SOTTERRANEA

CONFUSIONE

ovvero tragedia

sopra la morte di Sinam Bassà,

famoso capitano de' turchi

PERSONAGGI DELL'OPERA


SINAM BASSA', disperato


CARONTE, passeggiero


PLUTONE, principe infernale


GAMBASTORTA, capitano


SCORZONE, capitano


TRUFFAROSTO, corriero


MINOS, giudice


MORGANTE, ministro di Minos


CHIMERA, prologo

PROLOGO


ARGOMENTO


Al suggetto infernal, aspro e tremendo,

Quai sol di pece tratta, e di tormenti,

Fa la Chimera, mostro empio ed horrendo,

Il prologo, fra vipere e serpenti,

Pieno è il concetto ch'ella va stendendo,

Di tenebri d'horrori, e di spaventi,

Stratij, flagelli, e mille sorti mali,

Tutti sconcerti al gran sconcerto eguali


LA CHIMERA

Dal basso centro vengo, oh spettatori,

Dove non regna gaudio né contento,

Ma gridi, pianti, gemiti e dolori,


Per far, volete prologo o argomento

D'un'infernal tragedia, tutta piena

Di tenebre, e d'horrore e di spavento.


Prima il foco sia l'horribil scena,

In cui vedrassi dal principio al fine

Sdegni, ira, terror, tormento e pena.


Il palco d'impietade e di cortine

Tutte pinte saran d'infamia e scorno,

Di strage, di tumulti, e di ruine.


Sederà in mezzo al gran teatro adorno

L'empia Megera, la qual fuor gittando

Da gl'occhi fiamme, alluminerà d'intorno.


Su i banchi poi verransi accomodando

Draghi, serpenti e velenose botte,

Che 'l pavimento andran tutto infettando.


L'horrida Sfinge, l'Herebo e la Notte,

L'Orca tremenda, e mille mostri indegni

Usciti d'altre e spaventose grotte,


Ululando faran concerti degni

Di così raro e nobil apparato,

A cui par che Pluton non sdegni.


Sarà il soggetto l'empio e scellerato

Sinam Bassà, che qual Nembrott' altero

Col ciel pugnar volendo è qua calcato.


E con voce orgogliosa e viso fiero

Grida, e 'l fiume per forza passar vuole,

Ma lo raffrena il vecchio passaggiero.


Ivi narra, e 'l narrar gli preme e duole,

La crudel rotta che da' transilvani

Havuto ha di ottoman infida prole,


Passa il fiume, e col resto di quei cani

S'aggiunge, e vengon tutti in ordinanza

Pien di superbia in questi siti strani.


E con tanta insolenza ed arroganza

Stridono, che con tal confusione

Pongon sossopra la tartarea stanza,


Al cui rimbombo salta il fier Plutone

Fuor dal suo seggio, e fa le guardie porre

Dell'infernal confino a ogni cantone.


Poscia, udirete quanto si discorre

Nel dar la sua sentenza, aspra e tremenda,

Cui altra appellation far non occorre.


Poi quelli altri Bassà, che nell'horrenda

Valle pochi anni sono fur sepolti,

Vedrete, e che mercede se gli renda.


E mille altr'ombre, che in quei luochi occulti

Sono confinate, e questa e quella parte

Empiendo van di pianti e di singulti.


Ma già veggio il furor, che con grand'arte

Si viene approssimando, ed il Sospetto

Appizza i fuochi, e poi si tra' da parte;


La Confusione in man tiene il suggetto,

E la Discordia, tutta scapigliata,

Studia la parte e parla col Dispetto.


L'Ira, di rabbia e di disdegno armata,

Sta minacciosa, ed ha la Fraude seco,

Benigna in vista, e dentro empia e spietata,


Il Vituperio in mezzo, quasi cieco,

Che non sa quando s'habbi a incominciare,

E sta sdegnoso con un occhio bieco.


La Rissa ha volontà di conturbare

La festa, e tien con l'Ostinatione

Che san che senza lor non si può fare;


Sta su la porta il fier Dermogorgone,

E Tesifone grida: “Fuora! Fuora!”

Che già sul blaco sta l'Occasione,


Tal che l'aspra Tragedia in poco d'hora

Havrà principio, poiché i recitanti

Son qua, né più faran troppo dimora.


E perché sento già per tutti i canti

D'altri rimbombi un strepitante suono,

D'urli, di gridi e d'angosciosi pianti,


Nell'antro horrendo dove uscita sono,

Ritorno, e sol di vipere e serpenti

Mi pasco, come cibo ottimo e buono,

Per mia bocca, in tanto state attenti.


SINAM BASSA' E CARONTE


Dialogo primo


ARGOMENTO

Gionto Sinam al passo horrendo e fiero,

Chiama Caronte con superba faccia;

Ma poco teme il squallido nocchiero

Di questo temerario la minaccia,

Anzi, lo sforza a dire il fatto intiero

Della gran rotta, prima che lo spaccia;

Inteso il tutto, il toglie nella barca,

E all'altra riva disperato il varca.


SINAM

Caronte!


CARONTE

Chi è là?


SINAM

Son'io, su, cala il legno.

