PRONOSTICO

Almanacco, taccuino ovvero babbuino so-

pra l'anno che ha da venire calco-

lato al meridiano d'Italia, città

di Matelica, per il dottis-

simo, sottilissimo e

plusquam ingeniosissimo astrologo Ma-

stro Braga bollita delle calcette.


Di Giulio Cesare Croce


Al nobilissimo professore e sostentatore dell'arte mate-

matica, il sig. Gallina Guerza da Francolino, per-

fetto in omnes genere musicorum e in utro-

que scientia peritissimo.

Essendo costume antico, Signor e Padron mio insolentissimo, che tutti quelli che fanno qualche segnalata fatica cercano d'appoggiarla a soggetto tale che gli venghi più tosto a dare riputatione e credito, che lasciarla scemare o minuire della sua nobiltà, e che con l'ombra sua si difenda da i crudi morsi de' maldicenti, così ancor io, conoscendo Vostra Insolenza piena di tutte quelle doti che in un corpo tanto ben composto dalla natura, com'è il vostro, possino essere, ho voluto, per dar maggior lume a questo mio Taccuino, ovvero Babbuino, come vogliamo dire, appoggiarlo al gran soggetto del vostro colosso, il quale hormai rende più lume intorno che un lanternone di quelli ch esi tengono nella stalla (perdonatemi se la comparatione è un poco bassa, perché a tempo e luogo sarete alzato da più gran valent'huomini di me); e sapendo che fra tutte l'altre scienze che regnano on voi, quella della matematica è quella che domina e governa il vostro sventato cervello, vi appresento e dono questo mio “Discorso” fatto sopr al'anno sopradetto, il quale, secondo Buovo d'Antona e Palmerino d'Oliva, entrarà subito che sia finito questo, come mostra Tolomeo nelle sue Tavole al quinto capo, della natura delle lumache, e Plinio nel sesto e ottavo dell'Historie naturali, sopra le zucche marine e i meloni di Chiozza, dove conclude che chi non ha cervello viene a partecipare un poco del balordo. Voi dunque vi degnarete accettare questo mio debol presente, e non guardando al dono, ma all'animo di chi lo porge, perché a voler giungere alla sublimità del vostro raro ingegno ci vorrebbe una balestra da pallotte, ché human sapere tanto alto non sale. Conservatemi dunque nella vostra buona gratia, e servitevi di me come d'un pilastro, e tenetevi, ch'io vi lasso.


Di vostra insolenza

Humilissimo surbidor

Braga Bollita etc.



Della primavera


Nascono varii e diversi pareri fra le rotelle modonesi e i speroni reggiani circa l'entrar della primavera: l'uno vuole che entri subito finito il verno, l'altro innanzi che vegni l'estate, e si sono beccate le creste più volte sopra questo fatto, ma un violone più dotto della spada d'Orlando dice che ella entrarà fra l'uno e l'altro, e così afferma Turpino di Rana e 'l marchese Oliviero, parlando de' bagni della Porretta, dove conclude che 'l zenit è posto in una parte del cielo, e che l'eclittico non si può vedere a star giù in cantina, e del suo parere è ancor Catone Uticense, e lo dimostra al quarto tasto dell'organo di Saravalle, sopra la chiave di famaut, al primo groppetto su l'aere di messer Hercolano, in quel verso che dice: “Chi t'ha fatto quelle scarpette, che ti stan sì ben, Gerometta”. La primavera dunque si conoscerà quando la terra cominciarà a verdeggiare e a produrre fuori rose, herbe, fiori, frondi, frutti e radici, e allhora daranno fuora le lucerte e cominciarà a cantare il cucco e la rondine, il rosigniuolo e l'allodola; i grilli saltaranno per i prati, sarà gran copia di cavallette, mosche, tafani, pecchie, rane, bisce, botti, ranocchi, calabroni, allocchi, barbagianni, gufi, ghiandaie, pappagalli, stornelli, scossacode, pettirossi, passare, franguelli, tordi, gavinelli, corvi, cornachcioni, nibbi, sparavieri, astori, girifalchi, calandre, lugarini, smerigli, gracchie, tortore, uouoe, gazze, grue, nottole, civette, pipistrelli, chiù e mill'altri animaletti dupedi, quadrupedi e centumpedibus, e questi sono la peggior canaglia che sia, qual sempre ci sono al pelo, né si fermano mai, e sono le più attaccatizze bestie del mondo. E di questi scrive Strabone al vigesimo terzo capitolo, su la ricercata del falso bordone, dove prova che le ricotte fresche sono ottime da far torte alla lombarda, e però chi nascerà in questo tempo camparà fino alla morte per esser Saturno chiuso in casa di Venere a purgarsi, né vuole uscir di casa fin che 'l Sole non entra in Libra, che all'hora i fornari ingrossaranno le miche, se Venere non apre la bottega, che questo causerebbe gran strettezza di borsa, come scrive Euclide a Margarita da i Coralli, dove afferma che se sarà nebbia su 'l principio, si dubita che le doglie vecchie non faccino le ricercate su le gionture. Ma a ogni cosa si trova rimedio, pur che si conoschi la complessione del patiente, e si dia la medicina secondo il male, come scrive Hippocrate in quel verso che dice: “La Mingarda vien dall'orto, con la rocca e 'l fuso storto, e tira giù Mingarda, la dridon.”


