PIANTO

SOPRA L'IMMATURA

MORTE DELL'ILLUSTRE

E STRENUO

COLONNELLO

IL SIG. CONTE FABIO

PEPOLI

AL MOLTO ILLUSTRE

E REVERENDO SIGNOR

CONTE NICOLO'

CALDERINI,

mio signore e padron osservandissimo.


Tengo (illustre e reverendo signor mio) tanti e tali obblighi con la inseplicabile bontà e magnificenza di Vostra Signoria reverenda, ch'io da me stesso non ardisco di più comparirgli innanti, se non con qualche segno di gratitudine verso li tanti favori e benefici della liberalità sua ricevuti. Con tale pensiero fin qui essendo soprasseduto, né mi si presentando altra occasione che 'l pianto dell'immatura morte del signor Conte Fabio Pepoli, da me più tosto a caso che con arte alcuna di poesia composto, mi è parso esser conveniente cosa al debito mio di fargliene dono, e tanto maggiormente a ciò fare mi sospinse, quanto che so in che stima erano da lei osservate le molte ed ottime qualità di questo gran cavaliero. Sarà letione breve, e non di alto stile, ma sincera, e senza frase di parole oscure o affettate, conforme alla candidezza del bello e generoso animo di Vostra Signoria reverenda, la quale, per lo splendore della nobilissima sua famiglia e di tanti gran letterati da quella usciti, ed in specie per le compiute virtudi che a guisa di virgulti ogni giorno in lei fioriscono, da tutti è universalmente amata e riverita. Se questo picciol dono sarà (sì come mi prometto) dalla benignità sua ricevuto, mi darà soddisfattione non mediocre, e sarà non men cagione di più altamente cantar con Apollo e spiegar' in versi le lodi natìe e singolari di Vostra Sigoria reverenda, alla quale prego da Nostro Signore Iddio ogni felicità, e con riverenza le bacio la virtuosa mano.

Di Bologna, alli 22. di ottobre MDLXXX


Di Vostra Signoria reverenda

obbligatissimo servitore

Giulio Cesare Croce dalla Lira

Caso atroce, oh sorte aspra e funebre,

Degna di compassion e di pietade

E di bagnar di pianto le palpebre.


Chi havrà nel petto tanta crudeltade

Ch'a lachrimar e pianger non si mova,

E non apra a i sospir del cor le strade


Udendo l'empia e dolorosa nova

Che la fama del mal, con vari giri

Sparge in ogni loco hoggi si trova?


Signori e cavalieri, i cui desiri

Son di seguir l'honore in ogni parte,

Fermate il passo e i pensier vostri diri:


Un famoso guerrier, figliuol di Marte,

Non sol d'Italia, ma d'Europa tutta

Gloria e splendor, per sua virtude ed arte


Qual contra l'ugonotta setta brutta

Hor contra maomettani e sciti rei

Per far la legge lor falsa distrutta


Invitto militò, che fin' a i Dei

Del suo sommo valor porse stupore,

E mille riportò palme e trofei.


Hor poca polve è fatto il fiero core

E l'alma benigna se n'è gita al cielo,

E la terra è rimasta con dolore.


Squarciamo dunque alla letitia il velo,

E sol odansi pianti acerbi e duri

E non fioriscan più pianta né stelo.


Lascino i lieti suon trombe e tamburi,

E di flebili accenti l'aria suoni,

Conveniente alli stendardi oscuri.


E le nubi spezzate faccian tuoni,

Ogni persona sbigottita e smorta

D'altro che di dolor più non ragioni.


Non fia tra noi chi più si riconforta,

Essendo il mondo di tant'huomo privo,

E la virtù de la militia morta.


Poiché diede di sé, mentre fu vivo,

Tal saggio del stupendo suo valore

Che 'l nome suo risuona in ogni rivo.