Non mi conosci? Io son Sinam Bassà,

Che disperato vengo al cieco regno.


CARONTE

Tu sei Sinam? Fermati un poco là,

Che pria che passi vuo' saper da te

Che rio accidente t'ha condotto qua.


SINAM

Questo non ti pensar saper da me,

Portami pur al lito, ove si varca,

Ch'a Pluto poi dirò tutto il perché.


CARONTE

Il piede non porrai in questa barca,

Fellon, se non mi narri intieramente

Come tronco t'ha il fil la dura Parca.


SINAM

Tu sei un passaggier molto insolente,

Forsi non sai qual sia la mia possanza,

Che mi strapazzi tanto stranamente.


CARONTE

Qua non bisogna usar' tanta alterezza,

Che più non sei quel ch'eri, sciagurato,

Ma una vil' alma piena di tristezza.


SINAM

S'io fui a l'altro mondo rispettato,

Tanto voglio esser qua ne l'aer nero,

Anzi: seder al gran Pluton a lato.


CARONTE

Tu t'inganni, fradel, muda pensiero,

Ch'io t'assicuro che tanti patroni

Pluto non vuol nel suo tremendo impero.


SINAM

Quand'ei saprà le mie conditioni,

Certo son ch'un buonissimo governo

M'assignerà, con grosse provvisioni.


CARONTE

Sai che officio fia il tuo, qua nell'inferno?

Pene, horror, danno, stracio e crudeltade,

Fiamma, fumo, fetor, e pianto eterno.


SINAM

Qua dunque un huom di grande autoritade

Come son'io non haverà quel loco

Che si convien a la sua dignitade?


CARONTE

Tu te ne chiarirai in tempo poco,

Quando (meschin) con gli altri scellerati

Posto sarai nel smepiterno foco.


SINAM

So ben che anch'io sarò de' suoi primati,

E che pel mio valor alto e profondo

Alto dominio havrò sopra i dannati.


CARONTE

Fratel, gli honori e i gradi che nel mondo

Havevi, a la tua morte fur finiti,

E teco ruinò tua gloria al fondo.


SINAM

Passami, né trovar più tante liti,

Perché parmi veder che Pluto hormai

Per suo compagno appresso a sé m'inviti.


CARONTE

S'a una man ostinato tu sarai,

Io sarò a dieci, né pensar innante

Andar, se al mio desir non soddisfai.


SINAM

Ben ti farei passarmi in un istante,

Se io havessi qua la scimitarra mia,

Vecchio, balordo, pazzo ed ignorante.


CARONTE

L'esser teco cortese è villania,

Ribaldo, ma s'io smonto giù col remo

Ti caverò dal capo la pazzia.


SINAM

Smonta quanto ti par, che io non ti temo,

Guarda pur nel calar che io non ti faccia

Di quella lunga barba il mento scemo.


CARONTE

Poi che temer non vuoi le mie minaccia,

Ecco che io scendo, obbrobrioso infame,

E ti vuo' scavezzar ambo le braccia.


SINAM

Deponi il remo e a singolar certame viene,

Ch'io non ti stimo, empio e vigliacco,

Né tu, né il re di queste genti grame.


CARONTE

Anzi, con esso fin che io sarò stracco

Tante busse vuo' darti, che io ti voglio

Lasciar in terra tutto pesto e fiacco.


SINAM

Ohimè, frena, Caronte, frena l'orgoglio,

Ch'io ti chiedo perdon, hor vedo certo

Che qua non ho la forza c'haver soglio.


CARONTE

Poi che ti abbassi, e confessi aperto

Ch'a potenza mia non sei uguale,

Sta su, né far più mai simil concerto.


SINAM

Non pensar che più facci un error tale

Ma farò di ginocchio e di berretta

A tutta quanta la ciurma infernale.


CARONTE

Vieni dunque a seder qua, bestia negletta,

E narrami l'historia a parte a parte,

Se in questo fiume non vuoi ch'io ti getta.


SINAM

Poiché pur son costretto di spiegare

De la tragedia mia l'alto concetto,

Comincia con l'orecchie a prepararte.


Ben creder vuo' che prima a tal soggetto

Ti fia stato palese, e le gran prove

Fatte da me con generoso effetto.


Che 'l numero infinito ch'ogn'hor piove

D'alme infelici a quest' horrendo passo

Ti portan di lassù tutte le nuove.


E però dichiarar di passo in passo

Il tutto non occor, ma la sostanza

Sola di quel che qui m'ha tratto (ahi lasso).


Sappi dunque che 'l stato e l'arroganza

Ch'era in me, fatto han sì ch'io son calato

Qua dove il duolo ha sempiterna stanza,


Che, havendo già un gran ponte fabbricato

Sopra il Danubio, per venir al fato

De l'armi contra il popol battezzato,


La divina potenza, quale in fatto

Non vuol che 'l gregge suo del tutto pera,

Troncò il disegno mio bestial e matto.


E di cento migliaia, de' qual'era

La mia persona duce e capitano,

Gente robusta, valorosa e fiera,


Ne furo uccisi da l'ardita mano

Più di sessanta mila (ahi, dura sorte)

Dal bellicoso popolo christiano,


Ed io, che in vita mia unqua le porte

alla paura apersi, pure fui forzato

Fuggir con gli altri, per campar la morte.


