RICERCATA

GENTILISSIMA

DELLE BELLEZZE

DEL FURIOSO.


Del quale pigliando i Capi di tutti i Canti, aggiun-

gendogli altri versi delle stanze di quello a guisa

di Centone, vi si vengono à scoprire i più

notabili concetti che in esso gentilis-

simo POEMA si con-

tengono.


D E L C R O C E



IN BOLOGNA, Per Bartolomeo Cochi. 1607

Con licenza de’ Superiori.




ALLI NOBILI

ET ILLUSTRI

SS. CAVALIERI

BOLOGNESI.


Dono a V. SS. nobili, & illustri questa curiosa fatica, da me fatta pochi anni sono per gusto mio, e anchora per compiacere ad una Signora, e Padrona, per la quale oltre che io venni acquistare la gratia di quella ne riportai infinite cortesie, e favori insieme, e perché fra tante bizzarrie, e capricci da me fin ad hora date al mondo più in numero assai sono quelle le quali io mi ritrovo havere in carta che anchora non hanno veduto, quest’aere, bramoso che elle venghino alla luce, ne mi trovando forze a bastanza da farle imprimere tutte in un volume, acciò ch’elle non restino sepolte inanzi la morte, et vedendo anchora che da molti vengono vedute volontieri (non tanto per la frase del dire la quale più tosto ha del scabroso e del rozzo, che del vago, e del leggiadro, ma per l’inventioni allegre le quali di giorno in giorno vado ritrovando, essendo il Genio mio piegato più tosto alle cose piacevoli, et giocose, che alle opere alte, e gravi, come giornalmente si vede in tutte le mia facete composizioni) bramoso com’ho detto di dare spirito, e vita a quelle che sino ad hora stanno sepolte nelle tenebre, hora ad uno, e hora ad un altro mio Signore e Padrone né vado dedicando hora una e hora un'altra, acciò che a poco a poco tutte venghino al conspetto delle genti, e che io per mezzo di esse venghi acquistare la gratia di essi, ma hora con l’occasione della Fiera che si fa mi è parso convenevole cosa di dedicare a voi Signori Illustri, & nobili Cavalieri questa la quale ho posta alla Stampa, perché si come universale è l’opera prodotta da quello universale P O E T A così parmi giusto che a tutti io porga universalmente in picciol foglio i più nobili, e graziosi concetti che habbia partoriti il suo fecondissimo intelletto in tante e tante carte, e fattone un miscuglio di stanze le quali, se bene in se non hanno ordine né termine per esser poste così in confuso son però sicuro che tutti quelli i quali hanno pratica e famigliarità di esso mobilissimo P O E M A ne trarranno gran gusto, e diletto, essendo che se mai non gli venisse à servire ad altro gli appresenterà almeno alla memoria l’opere, alte ed Eroiche di cosi gran Poeta, il quale tra' l’origine sua da questa Illustrissima Patria come si sa, la quale onoratissima casa qui anchora mantiene l’antica sua Prosapia, Me favorischino adunque di accettare con benigna fronte questo curioso Capriccio, dandomi con la loro magnanimità & cortesia animo e ardire di seguitare inanzi che io mi offero (se da essi non manca) di appresentargli di continuo nuovi concetti, essendomi di quelli la madre Natura larga donatrice con che fine le desidero honore, e gloria in tutte le loro Cavalleresche attioni, e gli bacio le mani. Di Bologna il dì 20. Agosto. 1607.

Di V. SS. Nobili ed Illustri


Devotiss. Servitore


Giulio Cesare dalla Croce.



RICERCATA

GENTILISSIMA

DELLE BELLEZZE

DEL FURIOSO.


Le Donne e i Cavalier, l’arme, e gli amori

A questo la mestissima Isabella

Verrà fors’anche che prima che mori

Vattene in pace Alma felice e bella

E volendone a pien dicer gli honori,

Ma quando poi soggiunse una Donzella

Voi sentirete fra i più degni Eroi

Che gli fu tolta la sua Donna poi.


