IL

SOLENNISSIMO

TRIONFO

DELL'ABBONDANZA

PER LA SUA FERTILISSIMA ENTRATA

nella città di Bologna, il dì primo d'agosto 1597.


Con l'amaro pianto che fa la Carestia, nella dolorosa sua

partita, in dialogo.

ALL'ILLUSTRISSIMO

E REVERENDISSIMO

MONSIGNOR

ORATIO SPINOLA,

DI BOLOGNA MERITISSIMO

VICELEGATO.


Se non si ritrova pare allegrezza a quella che dopo noiosa sterilità la ricca messe apporta, che anche ciò un Santo, che fra gli Profeti, per la evidenza de gli oracoli suoi, fu chiamato quinto Evangelista, con altro più efficace modo ci esplicò il gaudio che dovea sentire il mondo alla venuta del figliuol di Dio, chi diede, dico, esempio al modo nostro della letitia di quelli che nella raccolta dell'anno si ristorano. Non sarà perciò meraviglia ad alcuno che leggerà questo mio concetto, che io, il quale ho ricevuto tante offese da la penuria passata (la quale non solo ha fatto squassare le frondi della mia debil pianta, ma gettato a terra arbori più sodi e più nodosi assai del mio, sbarbicandoli fin dalle radici), con tutto l'affetto di giocondità, prorompa in queste poche voci di esultatione e di contento, per la aspettatissima Abbondanza novellamente apparsa; e queste voci, così come Vostra Signoria Illustrissima vede rozze e basse come tributo ch'io deggio per debito e divotione alla sua molta bontà, vengo a lei principalmente ad offerire, poi ch'ella, a guisa d'un altro Gioseppe, dopo gli sette anni scorsi di estrema carestia, venne a questo Egitto nostro, col favor di Dio (di cui ella è ministro) i tesori di Cerere ed il ricco corno d'Amalthea copiosamente ad aprire e diserrare. Non sdegni dunque questa debolezza mia, quale ella si sia, poi ch'ella è tolta dal contento che si va leggendo nella fronte di questa nobilissima città, che in essa vedrà l'universa giocondità, e la mia particolare devotione verso Vostra Signoria Illustrissima, a la quale bacio riverentemente le mani, e le prego salvezza ed esaltatione.

Di Bologna, il dì ultimo di luglio M.D.XCVII


Di Vostra Signoria Illustrissima

Devotissimo servitore,

Giulio Cesare dalla Croce.

ABBONDANZA

Poi che in possesso homai passan sette anni,

Sei stata, oh Carestia, dura e spietata

Di questa alma città, con tanti affanni,


E che tant' aspramente travagliata

L'hai, con tanta miseria e tanta inopia

Che più quella non par, ch'ella è già stata,


E con tua gran fierezza e forza propria

(Oh, memoria crudel) posto hai sotterra

De' poverelli innumerabil copia,


Onde, per così horrenda e fiera guerra

Fatta a questo gentil e bel paese,

Piange anchor per pietà l'aria e la terra;


Io ti faccio chiarissimo e palese

C'homai volgi le piante in altra parte,

Con ogni tuo infelice e tristo arnese;


Né tardar più, perché voglio avvisarte

Ch'al tuo dispetto ti farò partire,

Se non vorrai d'amor d'indi levarte.


Credevi tu crudel che mai finire

Non dovessi il tuo tempo? E ch'io più mai

Dovessi in tal theatro comparire?


Non ti ricordi che qua ti lasciai

Entrar, non perché fusti sì crudele,

Ma più benigna e più pietosa assai;


Ma i sospiri, i lamenti e le querele

Ch'odo d'intorno, mi dan chiaro indicio

C'habbi stracciato a la Pietà le vele:


Troppo aspro, duro e dispietato officio

E' stato il tuo, ben che tener si deve

Che ciò sia stato per divin giudicio.


Vattene dunque via, se non che in breve

Ti scacciarò, con altro che parole,

Onde fia il partir tuo tanto più greve;


Assai stata vi sei, anzi, mi duole

Che tanto tempo l'habbi comportato,

Ma sempre a tempo si discopre il sole.


Però non tardar più, ma in altro lato

Volgi meschina incontinente il piede,

E non star aspettar altro commiato.


CARESTIA

Chi è questa temeraria, che si crede

Con parole arroganti, di levarmi

Di qua, dov'ho il mio scettro e la mia sede?