Tre assalti furo, e sempre ributtato

Fu il nostro campo addietro, al terzo poi

Restò del tutto rotto e fracassato.


Ahi, speranza fallace, io che dipoi

Tal guerra mi vantavo dar la botta

A l'Italia bella ed a' confini suoi,


Vidi l'armata mia spezzata e rotta,

Ed io, qual lepre paurosa e vile,

Costretto a fuggir via con gli altri in frotta.


Né così corron verso il loro ovile

Le pecorelle timide, vedendo

Il lupo, od altra bestia a lui simile,


Come noi, dal fortissimo e tremendo

Braccio dell'invitto transilvano

Anzi, dal fiero Marte ivan fuggendo.


Ma quel che v'atterrì, quel che su'l piano

Fece in tutto cader la nostra gloria,

E ne tolse ogni speme, ahi caso strano,


Fu 'l veder poi (oh che dolente historia

Ti conto) da le man di quei di Christo

Torna il regal vessillo in tal vittoria.


Tosto che tal spettacolo fu visto,

Si perse totalmente il campo trace,

Come augurio per lui cattivo e tristo.


Che in guerra alcuna, mai lo stuolo audace

Il ricco velo pien di gemme e d'oro

Perduto havea, però di duol si sface,


Che da Mahometto, rio profeta loro,

Dicono haverlo havuto, onde serrato

Con gran veneration, con gran decoro


Ne la Meschita, ed ivi conservato

Lo solevan tenere, e quattrocento

Anni eran che nissun l'havea spiegato,


Perché i loro indovini intendimento

Dato gli havean che, perso lo stendardo

Ch'io dico, resteria lor regno spento.


Questo fu dunque quel ch'ogn'un codardo

Fece restare, e d'ogni forza privo,

E tremar di paura il più gagliardo.


Che tener do per pessimo e cattivo

Prodigio la gran perdita ch'io parlo,

Avvilir più ne fe' ch'io non descrivo.


Ohimè, ch'io tremo solo a raccontarlo,

Che mi rimembra ancor lo sforzo grande

Che fe' il campo ottoman per racquistarlo.


Ma il valor transilvan, ch'attorno spande

Il suo gran nome, urtò di tal maniera

Che forza fu a scampar di quelle bande.


In quell'ultima pugna horrenda e fera

Restai ferito con oltraggi ed onte

E 'l sol calava già verso la sera,


Né star potendo co i nemici a fronte,

Da' miei soldati fui su la Danoia

Portato, per salvarmi oltre del ponte.


Fatto era il ponte di diverse cuoia

Di bestie, con gand'arte, acciò gettando

In essi il fuoco, ei non patisse noia.


Ma l'esercito nostro, che scampando

Senz'ordine correa dal fiero assalto,

In così tristo stato e miserando,


Occupò tanto il ponte, che un mont'alto

Di gente v'era e per superchio peso

La maggior parte fe' nell'acqua un salto,


Perch'ei si roppe, e anch'io sarei disceso

A capo chin con essi giù ne l'onda,

Se portato non era fuor di peso.


Da l'hora in qua, mai più lieta o gioconda

Faccia fatto non ho, ma sempre al core

Ho havuto quel terror, ch'ancor m'abbonda.


Al fin, quel gran spavento e quel timore

Che mi restò nel petto, m'ha tirato

(Ahi, misero e infelice!) a l'ultim' hore.


E so che allhora attorno pubblicato

Fu che con gli altri ero sommerso anch'io,

E ne corser gli avvisi in ogni lato,


Ma se allhor non pagai di morte il fio,

Hora lo pago, e scorgo (ahimè) che troppo

Pazzo è colui che vuol pugnar con Dio.


Mai mi pensavo far sì duro intoppo,

Che stato non sarei sì impertinente,

Ma al pettine (ahimè) è giunto il groppo


CARONTE

Hai detto molte cose, e finalmente

Di Ghiavarin dir nulla t' ho sentito,

E l'acquistasti pur con la tua gente.


SINAM

Di quel non parlo, perché fu tradito

Da quei ch'eran di dentro, né durai

Fatica, poi ch'io l'hebbi a buon partito.


Egli è ben ver che in modo mi portai

Contra chi 'l difendea, ch'io non so come

La possin raccontar poco né assai.


Più sorte genti ho castigate e dome,

Ma che mi val, se in fondo del Danubio

Lasciai in tutto allhor la gloria e 'l nome?


Ma questo è stato nulla al grave dubio

Ch'io tengo, di provar nel basso centro

Come a la tela mia si svolge il subio.


Già parmi di sentir, né ancor son dentro,

Un non so che che mi travaglia forte,

Poi pensar che sarà poi come v'entro.


Hor' hai udito di mia cruda morte

Tutto il successo, e s'altro vuoi sapere

Domanda, prima che di là mi porte.