Della estate


L'estate, secondo Morgante maggiore, farà la sua entrata di giugno e sarà molto più calda di tutte l'altre stagioni, e la causa ne mostra Plutarco a quattro boccali, tre scodelle, dui mezzi e una foietta dove, concorrendo con l'opinione di Sacripante, Gradasso e Ferraù, conferma che quei dalle ventarole faranno assai bene i fatti suoi, e questo procederà perché il Sole, entrando nel Leone, porrà sul fuoco più fascine del solito, dove causarà che le cimici e le pulci ci saranno alla pelle senza discretione. In questa stagione si mieterà il grano, se ve ne sarà, e si farà tutto quello che si potrà fare per raccoglierlo, perché egli è un buonissimo amico, e massime da questi tempi. E le genti cercheranno di stare al fresco e alla villa, e questo afferma Lionbruno, nel secondo libro dell' epistole famigliari di Cicerone, quando scrive a Lepido quel bel verso: “Chi cade in povertà perde gli amici”, e Ovidio nelle sue “Metamorfosi” conferma che gli è mala cosa l'esser senza danari; però saranno assai malenconici per rispetto che la Luna starà in casa più del solito, e li banchieri non daranno denari senza le polizze, e tristo colui che si trovarà pegni al Monte quando si farà le sorti. E qui s'avvisano tutti i figliuoli di famiglia a guardarsi da gli stocchi più che sia possibile, perché Marte, essendo volto in cattivo aspetto retrogrado, col Cancro minaccia che se non pagaranno a tempore loco daranno bello a lassare le cappe o ferraioli in mano a i Pizza Mantelli, e questo afferma Pedrolin Frittada, Zan Frignoccola e Burattin Canaia, i quali tutti e tre concorrono in questa opinione, che 'l formaggio piacentino sia meglio assai che le cipolle romagnuole, il che conferma il Gonnella, benché Sobrino vi faccia un poco di resistenza; nondimeno Martiale la decide in quel verso che dice: “Quando andarastù al monte, bel Pecoraro”.