Ingiustissimo Amor perche sì raro

Sa quest’altier, ch’io l’amo, e ch’io l’adoro

Molti fra pochi dì vi capitaro

Languido smonta e lassa Brigliadoro

Poi si vedea d’imperial alloro

Nuovi trofei pon su la riva d’Oglio

Rugier qual sempre fui tal esser voglio;


Chi mi darà la voce e le parole

Già non volse Marfisa imitar l’atto

Piacciavi generosa Herculea Prole

E domandolli se per forza o patto

Mentre costui così s’affligge e duole

Attonito Giocondo, e stupefatto

Pensoso più d’un hora a capo basso

Lassa la cura a me”, dicea Gradasso.


Quantunque il simular sia le più volte

Ch’abhominevol peste che Megera

Piu di Cento Castella gli hanno tolto

Taccia chi lauda Fillide o Neera

Di molte cose l’ammoniva, e molte

Questa Donzella che la causa n’era

Tra loro al fine un Oronthea levasse

Su la riviera Ferraù trovasse.


Tutti gli altri Animai che sono in terra

Cortese come bella Doralice

Finita che d’accordo e poi la guerra

Poi che non parla più Lidia infelice

Carlo non torna più dentro la terra

Perché si come è sola la Fenice

Fe' quattro brevi porre un Madricardo

Era costui quel Paladin gagliardo.


Miser chi male oprando si confida

Deh dove senza me dolce mia vita,

Quivi fortuna il Re di tempo guida

Naviga su la poppa un Eremita

Doralice che vede la sua guida

Più corto che quel salto era due dita

Ma ben vi giuro che gli eterni Dei

Dove speranza mia dov’hora sei?


Chi va lontan da la sua patria vede

E diceva ch’imitato havea il Castore

Il Conte tutta via dal capo al piede

Né lunga servitù né grande amore

Costui richiesto da Zerbin gli diede

Come purpureo fior languendo more

Di versate minestre una gran massa

Ma di chi debbo lamentarmi lassa.


O quante sono incantatrici, o quanti,

Senza smontar senza chinar la testa

Se su quel letto la notte dinanti

Sappi Signor che mia sorella è questa,

Dentro Biserta i Sacerdoti Santi

Quivi una Bestia uscie de la foresta

Fugge Agramente, ed ha con lui Sobrino,

Fortuna mi tirò fuor del camino.


Che non puo far d’un cor c’habbia soggetto

Cosi cor mio vogliate le diceva

Ma per la compagnia che come hai detto

Colui ch’indosso il non suo cuoio aveva

O incurabil piaga che nel petto

Ma l’antico Avversario il qual fece Eva

Prima di guadagnarla t’apparecchia

Zerbin fa ritener la mala Vecchia.


Fra quanti amor, fra quante fedi al mondo

Questa è l’antica, e memorabil grotta

Grandinio di Volterra furibondo

La fede unqua non deve esser corrotta

Con un gran ramo d’albero rimondo

Dissopra vi lasciai che nella Grotta

A quella cena Cethere Arpe, e Lire

Ecco pel bosco un Cavalier venire.


Quantunque debil freno a mezzo il corso

Come quando si da foco a la mina

Voglio Astolfo seguir ch’a sella e morso

Con questa intentione una mattina

Deh pur che da color che vanno incorso

A ritrovar la bella Fiordispina

Non son, non son io quel ch’appaio in viso

A l’apparir che fece al improvviso.


Cerere poi che da la Madre Idea

Del palafreno Angelica giu scese

Al monaster ov’altre volte havea,

Vener da le parole a le contese

Alessandra gentil c’humidi havea

Ruggier quel di che troppo audace scese

Intanto Bradamante iva accusando

Zerbin la debil voce rinforzando.

Ben furo avventurosi i Cavalieri

Domitiano, e l’ultimo Antonino

A’l’auree chiome, ed a’ belli occhi neri

Non cosi freme su lo scoglio Alpino

Quei gli promiser farlo volentieri

Odo una voce risonar vicino

Al Pagan la proposta non dispiacque

Liete piante, verd’herbe, e limpid’acque.


