QUESTIONE

O GRANDISSIMO

COMBATTIMENTO

di due donne per una gallina persa


dove si concorse mille e quattrocento e quaranta

cinque donne, una vecchia rimase quasi mor-

ta, per tanti pugni che li toccò.

Se m'ascoltate, signori, in cortesia

Narrar vi voglio, cantando tuttavia,

Una leggiadra e bella e honorata dicerìa,

E la più dilettosa c'habbi detto in vita mia.


Venne per caso, un lunedì mattina,

Fur certe donne, che perser 'na gallina,

E quella di chi era si chiamava la Tognina,

E poi dava la colpa alla Lucretia sua vicina.


La qual si venne humilmente a scusare,

Con dir: “Sorella, non son di tale affare,

E guarda come parli, se non vuoi precipitare”,

E Tognina rispose: “Che mi pensi tu di fare?


Donna Costanza m'ha detto che tu l'hai

In casa certo, e se non me la dai,

Farò che molte ingiurie per me tu riceverai”,

E l'altra gli rispose: “Fammi al peggio che tu fai,


Pensi tu forsi ch'io sia qualche ladrona,

Come tu sei tenuta per Bologna,

Che fino a Castelfranco de' tuoi vitij si ragiona”,

E Tognina rispose: “Non parlar, brutta poltrona,


S'io vengo fuori di questo molinello,

Arditamente ti romperò il cervello,

Non sei tu forsi quella che mi tolse il pollastrello

E che volea robarmi l'altra sera il calcedrello?”


E la Lucretia, tutta piena d'ardire,

Rispose presto e poi cominciò a dire:

Ti voglio per la gola mille volte far mentire,

Che son donna da ben, degna d'honor senza fallire”.


E la Tognina rispose a tal tenore:

Se ben fosti, e degna d'ogni honore,

Non ti verrebbe in casa questo e quello a far l'amore.

Dammi pur la gallina, se non vuoi ch'io salti fuore”.


Quell'altra dice: “Tu sei un'assassina,

Giustificando ch'io ho quella gallina”,

All'hor fuor del mestiero si levò donna Tognina,

E prese per le trezze con furor la sua vicina,


E poi tirava, gridando con gran fretta:

Rendemi conto dov'è la gallinetta,

Se non ch'adesso è il tempo di mostrar crudel vendetta

Di quella, e del pollastro che rubasti, marioletta!”


E così stando, quella disconsolata

A tal partito, come l'istoria tratta,

Con le mani e co' denti fu più volte riparata,

Dicendo: “Non l'ho avuta, se ben tu m'hai svergognata.”


E la Tognina più forte contendea,

Che in ogni modo la gallina volea,

E Lucretia, dogliosa: “Non l'ho tolta!”, ognor dicea,

Se ben tu m'hai colpata, e fatto quel che non credea.”


Ma non finisce ancora questo gioco”,

Disse Lucretia, “Aspetta pur un poco”,

E così contrastando gli diè un pugno sott'un occhio,

Dicendo: “Gusta questo, ch'è miglior del tuo finocchio.


Tu m'hai tirato le trezze con furore,

Senza portarmi rispetto e manco honore,

Hor piglia st'altro pugno sotto il volto, per mio amore,

E poi mi saprai dir di tutti dui qual'è il migliore”.


E la Tognina, che 'l volto gli brugiava,

Del grande affanno per terra si gettava,

Mostrando quanto a lei questi pugni non gustava,

Ma pur de la gallina sempre mai si ricordava.


E con Lucretia s'hebbe affrontar costei,

Dandogli pugni sì dispietati e rei,

Da ogni banda del volto, che la fè gridare: “Ohmei!”,

Numerando per forza tre e quattro, cinque e sei.


Una vecchiazza all'hora corse a basso,

Per rimediare a questo gran fracasso,

Ma un facchin gli diè un pugno, e la gittò discost'un passo,

E poi co' piedi a l'alta cascò là tutta in un sasso.


Levossi su, la povera vecchiazza,

Tutta instizzata, cridando come pazza,

E mentre ella correa per querelarsene a la piazza,

Un can di beccari gli squarciò giù la sguarnazza.


Voltesi indietro la vecchia mal trattata,

Col naso rotto, e mezza sgallonata,

Cridando per la strada: “Ohimè ch'io son assassinata!”

E ritirossi in casa, pesta assai più che l'agliata.


A quel gridare, un sguattar di cucina,

Con una cazza in mano e una ramina,

Saltò in mezzo la strada, per vietar tanta ruina,

Ma gli parve un pan unto, poter farla di pedina.


Ecco un fornaro ch'andava a comandare,

Saltò nel mezzo e cominciò a parlare:

Fatevi indietro tutti, che la voglio accomodare”,

E con un buon ramengo cominciolle a salutare.


