STANZE

LAMENTEVOLI

SOPRA IL DOLOROSO

CASO

intravvenuto in giostra

FRA GLI MOLTO ILLUSTRISSIMI

CONTE ANDALO'

BENTIVOGLIO

ED OTTAVIO

RUINI

IN BOLOGNA


il dì ultimo di gennaio 1590.

Narro il dolente caso, acerbo e strano

D'un cavalier illustre, ardito e forte,

Qual per seguir di Marte il fiero ludo

Corse giostrando a dispietata morte.

Hor, chi havrà il petto sì di pietà nudo

Che qui non apra al sospirar le porte?

E, l'infelice fin udendo, in tanto

Neghi l'orecchie al dir, agli occhi il pianto?


Qua non vi chieggo dilettosi acccnti,

Come far soglio, oh Parnasesche dive,

Ma rime amare, flebili e dolenti,

Atre e funebri, e d'ogni gioia prive,

Che 'l duol ch'induce a sospirar le genti,

E' lacrimoso più che non si scrive,

E sì grave è il soggetto, e pien di lutto,

Ch'esprimer non si può con l'occhio asciutto.


Signori e cavalier da Marte eletti,

Che pronti sete a i bellici furori,

E novamente già v'armate i petti

Per mostrar l'alto ardir de' vostri cori,

Deh, rimirate in quanti strani effetti

Queste glorie caduche e questi honori

Inducon chi gli segue, e quanto sia

Del precipitio loro ampla la via.


Specchio vi sia del valoroso conte

Andalò Bentivoglio il nuovo caso,

C'havendo a grand' honor le voglie pronte,

Ne i più verdi anni suoi gionto, e a l'occaso

Ferito d'una lancia ne la fronte,

Giostrando a corpo a corpo, ond'è rimaso

Di vita privo, ed ha privato noi

Di gioia, col finir de' giorni suoi.


Hor perché qua in procinto son per dire

L'alta cagion che l'ha condotto a morte,

In modo alcun non voglio preterire,

Acciò conoscan gli altri quanto importe,

Quando vien l'avversario per ferire,

Esser ne l'armi ben serrato e forte,

E andar ben cauti, e guardar come fanno

Per non haver nel fin, onta né danno.


Era più giorno già fatto palese

Di voler fare al fin di Carnevale

Una giostra bellissima, e gran spese

Facean già i cavalieri in generale:

Vestimenti pomposi e ricche imprese,

Livree superbe, e forsi un'altra tale

Non saria stata vista fin ad hotta,

Se dalla morte non venìa interrotta.


Dove che per provarse i cavalieri

E con le lancie ben esercitarsi,

E per assicurare i lor destrieri

E al corso della lizza accomodarsi,

Venir soleano, coraggiosi e fieri,

La mattina per tempo ammaestrarsi,

Rompendo le lor lancie per potere

Quando era tempo poi farsi valere.


L'ultimo di gennaio, a sedici hore,

Comparvi dunque armato la mattina

Il detto conte, pieno di valore

Per romper le sue lancie con ruina,

E, spingendo alla lizza il corritore,

Poco presago de la sua ruina,

Andaronsi a incontrar con tanta furia

Che Marte dubitò di qualche ingiuria.


Ruppe la lancia valorosamente

Il Bentivoglio, con molta tempesta,

Ed havea fatto un colpo veramente

Degno, ma poco (ohimè) durò tal festa,

Che l'altro cavaliero arditamente

Venne a incontrarlo, e con la lancia intesta

Un colpo gli donò, tanto stupendo

Ch'io non lo posso dir se non piangendo.


O fusse la visiera aperta alquanto,

O, come vuole alcun, ch'ei la limasse

O fosse risentita in qualche canto,

O che, nel duro incontro, si schiodasse,

Ruppesi l'asta, ed entrò dentro in tanto

Da la vista una scheggia come entrasse

Per un foglio di carta, e l'occhio manco

Ferì, passando un palmo o poco manco.


Oh, crudo colpo, oh dispietato incontro,

Oh giornata per lui aspra e severa,

Percossa iniqua, sventurato scontro,

Lancia troppo crudele e troppo fiera,

Caval superbo che gli corse contro,

Lizza scortese, ingrata empia visiera,

Qual foste per mandar a l'hor estreme

Sì nobil cavalier, d'accordo insieme.


Come potesti, lancia, esser sì cruda

Ch'a signor sì gentil desti la morte?

Perché in tal punto sì di pietà nuda

Fusti, in far l'hore sue sì brevi e corte?

Ma qui convien, scrivendo, ch'io concluda,

Che 'l ferro di natura così forte

Fu più pietoso, e ben si vide al segno,

Poi che del ferro assai più puote il legno.


Perché cavallo, al colpo aspro e mortale

Ch'al degno cavalier tolse la vita

Qual hippogrifo non spiegasti l'ale

Verso le stelle, per schivar l'ardita

Man che veniva con impeto tale

A farle, non volendo, aspra ferita?

Ché, se in aria t'alzavi in quel momento,

L'un sarìa vivo, e l'altro più contento.


Perché tu, lizza, ancor quando mirasti

Venir l'altro campion con tanta furia

In alto un braccio o dua non ti levasti,

Acciò non gli facesse tanta ingiuria?

Elmo sleal, perché non ti piegasti

Per trar il tuo signor di tal penuria?

Perché non sì serrasti empia visiera

Parando il colpo con miglior maniera?


Horsù, gli è fatto, e non si può vietare,

Che quel che piace a Dio convien che piaccia,

Né altro conforto se gli può donare

Se non pregar che in Ciel salvo lo faccia.