CARONTE

Parmi d'haver' inteso da un corriere,

Qual molto fà, passò quest'ombre folte,

E le nuove mi diè per ferme e vere,


Che Strigonia è perduta, e Lippa e molte

Altre fortezze, e che con i polacchi

I tartari fatto han triste ricolte.


SINAM

Quest'è vero, e il moldavi e i valacchi

Han fatto tanta strage e tal conflitto,

Che di barbe turchesche han pien' i sacchi,


Tal che tosto vedrassi quel ch'è scritto

Verificar: che l'ottoman furore

Abbassato fia in tutto, e derelitto.


E ridursi alla fe' del creatore

Il mondo tutto, e sotto il gran Clemente

Essere un sol' ovile e un sol pastore.


E già comincia, (per quanto si sente)

Ad abbassar le minacciose corna

La maladetta bestia d'oriente,


E se col suo valor di nuovo torna

La bellicosa Italia a farle guerra,

Gli spezza il capo e del tutto lo scorna.


Che, poi che 'l corpo mio giace sotterra,

Più non si trovarà chi la difenda,

Tal ch'in breve il suo imperio andrà per terra.


Horsù, passai hormai, acciò ch'io scenda

A l'altra riva, che senza gran duolo

Non posso ragionar di tal faccenda.


CARONTE

Ancor sei gionto a tempo in questo suolo,

Che l'esercito tuo poco discosto

Di qua si trova, vedil là sul molo.


Horsù, passa qua dentro, perché tosto

Lo goingerai, e seco in ordinanza

A Pluto andrai, sì come sei disposto,

Ove mai più d'uscir non è speranza.


Fine del dialogo primo

DIALOGO SECONDO


Argomento

Va con i suoi seguaci in ordinanza

Sinam, verso l'albergo di Plutone,

E perché di gridare han per usanza,

Intruonan tutta l'infernal magione.

Gran tema ha il re della tartarea stanza,

E pone tutto il centro in confusione.

Inteso esser Sinam, la tema affrena,

E lo condanna a sempiterna pena.


PLUTONE

Olà, che grido è questo che rimbomba

Ne l emie orecchie? Oh spirti, udite, udite

Come intuona qua giù l'infernal tomba.


Prendete l'armi, e la città di Dite

Cingete tutta, e che si levi il ponte,

Che simil voci mai non ho sentite.


Una parte di voi verso Acheronte

Correndo vada, ad ispiare un poco

Che gente è giunta al passo di Caronte.


Calcabrin, Farfarello e Falliloco,

Restin qua meco per difesa, e voi

A quest'altre alme raddoppiate il foco.


Gambastorta!


GAMBASTORTA

Signor, son qua, che vuoi?


PLUTONE

Prendi in spalla in untratto il tuo forcone,

E il simil faccian li compagni tuoi.


E andate tutti dritti in un squadrone

A la stigia palude, e di Cocito

Guardate bene attono ogni cantone.


State svegliati, né lasciate al lito

Approssimar' alcun, che qualche scorno

Temo non ne sia fatto in questo sito.


Zaluf, va' su la torre, e mira intorno

Se vedi alcun venire, e dammi segno

Col tuo tremendo e strepitante corno.


Voi altri tutti del perduto regno,

Venite a me co' vostri ordegni in mano,

Che servirmi di voi faccio disegno.


Vien qui, Scorzon, tu che sei capitano,

E chiama teco tutta la tua squadra,

E falla accomodar di mano in mano.


SCORZONE

Malacoda, Falchetto, Testaquadra,

Barbariccia, Cagnaccio e Rampinello,

Mezzocorno, Ruffaldo, Griffaladra,


Marzocco, Scruffo, Argot e Gavinello,

Forcarotta, Dentaccio e Grugnosporco,

Albuf, Scurat, Mal'host e Draghinello,


Pe' di Bue, Coccodril', Occhio di Porco,

Spinaz, Urton, Scuffia, Rapdal, Bislac,

Scormuf, Ardif, Birrach, Baluc, Biforco,


Scalabuf, Bilutrich, Camuf, Midrac,

Unghion, Pedoc, Ragnaccio e Capranera,

Scarnif, Griffagn, Bisson, Arghign, Buslac,


Venite tutti quanti uniti in schiera,

Né alcun sub pena de la mia disgratia,

Si scosti un palmo da la mia bandiera.


Fate che il nostro re serviam di gratia,

E siate tutti pronti a far del male,

Chi farà peggio havrà più la mia gratia.


Ma chi è costui qual, come havesse l'ale,

Con tal velocità ne vien correndo?

Gli è Truffatosto, amico mio leale.


TRUFFATOSTO

Dov'è Pluto, oh Scorzon? Poscia ch'io intendo

Dargli la miglior nova che giammai

Sia giunta al regno suo, crudo e tremendo.


SCORZONE

Che nuova è questa? S'a me la dirai,

Glie l'andrò a riferire in un momento,

E tu né più né men la mancia havrai.


TRUFFATOSTO

Insegnal pur a me, ch'io non consento

Ch'altri prima di lui contezza n'habbia,

Che perciò vengo a ritrovarlo intento.


SCORZONE

Eccol che in qua ne vien, colmo di rabbia,

Con tutta quanta la dannata corte,

Vedi com'ha la spuma su le labbia.