Ne i molti assalti, e ne i crudel conflitti

Quando aspettano che di Nicosia

Volgendosi ivi attorno, vide scritti

Quantunque sia debitamente mia

In mare, e in terra cavalieri invitti

E dopo alquanti giorni in Natalia

Così per colpa de’ Ministri avari

Son come Cigni anco i poeti rari.


Fù il vincer sempre mai laudabil cosa

Esser di ciò argomento ti poss’io

Angelica a Medor la prima rosa

Di furto ancor, oltre ogni vitio rio

La Verginella è simile a la rosa

E cominciò, Signor, Lidia son’io

Mostrando, ch’essend’egli novo Sposo

Rodomonte, del quale un più orgoglioso.


Gravi pene in amor li provan molte

Ch’Arpalice non fu, non fu Tomini

Lo fa lavare Astolfo sette volte

E spesso con singhiozzi, e con sospiri

Gli arbori, i sassi, i campi, e le ricolte

Fin che d’intorno al Polo il Ciel s’aggiri

Poiché fu quattro, o cinque giorni appresso

Havea creduto il miser Polinesso.


Il giusto Iddio, quando i peccati nostri

Giace in Arabia una Valletta amena

Se le carte fin qui state, e gl’inchiostri

Deh torna à me mio Sol, torna e rimena

O santa Dea, che da gli antichi nostri

Come fa la Cornacchia in secca arena

E questa opera fu del vecchio Atlante

Degna di lode eterna è Bradamante.


Magnanimo Signore ogni vostr’atto

Stassi Caligolante su la porta

Dirò d’Orlando in un medesimo tratto

Quel fugge per la selva, e via ne porta

E ch’à difender la sua causa era atto

Deh come prudentissima mia scorta

Atlante riparar non sa, né puote

E corre al mar graffiandosi le gote.


Alcun non può saper da chi sia amato

Guardatevi da questi, che su’l fiore

Marsilio a Mandricardo havea donato

Poi mostra Cesar Borgia, col favore

Se Bireno amò lei, com’ella amato

Fra il suon d’argute trombe, e di canore

Non è dal pozzo ancor lontano un miglio

Per tutto il Regno fa scriver Marsiglio.


Le Donne antiche hanno mirabil cose

Poiché s’affaticar gran pezzo in vano

Come la terra, il cui produr di rose

E nel sacco gli accese di Vulcano

Non siate però tumide, e fastose

E come che Rugier sia fatto sano

Zerbin di qua, di là cerca ogni via

O Conte Orlando, o Re di Circassia.


Né fune intorno crederò, che stringa

Che debbo far, che mi consigli frate?

Come la fè, ch’una bell’alma cinga

Grata accoglienza i Monaci, e l’Abate

Né da gli antichi par, che si dipinga

Giovani vaghi, e Donne innamorate

Non mai con tanto gaudio, o stupor tanto

Al nudo Sasso, a l’Isola del Pianto.


Cortesi Donne, grate al vostro amante

Fra l’una, e l’altra gamba di Fiammetta

Con molta diligenza il Re Agramente

Giurar lo fe', che né per cosa detta

Che dirò del favor, che de le tante

Le belle braccia al collo ella mi getta

Come stormo d’augei, ch’in riva a un stagno

Il servo in pugno havea un’uccel Griffagno.


Studisi ogn’un giovare altrui, che rade

Io vi dicea, ch’alquanto pensar volle

Lasciato havea i Cadurci, e la Cittade

Non havea messo ancor le labbra a molle

Il venerabil’huom, ch’alta bontade

Soletto lo trovò, come lo volle

La macchina infernal di più di cento

Proteo Marin, che pasce il fiero Armento.