Oh, ben nato, eccellente, almo signore,

Disceso in ver' da generosi heroi,

De' Pepoli illustrissimo splendore,


Tu da l'hesperia mandi, a i liti eoi

De la tua fama il suono alto e perfetto,

Per la virtù de gli alti gesti suoi.


Tu con la lancia e con l'armato petto

Dal gran senato d'Adria e da San Marco

Fosto per colonnel prudente eletto.


Per i tuoi merti s' honorato carco

Havesti, onde ti sei portato in modo

Che 'l nome tuo fra i più honorati ha varco.


In te non nacque mai inganno o frodo,

Ma pura, chiara, indubitata fede,

Che la gloria raddoppia a ogni tuo lodo,


Ma tenesti ad alcun la sua mercede,

Sì ben mandasti ogn'un pago e contento

Di quella facoltà che 'l ciel ti diede.


Sempre mai fosti, per quanto odo e sento,

Sin da l'infantia a questa età perfetta,

Prudente e saggio, e pien di sentimento.


A l'ira mai non ti movesti in fretta,

Ma, con maturo ed ottimo discorso,

Hai sempre con ragion tua vita retta.


A molti con tua possa hai posto il morso,

In mar e in terra, e più d'un infedele

Per te alla cimba di Caronte è corso.


Oh, giorno a noi asprissimo e crudele,

Quanta perdita è stata, che di vita

Esca un campion sì degno e sì fedele.


Perché non fu chi gli porgesse aìta

Queande de la carrozza su quel sasso

Cadendo (ohimè) da noi fece partita?


Parcha, se pur sì presto al duro passo

Lo volevi tirar, perché no'l festi

Mentre era in mezzo a tante squadre casso?


A ogn'un satisfattione più data havresti,

Perché 'l morir per Dio con l'arma in mano

Fa ch epiù lieto l'huom passando resti.


Tu l'hai pur visto in pericol più strano,

Far mille prove, coraggioso e fiero,

Tra schioppi e stocchi, in mare, in monte e in piano.


E tu salvato l'hai, sano ed intiero,

Poi, dopo tanti e tai travagli, l'hai

Condotto a fracassarsi s'un sentiero.


Ma ben creder si dee, che più che mai

Viva egli, se ben chiuso in scura tomba,

Che 'l spirto è più felice purassai.


E la sua fama, con sonora tromba

Intuona 'l Battro e l'Thile, l'Indo e 'l Gange,

Che “Fabio, Fabio” e “Pepoli” rimbomba.


Egli è in loco miglior, né fia che cange

Stato più mai, se ben la madre antica

Le nobil ossa sue divora e frange.


E d'ogni merto, e d'ogni sua fatica,

D'ogni sua impresa valorosa e degna

Non sarà chi non scriva e chi non dica.


Tal che de Scacchi l'honorata insegna

Esaltata sarà d'intorno intorno,

Per l'alta nobiltade ch'in lei regna,


Poi perché 'l mondo resti anchora adorno

Lascia di sé la più florida prole

C'habbia giammai fra noi fatta soggiorno.


Non so s'un'altra simile n'habbia il sole

Vista alla nostra etade, o al tempo antico,

Mentre s'avvolge intorno a questa mole:


Cesare illustre e 'l nobil Federico,

Lucretio gentilissimo e Taddeo,

Gianpaolo e Carlo, a i studi ogn'un amico.


Due Figlie accostumatem ch'un Orfeo

Ci vorrìa con la cetra a commendarle,

O qualch'altro poeta o semideo.


Non è bastante a mezzo di laudarle

L'ingegno mio, che troppo rozza suona

Mia bassa lira, onde potrei fraudarle.


Nati dell'honestissima Manfrona

Isabella gentil, illustre e degna

Celebrata in Parnaso e in Helicona,


La qual, pe 'l grand'affanno dell'indegna

Morte del suo fidissimo consorte

Quasi fuora di sé par che divegna.


Ma se ben separati gli ha la morte,

In un momento, con sì grand'oltraggio,

Il nodo della fè resta più forte.