TRUFFATOSTO

Spietato re de le tartaree porte,

A te m'inchino, come si conviene

A la grandezza tua, potente e forte,


E ti do avviso, come a te ne viene

Sinam Bassà, con tanta comitiva

Che tutte coprre l'infernali arene.


E 'l grido, che rimbomba in questa riva,

Fatto vien da quel popol scellerato,

Che disperato in questo luogo arriva.


Ch'essendo stato il campo fracassato

Da quei di Christo, e immersi dentro un fiume,

Anch'esso al fin è morto disperato.


E perché di gridare han per costume,

mentre sono in battaglia, parimente

Vengon gridando u' non si vede lume.


PLUTONE

Questo rimbombo horribil che si sente

Intuonar d'ogn'intorno al nostro regno

Formato vien da l'ottomana gente?


Su, che si chiami qua Minos indegno,

Eaco, Radamanto e i lor ministri,

Che la sentenza dian di ch'egli è degno.


Che sì come tanti altri andar sinistri

Ha fatto, similmente anch'esso merta

Che gli facciam mutar nuovi registri.


Horsù, seguaci miei, su, state a l'erta,

E come giunge qua questo briccone

Pigliatevi di lui sollazzo e berta.


Eccolo ch'ei ne viene: oh che barbone

Al mento tien, ben pare un gran satrapo

Tanto cammina con riputatione.


S'ei fusse moro, e ch'egli havesse in capo

Una corona, potrian far giuditio

Che d'Etiopia egli fusse il senapo.


SINAM

A te, gran re del doloroso hospitio

Quest'alme disperate ed infelici

Degne d'ogni flagel, d'ogni supplitio


Conduco, ed io con esse, per l'ultrici

Onde d'Averno sceso, aspre e funeste,

In queste oscure ed horride pendici.


La cagion del venir già in tutte queste

Parti, si sa: sol resta se pietade

Alcuna regna, fra quest'ombre meste.


Pregarti d'usar manco crudeltade

In esse che si può, ch'al tuo gran nome

Quanto fedeli fur, dir non accade.


Ed io, che di malitia un chiaro lume

Fui, sì che fra i più illustri e degni heroi

Vola il mio nome con lucenti piume,


Chieggio da te che fra i primati tuoi

Ti degni darmi qualche buon governo,

Io son'huom da governo, e 'l vedrai poi.


PLUTONE

Ah, sfacciato e importun! Fin ne l'inferno

Ardisci domandare un nuovo uffitio?

Hor quanto sciocco sei quivi discerno.


Ma ecco qua Minos, che d'ogni vitio

Tuo ti vuol premiar, sta pur allegro,

Che delle tue trist'opre ha havuto inditio.


Minos, ecco costui, qual lento e pegro

Fu mai in mal' oprar, ben ch'in presenza

Adesso mostri star dolente ed egro.


MINOS

Costui ha la divina provvidenza

Offesa, col lasciar sua fede vera,

Però da noi non merta haver clemenza.


Ecco la carta affumicata e nera,

Con infernal carattere segnata,

De la sua vita disperata e fera.


E però la sentenza ho qui notata

E ciascun'oda ben quel ch'io favello,

Ch'esser non può in eterno revocata:


Ch'essendo stato al suo Fattor rubello,

Merita che in perpetuo il cor gli magni

Come a Titio un vorace e fiero augello.


Ma pria sia preso coni suoi compagni

Per purgar le sue triste e gravi colpe

E sia gettato ne' bollenti stagni


Ove ogn'un si consumi e si dispolpe,

E provi quanto mertan stratio e pena

Quelli cui l'opre son più che di volpe.


Poi, circondato di grossa catena,

Con mille nodi gambe, braccia e collo

Sia strascinato sopra quest'arena.


D'indi, senza poter pur dare un crollo,

Sopra un sasso durissimo sia posto,

U' l'ingordo avvoltor resti satollo


Del suo spietato cor. Hor dunque tosto

La giustitia esequite, e fate quanto

Per ultima sentenza habbiam disposto.


MORGON

Va' là, meschin, nel sempiterno pianto

U' ti condanna di comun consenso

Pluto, Minos, Eaco e Radamanto,


Là ti starai ne l'aer scuro e denso,

A consumar' in dolorosi guai

Né mai sia fine al tuo dolore immenso.


Cammina, a che più tardi? Oh là, che stai

Tanto a indugiar? Su, via, spacciati presto,

Ch'io ti bastonerò se là non vai.


SINAM

Fermati, non mi dar, che pronto e lesto

Sono per far quel che vuoi, frena tant'ira,

Che 'l timor del tormento aspro e molesto

Qual mi spaventa, indietro mi ritira.


Fine del dialogo secondo

DIALOGO TERZO E ULTIMO


Argomento

Chiede a Morgon Sinam che gli dimostri

Prima che vadi al terminato loco,

Gli altri Bassà, che giù ne i bassi chiostri,

Molti anni son, fur condannati al foco.

Esso di ciò il compiace, e i crudi rostri

Gli fa di quelle bestie (cui non poco

Egli teme) veder, c'habitano dentro

L'horrido, fiero e spaventoso centro.


