STANZE

IN LODE DELLE

VIRTUOSISSIME

ED HONESTISSIME

DAMIGELLE

SICILIANE


E DI TUTTA LA LORO HONORATISSIMA

compagnia

La valorosa ed honorata prole

Di PIETRO sicilian, famosa tanto,

Le cortesi maniere al mondo sole,

L'estreme forze e la destrezza canto:

Musa, dammi la voce e le parole

Che da me stesso non mi so dar vanto

Di dispiegar in versi o porre in carte

Delle sue lodi la millesma parte.


Piacciavi, generose alme donzelle,

Ornamento e splendor di questa etade,

Leggiadre, vaghe, gratiose e belle,

Piene d'amor, di senno, e d'honestade,

Le mie rime accettar, anchor che quelle

Non sian qual merta vostra alta bontade,

E s'al vostro valor non vanno al segno,

Accettate il buon animo per pegno.


So che non son mancati altri scrittori

Quai, con ornato stil di poesia

Han fatto noti i nostri sommi honori,

E i vostri rari pregi in ogni via,

Nondimen quivi anch'io per mostrar fuori

Quanto v'osservo, e quanto il cor desìa

Di celebrarvi, in man la penna ho presa

Benché inutile e vile a tanta impresa.


Ma qual lingua potrà laudar a pieno

Sì rara, degna e virtuosa schiera?

Qual dotto stle di facondia pieno

Potrà descriver la sua fama intiera?

Perché, sì come in un bel prato ameno

Soglion dar fuor, quand'entra Primavera,

Tante sorte di fior con dolci effetti,

In lor fioriscon tanti bei concetti.


Questa mi par la parnasesca schola

Dove son le virtù tutte rinchiuse

E quivi Apollo la sua gratia sola

Largo dispensa, e queste son le Muse,

E ciascuna di loro il pregio invola

A tutte l'altre, perché il Cielo infuse

Tai don' in lor, c'hormai suona il suo nome

Per tutto dove il sol spiega le chiome.


Costor son molti, e tutti al paragone

Puon star di quanti sono al nostro tempo,

Anzi: aguagliano in tal professione

Quanti son, o saranno in altro tempo,

PIETRO è capo di tutti, ovver padrone,

Huom saggio e forte, ch'a misura e tempo

Regge il concerto, e di maniera il guida

Che del suo gran valor la Fama grida.


GIOVANNA s'adimanda la consorte,

Sì affabile, benigna, e sì gentile

Che mostra ben con sue maniere accorte

Quanto sia nobilissima e civile,

Questa sovente alla virtù le porte

Aperte tien, con honorato stile,

E non si può vedere qual in lei sia

Maggior, o pudicitia o cortesia.


Hor quivi alquanto il pensier mio s'affanna

E mi manca lo spirto e la favella

Mentre scrivo la grtia di quell'ANNA

Honesta, vaga, costumata e bella,

E so quanto il mio verso la condanna

Per esser rozzo, ma confido in quella

Che per sua gran bontà m'havrà per scusa,

Dando la colpa alla mia bella Musa.


Porge alta maestade il suo bel viso

Le cui guancie di rose e di viole

Son sparse, e d'altri don, che 'l Paradiso

Gli ha dati, acciò ch'ogn'un l'honora e cole;

Ne' suoi belli occhi stassi Amor asciso,

Suoi strai temprando all'amorosa mole

Di quelle luci, che girando intorno

Rendon sempre un soave almo soggiorno.


Stassi, quando ella canta, Giove intento

Al dolce accento, alla soave voce,

Lassa Febo i corsieri, e in un momento

Scende giù in terra, e del suo amor si coce;

E 'l gran padre Nettuno a tal contento

Dal salso regno vien più che veloce,

E Teti il carro scorda, ed i deflini,

Glauci, tritoni, e gli altri Dei marini.


Se d'intorno s'avvolge o si raggira

A balli, a forze, va con tal destrezza

Che di tal leggiadrìa ciascun s'ammira,

Di tal velocità, di tal prestezza,

E mentre che la gente la rimira,

Ella, ch'a l'honestà fu sempre avvezza,

Con tal gratia e modestia si dispone

Ch'ogni tristo pensier scaccia e rimuove.


Se in man prende (che spesso il fa) una spada,

Per mostrar quanto sa di scrimia l'arte,

Par propriamente un fulmine, che vada

Vibrando attorno in questa o in quella parte;

Poi la tra' in aria, e senza stare a bada

Destra la piglia, e pare un nuovo Marte,

Volsi Bellona dir, essendo donna,

Ben ch'ella sia in farsetto e senza gonna.