Dell'autunno


L'autunno sarà differente assai dell'estate, perché sempre viene innazi l'inverno, e questa è opinione antica di Zoroastro, il quale sopra ciò parlando dice che le frittelle di fiori di sambuco sono migliori e più gustevoli delle bastonate, e questo similmente afferma Drusiano del Leone nel discorso delle trippe trevisane, però egli farà la sua entrata nel mese di settembre per l'uscio della cantina e sarà gran fracasso di tinazzi, vasselli, botti, bigongi, barili, bottacci, fiaschi, cannelle, boccali, orci, scodelle, catini, secchi, vasi, olle, calastre, doccioni, spine, foratori, cannoni, cocconi, fiaschi, zucche, mezzette, bicchieri, gotti, zaini, nappi, salvavine, mastelli, brente, cerchi, reme, doghe e altre simili cose che andaranno in opera per rispetto delle vendemmie; e si faranno i vini, i mezzi vini, puri, mischiati, dolci, bruschi, forti, grandi, piccioli, tondi, di mezzo sapore, maturi, piccanti, razzenti, graspie, amarelli, cacciaparenti, frusta braghetta, trebbiani, moscatelli, vernazze, chirelli, bianchi, rossi, neri, paonazzi, di color oro, da inverno, da estate, da mezzo tempo, digestivi, confortativi, apeptitivi, pisciativi e d'ogni fatta. E perché sine Cerere e Bacco friget Venus, i bevanti haveranno buon tempo e daranno di matti schiaffi al boccale, e le bettole faranno assai bene, e questo lo dimostra Iginio e Propertio, dove provano che le oche cotte nel forno son migliori assai di quelle che volano per aria; però si coglieranno i frutti assai come pomi, pere, sorbe, susine, nespole, cotogne e castagne, e sarà gran furia ne i fichi e ne i maroni, e si faranno assai caldi alessi e castagnazzi e massime nei luoghi montuosi; e in questo tempo chi starà sano non havrà alcuna sorte di male, come prova il Mattiolo in quel discorso che comincia: “Vidi una pastorella, etc.”.


Dell'inverno


Il pigro, otioso e mal composto inverno farà la sua entrata nella più gelata stagione che sia, per la porta di dietro, a duoi note e quattro battute de i madrigali di Cipriano, e metterà gran scompiglio ne i poveri, i quali, trovandosi senza legne, finiranno di vendemmiare la tremarina, e chi havrà danari correrà a dispegnare tabarri, cappe, ferraioli, zamarre, pelliccie, coperte e altre tattare da tener caldo, le quali all'entrar della primavera havevano impegnati acciò non lgi fossero tolti. In questa stagione sarà meglio stare a letto che in alcun'altra stagione che sia, e i scaldaletti saltaranno in campagna e saranno banditi i ventagli, gli ormesini, le ventarole, le ombrelle, i parasoli, i cappelli di paglia e le scarpe trinciate, e i vecchi patiranno assai di tosse, catarri, freddure, buganze, discese, doglie di testa, podagre ed altri infiniti mali; e questo affermano Seneca e Diogene, dove dicono che la carne salata è buona con la mostarda, e di tale opinione è ancora Boetio, ma Demostene lo niega; pur Titolivio la chiarisce in quel verso che dice: “Torna, torna nel tuo paese, che non fai per me”. Onde per questo si farà grande occisione di porci, e si faranno salami, salsicce, salsiccioni, cervellati, brasuole, persutti, panzette, coste, cotiche, zampetti, grugni, lonze, lardi, reti, polmoni, fegati e altre cose da far cridar lo spiedo, la padella, la gradella e la pignatta; e questo minaccia la stella d'Orione volta con la coda verso il pelatoio dove s'udiranno di gran gridi e molti vi lassaranno con il pelo anco la vita, come scrive Portio, però i poverelli stiano preparati al più che possono, perché saranno rifrustati da Zagnicco, ambasciator del freddo, come prova Homero nella “Guerra delle mosche”, in quel verso che dice: “Se la mia Togna per i prà cammina”.