SINAM

Poi ch'io son condannato al foco eterno,

E che speme non ho d'uscirne mai,

Come dimostra l'infernal quaderno,


Morgon, ti prego, se quaggiù già mai

Di cortesia si vide un picciol segno,

O n'usasti ad alcun poco né assai,


Che di tanto favor mi facci degno

Che veder possa i miei antecessori,

Quai pria di me son giunti al tristo regno,


Ch'io so ch'in questi tenebrosi errori

Sono al supplicio eterno condannati,

U' son di denti asprissimi stridori.


MORGON

Se ben quaggiù far ciò non siamo usati,

Pur non tel vuo' negar, dì pur chi sono

Costor che veder brami fra i dannati.


Che in tutte queste bolge pronto sono

Guidarti, ma perché son differenti

Di pena, come ho detto, sarà buono


Che i nomi lor mi spiani, e i portamenti,

Che poi più facilmente condurrotti

A veder dove sono, e in quai tormenti.


SINAM

Tutti son rinnegati, che condotti

Gli ha la sua gran superbia e 'l foll'errore,

In queste horrende fiamme ad esser cotti.


Occhialì l'un si chiama, che terrore

Al mondo porse, e già fu re d'Algiero,

E l'altro è Caracossa traditore,


Dragut, che tanto a l'ottomano impero

Fu grato, un altro è Mahemet Beì,

Quanto alcun altro dispietato e fiero.


Partaù, Alì Bassà, Capsam Beì,

Mustaffà, Schelubì, crudel ed empio,

Pialì superbo, con Siroch Beì.


Questi e molti altri, ch'a sì duro scempio

Son condannati, e a dolorosi pianti,

Ch'ognun di lor fu di trist'opre esempio.


MORGON

Non più ch'io gli conosco, vieni innanti,

Ch'io mi contento di condurti a loro,

E i supplitij vedrai di tutti quanti;


Ma ciascun differente ha il suo martoro,

In questa trista e sfortunata conca,

Come vuol la giustitia e l'opre loro.


Andiam di quivi, che la via si tronca,

E schivaremo quelle dure zolle

Ma aspetta, ch'io vo' prender la mia ronca.


Horsù mira a la volta di quel colle,

U' l'aer fuma, e mai si trova in calma,

Che una caldaia v'è che sempre bolle:


Là dentro è di Selim la crudel Alma,

Che perché fu d'ogni tristitia piena,

Patisce grave e dolorosa salma.


Quel ch'è disteso sopra de l'arena,

Ed ha quel can che 'l mangia, è il fiero Alì,

Che i suoi delitti mertan cotal pena.


Quel là, sotto quel sasso è Pialì,

Quell'altro che col capo in giuso pende,

Attaccato a quel Arbor è Occhialì,


Quel ch'in quel lago ogn'hor pugna e contende

Con quelle serpi, è l'empio Caracossa,

Che dal suo rio velen mal si difende.


Quel che la terra del suo sangue rossa

Fa, col tirarsi dietro le budella,

Poi nel pantan si tuffa. È Barbarossa,


Quel che con le cathene si flagella,

E' Partaù, qual merta pena tale

Che troppo hebbe la mente a Dio rubella.


Quel altro è Mahometto disleale

Ch'in quel'hasta è voltato sopra il foco

Per la sua vita trista e bestiale.


Quel è Amurat, di cui si vede un poco

Il capo, che 'l resto è nel fango fitto,

E si distorce, né ritrova loco.


Quel che tu vedi là impalato dritto

E' Capsam maladetto, ch'in tal modo

La pena paga d'ogni suo delitto.


Quell'altro, ch'in quel lago pien di brodo

Nuota, ed hora s'affonda, hor vien dissopra,

E' Mustafà, ribaldo e pien di frodo.


L'altro è Siroch Beì, ch'in van s'adopra

Per uscir fuor di quel fetente sterco

In cui vivendo spese il tempo e l'opra.


Hor, s'altro veder vuoi mentre ricerco

Queste paludi, fallo immantinente,

Che far a i tristi sempre gratie cerco.


SINAM

Meco ri porti più cortesemente

Ch'io non pensavo, e più che non conviensi

A i merti miei, e molto sei clemente.


MORGON

Horsù, cammina per quei fumi densi,

Che ciò anchor ti concedo, che vedrai

Altre cose qua giù che non ti pensi.


Và innanti, ma poi torna, che se mai

Pluto sapesse a sorte simil fatto,

Mi farebbe sentir tormenti e guai.


Espedissiti presto, che di piatto

In questa lama ti starò aspettare,

Ovvero in fondo di questo buratto.


SINAM

Che horribil can è quel che sta a guardare

Ed ha tre teste oimè, cotante horrende

In atto di volermi un morso dare?


MORGON

Qual è Cerbero fier, ch'al passo attende

Né ti può nuocer, ch'esso è incatenato,

Però va pur a far le tue faccende.


SINAM

E quella donna che vien da quel lato

Con tante serpi in capo, ahimè meschino,

Temo da lei non esser mal trattato.