Chi mette il piè su l’amorosa pania

Non men di questi il giovane Tanagro

Quell’Avoltor, ch’un Drago verde lania

A l’Immortalitade il loco è sacro

Ch’in somma non è Amor, se non insania

Carlo dal salutifero lavacro

Se mal si seppe il Cavalier d’Anglante

Quel donò già Morgana a Gigliante.


O gran contrastò in giovenil pensiero

Le bellezze d’Olimpia eran di quelle

Come il Guascon questo affermò per vero

Di Vedovelle un grido, e di querelle

O quante volte da invidiar le diero

E’ questo quel che l’osservate stelle

Si rallegra Morgana, e Chiaramonte

Quando fu a Carlo, ed a Ruggiero a fronte.


Cortesi Donne hebbe l’antica etade

Io non credo, che mai Bireno nudo

Et alla Donna, à cui da gli occhi cade

Con la qual non saria stato quel crudo

Elbanio disse a lui se di pietate

La spada al fianco e in braccio havea lo scudo

Hor tornando a colei ch’era presaga

Questa è la cruda e avelenata piaga.


Molti consigli de le Donne sono

Tu fai da discortese e da Villano

Figlia d’Amon e di Beatrice sono

La gran colonna del nome Romano

O buona prole e degna d’Ercol buono

Che tra Lurcanio e un Cavaliero istrano

Né per maligna intentione ahi lasso

Non nega similmente il Re Gradasso.


Donne e voi che le Donne avete in pregio

Se balisarda lo giongea per dritto

Trovando Idonea scusa al prego regio

Tre volte quattro e sei lesse lo scritto

E sopra tutto un ampio privilegio

E giuro per lo giusto e per lo dritto

I relevati fianchi e le bell’Anche

Per più intricarla il Tartaro vien anche.


O de gli huomini inferma e instabil mente

Tu te ne menti che ladron io sia

Rugier che tolto havria non solamente

Ben spero Donne in vostra cortesia

Voi che d’un solo amor sete contente

Questo e il destrier che fu de l’Argalia

Si forte ella nel mar batte la coda

La vostra Signor mio fu degna loda.


Quando vincer da l’Impeto e da l’ira

Oime ch’in van io me n’andava altiero

Rodomonte che 'l Re suo Signor mira

Pur si ritrova anchor su la riviera

Spesso di cor profondo ella sospira

L’aspra legge di Scozia empia e severa

Al Saracin parea di scortesia

Varij gli effetti son, ma la pazzia.


Che dolce più che più giocondo fiato

L’habito giovenil mosse la figlia

Orlando che gran tempo innamorato

Una Donzella de la terra d’Illia

Nel viso s’arrossì l’angel beato

Quivi hebbe Astolfo doppia meraviglia

Non vede il Sol e ’l pol austrino

Era una de le fonti di Merlino.


Sovviemi che cantar io vi dovea

Di qua di la va le noiose piume,

Di cocenti sospir l’aria accendea

Ferì negli occhi l’incantato lume

L’Isola sacra a l’amorosa Dea

E Cigno si vestì di bianche piume

Un fraudelento vecchio incantatore

Appresso ove il sol cade per suo amore.


Timagora, Parrasio Polignoto

Con Melicetta in collo Ino piangendo

Così dicea l’Imperator devoto

Levasi un grido altissimo ed horrendo

Arroghe à tanto mal ch’a corpo voto

Vedemo l’Orca a noi venir correndo

Ben conosce, a l’insegne e sopravesti

Ricordati pagan quando uccidesti.


O famelice inique è fiere Arpie

Non hai tu Spagna l’Africa vicina?

Ella sapea d’incanto è di malie

Rimase dietro il lido la meschina,

O con inventioni e poesie

Havea mandata al Isola d’Alcina

Ella è gagliarda ma più bella molto

Deh ferma Amor costui che cosi sciolto.


Chi salirà per me Madonna in cielo?

Di medolle gia d’Orsi e di Leoni

Ma non sì tosto dal materno stelo

L’else indorate e gli dorati sproni

Vengon le nubi in tenebroso velo

Cotali esser doveano i due ladroni.