V'è la sorella ANTONIA, che di questa

Non è men bella e manco gratiosa,

Che, s'Amor sta con l'una in gioia e festa,

Con l'altra dolcemente si riposa,

S'una sembra Marfisa ardita e presta,

E l'altra Bradamante valorosa,

Che, mentre han gli elmi in testa e in man le spade,

Paiono due guerrier di quell'etade.


Suona d'arpa costei sì dolcemente,

Che a chi la sente il cor si strugge e sface,

E minuisse sì soavemente,

Che sol d'udirla l'huomo si compiace;

E dove volge il viso suo lucente,

Sparge gioia, diletto, amor e pace.

E par ch'ovunque passa, o il piede pone,

Naschino rose e fiori a ogni stagione.


Ne so se vide mai la dotta madre

De' studi in tempo alcuno tanta bellezza,

Né se tal leggiadrìa mirasse il padre

Rheno, ond'havesse mai tal contentezza,

Né se guidando l'amorose squadre

Vener ardesse mai con tal vaghezza,

Perché in somma, le gratie di costei

Stancarian mille Homeri e mille Orfei.


Dopo costei v'è la gentil ROSANA,

Che dal suo viso ha tolto il proprio nome,

Che, come rosa nobile e soprana,

La bella guancia tien, d'oro le chiome,

Nel sonar la viola è sopra humana,

Cioè da gamba, e non potrei dir come

In far forze e moresche sia sicura,

Gagliarda, snella, e destra oltra misura.


Mentre suonano insieme, un tal concerto

Formano, e così bel trattenimento,

Che non v'è alcun che non dimostri aperto

Quant'habbi grato sì gentil concento,

E di qui vede ogn'un palese e certo

Quant'hanno di ogni gratia il compimento,

Che 'l ballar, il saltar, il canto e 'l suono

Tutto è bel, tutto raro e tutto buono.


V'è poi il gran miracol di natura,

Dico la stupendissima MARINA

Ch'appena è lunga un braccio di misura,

Pargoletta d'etade e picciolina,

E fa tal cose, ch'ogni creatura

Forte s'ammira ch'una tal bambina

Ch'al sest'anno non giunge, facci cose

A l'occhio human così miracolose.


Sì leggiermente balla, e con tant'arte

S'aggira, e tanto a tempo il piede muove,

Ch'io non posso narrar a parte a parte

Le sopr'humane sue stupende prove,

A far le forze, poi, Saturno e Marte

Fa nel cielo ammirar, e Giuno e Giove,

Tal che si vede ogn'un per meraviglia

Stringer le labbra ed inarcar le ciglia.


Che debbo dir di quel gentil Tartaglia

Che pel suo gran valor Spaccia campagna

Da ogn'un vien detto, mentre alla sbaraglia

Pon la sua vita, e tutti gli altri stagna?

Con tal agilità si lancia e scaglia,

Che 'l primo honor tra gli altri si guadagna,

E ne suoi salti va con tanta fretta,

Che più tardo si move una saetta.


Sopra tavole, cerchi, scanni e panche

Salta, e ben spesso tra pugnali e spade,

Innanti e indietro, e quando par che manche,

All'hora va con più velocitade,

Né sia che per fatica mai si stanche,

Che troppo è destro, e pien d'agilitade,

E se, come si spera, andarà dietro,

Ogn'un che salta lassarà di dietro.


Perché salti mortali e traccacciati,

E di gatto, di scimmia e di leone,

Nel saccho, al muro e in tutti quanti i lati

Fa in eccellenza, e senza parangone,

E quei che sanno e che sono informati

Benissimo di tal professione,

Afferman che costui in tempo poco

Havrà tra tutti gli altri il primo loco.


Non da men di costui, se va seguendo,

Fia Cacamuschio, nobile e galante,

Perché fin' a quest'hora egli è stupendo,

E farà meglio, camminando innante,

Tal che per questo ogn'un va comprendendo

Ch'ei debba riuscir in un istante,

C'havendo poca età, come si vede,

Fin hora per saltar a pochi cede.


Cacciadiavolo, poi, per imitare

Non trova pari in tutto quanto il mondo,

E far belle cascate, e per saltare,

Far varie smorfie, e per girarsi attorno,

Per far moresche e forze e per ballare

A questa scienza in somma trova il fondo,

E se ben tal hor dà qualche stramazzo,

Nol fa per non saper, ma per sollazzo.


V'è poi Tizzon, che va seguendo l'orme

Di questi tutti, ed è molto eccellente,

E nel far la sua parte egli non dorme,

Ed è quel che fa i prologhi alla gente,

Ed a gli effetti ha l'habito conforme,

Tal che riesce assai garbatamente,

Ed è sì lesto e tanto gratioso

Ch'egli è tra gli altri il più ridicoloso.