MORGON

Quella è Medusa, ch'in questo confino

E' constretta a portar quei serpi in testa

Né ti può conturbare il tuo cammino.


SINAM

Anchora veggio là per la foresta

Uno, qual per mez'huomo e mezzo drago,

E corre verso me con gran tempesta.


MORGON

Quel è Gerion, che sol di fraude è vago,

Però è cangiato in simil animale,

Ma non temer di lui, né di sua imago.


SINAM

Un'altra bestia vedo, quasi uguale

Ad esso, ed è mezz'huomo e mezzo bue,

Che mal si tratterà se qui m'assale.


MORGON

Cotesto il toro di Pasife fue,

Di cui tanto pel mondo si ragiona,

Però non temer le corna sue.


SINAM

Di qua veggio venire una corona

Di donne, che tutte hanno un cribro in mano,

Né so, se noceranno a mia persona.


MORGON

Le Bellidi son quelle, qual in vano,

Votar con essi il fiume son forzate

Per lor degno castigo, in atto strano.


SINAM

Tre horribil donne, vecchie e scapigliate,

Con serpi, con cathene e faci accese,

Veggio ver me venir, tutte adirate.


MORGON

Quelle son le tre Furie, ma contese

Teco non han, e senza commissione

Di Pluto, ad alcun mai puon fare offese.


SINAM

Veggio un mezz'huomo, dal capo al gallone,

E da lì indietro poi tutto cavallo,

E tira calci senza discretione.


MORGON

Quell'è Nesso spietato, che 'l gran fallo

Fe' di rapir l amoglie al forte Alcide,

Onde 'l suo error qua giù condennat'hallo.


SINAM

Un lupo veggio, il qual con voglie infide

Ver me ne viene, digrignando i denti

Par che seco a combatter mi disfide.


MORGON

Quello è il fier Licaon, che i vestimenti

Di lupo porta, per haver commesso

Contra i Dei mille fraudi e tradimenti.


SINAM

Ohimè meschin, che già campare adesso

Non potrò da le man d'un mostro reo

Ch'a cento braccia e par venirmi appresso.


MORGON

Quel è (se nol conosci) Briareo,

Ma non ti dirà nulla, va' pur via,

Ch'altro da fare il Ciel qua giù gli deo.


SINAM

Da questo lato una gran compagnia

Di gente veggio, dispietate e fiere,

Cui par ch'usar mi voglian villania.


MORGON

Quivi è il theban Creonte, che l'altiere

Sue voglie e 'l disprezzar de' sacri Dei

Lo destinar qua giù fra l'ombre nere.


Ivi è Busiri, re de tutti i rei

Thereo, che 'l parlar tolse a Filomena,

E violò i santissimi himenei.


V'è Diomede, ch'a gli hospiti pena

Di morte dava, e innanti a' suoi cavalli

Per biada gli poneva, a pranso e a cena.


Tutte questepaludi e queste valli

Son piene di quei miseri, meschini,

Quai tormentati son per questi calli.


Mira là giù, quei poveri tapini

Che condannati son con varij effetti

Secondo i merti lor in quei confini.


Quel ch'a quel augellaccio sopra il petto

Che le divora il cor e l'empio Titio,

Che anchor tu sei a tal tormento eletto.


Quel che appresso di lui pate supplitio

Di voltar quella ruota, è Issione,

Ch'ei stesso fu de la sua pena inditio.


Quel che quel grave sasso si ripone

In spalla, e su quel monte poi di peso

Lo porta, e poi tra' giuso a sdrucciolone,


Sisifo è detto, e quel che là disteso

Ha l'acqua appresso a i labbri e muor di sete,

Tantalo, ch'in più modi hagiove offeso.


Hor hai veduto quante pene miete

Qua giù chi ha offeso il sommo alto monarca,

In queste parti triste, erme ed inquiete;


Tu, c'hai come costor l'anima carca

D'empij misfatti, scellerati e pravi,

E che guidato hai mal la tua trista barca,


Convien hormai che le tue pene gravi

Cominci a preparar, come commesso

M'ha il Giudice de i lochi oscuri e cavi;


Però non tardiam più, perché concesso

Di più non m'è, ma tosto vo' esequire

Quanto pria quel che dice il tuo processo.


Ecco qua le cathene, ecco apparire

L'augel vorace, che 'l tuo crudo petto

In breve ti verrà col rostro aprire.


Ecco il bollente stagno, ove l'effetto

Pria s'ha da cominciar tua pena horrenda,

Ecco là il sasso, qual sarà il tuo letto.


E perché poi Minos non mi riprenda,

O dia (come far suol) qualche flagello,

Che qua non val haver debita emenda,


Entra in questa caldaia, meschinello,

Ove mill'anni ti starai bollendo,

Poi, dopo questo, a guisa di rubello


Strascinato sarai al loco horrendo

Del tuo supplicio, ove starai poi sempre

A penar con dolor, aspro e tremendo,

In triste, amare e dolorose tempre.


Fine del dialogo terzo ed ultimo.