Quando sentir, Lucretia e la Tognina,

Che quel fornar gli battea la schiavina,

Cominciaron fra loro andarsi più a la molesina,

E s'erano scordate quasi il gallo e la gallina,


Ché quel fornaro, menando quel baston,

Le haveva in tutto levate giù di ton,

Perché messer ramengo gli affettava il pellizzone,

E più che volontieri havrìan cedute le ragione.


Eravi quivi presente madonn'Anna,

La Pellegrina, L'Antonon, la Giovannina,

La Giacoma, la Giulia, la Francesca e la Susanna,

La Doratea, la Silvia, se la mente non m'inganna.


Eravi ancor madonna Nicolosa,

Con la Flippa, la Nespola e la Rosa,

Madonna Serafina, con madonna Sinforosa,

Dicendo insieme tutte: “Questa è pur la mala cosa”.


Al fin fu tanto il rumore e la guerra,

Che vi concorser, se 'l mio pensier non erra,

Mille quattrocento quaranta donne della terra,

E la metà di lor si ritrovar col cul per terra.


Hor, mentre l'una con l'altra constrastava,

E che 'l fornaro la cosa accomodava,

In tanto la gallina fuor del suo balcon volava,

E, vedendola in terra, la Tognina si allegrava.


Poi ne le braccia la prese molto stretta,

Dicendo: “Questa è la mia gallinetta,

Dove sei stata presa, che per te facea vendetta?”

Poi verso la Lucretia si voltò con mente lieta,


Alla qual disse, con dolce melodia:

S'io t'ho ingiuriata, cara sorella mia,

Hora ti vo' pregar che mi perdoni, in cortesia,

Né mai più sarà vero ch'io ti faccia villania,


Perché conosco la tua sinceritade,

E che sei donna di molta fedeltade,

Ond'io voglio cessar tutta la mia severitade,

E chiederti perdon, per amor ed humiltade.”


All'hor Lucretia cominciò a ragionare,

Con dir: “Sorella, il giusto non mi pare

Doverti così presto di tal cosa perdonare,

Ch'avendomi infamata mi vo' prima riscattare”.


E Tognina, tremando di paura,

A quella disse: “Non esser così dura,

Perdonami, ti prego, se sei buona creatura.”

Ella rispose ardita, molto pronta e ben sicura:


Se pur ti piace della mia cortesia,

Haver perdono di questa tua pazzia,

Voglio che sia mangiata la gallina in compagnia,

Se non che d'ammazzarti m'è venuto fantasia”.


Non far già questo”, rispose la Tognina,

Che se non basta mangiar questa gallina,

Farotti una polenta d'una quarta di farina,

Acciò che mi perdoni, e via la collera cammina.”


E lei rispose: “Molto contenta sono

Di perdonarti, ma mentre io perdono,

Dammi qui la gallina, e gusta ben quel ch'io ragiono:

Vaglio tirargli il collo col pensier sincero e buono”.


E la Tognina, per esser perdonata,

La gallinetta in preda gli hebbe data,

E lei gli tirò il collo, e tosto l'hebbe governata.

Da poi fece buon fuoco, e la gettò nella pignata.


Ed in quel mezzo, che la carna bollìa,

Stavan le donne ciarlando nella via,

Facendo all'hora pace, ma volse la fortuna ria

Ch'entrorno genti in casa, e la pignatta portar via.


Ohimè che doglia e che pena angosciosa

Ha la Tognina, e la Lucretia gioiosa

Quando crede trovar carne cotta e saporosa,

E vide la catena a piccolon tutta retrosa.


Tutta smarrita, Lucretia all'hor dicea:

Certo l'ha tolta donna Bartolomea”,

E quell'altra rispose: “Forsi è stata la Mattea,

Ovver donna Costanza, o quel ghiotton del barba Andrea.”


E così stando in questo mormorare,

Già mai non seppe il giusto giudicare

Chi facesse tal burla, però ste' senza disnare,

Ma se la gola è in collera, auditor non dimandare.


Non ritrovando chi fusse il rubatore,

Havean le donne grand'ira e gran dolore,

Ma pur fecer la sera una polenta a le quattr'hore,

Così secretamente, che nessun sentì l'odore,


E mangion quella di buona compagnia.

In questo mezzo passò la fantasia

Di questa gallinetta, che gli fu portata via.

Adunque, mi par tempo di finir tal dicerìa,


E voi, c'havete udito il conveniente

Di questo fatto, oh dilettosa gente,

Venite accomodarvi dell'historia allegramente,

La qual un soldo vien, senza tara, e non più niente.


Hor, per dar fine a questo mio tenore,

Se qui commesso havessi qualche errore,

Io vi domando a tutti perdonanza per amore,

Hor baciovi la mano, poi vi resto servitore.


IL FINE