Del raccolto


Il raccolto malamente si può sapere quello che farà per rispetto de' terreni, i quali sono magri, grassi, secchi, humidi, alti e bassi che un frutta manco dell'altro, pur, secondo l'opinione di Pitagora, dico: se sarà della paglia assai, potrebbe essere grande abbondanza di grano, se le passare, colombi, gazze, stornelli e rondini non beccano le spighe; onde per più sicurtà sarìa buono pigliarli tutti e tagliarli il becco, e poi lasciarli andare, che non vi sarà più dubbio nessuno. E questo si cava da Pietro Cirsentio e da Agostin Gallo, mastri dell'agricoltura, i quali dichiarano che si trova gran differenza tra i cocomeri e i cedroni, e di tale opinione è ancora Bottos Solfanaro e Bella Barba, i quali disputando sopra la stessa materia, concludono che le simie non sono gatte, e per segno di ciò è giunto in questa città un gran valent'huomo, il qual s'offerisce di guarire ogni sorte malattie senza dolor del mastro, e perché experientia est rerum magistra, esso non vuole il premio fin che non ha fatto la prova. Il medesimo si trova molti secreti per i debiti, ma non ha havuto ancora licenza di pubblicarli: il detto sta dritto la Spetiaria de i Tre Legni, dalla casa di messer Chiapparino da Collalto, all'insegna del Gambaro Cotto, dove si legano le zucche con la salsiccia; però ogn'uno stia di buona voglia, che se questo ch'io dico sarà, staremo tutti a piè pari, e l'anno trionfarà, e tornarà la prima età dell'oro, e ogni cosa andarà a guazzetto, e canteremo quella stanza che dice:


Che dolce più, che più giocondo stato

Sarebbe quel d'haver della puina,

Che viver più felice e più honorato

Poter far della torta ogni mattina.


Ma se non fosse l'huomo stimolato

Da quel sospetto rio che ci ruina,

Da quel martir, da quella frenesia,

Chi n'ha danar non vada a l'hostaria.



De gli effetti che succederanno tutto l'anno


Gli effetti, i quali hanno da succedere saranno questi: che ogn'uno havrà da fare in suo grado, chi nascerà, chi morirà, chi riderà, chi piangerà, chi andarà, chi tornarà, chi tacerà, chi cridarà, chi darà a credito e poi litigarà il suo, chi fallirà, chi andarà su, chi giù, chi innanzi, chi indietro, chi andarà a male per sua causa, chi per altrui, chi ballarà, chi sonarà, chi cantarà, chi correrà, chi mangiarà, chi beverà, chi dormirà, chi veghiarà, chi comprarà, chi venderà, chi cavalcarà, chi andarà in carrozza, chi in nave, chi sopra un mulo, chi sopra un asino, chi in lettiga e chi a piedi, chi bramarà la pace, chi la guerra, chi prodigo, chi scarso, chi ignorante, chi soldato, chi mercante, chi procuratore, chi avvocato, chi hoste, chi barbiero, chi sarto, chi calzolaro, chi pedante, chi musico, chi poeta, que pas est, chi fisico, chi cerusico, chi filosofo, chi legista, chi commediante, chi buffone, chi giocatore, chi taverniero, chi truffatore, e in conclusione, ogn'uno farà qualche professione e così il mondo passarà come ha fatto per l'addietro, e chi non crede, legga Horatio, in quel verso che dice: “Amor mio bello, havesti cavo un occhio”, che si chiarirà quanto sia dalla Giobbia grassa a i bagni di Padova, e quanta differenza sia da un matto a un fa matto, e a che pericolo si mette uno a conversar con gl'ignoranti, sapendo che Democrito dice: “Chi è bestia stia nella stalla”, e Vergilio l'afferma, quando dice: “Ritire tu patule recubans sub tegmine faggir”, che vuol dire che le noci moscate non sono fatte per i porci cinghiali.


Del bisestile


Il bisesto non so se correrà quest'anno. Se pur corre, con passerà di qua, ma credo correrà per la Toscana, ovvero per la Romagna, Né so se sarà a piedi o a cavallo, se con la sella o pur a disdosso, se havrà il feltro o no, se portarà lettere, se sarà solo o accompagnato, se di giorno o di note. Però, chi brama saperlo, vada all'hostaria del Chiù, dove si scarica l'appetito, che se ne chiarirà e tornarà a casa tutto allegro, cantando:


Mio marì l'è un huom da ben,

Con la forca al volta al fen,

E mi che non ghe penso, la, la, dridon.


IL FINE