Camillo, a suonar l'arpa è tanto buono,

Ch'in tutta Italia non ha forsi uguale,

E forma così raro e dolce suono,

Che non si può sentirne un altro tale,

E tocca in ogni chiave, in ogni tuono,

E quel che fa, che 'l suo suonar più vale,

Si è il far tant'arie, e tanti bei balletti,

Moresche e forze in tanti varij effetti.


Burattino v'è anchor, che similmente

E' molto raro nell'imitatione,

E in far belle cascate parimente

Porge diletto assai alle persone,

Ma se ben in tal arte egli è eccellente,

D'un pelo non gli cede Giovannone,

Che col rozzo idioma fa d'intorno

Muover gran risa, e rende un spasso adorno.


Al fin, questa honorata COMPAGNIA

E' sì ben ordinata, e sì compita

Che non si crede ch'un'altra ne sia

Al mondo sì garbata e sì polita,

E 'l suo trattenimento ogn'un desìa,

Per la modestia sua, che par ch'invita

Andarvi d'ogni sorte natione,

Ch'è poca spesa, e gran recreatione.


Ma vi voglio narrar lo spasso intiero,

Per non mancar di quanto ho tolto a fare,

E del tutto prometto dirvi il vero,

Per ch'altrimenti mi farei biasmare,

E imperfetto sarebbe il mio pensiero,

E le persone mi potrian tassare,

E se ben ben non fia chiaro e distinto,

Vel farò udire almen breve e succinto.


Sopra la magna sala del palazzo

Del Podestà, si vede a torno a torno

Un bel teatro, dove per sollazzo

Vi concorre gran popolo ogni giorno,

Dove con quiete e senza alcun impazzo

Stanno le genti ascise in bel soggiorno,

E lo spasso è sì raro ed eccellente,

Che bisogna tornarvi il dì seguente.


Sopra la larga sala ch'io v'ho detto,

Quando è ridotta su tutta la gente,

S'odon dentro la scena con diletto

La fanciulle cantar soavemente;

E porgon tal dolcezza in ogni petto,

Che fanno rallegrar ciascun che sente,

Poi vengon fuor con la viola e l'arpa,

Che par che tal concerto il cor vi carpa.


Mentre elle fanno il dilettoso suono,

Le genti si rassettan sopra i palchi,

I quai per questo fabbricati sono,

Acciò l'un l'altro addosso non si caschi;

E fa lo spasso doppiamente buono,

Perché qui non si vede chi cavalchi

Sopra il compagno, o che li dia disagio,

Ma ciascun siede comodo ed adagio.


Finito si sonar, tosto Tizzone

Salta fuor col suo prologo garbato,

E sempre ha qualche nuova inventione,

Secondo che comporta l'apparato,

Poi vengon Burattino e Giovannone,

Ed ambi insieme fanno al modo usato

Un atto di commedia a l'improvviso,

Qual muove per piacer la gente a riso.


Ritirati costor, la maggior figlia

Vien fuori con faccia honesta e vergognosa,

E nel liuto, ad uso di Siciglia,

Canta un'ottava bella e dilettosa,

Poi, con habiti ricchi a maraviglia,

Una moresca rara e gratiosa

Fan, hor con spade, hor con aste, hor con guanti,

E tutti a tempo van, lesti e galanti.


Finite le moresche, fanno un ballo

Le damigelle nobili e gradite,

E se fan bene, tutto il mondo sallo,

E quante cavriol, quante partite

Si vedon fare, e mai un piede in fallo

Pongono, tanto van nette e polite.

E nel girar lor son sì leggieri e destre,

Che mostran ben di questo esser maestre.


Dopo il ballar, distendon tre coperte,

L'una in capo de l'altra, ove poi fanno

Cose stupende, e chi le vede aperte

Dentro di sé gran maraviglia n'hanno,

E tanto sono in ciò dotte ed esperte,

C'hor da sirena, hor da grancella vanno,

Hor sguillan com' anguilla, hora nel cerchio

Ch'a volerlo narrar è di superchio.


Toglion l'anello in terra o su la panca,

O in altra foggia, come più gli pare,

Poi, perché l'una e l'altra non si stanca,

Spacciacampagna in un momento appare,

E cento salti fa, ma il cor mi manca

A volerveli tutti raccontare,

Ma se temete ch'io ragioni al vento,

Andateci e vedrete, ch'io non mento.


E s'io sapessi i nomi di questi salti,

Gli direi tutti più distintamente,

Ma dirò sol che gli spicca tant'alti,

Che bisogna levar l'occhio e la mente,

Né si pensi nissun che qui l'esalti

Perch'egli mi sia amico, ovver parente,

Ch'io nol conosco, ma la sua destrezza

Fa che la penna mia l'ama ed apprezza.