Havendo armato il Re di Sericana

Guida Brunello i suoi di Tingitana.


Convien ch’ovunque sia sempre cortese

Hermonide d’Olanda segno basso

E tanto ne taglio quanto ne prese

Eramo a caso sopra capo basso

Che per molt’ira in piu fretta s’accese

Io dico Sacripante il Re Circasso

Cade, e die nel Sabbion l’ultimo crollo

Una che d’anni a la Cumea d’Apollo.


Si come in acquistar qualch’altro dono

Con la Donzella in braccio il Cavaliere

Son dunque disse il Saracino sono

Che non stimò tesor non stimò Impero

Né che poco vi dia da imputar sono

Non può fruir tutto il diletto intiero

Dico la travagliata Bradamante

De la piena d’error casa d’Atlante.

Cortesi Donne che benigna udienza

Se per amar l’huom deve esser amato

I grati amori e la benevolenza

Se poi si cangia in tristo il lieto stato

Volti chi vuol tre carte o quattro senza

Orlando che gran tempo innamorato

Bramoso di vendetta si ritira

Ne quivi amor ne quivi pace mira.


L’affanno di Ruggire ben veramente

Di Marfisa, d’Astolfo, e d’Aquilante

Zenocrito di lui più continente

E di pregar ogni signor Amante

La Donna gli occhi vergognosamente

Resta pallida e smorta e si tremante

Non men sdegnosa verso il ciel favella

Facil ti fu ingannare una Donzella.


Lungo sarebbe se i diversi casi

Lo star in servitù senza mercede

Rapire i cibi e roversare i vasi

Con quella forza ch’ogni forza eccede

E questo piu nocea che 'l ferro quasi

Che vada in quelli lacci a dar del piede

Ma il cor che tace qui su nel ciel grida

Perché il secondo a lato al primo uccida.


L’odor che sparso in ben nodrita e bella

Non sa da chi sperar possa mercede,

Sol de la molta cortesia favella

Se ben non vedon gli occhi ciò che vede

In una man la paglia e la facella

La robba di che il padre il lasciò erede

Allegro torna, grasso, e rubicondo

Questa Bestia crudele era nel fondo.


Qual duro freno, o qual ferrigno nodo

Si sentono venir per l’aria quasi

La Santa Fe' vestita in altro modo

Hor che doveano far gli ardenti vasi

Quando persona che con saldo chiodo

Tal che gli e forza da turare i nasi

Sol per Signori, e Cavalieri e fatto

Vorrei del tuo Ronzin gli disse il matto.


O esecrabil Avaritia ingorda

Crudel di che peccato a doler t’hai?

Se mai haver veduto vi ricorda

Ben mi si potria dir frate tu vai

Va pur inanzi e fa l’orecchia sorda

Disse al pagan me sol creduto avrai

Quel fe' tre balzi, e funne udita chiara

Nata pochi di inanzi era una gara.


Spesso in poveri Alberghi, e picciol Tetti

Quel letto quella casa e quel Pastore

L’afflitte Donne si battono i petti

Com’Orsa che l’alpestre Cacciatore

Poiché i nomi fra lor si sono detti

Non che l’apprezzi o che li porte Amore

V’accorro, e soprà un Lago christallino

Non era Rodomonte usato al vino.


Quando più su l’instabil Ruota vedi

Isabella son io che figlia fui

Né cosi tosto gli sferraro i piedi

C’havrian mosso a pietà ne i regni bui

Non hebbe contra sé lancie né spiedi

Perché anchora al levar non siamo dui?

Il disleal con le ginocchie in terra

Ognun che nasse al mondo pecca ed erra.


Hor se mi mostra la mia carta il vero

Tu mai Ruggier lasciata io te non voglio

Mutò d’andar in Africa pensiero

Rinaldo al Saracin con molto orgoglio

Non si scorda il Re d’Africa Ruggiero

Angelica legata al nudo scoglio

Deh perche vò le mie piaghe toccando

Non men son fuor di me che fosse Orlando.



I L F I N E