Altro ci vuol che chiacchiare, a stracciarmi

Perché il mio piede ha troppo fondamento

E ci vogliono più scosse a sradicarmi;


Le tue bravate non mi fan spavento,

E starò qua, se pur lo star mi piace,

Fin che con l'M e 'l sei si giunge il cento.


Ma dimmi tu, che con parlar sì audace

Cerchi cacciarmi fuor di questa stanza,

Come ti chiami? E poi cammina in pace.


ABBONDANZA

Poi che rispondi con tanta arroganza

E tal superbia, ti dirò ch'io sono,

Se lo brami saper: son l'Abbondanza,


Che qua ne vengo con annuncio buono,

Per consolare i poveri e por fine

A l'aspre pene in cui involti sono,


E con mani adiutrici, a le ruine

Lor provvedere, ed a i passati guai

Porger soccorso, e ristorargli al fine.


Hor de la mia venuta il tutto sai,

Però salta in un tratto fuor del nido,

Né star ritrosa, e cedi il loco hormai.


CARESTIA

Tu sei quell'Abbondanza il cui gran crido

Risuona intorno? Quella ch'aspettata

Vien tanto da le genti in questo lido?


Tu sei quell'Abbondanza alta e pregiata,

Quella ch'ognun tenea che fusse morta,

Hor come sei in vita ritornata?


Chi a venir qua t'è stato guida e scorta?

Come sei compartita in queste parti?

Chi t'ha aperta a l'entrar (dimmi) la porta?


Da quai termini vieni? E con qual arti

Sì trionfanti (oimè) ti sei condotta?

Che tutta mi stupisco a rimirarti


Dov'è il tuo privilegio, che corrotta

Forsi la guardia havrai, mostra il segnale,

Che poi il tutto crederovi allhotta.


ABBONDANZA

Con l'usata modestia, se ben vale

Poco appresso di te mostrarla, intanto

Risponderò che la mia natura è tale:


Non odi tu, meschina, in ogni canto

Abbondanza, Abbondanza!” da le genti

Gridar? Che mai udissi applauso tanto?


Mira, sciocca, se pur temi ch'io menti,

Il corno de la Copia, ch'abbondante

Spargo d'intorno con tanti contenti,


Odi Bologna a chi la regge, quante

Lodi e benedition insieme porge,

Per le buon'opre sue, divine e sante,


Guarda quanta allegrezza hoggi si scorge

Ne la fronte di tutte le persone,

Per la nuova letitia che risorge;


Ecco nuovo Gioseffe, al paragone,

Che per salvare il popolo di Dio

Apre i chiusi granai di Faraone,


Ecco il benigno Augusto, e Traian pio,

Ecco il buon Vespasian, ecco il gran Tito,

Che sempre altrui giovar henne disìo;


Hor che sei informata, e c'hai udito

La causa de l'entrata mia felice,

Cedimi il loco, e prendi altro partito.


CARESTIA

Che cosa ha fatto, se saper pur lice,

Questo signor, che tanto mi commendi,

E lo fai d'ogni ben pianta e radice?


Io ti prego, che alquanto più ti stendi

A darmene notitia, e parla chiaro,

Perché molto prometti, e poco attendi.


ABBONDANZA

Poi che saper il tutto hai così caro,

Te lo dirò, se mi darai udienza,

Poi il partirsi non ti sia discaro.


Crescere ha fatto il pan, qual tua insolenza

Havea tanto abbassato e minuito

Ch'a pena si vedea la sua presenza:


E se nero, mal cotto e peggio unito

Fu già, hor precetto han tutti i fornari

Farlo buon, bianco, grosso e custodito;


E spalancati son tutti i granari,

E quel che valea sedeci, val otto,

Che pel dolor s'impiccaran gli avari.


Adesso non si vede da corrotto

Vestito su le mostre, come prima,

Ma come neve: candido e ben cotto.


La fava, che sedeva in alta cima,

E che zuccar pareva a gl'artigiani,

Adesso poco più si sprezza o stima,


Adesso, o Dio mercè, per questi piani

Fiocca la roba, e tutta la campagna

Dà copia immensa d'abbondanti grani;


Tal che Bologna, gloriosa e magna,

In breve tornerà, né più di fame

S'udirà alcun che si lamenti o lagna:


Né più si vederan sopra il letame

Star tanti meschinelli, afflitti e smorti,

Involti ne la paglia o ne lo strame:


Saran per l'avvenir gl'huomini forti,

Fieri e robusti, e prenderan vigore,

Non debil come prima e semimorti;


Tornerà ne le faccie il buon colore,

La forza al loco suo sarà riposta,

E nel suo stato il natural calore.