Per la perdita d'huom sì degno e saggio

Turbasi il Rheno, e van di rama in rama

Gl'angeli piangendo, e Apollo asconde il raggio,


Bellona se ne sta dolente e grama

Ed ha gettata la corazza e 'l scudo,

E, se morir potesse, morte brama.


Sospira Marte, e par ch'al fiero ludo

Senza la bellicosa sua presenza

Non possa comparir, d'ogn'ardir nudo.


In disparte se n' stan Senno e Prudenza,

Flebili e mesti, e gli fan compagnia

La Magnanimità con la Clemenza,


Piange con gran dolor la Cortesia,

E la Benignità sospira e geme

E disperata se ne fugge via,


Il Costume si scosta anch'egli e teme

Mai più trovar sì altissimi ricetto,

Da poter star con la Virtude insieme,


D'armar in vece l'intrepido petto

Vedesi sicuramente preparato

Nel sacro tempio il suo mortorio letto


In vece di vedersi d'ogni lato

Lucide spade, targhe, armi, archi e frombe,

Esser da torchi e lumi circondato,


Il suon d'artiglierie, tamburi e trombe,

Essere il suon di squille tanto amaro,

Che intonando risuona nelle tombe.


Oh, quanto è stato a Flesina discaro

Il suo morir, perch'ei faceva andare

La fama sua fin alle stelle al paro.


Chi sarìa stato di non lacrimare

Quando portato fu alla sepoltura

Con quelle pompe che si soglion fare?


Vider la sua famiglia in veste scura,

Ed i parenti suoi addolorati,

Colmi di passione acerba e dura,


Gli stendardi per terra strascinati,

I cavalli con barde e selle nere,

E le trombe e tamburi discordati,


Tanti signori ch'erano a vedere

Mossi da compassione e da pietade

Non potevano il pianto contenere,


Tante carrozze e cocchi per le strade

V'erano, che non potean l'un l'altro a pena

Il passo darsi, e andar per la cittade.


Era già notte, ma tanto era piena

D'accesi lumi le strade per tutto

Che rendean come il dì l'aria serena.


Altri non v'eran che sospiri e lutto,

Lacrime calde, che venian dal core,

E non si vide pur un occhio asciutto.


Così quel famosissimo signore

Fu portato a posar dove hora giace,

Con gran pianto del popolo e dolore.


Oh, vita nostra instabile e fallace,

Di quivi che noi siam, si può vedere

Fumo, sogno, ombra, polve, aria fugace.


Quel che già combattendo fra le schiere

Ai tanti fece impallidir le guancie,

E abbandonar più volte le bandiere,


Quel che tra tante spade e tante lancie

Trasse più volte vincitore il passo,

Donando a' suoi nemici male mancie,


Hoggi s'asconde sotto un duro sasso,

E di Bologna la gloria e 'l splednore

Seco si chiude in uno afflitto e lasso,

Né più sarà chi gionga a tanto honore.


IL FINE

FAMA ET FELSINA


Fama Perché sì sconsolata, in veste nera

E carca di dolor Felsina stai?

Forsi ti lagni poiché perduto hai

Quel degno heroe ch'ir ti facea sì altera?

Felsina Per lui mi doglio, né fia più ch'io spera

In alcun tempo consolarmi mai.

Fama Deh, cessa il sospirar, cessa i tuoi guai,

Ch'egli è più vivo e lieto che non era.

Felsina Haimè, come viv'egli, essendo morto?

Fama Morto non è, sorella, tu te inganni,

Che chi ben vive, al mondo mai non more.

Felsina Gli è dunque vivo, il mio gentil signore?

Fama Sì, ch'egli ha su nel ciel spiegati i vanni,

Però non pianger più, datti conforto,

Che da l'occaso a l'orto

Io porto gli honor' suoi con alte tempre,

E tu per lui sarai famosa sempre.