Di qua, di là, con tal furor si lancia

Che folgore non va con tanta fretta,

Poi su le braccia si leva in bilancia,

E trenta salti un dietro l'altro getta,

Finiti i salti si coglie la mancia,

Dove nissun non tien la borsa stretta,

Ma, vinti da tal gratia e leggiadrìa,

Gli usano tutti larga cortesia.


Hor qui, signori, è da notare alquanto

Che mentre queste figlie van d'intorno,

Con la coppa cogliendo in ogni canto

Il suo bel visto, d'honestade adorno

Tengon basso sempre, e non v'è intanto

Alcun che cerchi farle oltraggio o scorno,

Ch'essendo sì modeste e ben create,

Da tutto il popol vengon rispettate.


Colta la mancia, tosto s'apparecchia

Da far le forze, dove in foggie tante

Ne fanno, ch'io vi stancarei l'orecchia

Se narrar le volessi tutte quante:

Sol dirò questo: che ciascun si specchia

In PIETRO, che rassembra un novo Atlante

Per esser forte, e par proprio un Anteo,

Un Hercole, un Sanson, un Campaneo.


E sì com'Hercol sostentò le stelle,

Mentre ch'Atlante acconciava le sfere,

Tal ei su gli homer le sue figlie belle

Havendo, par portar tante lumiere:

Perché da gli occhi lor tante facelle

Paiono uscir, e non si può vedere

Cosa più degna quanto tal beltade,

A tal virtù congiunta, ed honestade.


Ho notato assai forze che stupire

M'han fatto, mentre son stato a mirare,

Ma tra l'altr'una, che mi fa smarrire

A dirla sol, non ch'a vederla fare:

E solamente questa vi vuo' dire,

Che forse vi farò trasecolare,

Perché tutti color che vista l'hanno

Stupidi ancor, e attoniti ne vanno.


Fa cento forze, ma la maggior forza

Al giuditio d'ogn'un si è quando prende

ANNA sua figlia, e su le braccia a forza

La leva in alto, e in aria la sospende,

Né pensate che pensa, a poggia o ad orza,

Ma forte come torre, e poi si stende

Con ella su le braccia, né gli aggreva

In terra, e senza man con lei si leva.


Poi se la pone in capo, e via la porta,

Come ortolana suol portar cestello,

Non si muov'ella, e come fosse morta

Sta salda, né riguarda questo o quello,

Né pensate che stia pallida o smorta

Per la paura, ma d'ogn'hor più bello

Viene il suo viso, tal che chi la guarda

Par che d'honesto amor s'accendi ed arda.


Con ella in capo, pur ritorna in terra

A seder, senza aitarsi con la mano,

E su un piè la sostenta, alta da terra,

Poi su si leva, e la ritorna al piano.

Tizzon, per imitarla, si riserra

Tutto in un groppo, ed ei con atto strano

Lo leva in alto, e lui, col far lenguino,

Rassembra una marmotta, o un babbuino.


Con ei si pone in terra, e come prima

FA proprio come suol con ANNA fare,

Ma mentre di levarlo sul piè stima,

Come fa lei, e in alto sostentare,

Tizzon, che d'accortezza è schiuma e cima,

Tosto ch'in su si vede sollevare,

Con le mani e co' i piè si tra' di botto,

Che non è così presto un scimmiotto.


Così attaccato a quella gamba resta

Come fa un gatto attaccato a un persciutto,

Tal che porge a ciascun piacer e festa,

E sentonsi gran risa far per tutto,

Molt'altre cose, che di dirle resta

La lingua mia, per ch'io son poco instrutto

In simil arte, e questo mi rimuove,

Ch'ogni giorno appresentan cose nuove.


Però sì rari e bei trattenimenti

Haverete, signor, se ci andarete,

Che restarete assai lieti e contenti

Perché ogn'hor cose nuove vederete;

E se starete a tal virtude intenti,

Ogni giorno a tal spasso tornarete,

Perché un boccone par che l'altro invita,

E tira come il fer la calamita.


Né son costor, come molt'altri sono,

Avari di natura, o discortesi,

Stanno alla porta, sì, ma quel ch'in dono

Dato le vien da gl'huomini cortesi,

Tolgon, né mai rumor si sente, o tuono,

Sì che ne restin questi o quelli offesi,

Ma la lor profession sol par che sia

Tirar le genti a sé per cortesia.


Hor, s'io non giungo, con la rima mia,

Al merto vostro, schiera alta e cortese,

Non vogliate, vi prego in cortesia,

Sprezzar il verso mio rustico e vile,

Che, se più dotto fussi in poesia,

Vorrei far risonar dal Battro al Thile

La fama vostra, ben ch'altri m'accenna

Di volervi innalzar con miglior penna.


IL FINE