E acciò resti adempita la proposta

Che fatta m'hai, in conclusion ti dico

Che qua ogni gaudio, ogni piacer s'accosta,


E però torna Erisithone antico

A tormentar di fame, che dinante

Più non ti voglio, e ancor te lo redico,


Che quivi tutta lieta e trionfante,

Da Cerere e da Bacco accompagnata,

E l'altre gratie già venute inante,


Come regina voglio far l'entrata,

Spargendo i preciosi miei tesori,

Tal ch'a piccioli e grandi sarò grata,


Ma fuggi homai, meschina, fuggi fuori,

Che la Divitia vien con un flagello

Per cacciarti di qua, senti i rumori!


CARESTIA

Aspetta almen ch'io chiami il mio drappello,

Perché non so se sai ch'io non son sola,

Ma più compagni ho sotto il mio pennello.


Poi, quando unita havrò tutta la scuola,

Che condur sempre meco ho per usanza,

Andronne, senza far altra parola.


ABBONDANZA

Chiama pur chi tu vuoi, né far tardanza,

Poi ch'ella è qua vicina, e ti prometto

Che in tutto abbassarà la tua possanza.


CARESTIA

Venghino dunque, innanti al mio conspetto,

La Fame, con lo Stento e la Fiacchezza,

Le Lachrime, i Sospir, l'Ira e 'l Dispetto,


L'Angustia, il Dispiacer e la Tristezza,

Il Disagio, l'Inopia con l'Affanno,

L'Infirmità, il Dolor, la Pallidezza,


Venghi la Povertà, la Pena e 'l Danno,

La Debolezza, il Pianto, e l'Ansietade,

I Travagli e 'l Pensier, ch'insieme vanno,


I Guai, i Cridi e la Necessitade,

Il Sospetto, il Timor, e la Miseria,

La Debolezza e la Calamitade,


Che, qual dolente e lagrimosa Egeria

Mi parto. A Dio, vi lascio bolognesi,

Poi che costei mi scaccia, e m'improperia.


E s'io v'ho in tali e tanti modi offesi,

Non è mia colpa, ma il voler divino,

Pe i falli vostri fin al cielo ascesi.


Hor tutta mesta torno a capo chino

A riposarmi nel mio scuro albergo,

A cui spasso e piacer mai vien vicino.


ABBONDANZA

Poi che colei ha rivoltato il tergo

A quest'alma città de' studi madre,

Anch'io a far la mia entrata il pensier ergo:


Venghino dunque innanti le leggiadre

Compagne mie, cantando con dolcezza

Non rime meste, sconsolate ed adre.


Prima di tutte venghi l'Allegrezza,

E seguano costei di mano in mano

Il Vigor, il Color e la Bellezza.


Seguano queste co i lor plettri in mano

La Festa, il Riso, il Gaudio e la Letitia,

E faccian risonare il monte e 'l piano.


La Grassezza, il Bontempo e la Divitia

L'Amor, la Caritate e la Speranza,

La Magnanimità con l'Amicizia.


Venghi anco il buon Costume, e la Creanza,

La Larghezza, il Valor, la Cortesia,

E la Virtù, ch'ogn'altra cosa avanza,


La Pace e la Bontà vo' che vi sia,

La Sanità, la Contentezza, e seco

La Gratia, l'Honestà di Compagnia,


Entrate liete tutte quante meco,

Oh care alme sorelle, e stij in eterno

L'Inopia chiusa nel suo horrendo speco.


Entriamo, entriamo, e con amor interno

Rallegriamo questo popolo gentile,

E fuor cantando homai dal crudo Averno;


Risuoni di tal festa il Battro e il Thile,

Il Nilo, il Gange, l'Indo, il Tago e l'Hebro,

Con dolci accenti e dilettoso stile,


Il Reno humile al glorioso Tebro

Alzi infiniti ed immortal trofei,

Poi che con tanto honor l'orno e celebro.


Cantin le sacre Muse gli alti miei

Trionfi, e venghin satiri e silvani

Accompagnarmi, e mille semidei,


Vaghi pastori e ninfe a piene mani

Spargono d'ogni intorno rose e fiori,

Danzando insieme con sembianti humani,


Le sante Grazie e i pargoletti Amori

Formando soavissima armonia,

Invitino le genti a i nuovi ardori,


Ma sopra tutti d'alta Melodia

Empiano i poverelli il bel contorno,

Poiché, scacciando l'empia Carestia,

Colma di gioia a lor faccio ritorno.


IL FINE