fa manifesto

Che Cloto troncarà mia vita presto.


E la musica il resto

Conferma, che da l'Ut incominciando

In lutto vivo, e mi vo consumando.


Il Re mi dice: “Quando

Resterai di seguir sì inutil strade,

E 'l Mi col Fa: “Mi fai pietade.”


Il Sol, pien di pietade

S'accosta al La, dicendo: “Sol là s'ode

Virtù languir, e l'ignoranza gode.”


Tal ch'ogni cosa rode

Questo mio cor, né so più che mi fare,

Tanto mi sento al mondo travagliare.


E potrei ritornare

Al mio mestier, come ciascun m'addita,

Ch'util più assai sarebbe a la mia vita.


Ma il genio mio m'invita

A seguitar le stanze e le canzoni,

E lassar dir i grilli e i parpaglioni,


Le pecore e i castroni,

E l'altre bestie tutte, ad una ad una,

E star constante a i colpi di fortuna.


Che dopo questa bruna

Aria, atra e tetra, e di tenebre piena,

Spero una luce limpida e serena.


Però creschi la vena,

Abbondi il verso, innalzisi lo stile,

Ch'io non vo' mai mostrar animo vile,


Forsi qualche gentile

Spirto, nobile, illustre e liberale,

Provvederà a la causa del mio male.


IL FINE