LAMENTO DI SINAM


Argomento

Posto a bollir nel liquido elemento,

Sinam, u' le sue colpe indotto l'hanno,

Stridendo forma un aspro e gran lamento,

Pe i gran supplitij ch'attorno gli stanno,

E l'affligge, lo strugge e dà tormento

Tanto la tema che l'eterno danno

Che pria addosso vorrìa quante ruine

Nel centro son, pur che sperasse il fine.


SINAM

Ohimè, che cosa è questa che mi scotta?

Anzi, che m'arde e coce? Ahi mente infida,

Pur m'hai ridotto ne l'infernal grotta,


Miser chi mal'oprando si confida

Di coglier frutto buon, che chi fa male

A mal e peggio il suo peccato il guida.


Io son nel basso centro, e non mi vale

Cridar compassion, misericordia,

Che con varij tormenti ognun m'assale.


Quivi pietà non è, non è concordia,

Amor, né carità, speranza o fede,

Ma sol disperation, guerra e discordia.


Eccovi, oh renegati, la mercede

Che dassi in queste parti inique e felle

A chi vuol sublimar chi in DIO non crede.


Oh, anime spietate, empie e rubelle,

Fin che vi ritrovate haver il tempo,

Perdon chiedete al re de l'alte stelle.


Che, se lasciate trapassar il tempo

De la remission, qua giù verrete,

Ove mai uscirete, in alcun tempo.


E tal dolore e pena provarete,

Che mille volte e mille indarno l'hora

La vostra ostination maledirete.


Io ne posso far fede, che son fuora

D'ogni speranza di trovar più mai

Perdon, e questo è quel che più m'accora.


Che, benché un milion d'anni in questi guai

Stessi, e in queste aspre e intollerabil pene,

U' sol si senton dolorosi lai,


Pur che presso di me fusse la speme

(Ahi, miser) dopo tanti e tanti affanni,

Di tornar a goder l'eterno bene,


Tutti questi supplicij e questi danni,

Questi atroci flagelli, horrendi e gravi

Procacciati da me tanti e tanti anni


Mi saprebbon dolcissimi e soavi

E me glipasserei giocondamente,

Se ben fussero al doppio acuti e pravi.


Ma quel dover penare eternamente,

Quel non haver mai fin, quel sempre, sempre,

Quell'infinito, quel perpetuamente?


Quel star sepulto, né cangiar mai tempre,

In quest'antro infelice, oscuro e fosco,

U' 'l fuoco l'alme pari disfacci e stempre,


Questo sol' a pensar fa ch'io m'attosco,

Ch'io mi rodo, m'arrabbio, e mi divoro,

Poi ch'esser spedito mi conosco.


Oh, quanti avventurosi son coloro

Che seguon la dritta e giusta via,

Non offendendo il re del sommo choro:


Quei goderan l'eterna monarchia

Fra quei spirti beati, almi e divini,

U' s'ha tutto quel ben che si desìa.


La su, in quei siti eccelsi e pellegrini,

Ogni gioia si trova, ogni contento,

Qua giù par ch'ogni mal cada e ruini.


Là su s'ode gratissimo concento

Che gaudio porge a quelle felici alme,

Qua giù pianti, sospir, doglia e tormento,


Là su corone, e gloriose palme,

Premij di quei celesti semidei,

Qua giù improperij e vergognose salme.


Là su mille santissimi trophei

Sono, di tanti martiri e beati,

Qua giù mille processi infami e rei.


Là su, in conclusion, son preparati

Tutti i riposi, e tutte l'allegrezze,

Qua giù sol fuoco e fiamma pe i dannati.


Ah, anime al ben fare pronte ed avezze,

Quant'hor di tanto ben vi porto invidia,

Poi c'havete là su tante dolcezze!


Se più tornassi al mondo, ogni perfidia

Lasciar vorrei, e gli altri vitij brutti,

Poi che per essi il foco ogn'hor m'insidi.


Ed osservar gli alti precetti tutti,

Di quel superno Dio che m'ha creato,

Per non cader in così gravi lutti.


Ma folle, che dic'io? Se anchor campato

Fussi mill'anni, ero di tal natura

Ch'a penitenza mai sarei tornato;


Perch'ero di cervice tanto dura,

Che, quanto più fussi vissuto al mondo,

Tanto più nel mal far posto havrei cura.


Però nel cieco e tenebroso fondo

Meritamente condannato sono,

A sopportar questo gravoso pondo.


Più non è tempo di chieder perdono,

Troppo son stato a domandar pietade,

E 'l pentir dopo morte non è buono.


Dunque, sopra di me coltelli e spade

Piovino, e tuoni e folgori e saette,

Fuoco, fiamma, furor e crudeltade.


Corvi spietati ed horride civette

Venghino a farsi pasto del mio core,

Poi che l'alta giustitia lo permette.


Perché, lasciato il sommo alto fattore

Havendo, per Mahumet empio e spietato,

Merta il mio gran fallir pena maggiore.


Horsù, il caso è spedito dal mio lato,

Pers' è ogni speme, ohimè, perso ogni aìta,

Non più mercé, non più, ch'io son spacciato,


Più registrato al libro della vita

Non son, ma condannato al foco eterno,

Con pena insopportabile e infinita,

E sepolto nel fondo de l'Inferno.


IL FINE