E perché il tutto ho tolto a raccontare,

De l'altro resto non convien ch'io taccia,

E però torno a quel signor ardito,

Ne l'occhio, com'io dissi, già ferito.


Dal grave colpo colto, il cavaliero

Non perse allhora punto di vigore,

Ma tutto ardito, valoroso e fiero

Mostrò ch'era animoso, e di gran core,

E in capo de la lizza, col destriero

Ferito corse, dando al servitore

Il resto de la lancia c'havea in mano,

Sentendosi mancar così pian piano.


Il sangue, che faceva l'arme rosse,

Uscendo fuor de l'elmo in molta coppia,

Conoscer fece ch'ei ferito fosse,

E che di grand'aiuto haveva inoppia,

Onde tutte le genti furon mosse

Per veder sì gran caso, e ogn'un ne scoppia,

Così, abbondando il popol da ogni lato,

Fu tolto da cavallo e disarmato.


E perché, come ho detto, ogn'un corrìa

Per veder il ferito campione,

Condotto fu ne la profumaria

Che per insegna tien sopra il melone,

E quivi, tutto colmo d'agonia,

Ne l'occhio havendo il pezzo del troncone,

Fu posato a seder incontinente,

Con gran dolor d'ogn'un ch'era presente.


Di poi, venuto un medico eccellente,

E vendendo la botta esser mortale,

Cavar cercò quel legno prestamente,

Mancar vedendo il spirito vitale,

E tira e dalli, tanto strettamente

Entrata era ne l'osso in modo tale

Che trar non la poteva in alcun modo,

Che vi parea battuta come un chiodo.


E perché già havea messo a la sbaraglia

La vita, più speranza non v'essendo,

Gli attaccò una durissima tenaglia

(Oh, fatto da sentir aspro e tremendo!)

E, tirando a due man, l'acuta scaglia

Cavò da l'occhio, ma per quanto intendo

Anchor ch'usasse tutto il suo potere

Altro che mezza non ne puote havere.


E perché via più sempre il mal crescea,

E la vita calava a poco a poco,

Portato a casa fu, dove s'havea

Armato la mattina in festa e gioco,

Onde ogn'un gran lamento ne facea,

E sospirar s'udiva in ogni loco,

Ma più de gli altri si doleron forte

La cara madre e la fedel consorte.


Qua non posso narrare i gran lamenti

Di quella nobilissima famiglia,

I gridi, i pianti ed i sospiri ardenti

Della madre, cognata, e della figlia,

De' fratelli, cugini, e de' parenti.

Ognun spargeva humor giù da le ciglia,

Poi che perduto haveano a un colpo solo

Il marito, il fratello ed il figliolo.


Così, con aspra pena e gran languore

Stesse, signori, il cavalier dolente,

Tenendo sempre mai rivolto il core

E l'alma verso Christo omnipotente,

E poi la sera, a le ventidoi hore,

Da questa vita trista e fraudolente

Passò, né più prezzando il mondo rio

Rese il corpo a la terra, e l'alma a Dio.


Vattene in pace, cavalier gentile,

Che havesti sì a gli honori le voglie accese,

Va' in pace, cavalier degno e virile,

Che 'l pensier sempre havesti a l'alte imprese,

Va' in pace, cavalier grato e civile,

Benigno, dolce, affabile e cortese,

Va' in pace, cavaliero almo e pregiato,

D'alta virtude e bei costumi ornato.


Signori e cavalieri almi e prestanti,

Ch'udito havete il doloroso effetto

Del miser conte, le querele e i pianti

Fatti per lui nel tragico soggetto,

Voi che fate i guerrieri ed i giostranti,

Andatevi a incontrar con più rispetto,

Che la Morte a ciascun tende gli agguati,

E i pericol son sempre apparecchiati.


E de i dua cavalier famosi e chiari

La cruda giostra vi commova alquanto,

Ch'ambi di sangue e di valore al pari

Star de' più illustri si potean dar vanto:

Hor, l'uno è morto, l'altro con amari

Sospiri il piede da Felsina intanto

Volgendo da la patria e fatto absente,

Molto, per caso tal, mesto e dolente.


Trenta nove anni son che 'l conte anchora

Lelio Mangiol, ferito d'una lancia,

Proprio in tal guisa uscì di vita fuora,

Mentre de' primi fior coprea la guancia.

E per tal strada giunse a l'ultim'hora

Henrico, valoroso re di Francia,

Ed altri cavalier, alti e pregiati,

In simil arte poco avventurati.


Però fermate a i desir vostri il passo,

E temprate il furor de i petti vostri,

E andate con misura e col compasso,

S'avvien ch'alcun di voi di nuovo giostri,

E 'l miser cavalier, di vita casso,

Sia quel che l'esperienze vi dimostri,

E 'l caso suo d'alto spavento pieno

Trattenghi alquanto a i pensier vostri il freno.


Hor, poi che dispiegato ho in queste carte

Il fin dolente, e la pietosa historia,

Per far questa palese in ogni parte

Per sempre infelicissima memoria,

Mancandomi pe 'l duol l'ingegno e l'arte,

Faccio silentio, e prego il Re di gloria

Che di sua santa gratia il facci degno,

E gli dia parte nel celeste regno.


IL FINE

Testo trascritto da: Stanze lamentevoli sopra il doloroso caso intervenuto in giostra fra gli molto Ill.ri SS. ri Conte Andalò Bentivoglio et Ottavio Ruini in Bologna, il dì ultimo di Genaio 1590., di Giulio Cesare Croce, Bologna, Vittorio Benacci, 1590, (14,5x20), pp. 8 n. num., BAB